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Ambrogio - Il segno di Cristo in noi |
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Noi nasciamo là dove rinasciamo. E sono partorite quelle anime in cui si forma l'immagine di Cristo (...): partorisce, infatti, colui che riceve nelle sue viscere lo Spirito della salvezza e lo infonde negli altri (...). Cristo è il segno sulla fronte, è il segno nel cuore: sulla fronte, affinché sempre lo professiamo; nel cuore, perché sempre lo amiamo; il segno nel braccio, perché sempre, operiamo. Risplenda, dunque, la sua immagine nella nostra professione di fede, risplenda nel nostro amore, risplenda nelle opere e nei fatti, in modo che, se possibile, tutto l'aspetto di Cristo si esprima in noi. Sia lui la nostra testa, perché (...)
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mar 05/15/2012 @ 06.21 |
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Erri De Luca - La fede di Giuseppe |
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Un sogno di Ioséf
di Erri De Luca, Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 26-29
«Lui ci ha fatto, e di lui noi siamo»: questo dice il Salmo numero cento, caro maestro Ioséf. Ci ha fabbricato fragili, di argilla, perciò più di così non possiamo pretendere da noi. Ci deve bastare sapere: «di lui noi siamo», apparteniamo alle sua onnipotenza.
Avete di certo ragione, l'età che v'imbianca la barba ha visto e conosce più cose di me. E vi sono riconoscente per avere accolto me e mia moglie Miriam accanto al vostro fuoco. La mia difficoltà è che non riesco a credere alla sua volontà di imporci tutti questi affanni. I romani occupano il nostro suolo, mettono il loro Giove sopra il tempio di Gerusalemme, crocifiggono i nostri giovani che si ribellano. E ci impongono tasse su tasse. Ora pure questo censimento obbligatorio in pieno inverno: devo portare su sentieri di fango e di neve mia moglie incinta all'ultimo mese. Non posso credere che tutto è opera della sua volontà. Lo dico per difendere il nostro Elohìm, non per accusarlo (...)
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gio 04/26/2012 @ 06.11 |
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Erri De Luca - Gesù, falegname crocifisso |
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tratto da Erri De Luca, Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 20-25
Indagine su un falegname
(...) L'albero è forza verticale di natura, spinta dal suolo a sollevarsi in alto. Somiglia alla postura della specie umana. (...) Lui è falegname, un mastro di alberi e di tagli, un fornitore di arnesi per la comunità. Gesù nasce in una stalla, ma cresce in una bottega di artigiano. Le sue mani diventano larghe a forza di stringere manici, sono ammaccate a forza di martello, hanno unghie spezzate, sono dure di schegge incarnite, di calli lubrificati con lo sputo. La sua saliva prodigiosa prima di sanare lesioni, si seccava sul palmo migliorando la presa delle dita. L'interno delle sue mani ha il colore cupo del tannino che penetra nei pori mischiandosi al sudore. La sua faccia ha occhi abituati a stare stretti contro i frantumi di lavorazione che schizzano anche al volto. Il suo naso fiuta le resine, le colle, il grasso e il bitume e la canapa e il sudore di ascelle. Cresce di peso e forza, ha di certo appetito, ha gusto per il pesce; meno per la carne. E' di Nazareth in Galilea (...)
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mar 04/03/2012 @ 06.33 |
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La crisi come opportunità |
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Tempo di crisi: economica, finanziaria, politica, e così via.
Ma negli ultimi anni si sta parlando comunemente, e sempre più di frequente, della crisi della chiesa, nel suo complesso: in genere limitandosi a leggere in chiave sociologica questo concetto, mentre a ben vedere si tratta di una connotazione fortemente teologica.
E senza considerare che la condizione di crisi, per i cristiani, dovrebbe essere una situazione - per dir così - normale. In un testo preparatorio alla conferenza del Consiglio missionario internazionale (IMC) di Tambaram del 1938, il missiologo evangelico olandese Hendrick Kraemer proponeva tale idea nei seguenti termini: "Rigorosamente parlando, si dovrebbe dire che la chiesa si trova costantemente in uno stato di crisi e che il suo più grave limite è che ne è consapevole soltanto di tanto in tanto". Cosa che avviene, proseguiva, a motivo della "tensione permanente fra la (sua) natura essenziale e la sua condizione empirica".
