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    <title>BLOG di Marco Paleari: uno spazio di condivisione</title>
    <description>Spazio di condivisione</description>
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    <pubDate>lun, 06 feb 2012 16:59:40 GMT</pubDate>
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      <title>Il vescovo, uomo in ascolto</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3184/Il-vescovo-uomo-in-ascolto.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;L'ascolto è il primo passo di una buona guida&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;di mons. Bruno Forte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Il card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, ha scritto un breve testo, appena pubblicato, intitolato &lt;em&gt;Il Vescovo&lt;/em&gt; (Rosenberg &amp; Sellier, Torino 2011, 94 pagine). Penso possa servire a tutti - credenti e non credenti - fermarsi a riflettere su di esso: vi traspare &lt;strong&gt;un'intelligenza vivissima e umile e una fede profonda, amica di Dio e degli uomini&lt;/strong&gt;. A cinquant'anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, le riflessioni di Martini - autobiografiche e non solo – costituiscono una splendida testimonianza di quello che l'assise voluta da Giovanni XXIII e portata a compimento da Paolo VI ha detto alla Chiesa e al mondo. Si sa che &lt;strong&gt;la riforma avviata dal Concilio riguardò in gran parte l'autocomprensione della Chiesa stessa e il suo modo di stare fra gli uomini&lt;/strong&gt;: emblematico in tal senso fu il cambiamento di titolo - avvenuto in corso d'opera - della Costituzione Gaudium et Spes, quando alla semplice congiunzione della formulazione «La Chiesa e il mondo contemporaneo» si sostituì una molto più significativa preposizione "in". «&lt;strong&gt;La Chiesa nel mondo contemporaneo&lt;/strong&gt;» non intendeva presentarsi come dirimpettaia della comunità degli uomini, ma come lievito nella pasta, mescolata alle gioie e ai dolori di tutti. Questo cambiamento di prospettiva è testimoniato in maniera delicata e intensa da un "flash-back" del Cardinale: «Ricordo che nella mia fanciullezza consideravo il vescovo qualcuno che stava come in una nicchia nella chiesa per ricevere l'omaggio dei fedeli. &lt;strong&gt;In questo scritto vorrei tirarlo giù da quella nicchia e vederlo a contatto con la gente&lt;/strong&gt;, così come realmente avviene. Intendo esprimere qualcosa che dia &lt;strong&gt;un'immagine di lui meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese&lt;/strong&gt;. Naturalmente... attingo alla mia esperienza di vescovo per oltre ventidue anni in una grande diocesi» (4-15). Uomo tra gli uomini, fratello e amico di tutti, padre nella fede per chi ha occhi per riconoscerlo tale, il vescovo del Vaticano II è proprio per questo &lt;strong&gt;anzitutto un uomo in ascolto&lt;/strong&gt;, e proprio così «&lt;strong&gt;un servitore della Parola di Dio&lt;/strong&gt;. Durante la consacrazione gli viene messo sul capo il libro dei Vangeli. Questo è un segno molto bello: significa che egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere &lt;strong&gt;un Vangelo vivente&lt;/strong&gt;. Egli è sottoposto a esso in ogni senso: la sua parola deve fare risuonare il Vangelo e ogni gesto deve essere una realizzazione del Vangelo» (38). Perché questo avvenga, il vescovo deve essere &lt;strong&gt;uomo di preghiera, soprattutto d'intercessione&lt;/strong&gt;: «Se si vuole un vescovo profeta - afferma Martini - bisogna dargli molto tempo per pregare» (41). Non si tratta di cercare evasione dalle sfide con cui confrontarsi. Al contrario, si tratta di &lt;strong&gt;nutrire l'amore per la propria gente alla fonte che non si esaurisce&lt;/strong&gt;: «Di certo per chi è nominato vescovo scatta &lt;strong&gt;un sentimento molto forte di responsabilità e di amore per la sua nuova diocesi&lt;/strong&gt;. Sente in cuore di trovarsi vincolato a questa nuova realtà e desidera servirla con tutte le proprie forze» (25). All'ascolto di Dio, il vescovo - e con lui la Chiesa - del Vaticano II unisce &lt;strong&gt;l'ascolto umile, intelligente e partecipe della vita degli uomini&lt;/strong&gt;: «Compito della Chiesa è anzitutto predicare il Vangelo. E &lt;strong&gt;il Vangelo è per tutti, senza esclusioni&lt;/strong&gt;. È la proclamazione di un Dio che sempre perdona