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Repository di testi Riduci

Martini - Intervista del 2 febbraio 2010

Al di là dello stile dell'intervistatore, uno spaccato interessante per conoscere e gustare la profondità del card. Carlo Maria Martini. (fai il download del testo)


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Date lun 02/15/2010 @ 06.25
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Bastaire - Eros redento

Attraverso il germogliare dei corpi avviene il germogliare del Paraclito, all’opera nell’unione degli amanti e nella fioritura seminale. La genitalità genera la carne, il che significa che è lo strumento dello Spirito: portata da lui, lo porta, trasformando in pneumatofori l’uomo e la donna uniti nell’amplesso.
Siamo in piena Genesi: si produce una vasta ondata d’energia, un fantastico ringiovanimento dell’essere. E’ come se avvenisse una nuova partenza: l'essere di prima non è soppresso, nasce una seconda volta, riparte con una gloria rinnovata. Sgorgato da non si sa dove, un enorme flusso di sostanza investe i giovani, li riplasma da cima a fondo. Si sentono totalmente ricreati, ma sono anche totalmente ricreatori, dispensatori non meno che beneficiari di questa grazia sovrana. Il potere onnipotente che li assale conferisce loro ogni potere di assalire, e questo in un clima indimenticabile di dolcezza, di tenerezza e di umiltà. La sessualità è un'invenzione divina per incarnare l'amore, per suscitare nel più profondo della creatura le condizioni per il dono creatore.
Per amare bisogna essere due e non più di due: ci si presta a molti, ci si dona solo a un altro. Da questi due sorge non un terzo, ma l’autentico uno: quello che non fa numero perché è l'altro assoluto. L’altro relativo, il compagno, estrae ogni essere da lui stesso: provocando l'uscita dall'io, realizza la disappropriazione della persona. Ci si dimentica nell'altro e ci si dimentica insieme, il che evita l'incrociarsi di due egoismi nella scorciatoia di un falso spossessamento. Viene a instaurarsi una nuova condizione in cui si vive nell’altro, e grazie all'altro, senza essergli asservito perché l'altro, a sua volta, rifiuta di vivere in sé e per sé e, quindi, di asservire. Utilizza il dono non per rafforzarsi, bensì per donarsi ancor di più. L'offerta nutre l'offerta in una crescente apertura. Tra i due poli sviluppa una tensione oblativa, una circolazione di abbondanza, una corrente di dedizione. I due giovani si insegnano reciprocamente che non sono nulla e che, confessando questo nulla, accedono all'essere. “La vita autentica è altrove - confessa ciascuno dei due - e tu sei questo altrove in cui trovo la mia origine. Tu sei la mia anima, tu mi fai vivere” (…). (fai il download: troverai altre citazioni del libro)


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Date gio 02/04/2010 @ 04.41
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Kizito - Re Magi giovani

I Re Magi giovani del nostro tempo
di p. Renato Kizito Sesana, missionario comboniano – Natale 2003
(...) Stavo facendo queste riflessioni proprio mentre riordinavo le statue per il Presepio che i nostri amici, rifugiati dal Rwanda, mi hanno regalato. Mi è balzato agli occhi che hanno fatto dei Re Magi giovanissimi. Ma i Re Magi non erano anziani? Vado a rileggere i pertinenti passi del Vangelo ed effettivamente riscontro che di loro non sappiamo né il numero, né il sesso, né il colore della pelle, né l'età. Allora chiamo Pierre, lo scultore, il quale alla mia domanda risponde con logica inoppugnabile: "Li ho fatti giovani perché i viaggi lunghi e faticosi li possono fare solo i giovani. Agli anziani se non mancano le forze manca l'entusiasmo. Anche noi, quando siamo fuggiti dal Rwanda addirittura sotto la minaccia di morte, eravamo tutti giovani, gli anziani non se la sentivano di affrontare un lungo viaggio, hanno preferito affrontare il rischio di restare".
Mi piace quest'idea dei Re Magi come giovani entusiasti ed irrequieti, magari in cerca di novità, sotto sotto in cerca di un motivo per vivere. Liberi da impegni di famiglia, si buttano in spalla un borsone, o lo mettono in groppa ad un cammello e via, alla ricerca.
I Magi erano addestrati in astrologia e nell'interpretazione dei sogni. Non tutti i giovani sono degli esperti in sogni? Forse l'evangelista li chiama Magi perché vuole sottolineare proprio il loro sogno e ricerca del senso della vita... (continua - fai il download dell'intero intervento)