Perché allora questo elemento di crisi e di tensione lo percepiamo solo di tanto in tanto?
(continua - fai il download dell'intero testo)
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mar 11/29/2011 @ 09.49 |
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Grillo - Sulla liturgia in latino |
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La recente Istruzione Universae Ecclesiae accentua ulteriormente i motivi di perplessità che il motu proprio Summorum Pontificum del 2007 aveva aperto in larga parte del corpo ecclesiale. Soprattutto perché inaugura una fase nuova, nella quale non si intende tanto rispondere a una domanda esistente, quanto addirittura suscitarne una per ora assente! Questo a me pare sia oggi l'elemento pastoralmente piú preoccupante. Se i vescovi non possono piú controllare la forma rituale delle celebrazioni nella propria diocesi e se, nel frattempo, un gruppo stabile può essere costituito da cristiani appartenenti anche a diocesi diverse, allora è evidente come il nuovo documento approfondisca il disagio e il disorientamento del popolo di Dio, a cominciare dai vescovi.
riformare la riforma
Da un certo punto di vista Universae Ecclesiae non sembra tener conto dei tre anni di sperimentazione che il motu proprio richiedeva. E qui occorre essere molto chiari: delle due l'una. O i vescovi che hanno mandato alla fine del 2010 le loro relazioni sui tre anni di esperimento del motu proprio si sono limitati a fare complimenti senza esprimere il disagio vissuto dalle loro diocesi; oppure gli organi preposti alla ricezione delle reazioni hanno registrato e valorizzato soltanto quelle (poche) favorevoli. In ogni caso si tratta di una grave sconfitta per la comunicazione e per la parresia all'interno della Chiesa, con l'affermarsi di uno stile clericale che separa realtà e rappresentazione, creando a dismisura finzioni giuridiche e fatti illusori. (...)
La presenza del «rito extraordinario» è talmente marginale e irrilevante che non può creare il problema di un «nuovo rito comune». In realtà risulta fin troppo palese il disegno di gonfiare il rito extraordinario al punto tale da dover poi invocare un «nuovo rito comune» per sanare il male fatto. (...)
Vorrei chiarire un ultimo punto problematico di tutta questa infelice operazione con cui si cerca di rimettere in piedi ciò che per il 99% dei cristiani è ormai chiuso in una storia che è finita. In nessun modo si possono mettere sullo stesso piano due forme rituali di cui la seconda è nata per rimediare alle povertà, alle fragilità e alle distorsioni della prima. (...)Me lo spiegherà qualcuno prima o poi come si possa aderire alla Riforma con un atto che di fatto la smentisce e la riduce a un optional? Alla fine bisogna riconoscerlo apertamente: in campo liturgico dovremmo tutti dedicarci alle cose serie, evitando di coltivare disegni nostalgici certamente senza vita e senza futuro, talvolta anche senza pudore e senza dignità. (continua - fai il download dell'intero testo)
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sab 11/26/2011 @ 10.14 |
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Bianchi - Lo Spirito Santo e l'interpretazione della Scrittura |
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(...) La Chiesa indivisa ha saputo cogliere nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture sante la fonte viva della vita spirituale del credente, l’autentica vita secondo lo Spirito.
Spirito che, entrato nel credente attraverso il battesimo, nutre e fa crescere la vita divina nel cristiano alimentato dalla Parola. Gregorio Magno aveva espresso questa verità spirituale con una formula icastica: Scriptura crescit cum legente, la comprensione della Scrittura si accresce con la maturazione spirituale di colui che la legge e la interpreta.
Ma la lettura della Scrittura, soprattutto nella tradizione delle Chiese d’Oriente, è sempre una lettura nello Spirito, e quindi anche nella comunità dei credenti radunata dallo stesso Spirito, in unità vivente tra adempimento dei comandamenti, preghiera e rendimento di grazie nella liturgia. La lectio divina è l’incontro con una persona viva, con Dio stesso che parla, per questo, secondo i padri, presuppone un certo grado di maturità spirituale e non può essere svincolata da una vita di ascesi interamente orientata a Dio: «Qualunque cosa tu faccia, appoggiati sulla testimonianza delle sante Scritture», diceva Antonio, il padre dei monaci.