nel nome del Figlio Gesù crocifisso e risorto. Per questo Gesù ha accolto tutti, si è posto in dialogo con tutti. Non v'è traccia di rifiuto pregiudiziale per alcuna persona nei Vangeli» (42-43). Questa volontà di dialogo si nutre di &lt;strong&gt;attenzione alla persona&lt;/strong&gt;: «L'attenzione alla singolarità della persona, alla sua irripetibilità e incomparabilità e alla sua debolezza, hanno effetti molto più duraturi anche davanti a richieste esigenti. Molti hanno bisogno di essere capiti e amati prima di essere guidati con comandi e precetti» (49). L'autorità si offre nella credibilità di un impegno d'amore accogliente e generoso: plasmata dalla carità, essa diventa autorevolezza, convinzione e pertinenza. &lt;strong&gt;Il rapporto della Chiesa con l'altro va allora vissuto nel segno dell'amicizia che non esclude nessuno, né vuole imporsi ad alcuno&lt;/strong&gt;: «Gesù ha una concezione ben precisa dell'autorità come servizio e del modo di esprimerla: lavando i piedi ai fratelli. Ma&lt;strong&gt; non vuole imporre questo modo se non partendo dal suo stesso esempio&lt;/strong&gt;» (47-48). In questo spirito Martini ricorda alcune scelte forti del suo servizio pastorale: «A Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti, con cui intendevo &lt;strong&gt;mettere in cattedra anche i non credenti e imparare ad ascoltarli&lt;/strong&gt;, sia pure con un ascolto critico» (54). Ma l'ascolto va rivolto anche e in maniera privilegiata a &lt;strong&gt;chi non ha voce&lt;/strong&gt;: «È molto importante che un vescovo abbia incontri diretti con i poveri, con i carcerati e altri esclusi dalla nostra società. Sentirà la loro sofferenza e ne sarà come contagiato. Avrà anche modo di comprendere la fatica che fa molta gente per arrivare alla fine del mese» (57). La conclusione è significativa per tutta la Chiesa, ma anche per ogni persona cui stia a cuore il bene comune: «Quanto più un vescovo si trova in stato di ascolto, tanto più potrà aiutare la sua Chiesa e anche quelli che non credono (59). Sul ponte dell'amicizia si fa strada la verità liberante per tutti: «Quando si è costruita una reciproca fiducia nella veridicità di ciò che si dice, anche nelle cose un po' difficili o in quelle che possono dare dispiacere, il mondo mediatico sa aiutare, collaborando con il vescovo per la sua missione» (78). Di qui i caratteri che questa bellissima "retractatio" martiniana assegna al pastore, e che potremmo estendere a ogni uomo o donna che voglia porsi responsabilmente al servizio degli altri: ciò che soprattutto occorre è essere "una persona integra e onesta", tale che chi la incontra «deve scorgervi con facilità e chiarezza un'obbedienza volenterosa alle leggi dello Stato... Ci vogliono uomini capaci di dire il vero, capaci di non mentire mai e per nessun motivo» (90). Certo, per cambiare le cose sarà indispensabile dotarsi di «pazienza, virtù antichissima eppure sempre necessaria», e di misericordia: «La tanta sofferenza di questo mondo, l'immenso dolore e la tanta disperazione, chiedono che la Chiesa eserciti tutta la sua funzione di madre amorevole attenta e premurosa. Che sia capace di offrire motivi di speranza a tutti» (91). L'affermazione finale è come un mandato, che riguarda certo il pastore, ma si mostra indicazione esigente e affascinante per tutti: con l'eloquenza della vita Martini domanda a se stesso e al vescovo di essere «un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che &lt;strong&gt;sa rimettersi in discussione, che sa riconoscere i propri errori senza troppe auto-giustificazioni&lt;/strong&gt;. Dunque anzitutto &lt;strong&gt;un uomo vero&lt;/strong&gt;» (91). Non è questa una richiesta che tocca veramente tutti, specialmente chi voglia operare con intelligenza, amore e giustizia al servizio del bene comune?&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;in “Il Sole 24 Ore” del 5 febbraio 2012&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3184/Il-vescovo-uomo-in-ascolto.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 11:44:00 GMT</pubDate>
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      <title>Diseducativi... e lo sapevamo già 50 anni fa</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3183/Diseducativi-e-lo-sapevamo-gia-50-anni-fa.aspx</link>
      <description>&lt;object width="400" height="300"&gt;