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Date lun 01/11/2010 @ 09.45
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Martini - I significati di Gerusalemme

Come incontrare Gerusalemme? Oggi non è facile intraprendere un pellegrinaggio o anche solo un viaggio a Gerusalemme. Il conflitto in corso e gli atti di terrorismo scoraggiano molti che pure vorrebbero venire qui. Purtroppo le immagini trasmesse dai media alimentano tale sentimento di paura. Eppure coloro che hanno avuto il coraggio di venire a Gerusalemme hanno trovato una buona accoglienza, non hanno avuto alcun incidente e hanno sperimentato il fascino che questa città sa trasmettere. Sono lieto di constatare che dopo un lungo periodo di vuoto i pellegrinaggi sono ripresi e chi ha vissuto questa esperienza quando torna a casa non si limita a dire: "Si può andare a Gerusalemme", ma aggiunge: "Si deve andare a Gerusalemme".
Perché per un cristiano e per ogni cittadino di questo mondo Gerusalemme ha un’importanza unica. È una città che non può essere semplicemente visitata. Gerusalemme chiede di essere "incontrata". E la premessa per incontrare Gerusalemme sono un amore sincero, un rispetto delicato che esigono un’attenzione e un coinvolgimento particolari. Questo affetto è anche partecipazione alle sue sofferenze, alle sue angosce, ai suoi dolori indicibili del passato remoto e prossimo e anche del presente. (continua - fai il download dell'intero testo)


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Date ven 01/08/2010 @ 09.21
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Tonino Bello - Gratitudine alla fine dell'anno

Ai suoi amici il Signore dà il pane nel sonno
La gratitudine dei ministri della Chiesa alla fine dell’anno
di don Tonino Bello

Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.
Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. E' perché, purtroppo, molti passi li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue; seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non sui moduli semplici dell'abbandono fiducioso in te. Forse mai, come in questo crepuscolo dell'anno, sentiamo nostre le parole di Pietro: "Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla". Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto. Grazie, perché obbligandoci a prendere atto dei nostri bilanci deficitari, ci fai comprendere che, se non sei tu che costruisci la casa, invano vi faticano i costruttori. (...) Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell'anno, esigono il nostro rendimento di grazie: (continua - fai il download dell'intero testo)

 



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Date gio 12/31/2009 @ 06.42
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Manicardi - Spiritualità e sensi

Ora, è certo che un difetto della spiritualità cristiana sia stato quello di avere troppo spesso opposto ascolto e visione, e più radicalmente ancora, sensi e spirito [nota - La vita spirituale si è troppo nutrita di polarità presto divenute antitesi inconciliabili: interiore-esteriore, io interiore-io esteriore, sensibilità-interiorità, spirito-materia, ascolto-visione, corpo-anima... Il rischio è quello di arrivare a contrapporre e separare ciò che Dio ha unito, di non cogliere la complementarietà, l'intrinsecità, la fondamentale unità di quelle dimensioni, e di pervenire così a formulare spiritualità infedeli alla rivelazione biblica e anche nevrotiche e nevrotizzanti]. L'ascolto tende a inscrivere nel corpo, cioè nell'uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. (continua - fai il download dell'intero testo)


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Date lun 12/28/2009 @ 06.32
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Erri De Luca - Gesù "intruso"

Riassunto dell'intruso
L'anno in cui sua madre lo partorì non era santo. I suoi, gli ebrei, avevano per legge di consacrare un anno ogni sette lasciando in pace il suolo. Il suo anno di nascita non apparteneva al ciclo dei sabbatici, al rituale imposto dal verbo shabbàt, cessare.
Non nacque in un momento di allegria, ma durante un viaggio, uno spostamento forzato. Il suo popolo amava i pellegrinaggi e si metteva in cammino volentieri per onorare qualche festività, Pasqua o altre, in Gerusalemme. Ma lui non nacque in un pellegrinaggio. I suoi si spostavano per un dovere triste e insidioso... (continua - fai il download dell'intero testo)


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Date gio 12/24/2009 @ 08.12
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Martini - L'importanza dell'uno