Se le parole della Scrittura sono “spirito e vita” (Gv 6,63), la conoscenza che scaturisce dalla Scrittura è “insegnamento dello Spirito”, è conoscenza rivelata ai “piccoli” (cf. Mt 11,25-27) ed è frutto di interpretazione spirituale. La Scrittura stessa rimanda il lettore allo Spirito santo come proprio principio ermeneutico. «È in essa che si comprende lo Spirito», scrive Massimo il Confessore indicando la Scrittura come principio di trasfigurazione, di divinizzazione. Dal canto suo, Gregorio Magno afferma che la Scrittura è “interprete di se stessa”...
(continua - fai il download dell'intero testo)
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ven 11/25/2011 @ 08.14 |
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Martini - Il "consigliare" nella Chiesa |
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(...) Strettamente connessa con la prudenza - prosegue san Tommaso - è la eubolia, la rectitudo consilii, cioè la capacità di ben consigliare.
Non esiste decisione saggia, prudente, se precedentemente non c'è stato un processo di consiglio. Questo processo implica due cose: la capacità di ben consigliare in coloro che sono chiamati a dare consiglio, e la docilità in coloro che devono rendersi disponibili a quanto viene consigliato.
L'Aquinate sottolinea l'importanza di questa docilità che è pure parte integrante della prudenza, per chi ha delle responsabilità. Nessuno, infatti, è in grado di avere sempre la conoscenza sufficiente e globale della situazione su cui deve decidere e per questo ha bisogno della collaborazione di persone sperimentate e prudenti che lo aiutino.
E poiché, sempre secondo san Tommaso, la prudenza e la capacità di consigliare sono proprie di tutti i cristiani, anche i nostri Consigli fanno appello a tale capacità di consigliare, per il bene della comunità. (continua - fai il download dell'intero testo)
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dom 10/16/2011 @ 06.11 |
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Delbrel Madeleine - Liturgia laica |
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Tu ci hai condotto stanotte in questo bar che ha nome "chiaro di luna".
Volevi esserci Tu, in noi, per qualche ora, stanotte.
Tu hai voluto incontrare,
attraverso le nostre povere sembianze,
attraverso il nostro miope sguardo,
attraverso i nostri cuori che non sanno amare,
tutte queste persone venute ad ammazzare il tempo.
E poiché i Tuoi occhi si svegliano nei nostri e il tuo Cuore si apre nel nostro cuore,
noi sentiamo il nostro labile amore aprirsi in noi come una rosa espansa,
approfondirsi come un rifugio immenso e dolce per tutte queste persone,
la cui vita palpita intorno a noi.
Allora il bar non è più un luogo profano, quell'angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle.
Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati
la cerniera di carne, la cerniera di grazia,
che lo costringe a ruotare su di sé, a orientarsi suo malgrado e in piena notte
verso il Padre di ogni vita.
In noi si realizza il sacramento del Tuo amore.
Ci leghiamo a Te con tutta la forza della nostra fede oscura;
con la forza di questo cuore che batte per Te,
Ti amiamo, li amiamo, perché si faccia di noi tutti una cosa sola.
(continua - fai il download dell'intero testo)
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sab 10/01/2011 @ 11.49 |
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Pronzato - Insegnami a dormire |
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(...) Tu, Signore, devi prendermi «per sonno». Di giorno, sto all'erta. Ho imparato a difendermi da Te. So come ci si difende dal Tuo Vangelo, specialmente dalle pagine più scomode. Con le armi del buonsenso e della cultura riesco a neutralizzare i Tuoi paradossi. E se qualche Tuo colpo arriva fino a me, trovo il modo di renderlo innocuo, inserendolo in un casellario appositamente approntato, dove tutto viene sistemato, ogni cosa al proprio posto, ogni idea in ordine, nulla deve darmi fastidio. Di notte, invece, sono costretto ad abbandonare la difesa. A smantellare i bastioni della «ragionevolezza». È quello il Tuo momento, Signore! Approfittane. Prendi in mano le briglie che di giorno ho preteso stoltamente di tenere strette tra le mie dita. Suggeriscimi le cose giuste. Dimmi ciò che devo fare. Ricostruiscimi, mentre dormo. (continua - fai il download dell'intero testo).