&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/bBAT4BWI75c?version=3&amp;hl=it_IT" /&gt;
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&lt;param name="allowscriptaccess" value="always" /&gt;&lt;embed width="400" height="300" src="http://www.youtube.com/v/bBAT4BWI75c?version=3&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3183/Diseducativi-e-lo-sapevamo-gia-50-anni-fa.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 05:39:00 GMT</pubDate>
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      <title>Ascolto di tutti</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3182/Ascolto-di-tutti.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;dal Vangelo secondo Matteo (15, 21-28)&lt;br /&gt;
Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Comic Sans MS;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;In questo brano - tratto dalla liturgia domenicale in rito ambrosiano - Gesù ascolta persino il grido della donna pagana. Perché all'interno della Chiesa non ci dovrebbe essere ascolto? Perché coloro che in terra dovrebbero manifestare più chiaramente la cura pastorale del Buon Pastore, non dovrebbero essere disposti ad ascoltare le pecore del gregge?!&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family: Comic Sans MS;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;don Chisciotte&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3182/Ascolto-di-tutti.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:57:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Dignità della vita... anche del povero</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3181/Dignita-della-vita-anche-del-povero.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(128, 0, 128);"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;La parola ai poveri&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;don Primo Mazzolari&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Ci sono davvero i poveri?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt; La stessa impressione di quando mi chiedono se Dio c'è. Subito vogliono sapere: chi è? dov'è? cosa fa?&lt;strong&gt; I poveri sono "i figli di Dio"&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Tra i poveri e Dio c'è una stretta somiglianza e un continuo incontro&lt;/strong&gt;.  Essi vivono così particolarmente legati a lui che nella mente e nel  cuore dell'uomo Dio e il povero seguono uguali alternative di luce e di  oscurità, di riconoscimento e di negazione, di avversione e d'amore. E  per questo che gli atti del povero quasi istintivamente si riferiscono a  Dio. Non ha detto Gesù che saremo giudicati secondo che avremo o no  sfamato, dissetato, consolato lui stesso sotto le vesti del povero?&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Per conoscere i poveri non basta la statistica&lt;/strong&gt;. Anche  la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza,  dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta,  il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il  "sottoproletariato" di cui la strategia rivoluzionaria si serve come  forza d'urto e di rottura, o l'"oggetto" di adescamento dei conservatori  per rompere l'unità popolare.&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Non basta neppure l'amore per conoscere i poveri&lt;/strong&gt;:  neppure l'amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro  disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici  degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche  questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria.  Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di  capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di  elezione e di uscita. &lt;strong&gt;I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione, intimidiscono&lt;/strong&gt;.  È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra condizione. Si  sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa  mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile  misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo  piacere.&lt;br /&gt;
Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, &lt;strong&gt;bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati "beati" riservando loro il suo regno&lt;/strong&gt;.  Erode ha paura di Gesù che ha per palazzo una stalla e per culla una  greppia. Bisogna che il povero non sia! E invece il povero vien fuori  dalla nostra stessa miseria: come Gesù. &lt;strong&gt;Il povero è Gesù&lt;/strong&gt;.  Se non ci sono più poveri, non c'è neanche Gesù. Se vedo me stesso non  posso non vedere il povero: se vedo Gesù non posso non vedere il povero.&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri&lt;/strong&gt;. Che strana virtù...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 05 Feb 2012 06:06:00 GMT</pubDate>
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      <title>Sfilata di abiti liturgici</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3180/Sfilata-di-abiti-liturgici.aspx</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.bbc.co.uk/news/uk-england-devon-16743984"&gt;&lt;img width="300" height="171" src="/Portals/5/foto/12_02/moda_ecclesiastica_BBC_12_01_26.JPG" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3180/Sfilata-di-abiti-liturgici.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 04 Feb 2012 05:34:00 GMT</pubDate>
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      <title>Diamo voce!</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3179/Diamo-voce.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 102, 0);"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Diamo più voce ai fedeli durante l'assemblea liturgica &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;di Enzo Bianchi &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Nella vita ecclesiale, nonostante i mutamenti avvenuti con il Concilio Vaticano II – soprattutto quelli legati alla &lt;strong&gt;riforma liturgica, una vera benedizione per tutta la chiesa&lt;/strong&gt; –, &lt;strong&gt;manca ancora un modo di «fare chiesa», di costruire la chiesa giorno dopo giorno, di darle un volto che riveli in modo più autentico il suo essere&lt;/strong&gt;. Chiamerei questo modo «presa della parola»: in concreto ciò significa fornire occasioni (e non mi riferisco ai consigli pastorali, ai comitati, agli uffici diocesani…) in cui &lt;strong&gt;un/a cristiano/a possa intervenire con voce pubblica, in base al dono ricevuto, anche nell’assemblea liturgica&lt;/strong&gt;. Si badi bene, non si tratta di sostituire l’omelia fatta da chi presiede la liturgia, ma di creare alcune occasioni in cui sia possibile ascoltare anche le parole dei fedeli i quali, muniti del&lt;em&gt; &lt;/em&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;sensus fidei&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, sono autorizzati a parlare ai fratelli e alle sorelle. Si pensi solo a un dato: &lt;strong&gt;nelle nostre liturgie normalmente parla solo il presbitero e mai un fedele può rivolgere la parola agli altri&lt;/strong&gt;… Certo, occorre &lt;strong&gt;rispettare l’ordine&lt;/strong&gt;, la &lt;em&gt;taxis &lt;/em&gt;liturgica, ma perché non studiare e quindi creare spazi per questo scambio di doni nell’assemblea cristiana? &lt;strong&gt;Leggendo il Nuovo Testamento, sono sempre sorpreso di constatare come le assemblee liturgiche fossero più aperte e più comunitarie rispetto alle nostre, duemila anni dopo&lt;/strong&gt;. Nella &lt;strong&gt;liturgia sinagogale&lt;/strong&gt; – lo sappiamo bene – quando qualcuno si univa all’assemblea ed era riconosciuto come un fratello in grado di edificarla, di essere un’eco della Parola di Dio, lo si invitava a commentare le Scritture. È così che è avvenuto per Gesù, quando il capo della sinagoga di Nazaret, vedendolo tra i presenti alla liturgia, lo chiamò dicendo: «Prendi, leggi e fa’ il commento» (cf. Lc 4,16-21).&lt;strong&gt; Gesù era un laico, non era un sacerdote né un levita&lt;/strong&gt;, ma poté parlare nella liturgia. Anche &lt;strong&gt;Paolo, pure lui laico&lt;/strong&gt;, giunto ad Antiochia di Pisidia e recatosi in sinagoga in giorno di sabato, dopo la lettura della Legge e dei Profeti fu invitato a parlare all’assemblea: «Fratello, hai qualcosa da dire come esortazione al popolo?» (cf. At 13,15). Così Paolo poté annunciare Gesù (cf. At 13,16-43). Sì, allora era possibile nella sinagoga «dare la parola» a qualcuno. &lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;&lt;strong&gt;Oggi invece tutto questo pare impossibile, e non perché sia vietato ma perché non si cercano modalità adatte, non si vuole esercitare l’intelligenza per pensare e creare nuove possibilità. La pigrizia e il ripetere «così si è fatto sempre» sembrano paralizzare la vita ecclesiale delle nostre