Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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giovedì 11 marzo 2010 9.15

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giovedì 11 marzo 2010 8.13
Perduto amore
di Massimo Gramellini
A un anno e mezzo dalla morte del figlio Vito, ucciso dal crollo del soffitto del liceo Darwin di Rivoli, la signora Cinzia ha ingerito un tubetto di pillole nel tentativo di raggiungerlo. E’ stata salvata dalla lavanda gastrica, e dall’altra figlia che l’ha trovata riversa sul letto come se dormisse. Gli stoici dicevano che il dolore è un’inadeguatezza alla situazione ed effettivamente è così. Siamo inadeguati a reggere l’evento più innaturale che esista: la morte di un figlio, che è morire in due rimanendo vivi, e rimanendolo in mezzo ad altre persone che soffriranno con noi solo per un po’ - gli amici, il parentado - oppure per sempre, ma in modo diverso. Mi riferisco ai figli sopravvissuti, che si ritrovano senza un fratello e orfani di genitori che non saranno mai più quelli di prima.
Anche chi è assolutamente convinto che la vita abbia un senso ammutolisce di fronte al dolore di una madre o di un padre. E non può non interrogarsi sulla potenza selvaggia di quel legame di carne che ogni giorno, giustamente, viene messo in discussione dai conflitti generazionali. Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che i nostri genitori non ci amassero. Ma il gesto della signora Cinzia serve a ricordarci che il senso della vita è proprio lì, in quel legame fra chi crea e viene creato. In quell’amore assoluto che dà senza chiedere. Nel libro «Una madre lo sa» di Concita De Gregorio, un’ostetrica racconta che, appena nasce un bambino, le persone in attesa fuori dalla sala-parto le chiedono subito come sta il figlio. Solo una chiede prima come sta la mamma. Sua mamma.
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giovedì 11 marzo 2010 6.35
Milano e la mafia tanti i motivi per ricordare
di don Luigi Ciotti
La Giornata della memoria e dell’impegno nel ricordo delle vittime delle mafie quest’anno fa tappa a Milano. La Milano degli affari e della finanza, cuore economico d’Italia, ma anche città ricca di fermenti culturali e sociali. Una città e una terra dove le espressioni di impegno non sono mai mancate, sostenute da quella concretezza, tenacia e generosità che appartengono al dna di molti lombardi e hanno alimentato testimonianze di coraggio e coscienza civile. Alla mente s’affaccia subito il volto di Giorgio Ambrosoli, che a Milano è vissuto ed è morto, ucciso da un sicario mafioso, nel 1979. Una morte tragica da eroe borghese, come in molti lo ricordano, toccata a chi eroe non si sentiva né ambiva a diventarlo. Più semplicemente, Ambrosoli era un cittadino consapevole delle proprie responsabilità, pronto a spendersi in prima persona a difesa dell’uguaglianza, della giustizia, della democrazia. Come lo erano i vigili del fuoco Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e il vigile urbano Alessandro Ferrari, uccisi nella strage mafiosa di via Palestro, il 27 luglio 1993, insieme a Driss Moussafir, cittadino immigrato dal Marocco, venuto in Italia nella speranza di trovare lavoro e dignità. Sono le speranze di vita e di giustizia che hanno animato tutte le vittime innocenti delle mafie, le speranze che indicano la strada di un impegno che deve affiancare il grande lavoro dei magistrati e delle forze di polizia, un impegno al tempo stesso educativo, sociale, culturale. Libera, le oltre 1500 realtà associate ed Avviso pubblico credono nei percorsi dentro e fuori dalla scuola, credono nella crescita della consapevolezza, nella forza degli strumenti culturali: il furto del bene pubblico avviene anche grazie al torpore di coscienze complici, accomodanti o rassegnate. Credono nel lavoro, in quei beni confiscati alle mafie che devono essere restituiti ad uso sociale, trasformati in cooperative agricole, in scuole, in asili nido, in ricoveri per anziani, in spazi pubblici dove la vita venga stimolata, valorizzata, accudita. Ma credono anche nella forza della testimonianza. È quella dei famigliari delle vittime, capaci di trasformare il dolore in impegno, di andare nelle carceri minorili per stimolare i giovani a una presa di coscienza, far crescere in loro la voglia di cambiamento e di riscatto. Milano non manca certo di risorse per accogliere e valorizzare questo fermento. Associazioni, gruppi di volontariato, amministratori onesti, esponenti del mondo della scuola, della cultura, del sindacato. Una Chiesa attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al «penale», richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Saranno numerose, il 20 marzo, le persone che arriveranno da paesi di tutta Europa e dall’America Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle televisioni per costruire «legami di legalità, legami di responsabilità », tema della Giornata. Perché quello delle mafie e dell’illegalità è un fenomeno che si è sviluppato di pari passo alla globalizzazione. Per sconfiggerlo dobbiamo allora imparare una lingua nuova, un «esperanto dei diritti». Una lingua che sappia superare i confini e gli interessi di parte per comunicare e alimentare un sempre maggiore desiderio di giustizia.