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mar 07/26/2011 @ 04.02 |
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Belpoliti - La guerra dei fatti nostri |
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(...) Da tempo gli psicologi e i sociologi ci segnalano la fine di quelle che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk chiama le «banche dell’ira», ovvero le istituzioni che permettevano di mettere a deposito, in modo fruttifero, le frustrazioni, i risentimenti, gli odi, l’ira, suscitate dalle tensioni sociali e personali che attraversano le società moderne, e non solo quelle. Le fondamentali banche dell’ira erano, da un lato, il cristianesimo, ovvero la Chiesa cattolica, in Italia, e l’ideologia socialista e comunista, dall’altro, in Europa. Rinviando gli individui frustrati al Regno dei Cieli o alla società socialista o comunista, si raccoglieva il risparmio delle persone e lo si metteva a frutto, erogando in futuro un credito che maturava, come ci ricorda in un capitolo del suo libro Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi). Nella disgregazione di queste istituzioni, che hanno perso la loro presa sulla società, non ci sono più contenitori capaci di mantenere la pentola in ebollizione senza però farla esplodere. Il rancore e il risentimento sono il vero mood della società postmoderna che consuma le proprie energie frustrate nella microconflittualità... (continua - fai il download dell'intero articolo).
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mar 07/26/2011 @ 03.26 |
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Beretta - Canti mariani: povertà teologica |
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«Mira il tuo popolo, o bella Signora...». In questi giorni di maggio mi sono ritrovato anch'io, al termine delle «funzioni» (si chiamano ancora così? Spero vivamente di no) mariane, a cantare il classico inno. E a chiedermi all'improvviso che cosa mai stessi dicendo... (continua - fai il download dell'intero articolo).
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mar 07/26/2011 @ 03.14 |
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Bobin - Guardami, guardami! |
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(...) Non si impara tutto da soli, naturalmente. Bisogna passare attraverso qualcuno per raggiungere la parte più segreta di sé. Attraverso un amore, una parola o un viso. O attraverso un piccolo cavallo chiaro. Quando la lezione è terminata, il pomeriggio è appena cominciato. Altre lezioni iniziano, meno felici. I compiti per casa ancora da fare. E l’obbligo sfinente di sedersi davanti al pianoforte nero, come ogni giorno.Lascia il cavallo bianco con rimpianto. È l’eterna domanda di ogni volta, l’oscuro enigma: perché non restare qui. Visto che qui sono felice. Poiché accanto al cavallo bianco sono più vicina a me stessa. Perché allora andare avanti, continuare, perché dunque tutte quelle ore che mi allontanano da me stessa come da tutto.(...) (continua - fai il download dell'intero testo)
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mer 05/18/2011 @ 09.53 |
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Pronzato - "Hanno tradito Giuda" |
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(...) Poco m’importa quale trattamento riservino le penne illustri a Giuda. Ho sempre la possibilità, al colmo del disgusto, di chiudere i libri dove gli si rovesciano addosso le requisitorie più spietate, e aprire il Vangelo. Qui Gesù, nel momento stesso in cui Giuda consuma il tradimento attraverso uno dei segni più sacri dell’amore, il bacio, tira fuori dal vocabolario del proprio cuore un unico nome: «Amico!». Ciò mi basta. Gli epiteti obbrobriosi che gli hanno affibiato i grandi letterati, non m’interessano più. Per chi sa leggere il Vangelo, c’è una sola definizione accettabile di Giuda: l’amico del Cristo. No. Non mi scandalizzo che Gesù abbia chiamato il traditore con l’epiteto di «Amico». È una cosa anzi, che mi pervade di gioia. Perché quel nome spetta anche a me di diritto. Anch’io, infatti, ho imparato a tradire. Anch’io ho tradito mille volte. Ognuno degli Apostoli, per un momento, ha avuto coscienza che poteva essere lui il traditore...(...) Gli Apostoli, nonostante il cibo soprannaturale che era stato «fabbricato» proprio in quel momento da Gesù, sono rimasti tranquillamente al proprio posto. Non si sono spinti a rincorrere Giuda. Eppure, probabilmente, il Cristo aspettava qualcosa del genere da loro. Sperava che il proprio Corpo sarebbe servito a compiere quel gesto pazzo. Invece ha dovuto assistere, deluso, a un secondo tradimento. Il tradimento degli amici verso il traditore... (continua - fai il download dell'intero testo)