Qui entriamo proprio nella rivelazione dell'immagine di Dio, che abbiamo sulla croce, quando Gesù compie la salvezza di un malfattore spregiudicato, disperato, abbandonato da tutti. È il marchio di fabbrica del Dio del Vangelo: uno, uno solo è sufficiente a giustificare tutta la cura, l'attenzione, la gioia di Dio.
La gioia è sempre sottolineata: il pastore invita a rallegrarsi con lui e «così ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti». La donna dice: «Rallegratevi con me» e Gesù parla di «gioia davanti agli angeli». Per finire, il padre afferma: «Bisognava far festa e rallegrarsi». Ecco il senso del Dio del Vangelo. Dio ha in mano tutto, è il Signore di ogni cosa, è il Re che governa cielo e terra, ma è capace di perdere la testa per uno solo, non si dà pace, anche per uno solo.
A questo corrisponde l'insegnamento che troviamo, più volte, nelle parole di Gesù: «Guai, se uno solo di questi piccoli viene scandalizzato»; «quando l'avete fatto a uno solo di questi l'avete fatto a me» e - notano giustamente gli esegeti - l'insistenza su «uno solo» è una caratteristica tipica del Vangelo. La gioia di Dio si esprime anche quando una sola persona è stata oggetto della salvezza.
Dobbiamo rifletterci molto per il nostro ministero... (fai il download dell'intero testo)


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Date mar 12/08/2009 @ 08.29
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Valli Aldo Maria - La valorizzazione dei laici nella Chiesa conciliare

Oggi nella Chiesa la sensibilità conciliare è quella di  chi mette davanti a tutto non tanto la retta dottrina, ma il volto dell'uomo, specie dell'uomo sofferente. Chi, invece, non ha questa sensibilità, mostra la tendenza a giudicare più che ad ascoltare, o se ascolta lo fa soprattutto per giudicare. La sensibilità conciliare consente alla Chiesa di lasciarsi coinvolgere e contaminare, lasciandosi anche mettere in discussione. La Chiesa che non ha questa sensibilità è la Chiesa del non possumus innalzato orgogliosamente come vessillo identitario, dei valori usati come una diga più che come un seme. La Chiesa della sensibilità conciliare ha fiducia nel mondo e negli stessi non credenti, ben sapendo che il non credente può avere una nostalgia di Dio che lo rende intimamente religioso. La Chiesa della sensibilità conciliare sa che la verità evangelica, attraverso il lavoro dell'uomo e la grazia del Signore, trova sempre la via per manifestarsi, spesso in modo sorprendente e inatteso.
Ho detto in un'altra occasione che oggi mi sembra di vedere due Chiese. Chiesa uno e Chiesa due. La Chiesa uno punta sull'identità, la Chiesa due sulla carità. La Chiesa identitaria sottolinea l'importanza dell'appartenenza, la Chiesa della carità punta sulla misericordia. La Chiesa uno è più presente nei mass media, la Chiesa due preferisce lavorare nel silenzio. La Chiesa uno, che guarda con ammirazione ai cosiddetti atei devoti e ne apprezza l'appoggio, rimprovera alla Chiesa due di scendere a eccessivi compromessi con la società secolarizzata fino a perdere ogni specificità cristiana. La Chiesa due, guardata con simpatia dalla cultura progressista che la stima per il suo impegno fra gli ultimi, rimprovera alla Chiesa uno di ricorrere ai valori forti, definiti non negoziabili, per alimentare divisioni ed esclusioni. Anche se scendere sul terreno del confronto con la Chiesa uno è sempre stimolante, è la Chiesa due, per me, quella che possiede oggi una sensibilità conciliare. (fai il download dell'intero testo)


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Date gio 12/03/2009 @ 06.21
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Mazzolari - La Messa della parrocchia

Non una Messa pontificale, non una Messa in una basilica o in una abbazia benedettina, ma la più povera delle Messe, celebrata dal più povero dei sacerdoti.
La nostra chiesa è la più povera delle chiese.
Il vescovo non s’illuda se in visita pastorale la trova quasi bella. Siamo anche noi dei poveri uomini che, quando viene il superiore, danno un colore di festa anche agli stracci.
Ma non vergognamoci della povertà della nostra chiesa, che s’intona assai bene con la Messa e fa meno paurosa la nostra povertà. (fai il download dell'intero testo)


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Date lun 11/16/2009 @ 09.22
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Pronzato - Il vento dello Spirito