in “l'Unità” del 7 marzo 2010
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mercoledì 10 marzo 2010 6.04
La Chiesa e la morale non rispettata
di Franco Garelli
Nonostante la «tolleranza zero» di Benedetto XVI sulla pedofilia del clero cattolico o la sua denuncia del carrierismo privo di scrupoli che starebbe contagiando gli ambienti ecclesiali, il vento «anti-romano» soffia con sempre maggior forza. Lo sconcerto è diffuso sia nel mondo laico che tra i cattolici impegnati, di fronte alla sequenza di notizie che vedono figure religiose e ambienti ecclesiali coinvolti in scandali e casi di corruzione. (...) Vicende come queste non fanno certamente bene né alla Chiesa né alla più ampia società. In Italia, la gente comune è già nauseata (anche se il disgusto non sembra avere conseguenze nella cabina elettorale) da forze politiche che passano sopra le regole democratiche e che nella realizzazione delle opere pubbliche di fatto si affidano a faccendieri senza scrupoli e affini alla corruzione. Figurarsi cosa pensa di una Chiesa che in varie circostanze risulta invischiata in queste zone d’ombra, che la confermano nell’idea che essa «predica bene e razzola male», stando ai casi di suoi ministri impegolati in scandali di varia natura. Anche la Chiesa non è risparmiata dalla crisi che oggi investe tutte le istituzioni, capace di vanificare il suo motto antico «extra ecclesiam nulla salus». Ciò che sta avvenendo in Germania è a questo livello emblematico. (...) Tuttavia, l’opinione pubblica è in gran subbuglio e si sta diffondendo un sentimento anti-vaticano (di cui si fanno portatori sia il mondo laico, ma anche alcune realtà ecclesiali) per il preteso monopolio della Chiesa cattolica sulle questioni dell’etica sessuale e familiare. Perché il Vaticano e i vescovi si ergono a baluardo di una rigidità morale che non sono in grado di far rispettare nemmeno dentro il loro recinto? Perché questa istituzione religiosa non è disposta a rivedere alcune sue norme che rendono infelici le persone e producono molti danni? Ovviamente si tratta di interrogativi anche rivolti al Papa tedesco, che pure si dà un gran da fare per ripulire gli ambienti ecclesiali della gramigna che contamina il grano e per ribadire la maledizione biblica per cui meglio sarebbe che «chi fa violenza ai piccoli e agli indifesi non fosse mai nato».
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martedì 9 marzo 2010 6.25
Il Vangelo che abbiamo ricevuto è ciò che ci libera
di Maria Cristina Bartolomei
La decisione della Rai di escludere da Sanremo un cantante che aveva palesato d’aver fatto uso di cocaina, è diventata un ‘caso’. Lasciano esterrefatti le tesi emerse nel dibattito: «È stato ipocrita non ammetterlo, quando si sa che tanti, anche parlamentari, si drogano»; «avrebbero dovuto ammetterlo, perché è stato onesto a dichiararlo»: dunque basta esibire le trasgressioni per essere a posto, e un comportamento condannabile (o illegale) cessa d’essere tale se sono in molti, e soprattutto ‘persone importanti’, a cedervi. Ma sbalordisce anche chi ha salutato l’esclusione come messaggio di intransigenza morale, senza dir nulla dell’imperversare di trasmissioni che, a diverso titolo, sono eticamente gravemente censurabili. Ciò è indizio di come oggi nel nostro Paese vi sia acuto bisogno di etica, intesa come riconoscimento del legame con l’altro, come rispetto e responsabilità nei suoi confronti; di educazione alla legalità; del richiamo alla osservanza della legge come regola della convivenza sociale, a cominciare dalla legge costitutiva di una comunità politica, ossia la Costituzione; di cura della giustizia e del bene, di lotta all’ingiustizia e al male; di come ci sia bisogno di coscienze cristiane deste e pronte a discernere nelle concrete circostanze storiche dove passa il confine, e che, accogliendo l’invito evangelico (cfr. Luca 12,56), rischino di giudicare da sé il tempo e quel che è giusto. Le autorità ecclesiastiche cattoliche hanno negli ultimi anni alzato sempre più spesso la voce su temi etici, per la verità soprattutto bioetici e legati all’etica sessuale e familiare. Hanno certo richiamato