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gio 05/12/2011 @ 06.14 |
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Martini - La spiritualità del laico |
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(...) Il gesto della donna che versa il profumo sui piedi di Gesù (cfr Mt 26,6-13) è quello che, in altre parole evangeliche, appare, per esempio, come il vino alle nozze di Cana. E’ il superfluo necessario, è quel «di più» che potrebbe non esserci e che però indica l’umanità che si dona con autenticità di amore, di affezione, di affettuosità, di simpatia, di disponibilità, di spreco, al limite, ma perché la persona vale più di tutto, ha un valore inestimabile! É quindi il segno del valore della persona e del primato dell’incontro personale. Di fatto Gesù, volendo definire l’azione della donna, che è criticata dai discepoli, la chiama «opera bella». Il testo italiano fa leggere: «un’azione buona». Il testo greco dice: «opera bella», degna dell’uomo, in cui l’uomo si esprime al meglio. Abbiamo sentito ripetere, nell’Evangelo dei giorni feriali di queste settimane di Quaresima: «Vedano gli uomini le vostre opere belle e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16). (...) Le opere belle non sono quindi le opere esteriori - come appunto preghiera, digiuno, elemosina - bensì quelle descritte nello stesso capitolo 5: le beatitudini. “Opera bella” è l’essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l’essere di cuore semplice (i puri di cuore), l’essere operatori di pace. Il gesto di questa donna appartiene dunque non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona, così come le beatitudini sono atteggiamenti vissuti dalla persona.(continua - fai il download dell'intera meditazione)
Carlo Maria Martini, La spiritualità del laico, 20.03.1987
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mer 05/11/2011 @ 05.48 |
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Beretta - Il "relativismo" buono |
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(...) Come accade sempre allorché le idee (anche buone) si trasformano in slogan perdendo per ciò stesso ogni sfumatura, gli zelanti epigoni pontifici hanno bandito una sorta di «crociata delle certezze» in cui qualunque elemento proveniente dall'apparato ecclesiastico - e preferibilmente quelli più «tradizionali» - diventa una «verità definitiva», un «assoluto», appunto un «valore irrinunciabile». Ma il vitello d'oro è sempre in agguato; e direi che oggi parla volentieri in latino. Infatti la Chiesa (e per riflesso il suo clero) si appropriano spesso di attributi che spettano solo a Dio: l'immutabilità, l'onniveggenza, l'impossibilità di sbagliare, la capacità di astrarre dalle contingenze della storia e delle passioni, e così via. Ma, se è vera l'affermazione di don Lorenzo Milani per cui «si può essere eretici per eccesso tanto quanto per difetto», io vorrei allora invocare la Santa Inquisizione - per scherzo, eh! - non solo sui malvagi progressisti, o sui soliti catto-comunisti; ma anche sui tradizionalisti per i quali «il Concilio di Trento e poi più»; sui buoni borghesi che «i riti di una volta, quelli sì che davano il senso del sacro!»; sui gattopardi secondo cui il Vaticano II è soltanto un cambiamento perché nulla cambi davvero; su quanti si arroccano nelle forme di una presunta «purezza cattolica» quasi fosse un castello intangibile; su coloro che vestono la talare come una corazza e invocano la preminenza del celibato sugli altri stati; sui vescovi che considerano verità di fede le proprie interviste e sui laici che li rincorrono di continuo per cercarvi sicurezze... (continua - fai il download dell'intero articolo)
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dom 05/08/2011 @ 08.32 |
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Erri De Luca - L'amore di Sansone |