Il vento "scherzoso" della Pentecoste
Ho il sospetto che specialmente lo Spirito Santo ami scherzare, farsi gioco delle nostre previsioni, smentire clamorosamente le nostre sentenze "inappellabili", mandare all'aria i nostri rigidi schemi. Sarebbe interessante scrivere la storia della Chiesa mettendo in evidenza gli scherzi compiuti dallo Spirito, ad esempio suscitando un san Francesco d'Assisi o un papa Giovanni.
"Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano" (Atti degli Apostoli 2,2).
Per favore, non blocchiamo le serrature. Almeno una volta, proviamo ad essere sbadati. Lasciamo socchiuse porte e finestre, in modo che quel vento impertinente le sbatta fragorosamente e irrompa dentro combinando tutti gli scherzi che vuole.
Non facciamolo filtrare semplicemente attraverso... (continua - fai il download dell'intero testo)


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Date gio 11/12/2009 @ 09.44
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Bianchi - Benedetto latinorum

‘‘La messa antica era un monumento della fede, ma non provo nostalgia: solo pochi capivano’’
(...) A quei tempi la domenica era ancora «la domenica»: il week-end era parola e prassi sconosciuta, nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutti dalla dispersione delle cascine in campagna e dai luoghi di lavoro cercavano di ritrovarsi, di incontrarsi per «fare due parole» e rinnovare così la conoscenza e l’amicizia. In chiesa entravano solo donne, ragazze e qualche raro anziano devoto e così iniziava la messa cantata con molta convinzione e fervore, anche se quella gente semplice di campagna non capiva né quello che cantava in latino né tanto meno quello che, sempre in latino, diceva il prete. Il prete, dopo alcune formule recitate ai piedi dell’altare, saliva gli scalini e cominciava a «dire messa», voltandosi solo per qualche «Dominus vobiscum», cui la gente rispondeva «et cum spiritu tuo», ma cosa dicesse il prete negli oremus o cosa leggesse dal messale nessuno lo sapeva o la capiva. Messalini per i fedeli a quell’epoca non ce n’erano, non li avevano nemmeno le suore: quelli famosi del Caronti o del Lefebvre erano merce rarissima e io, conoscendo bene il latino, ero uno dei pochi che poteva seguire ogni parola. Quanto al Vangelo, il prete lo leggeva dapprima in latino sull’altare, con le spalle girate al popolo, poi si voltava e, recatosi alla balaustra, lo leggeva in italiano per la gente: era quello l’unico testo che tutti capivano, seguito dalla predica in cui trovava spazio ogni genere di ammonizione ed esortazione, attinente più alla situazione e alle vicende locali che non al brano appena letto. Al momento dell’offertorio - ero chierichetto sempre presente - il prete mi mandava fuori sulla piazza a chiamare gli uomini perché entrassero a «prendere messa», altrimenti quella non sarebbe stata più «valida» per loro. Così, mentre le donne recitavano il rosario sottovoce e gli uomini continuavano a parlottare, la messa procedeva spedita, con il prete che bisbigliava tutte le formule. Solo al momento dell’elevazione il campanello avvertiva, svegliava e richiamava tutti: mentre il prete innalzava prima l’ostia poi il calice e si genufletteva, il silenzio si faceva totale e assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti vivevano con grande timore il momento culminante di tutta la messa. Prima della comunione del prete - normalmente l’unico a comunicarsi durante la messa - gli uomini uscivano dalla chiesa e riprendevano i loro capannelli, mentre le donne intonavano canti pii e devoti. (fai il download dell'intero articolo)



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Date sab 10/31/2009 @ 08.22
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Sinodo dell'Africa - Proposizioni finali

Il Sinodo di una nuova Pentecoste
Se la Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi fu chiamata “sinodo della risurrezione e della speranza” (EIA, 13), i Padri sinodali, in comunione con il Santo padre il papa Benedetto XVI, vedono questa Seconda Assemblea Speciale come il sinodo di una “nuova Pentecoste”.
Grati a Dio, ringraziano il Santo Padre per la provvidenziale decisione di convocare questo sinodo.
I Padri sinodali perciò sono contenti di testimoniare il carattere universale di un’assemblea sinodale alla presenza del Santo Padre, come suoi più stretti collaboratori e rappresentanti della Chiesa dagli altri continenti.
Pregano che lo Spirito della Pentecoste rinnovi la nostra apostolica dedizione ad operare perché la riconciliazione, la giustizia e la pace e l’umanità in generale prevalgano in Africa e nel resto del mondo, mentre non avvenga che gli immensi problemi che gravano sull’Africa ci travolgano, e perché diventiamo “sale della terra” e “luce del mondo”.
Questo esercizio di comunione ecclesiale e responsabilità collegiale ispiri altre strutture e forme di ministero di cooperazione nella Chiesa-Famiglia di Dio. (fai il download dell'intero testo)