comunità&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. Quasi tutti sono convinti di dover dare un contributo, di dover essere responsabili, di dover essere cristiani adulti, cioè maturi nella fede, pensanti, ma poi le occasioni per esprimere questa verità sembrano mancare. Solo in alcuni momenti si è cercato di innestare questa prassi, che appare di diritto per ogni comunità cristiana; d’altra parte, va anche detto che quando le cose avvengono perché ci si sente autorizzati a «rapirle» e non a esercitarle in pace e con diritto, questo modo di procedere è &lt;strong&gt;causa di patologie all’interno della comunione cattolica&lt;/strong&gt;. Ma non teniamo confinata la parola dei battezzati a qualche intenzione durante la preghiera dei fedeli, altrimenti se ne distorce la natura e si finisce per ascoltare frasi intricate e omiletiche che nulla hanno dell’invocazione. Se però vogliamo delle comunità cristiane in cui i fedeli non siano solo quelli che in parrocchia svolgono servizi, ma siano in grado di edificare la comunità cristiana con i loro doni, anche nello spazio liturgico che è il grembo originale della nascita, dell’educazione, del discepolato e della sequela del Signore, allora occorre pensare e cercare… &lt;strong&gt;Si ripete spesso che le nostre liturgie sono noiose, asfittiche, segnate da un massiccio clericalismo&lt;/strong&gt;. Invece di indulgere a questa sterile lamentela, si cominci a riconoscere che ci sono dei semplici fedeli che possono avere voce e prendere la parola, pur sotto un’unica presidenza eucaristica, quella del presbitero in comunione con il vescovo. Si trovino le forme convenienti, tutto avvenga con ordine e decoro, salvaguardando la dignità del rito: ma si dia la parola! A volte mi dico che se Gesù o Paolo oggi entrassero in una nostra assemblea, non ci sarebbe modo di dare loro la parola…&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;in “Jesus” n. 2 del febbraio 2012&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3179/Diamo-voce.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 04 Feb 2012 05:25:00 GMT</pubDate>
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      <title>Sotto il giudizio del Vangelo</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3178/Sotto-il-giudizio-del-Vangelo.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 102, 102);"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;Guai a me se non evangelizzo &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;di Luisito Bianchi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;Hai un bel dire: è impossibile l'evangelizzazione, stando così le cose&lt;/strong&gt;, ecc.; la tua affermazione ti ricade addosso col &lt;strong&gt;grido di Paolo: «Guai a me se non evangelizzo!»&lt;/strong&gt;. Si può uscire dal cerchio? &lt;strong&gt;È possibile continuare a cercare la strada della credibilità come Chiesa, per poter proporre onestamente il messaggio, pur sapendo che la tua credibilità, se la tenti, non vale nulla in quanto è necessaria una credibilità di Chiesa?&lt;/strong&gt; La logica del Varvello ti dice di no; la logica della Parola di Dio, per cui mille anni sono come un giorno, ti dice di sì. Certo, ogni ragionamento costruito con mezzi umani ti si sgretola fra le mani, e allora &lt;strong&gt;ti devi abbandonare all"'assurdo" di Dio&lt;/strong&gt;. Mi sembra che se non si tiene conto di questa "signoria-di Dio" che oggi può anche manifestarsi nel &lt;strong&gt;nostro senso d'impotenza&lt;/strong&gt;, si rischia di fare dell'evangelizzazione e, di conseguenza, della Chiesa un fatto puramente di uomini, che può essere analizzato con tutti gli strumenti che hai a disposizione, ma, difficilmente compreso nella sua dimensione di gratuità. L'evangelizzazione non è forse legata, quasi da diventarne un tutt'uno, alla&lt;strong&gt; gratuità&lt;/strong&gt;? &lt;br /&gt;