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Ci sono uomini per i quali l’amore è una delle forme della resa, cui si consegnano pezzo su pezzo, vestibolo in cui si spogliano di tutte le resistenze. Altre due volte ancora Dalila ritenterà l’identica trappola, mettendo in pratica le false istruzioni che ha creduto di carpirgli. Alla terza volta perfino protesta: "Come puoi dire ‘ti ho amato’ se il tuo cuore non è con me: questa è la terza volta che mi inganni e non mi racconti in cosa sta la tua grande forza". Non lei tre volte lo tradisce ma lui tre volte la inganna?! Ha smesso di difendersi, Sansone, è entrato nell’ultima stanza dell’amore e si consegnerà come un pescespada alla fiocina. Lui che ha fatto strage di uomini, mai la colpirà né avrà una parola di rimprovero o di accusa verso colei che nasconde nell’alcova i suoi nemici mortali. Così sia l’amore, neghi l’esperienza, sia cieco come la prima volta, vergine nella sua fede. Al più ingiusto amante non rivolga censura. Se nella tragedia è possibile conservare uno stile, Sansone ne ha mostrato esempio. Sia lode agli amori ricambiati, ma non sembri assurdo il gesto dell’amante che affida la sua vita nelle mani di chi lo tradirà, perché non c’è altro mezzo, non si paga con altra merce che non sia la vita l’amore che si ha in corpo. Il sentimento cieco di Sansone l’accecherà: gli caveranno gli occhi i Filistei appena lo avranno tra le mani. Si è consegnato deliberatamente al suo destino, si è costituito al più vicino posto di tradimento. Qualunque cosa può dirsi di quest’uomo tranne che sia un ingenuo. "Però non sia fatta la mia, ma la tua volontà": salgono alla mente le parole riportate da Luca l’ultima sera sul monte degli Olivi. C’è un momento in cui un uomo si sente chiamato in maniera ineluttabile e può rispondere solo così. Come Cristo al bacio di Giuda, Sansone si affida all’abbraccio di Dalila. Le effusioni si prestano a doppiezze, ogni amato lo sa. (continua - fai il download dell'intero testo)
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sab 05/07/2011 @ 08.58 |
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Mazzolari - L'agonia dell'amore |
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... L’agonia dell’orgoglio e della concupiscenza, non è la tua agonia, Signore! Tu non soffri per avere o per portar via: tu muori per guadagnarti il diritto di dare, d’amare l’inamabile.
Rivedo certe mie esperienze, se voglio capire qualche cosa.
Quand’è che più veramente soffrii? Allor che vidi perduto un guadagno o rintuzzata una mia ambizione? No; quando nessuno ha badato al mio amore che amava d’amare.
Chi accetta la vita come urto d’egoismi non può sottrarsi alla lotta. L’agonia in tal caso è legge; ci ha un suo gusto.
Chi invece la sente come devozione è portato a credere — la logica degli uomini tende a sopravvivere anche fuori del mondo degli uomini — che gli altri lo lasceranno fare, accogliendone il dono con lieto e grato volto.
Invece è più facile fare accettare il male che il bene.
Ecco lo scandalo: lo scandalo dell’amore.
L’Amore non è amato.
L’Amore non è capito.
L’Amore è calpestato.
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mar 03/29/2011 @ 07.06 |
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Bianchi - La Bibbia codice di ospitalità |
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È una ricerca insolita scavare nelle Scritture per trovare non solo esempi, esortazioni e criteri della pratica dell’ospitalità, ma anche la consapevolezza che la Bibbia stessa è luogo di accoglienza, che nello ‘sta scritto’ c’è spazio per ospitare l’altro, per contenere qualcosa e qualcuno che non si esaurisce nella lettera del testo.
Del resto, la composizione stessa della Bibbia è caratterizzata da molteplici aspetti di ‘ospitalità’, a cominciare dall’accoglienza della diversità in unico testo: la Bibbia – tà biblía, i libri – è infatti una piccola biblioteca che raccoglie 73 libretti, di autori ancor più numerosi; sono libri scritti in tre lingue, ebraico, aramaico e greco; redatti nell’arco di tempo di circa un millennio e nell’ambito di un’area che va da Babilonia (l’attuale Iraq) a Roma; libri diversi come genere letterario, perché alcuni sono storici, altri poetici, altri sapienziali, altri giuridici.