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Date ven 10/30/2009 @ 06.47
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Mazzolari - Dal vicario

dal romanzo "La pieve sull'argine" di don Primo Mazzolari
Attraverso l’atrio, che dà sul primo cortile del vescovado, ove due pavoni, nei giorni di gala, gareggiano con i monsignori, per un secondo breve cortile chiuso in alto da un lucernario si entra negli uffici di curia, un tempo appartamento della famiglia vescovile.
«Sedetevi, sedetevi, signor tenente».
La tentazione era invece di uscire, lasciandolo solo nella poltrona ove s’era buttato più che seduto, con un oh! che pareva uno sbadiglio. E poiché don Stefano rimaneva in piedi come se non avesse sentito e con tale silenzio che l’imbarazzava: «Dicevate che venite da parte di don Ferretti, missus dominici...». «No, monsignore. Ho visto don Ferretti, ieri, a Levico: ci siamo anche parlati a lungo, ma non ho nessun incarico da parte sua. Non gli ho neanche detto che venivo qui. Fu durante il viaggio che mi decisi».
«Ah... un’ispirazione! Le ispirazioni vengono dal Signore o...».
Non lo lasciò finire. «Non so donde venga la mia. Sento che presentare la tribolazione di un confratello a un proprio superiore e proporre... no, mi sbaglio, pregare che il superiore non chiuda la porta in faccia al figliuolo smarrito, e supplicarlo di fare un ultimo tentativo, non possa venire dal maligno».
«Il maligno, il maligno!», e si mise a ridere forte. «Noi di una volta, lo chiamiamo il diavolo. Il maligno!». E poiché l’altro s’era irrigidito davanti ad un’ironia che gli gelava il cuore: «Dite, giovanotto; cosa vuole quel vostro amico?».
«Nulla vuole. Siamo noi, sono io che oso pensare e suggerire che basterebbe...».
«Cosa basterebbe?».
«Un po’ di cuore, forse; un po’ di paternità, come per il prodigo».
«Il prodigo, il prodigo? Vi deve piacere assai questa parabola. Non dimenticate che c’è anche la parabola dei rami secchi, che vengono tagliati e messi a bruciare. C’è anche l’invitato senza veste nuziale e sapete la sua sorte... in tenebras exteriores, capite? Hanno visto un po’ di mondo, questi giovanotti e ne sono rimasti abbacinati. E pretendono che la chiesa si pieghi ai loro miraggi... (fai il download dell'intero capitolo)



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Date gio 10/22/2009 @ 08.59
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Martini - Perché mi sta a cuore la lectio divina

Perché mi sta a cuore la lectio divina
«Che cosa si vuole ottenere in particolare aiutando i giovani a entrare in un contatto vivo con la Scrittura? Si vuole ottenere anzitutto che un giovane si senta interpellato direttamente da Dio, che impari cioè ad ascoltarlo. Non semplicemente che conosca la Scrittura o ascolti un bravo biblista, ma che si senta personalmente interpellato dalla Parola. Quando questo accade, facciamo un’esperienza indimenticabile; basta farla una volta perché si radica nella vita e continua ad attrarci verso la Scrittura. Scrive un esegeta contemporaneo: «Quando una sola parola del Signore per la prima volta interpella il cuore di una persona, lì la grazia del Battesimo diviene santamente operante». E il vivere da cristiano diviene davvero il vivere di fronte al "Tu" di Dio, di Gesù che ci chiama, ci interpella. Allora non abbiamo più bisogno di altre raccomandazioni, di sussidi esterni perché la Parola ha colpito dentro. Allora la risposta di chi si sente interpellato diventa anche risposta vocazionale: «Signore, che cosa vuoi da me?». (...)