E allora la nostra credibilità di Chiesa, nel momento dell'annuncio, non passa attraverso la gratuità? È qui, mi sembra, che l'impulso di cui ti parlavo prende una più definita collocazione. &lt;strong&gt;Continuo a lavorare manualmente per avere di che vivere come la maggioranza degli uomini, separando nettamente l'evangelizzazione dal fatto che ne potrei trarre il mio sostentamento come prete; ed è pure qui che vedo concretamente realizzarsi la dimensione della gratuità&lt;/strong&gt;. Certo, una dimensione raso terra, che fa brutta figura di fronte a tutte le belle ragioni ascetiche che hanno configurato la nostra spiritualità sacerdotale e che, tutto sommato, hanno legittimato offerte, tariffe, congrue, benefici, stipendi di professori di religione, accettati o stimolati proprio per avere la possibilità di evangelizzare! Ma noto che anche tu non sei troppo tenero con la nostra «spiritualità sacerdotale», per cui non farai certamente fatica a perdonare la mia riduzione della gratuità, da parte dell'uomo, a un fatto puramente di sostentamento. In questa prospettiva non faccio differenza, almeno teoricamente, fra i diversi tipi di lavoro che mi possono permettere la gratuità dell'evangelizzazione. Se ho scelto ancora quello salariale è per motivi contingenti, in relazione a una situazione che mi pare richieda una particolare attenzione per il salariato, proprio in rapporto all'evangelizzazione. L'importante, però, mi sembra sia&lt;strong&gt; la netta separazione fra evangelizzazione e fonti di sostentamento&lt;/strong&gt;. Naturalmente questo è un mio convincimento che non voglio assolutizzare. Posso sbagliarmi, ma non sarei onesto se non lo volessi concretizzare. &lt;br /&gt;
(...) Oggi la CEI parla di &lt;strong&gt;evangelizzazione. È lecito auspicare che tutto non si riduca a inventare nuovi mezzi&lt;/strong&gt; di evangelizzazione (magari con l'aiuto della RAI-TV) come se ne cercarono per la «conquista dei lontani» e la «sacramentalizzazione», coi risultati che sappiamo, e che si affronti con coraggio il tema della gratuità (evidentemente con tutte le conseguenze ch'essa comporta)? Se è lecito, lasciamo perdere la pastorale operaia e le commissioni di studio (hai notato che queste commissioni girano sempre attorno alla necessità di studiare la situazione?): siamo già nella pastorale della Chiesa, di questa Chiesa di sempre, che cerca di togliere gli ostacoli perché l'annuncio da parte di chi lo propone come dono ricevuto gratuitamente diventi credibile. In ultima analisi, &lt;strong&gt;la credibilità che debbo ricercare nel momento dell'evangelizzazione è questo mettermi sotto il giudizio dell'Evangelo&lt;/strong&gt;: è la stessa evangelizzazione nella sua dimensione di gratuità che mi evangelizza, la credibilità ricercata nella gratuità che mi fa scoprire la credibilità dell'Evangelo come espressione dell'amore gratuito di Dio. Sono ben lungi dal pensare che tutto questo sia la soluzione del dovere dell'evangelizzazione come la parola fatidica che apra la porta dei tesori nascosti. &lt;strong&gt;L'evangelizzazione è pur sempre un fatto di Dio, un tesoro ricevuto che portiamo in vasi di creta&lt;/strong&gt;. E con questa immagine paolina che mi ridimensiona (se mai ti avessi dato l'impressione di impancarmi a dottore) a livello dì un don Abbondio, vaso di coccio costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro, ti abbraccio con animo amico. &lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;*Lettera postilla riportata nel libro di Luisito Bianchi "Come un atomo sulla bilancia" (pp.272-75), in risposta ad una presentazione di Maurilio Guasco dal titolo "L'evangelizzazione impossibile" (ivi pp. 255.270)&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3178/Sotto-il-giudizio-del-Vangelo.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 07:35:00 GMT</pubDate>
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      <title>Ascolta, popolo del Signore!</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3177/Ascolta-popolo-del-Signore.aspx</link>
      <description>&lt;object width="400" height="300"&gt;
&lt;param value="http://www.youtube.com/v/7SFwMLjKbwQ?version=3&amp;hl=it_IT" name="movie" /&gt;
&lt;param value="true" name="allowFullScreen" /&gt;
&lt;param value="always" name="allowscriptaccess" /&gt;&lt;embed width="400" height="300" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/7SFwMLjKbwQ?version=3&amp;hl=it_IT"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3177/Ascolta-popolo-del-Signore.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 05:41:00 GMT</pubDate>
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      <title>Provocazione</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3176/Provocazione.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;a href="http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_31/perche-proteggiamo-troppo-i-nostri-figli-antonio-polito_33a6b648-4be9-11e1-8f5b-8c8dfe2e8330.shtml"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;strong&gt;Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;br /&gt;
Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei  sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga  loro spianata la strada verso il nulla&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;di Antonio Polito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
Dunque, ricapitoliamo. I nostri figli hanno diritto a... (...)&lt;br /&gt;
Questo elenco di «diritti» può apparire paradossale, ma è quello che si  evince dal dibattito pubblico che in queste settimane si è finalmente  acceso sulla questione giovanile. (...) A questo universo morale in cui non  compare mai la parola «dovere», o «responsabilità», si deve aggiungere  una crescente condanna popolare e mediatica per il «successo», sempre  più considerato solo un'altra manifestazione della tanto deprecata  ineguaglianza, quasi come se non si potesse avere successo senza una  raccomandazione, un'illegalità, un'evasione fiscale. &lt;strong&gt;Ne esce così  rafforzato all'inverosimile un malinteso senso di protezione verso i  nostri figli&lt;/strong&gt;; malinteso perché in realtà tradisce una sfiducia  collettiva nei loro mezzi, una paura di lasciarli nuotare con le loro  forze e il prima possibile, che a sua volta contribuisce a deprimere la  loro autostima, assuefacendoli all'insuccesso col metadone di una  potente giustificazione morale e sociale. Senza capire che l'unico vero  antidoto all'ineguaglianza è la lotta del merito e del talento per  emergere negli anni dell'educazione, affrancandosi così dalla condizione  sociale, familiare o geografica. &lt;strong&gt;Protagonisti di questo paternalismo (o maternalismo) non potevamo che  essere noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad  aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli&lt;/strong&gt;. Invece  che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei &lt;strong&gt;sindacalisti  della nostra prole&lt;/strong&gt;, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata  la strada verso il nulla, perché non c'è meta ambiziosa la cui strada  non sia impervia. È un grande fenomeno culturale, e sempre più un  carattere nazionale, forse in qualche relazione contorta e perversa con  il calo delle nascite, come se ne volessimo pochi per poterli &lt;strong&gt;coccolare&lt;/strong&gt;  meglio e più a lungo. Ed è &lt;strong&gt;un grande fattore di freno alla crescita&lt;/strong&gt;, non  solo economica ma anche psicologica della nazione. Mentre negli Usa  infuria il dibattito sulle mamme-tigri, asiatiche che spingono i figli  fin oltre il limite della competizione con se stessi e con gli altri, da  noi comandano i&lt;strong&gt; papà-orsetti&lt;/strong&gt;, pronti a lenire con il calore del loro  abbraccio il freddo del mondo reale, così spietato e competitivo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 09:13:00 GMT</pubDate>
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      <title>Cultori dell'uomo, in nome di Dio</title>
      <link>http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3175/Cultori-delluomo-in-nome-di-Dio.aspx</link>
      <description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;«&lt;strong&gt;La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta&lt;/strong&gt;: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa non soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il «filius accrescens » (Gen 49,22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. &lt;strong&gt;La religione del Dio che si è fatto uomo&lt;/strong&gt; s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. &lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;&lt;strong&gt;Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: &lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;&lt;strong&gt;anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;
&lt;span style="color: rgb(0, 0, 255);"&gt;papa Paolo VI, Omelia per la Nona Sessione del Concilio Vaticano II (7 dicembre 1965)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=http://www.seitreseiuno.net/Home/tabid/155/EntryId/3175/Cultori-delluomo-in-nome-di-Dio.aspx&gt;More ...&lt;/a&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 05:43:00 GMT</pubDate>
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