Sì, la Bibbia è un libro plurale, frutto dell’accoglienza da parte di un popolo di Scritture che risentono di apporti culturali diversi: la sapienza dell’Egitto, di Babilonia, dell’Assiria, delle genti di Canaan e del deserto, dell’ellenismo. L’identità della Bibbia è data da una pluralità, una molteplicità, una diversità, e da questo si dovrebbe dedurre l’impossibilità di letture fondamentaliste e uniche. Basti pensare ai vangeli: c’è un solo Vangelo, ma quattro sono i ritratti di Gesù e – va confessato – così diversi, a volte in contraddizione tra di loro; eppure sono capaci di consegnarci, nel loro insieme, un Gesù che ha fatto per noi l’esegesi di Dio, una narrazione...
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dom 03/27/2011 @ 03.06 |
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Martini - Perché Gesù parlava in parabole |
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... La parabola di Gesù non sfocia in una spiegazione piana ed esplicita, magari introdotta dalla formula: «Questo racconto ci insegna che...». La parabola di Gesù mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso. L’esortazione che spesso risuona infatti è la seguente: «Chi ha orecchie per intendere, intenda», cioè «chi è in grado di capire, cerchi di capire». Gesù racconta parabole non certo obbedendo a schemi prefissati ma, al contrario, sull’onda della sua emozione interiore, sospinto dal bisogno di comunicare il mistero di Dio a coloro che gli stanno davanti. Le parabole sorgono dal cuore di Cristo, dalla sua passione per Dio e dal suo amore per l’uomo, dal bisogno impellente di svelare adeguatamente il volto del Padre, il segreto della sua opera di salvezza, la potenza del suo Regno e le conseguenze per la vita degli uomini. Abbiamo così toccato il punto essenziale. La peculiarità del linguaggio parabolico appare fortemente legata alla persona stessa di Gesù. Precisando meglio, diremo che tale peculiarità deriva dalla conoscenza di Dio che Gesù possiede e dalla sua attenzione per l’uomo. Nessuno più di lui è abilitato a rivelare il volto di Dio, la sua potenza, la sua volontà; ma come non tenere conto delle disposizioni d’animo di chi ascolta, della situazione personale degli uditori, della loro fatica a capire, della loro tendenza a fraintendere? Quando consideriamo le circostanze in cui Gesù racconta le parabole, ci accorgiamo di quanto egli sia attento ai suoi uditori. Da un lato, dunque, le parabole sono un vero insegnamento; esse parlano di Dio, della sua opera, delle conseguenze per la vita degli uomini, della risposta che Dio si attende; dall’altro, le parabole sono un atto di cortesia, di rispetto della libertà degli uomini, di condiscendenza, quasi di tenerezza. Gesù è un vero maestro anche per questo. Egli conosce il cuore degli uomini e perciò non ha fretta, sa adeguarsi al passo dell’ascoltatore, accetta anche che questi faccia fatica a capire, attende che si ricreda e che riveda alcune posizioni. Intanto si ingegna di offrire un insegnamento che per lo meno susciti degli interrogativi...
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mer 03/16/2011 @ 10.18 |
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Bianchi - Suggerimenti per un cammino quaresimale |
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In verità è tempo che i cristiani, se veramente vogliono essere credenti maturi, riprendano anche una pratica profetica della quaresima, perché anche in questo sta la “differenza cristiana” che attraverso il comportamento appare visibile, capace di narrare la speranza che abita il cuore dei credenti.
Non si tratta di tornare a vivere in modo legalistico e meritorio delle “osservanze”, ma di praticare, di mettere in atto alcune opzioni che, proprio in quanto sono d’aiuto alla vita cristiana, sono anche una prassi in vista di una maggior qualità di vita umana e di convivenza sociale.
Vorrei allora proporre un itinerario per la quaresima, cercando di meditare su alcuni atteggiamenti indicati dalla grande tradizione ecclesiale come distintivi di questo tempo forte: il leggere, il silenzio, il digiuno, l’astinenza, la lotta spirituale, la condivisione.
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ven 03/11/2011 @ 08.20 |
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