Dunque, il nostro desiderio è di aiutare tutti i giovani a lasciarsi interpellare da Dio, a imparare ad ascoltarlo anche (non solo) a partire dalle pagine bibliche dove Dio parla oggi all’uomo nello Spirito, così da rispondergli. E allorché un giovane capisce che le Scritture parlano di lui e a lui, si inizia quel dialogo che non si fermerà più, di cui si sentirà sempre nel profondo del cuore una grande nostalgia. La conoscenza di Gesù e del cristianesimo sarà solida, integrata, non appiccicata, e la persona diverrà essa stessa, in qualche modo, parola di Dio per gli altri».
(fai il download dell'intero articolo)



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Date gio 10/01/2009 @ 10.57
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Pronzato - Abbiamo bisogno

- Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno... E anche:
- Sapessi ciò di cui non hai bisogno, nonostante la pubblicità e le mode congiurino per crearti bisogni fasulli.
Sapessi che cosa ti manca per essere uomo, per avere una faccia un po’ più presentabile di cristiano.
Purtroppo credi di aver bisogno di una congerie incredibile di cose inutili, di un cumulo di carabattole. Ne hai bisogno, non puoi farne a meno, e tutti sono disposti ad offrirtele, per nascondere le tue reali necessità, e non prendere coscienza dell’importante, dell’essenziale.
Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario.
Hai bisogno di Dio, ma insieme hai paura di ammetterlo.
Hai bisogno di tenerezza, però assumi una maschera di durezza.
Hai bisogno di ascoltare, e continui a parlare... (continua)
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Date mer 09/02/2009 @ 09.26
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Tonino Bello - Maria donna del primo passo

Maria donna del primo passo.
«La risolutezza di Maria. È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. E lei che s'inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall'esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l'iniziativa. Dall'accenno discretissimo dell'angelo ha avuto la percezione che la sua parente doveva trovarsi in serie difficoltà. Perciò, senza frapporre indugi e senza stare a chiedersi se toccava a lei o meno dare inizio alla partita, ha fatto bagagli, e via! Su per i monti di Giudea. «In fretta», per giunta. O, come traduce qualcuno, «con preoccupazione». Ci sono tutti gli elementi per leggere, attraverso questi rapidi spiragli verbali, lo stile intraprendente di Maria. Senza invadenze. Stile confermato, del resto, alle nozze di Cana, quando, dopo aver intuito il disagio degli sposi, senza esserne da loro pregata, giocò la prima mossa e diede scacco matto al re. Aveva proprio ragione Dante Alighieri nell'affermare che la benignità della Vergine non soccorre soltanto colui che a lei si rivolge, ma «molte fiate liberamente al dimandar precorre».
Santa Maria, donna del primo passo, ministra dolcissima della grazia preveniente di Dio, «alzati» ancora una volta in tutta fretta, e vieni ad aiutarci prima che sia troppo tardi. Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà. Prenditi il diritto di precedenza su tutte le nostre iniziative. Quando il peccato ci travolge, e ci paralizza la vita, non aspettare il nostro pentimento. Previeni il nostro grido d'aiuto. Corri subito accanto a noi e organizza la speranza attorno alle nostre disfatte. Se non ci brucerai sul tempo, saremo incapaci perfino di rimorso. Se non sarai tu a muoverti per prima, noi rimarremo nel fango. E se non sarai tu a scavarci nel cuore cisterne di nostalgia, non sentiremo più neppure il bisogno di Dio».
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Date sab 08/15/2009 @ 07.05
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Galimberti - Il pudore

Il pudore è quel sentimento che difende l’individuo dall’angoscia di naufragare nella genericità animale e, rinunciando a se stesso, percepirsi come semplice funzionario della specie. Non è quindi vero che il pudore limita la sessualità, il pudore la individua, sottraendola a quella genericità in cui si celebra il piacere nel misconoscimento dell’individuo. Per questo c’è un rifiuto a concedersi sessualmente finché l’amore non è certo e provato.
E questo soprattutto nella donna, in cui il legame con il corpo e con la pulsione riproduttiva è più forte di quanto non lo sia nell’uomo. E quindi più incerto il confine del riconoscimento di sé come quella certa individualità da non confondere con le altre.
Il pudore allora non è una faccenda di vesti, sottovesti o intimo abbigliamento, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro. Si può infatti essere nudi senza nulla concedere, senza aprire all’altro neppure una fessura della propria anima. La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla sulla nostra disponibilità all’altro. Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e dallo sguardo degli altri irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. E qui l’intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che se «essere in intimità con un altro» significa «essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro», nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità che a quel punto non è più disponibile neppure per noi. (fai il download dell'intero articolo)


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Date ven 07/24/2009 @ 06.57
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Martini - La ricerca di Maria Maddalena

Circa gli atteggiamenti di Maria Maddalena è nata, come accade sovente, una diatriba fra gli esegeti. (...) A mio avviso, il suo è un comportamento ancora asai imperfetto e, di conseguenza, mi meraviglio e mi rallegro che Gesù non ne tenga conto. Egli tiene conto dell’amore, del pianto, della perseveranza, dell’emozione profonda di affetto per lui, e la premia, senza merito della donna.
Ella quindi compie un itinerario, nel quale si delineano i diversi livelli del servizio cristiano. - Maria era stata la servitrice fedele: insieme alle altre donne, aveva seguito Gesù diligentemente, provvedendo al suo sostentamento e al suo benessere, a lavare i vestiti, a preparare la cena. - Ora diviene un’amante estatica, fuori di sé, che non sa nemmeno bene ciò che fa e dice, mossa più dall’affetto che dal ragionamento: il suo ragionamento è certamente sbagliato, la sua teologia è errata, e tuttavia ama moltissimo. Per questo ho ricordato la donna in casa di Simone, che «ha molto amato». Maria non ritiene più se stessa il centro della propria esistenza, perché è totalmente sbilanciata verso Gesù. - E lui, passando sopra tutte le imperfezioni della sua fede, della sua ricerca, le si manifesta, così che ella si sente amata immensamente. E l’eccesso della benevolenza di Gesù, che per primo si presenta a lei, la chiama semplicemente per nome, in qualche maniera apprezza la sua follia. E l’eccesso d’amore di cui si sente oggetto fa di lei una annunciatrice del Vangelo.
In questi tre “volti” della Maddalena - che è passata da servitrice fedele e diligente a essere amante estatica e infine annunciatrice del Risorto, ricolma del suo amore - si nasconde per così dire il messaggio per noi. È il messaggio dell’eccesso. (fai il download dell'intera meditazione)


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Date mer 07/22/2009 @ 04.57
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Carlo Carretto - La donna

«E adesso dov’è finita la donna per me? E’ assente dalla mia vita di consacrato? Quale tristezza sarebbe la mia! No, il celibato non giustifica l’assenza della donna, come il vivere solo non giustifica l’assenza dei fiori nel mio giardino e dell’acqua fresca nella mia fontana. No, non era ciò che Dio voleva da me; escludere dal mio amore metà del genere umano... La donna è tornata ad affacciarsi alla mia esistenza? E come poteva non essere se volevo essere Chiesa e vivere nella Chiesa? Come potevo escludere la metà del genere umano e come potevo accantonare la possibilità di un amore di tante sublimi creature? Perché devo ben dirlo, erano sublimi. Nelle parrocchie le più vivaci, nelle comunità le più fedeli, nell’evangelizzazione le più attente, nelle cordialità le più simpatiche, nel dono di sé le più generose. No, non potevo escluderle, non le ho escluse! Di più, le ho amate! Con loro era tutto più facile: la casa più ordinata, la voglia di lavorare più semplice, i rapporti più scorrevoli, l’unità più naturale, la gioia di vivere più grande. E’ un fatto! (...) Mi permetto ancora una confidenza. Quando ero ragazzo avvertivo una segreta compiacenza ad essere maschio. Ora non è più la stessa cosa... E per tanti motivi... Ve ne confesso uno solo che è nato nel più profondo del mio profondo: avverto che la donna è migliore di me. Nel cammino verso Dio, che è l’unica cosa che mi interessa, la sento sempre un piccolo passo avanti di me. Nell’umiltà più umile, nella pazienza più forte, nella carità più vera. Non sono geloso di natura, ma mi è facile vedere che Dio guarda la donna con predilezione e mi dice quasi sempre: «Vedi e impara...». Nel cammino verso Dio la donna è facilitata. Non per nulla le donne sono le più disponibili al problema religioso. E non è per la loro debolezza. E’ perché sono fatte meglio. E’ indiscutibile! E’ perché Dio , pensando alla creazione l’ha pensata al femminile. Come deve essere caro a Dio l’abbandono della donna nell’amore e nelle cose più grandi di lei! Come deve prediligere il suo silenzio, aperto a Colui che viene!». (fai il download dell'intero testo)


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Date ven 07/03/2009 @ 06.35
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