anche ad altre importantissime tematiche (solidarietà, accoglienza, etica del lavoro e dell’economia, legalità), ma in termini meno ultimativi, favorendo la percezione che l’etica si identifichi e forse si esaurisca in determinati ambiti. In ogni caso, dichiarando apertamente di voler compensare la caduta dei valori e a ciò chiamata anche da “laici”, sempre più la Chiesa ha messo in risalto un suo messaggio etico, col pericolo di indurre l’idea che esso sia il cuore del suo annuncio e della sua missione, che l’Evangelo coincida con esso. L’etica, come insopprimibile appello della coscienza che ci chiama “fuori di noi” verso l’altro; la legge e il diritto, come orizzonte inscindibile dall’umano, sono ineludibili e indispensabili. Ma – e tanto più oggi, quando dominano spietate logiche di competizione – ancor più grande bisogno c’è della buona notizia dell’amore gratuito e salvante di Dio, del fatto che «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5, 8), e che in questo sta la nostra salvezza. L’Evangelo della Grazia (gratuita e insieme ‘a caro prezzo’, come formulò Bonhoeffer), non resta senza frutti; l’averlo accolto ci invia ad agire a nostra volta nella logica del perdono gratuito e dell’amore non condizionato dal ‘merito’: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5, 44-45). Proprio intorno al tema «Il Vangelo libera, non la legge» (il riferimento qui non è però alla Torah!) un’assemblea ecclesiale autoconvocata di più di 250 persone ha riflettuto lo scorso 6 febbraio a Firenze, presso la Parrocchia di S. Stefano in Pane, per il secondo incontro della iniziativa “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” (relazioni e documenti sono leggibili sul sito internet www.statusecclesiae.net). (...) Come per l’assemblea dello scorso anno, è emerso con franchezza il disagio nei confronti degli stili prevalenti nella attuale comunicazione ecclesiale, in particolare nei confronti della carenza di sinodalità e della tendenza a essere Chiesa che condanna. L’iniziativa, senza arrestarsi al dissenso né identificarsi nella contestazione, vuole invece offrire lo spazio al convenire in una comunione che riconosce e apprezza le differenze; che è un accogliersi e ascoltarsi per accogliere a ascoltare lo Spirito che è dato all’altro; che non ricerca l’unanimismo e il conformismo; che non teme la polifonia e anche il contrappunto delle voci; che riconosce che l’esser Chiesa si radica nell’Evangelo e nella dimensione sacramentale, e non si misura sulla consonanza con contingenti orientamenti delle autorità ecclesiastiche. Ha radici più profonde e uno sguardo chiamato ad appuntarsi più in alto, a Colui che è stato elevato da terra (Giovanni 12, 32). Ciò dà speranza e conforta a non essere turbati nella fede, anche da scandali interni alle istituzioni ecclesiastiche.
in Jesus n. 3 del marzo 2010
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martedì 9 marzo 2010 6.18
Ho molto apprezzato e proposto i bellissimi video della Dove per la promozione dell'autostima (vedi la nostra sezione Video della pubblicità), ma non posso nascondermi che ogni multinazionale può essere implicata in processi di non rispetto della persona. In questo video, Greenpeace mette in guardia l'industria, facendo il verso ad uno dei filmati proposti da Dove.
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lunedì 8 marzo 2010 9.23
Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l'ultima strage: 500 morti
Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia
Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani
di Guido Rampoldi
Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo dal Dio dell'Antico Testamento: "Uccidi uomini e donne, bambini e neonati". Ma hanno macellato i musulmani del villaggio proprio in quel modo. E quando adesso ascolti i ragazzini raccontarti come i cristiani adempivano con i machete al comandamento del Signore degli Eserciti - "Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi trafitti dalla spada" - , quando ti rendi conto che tra le rovine bruciate l'unico edificio intatto è il tempio dei pentecostali, devi domandarti se chi ha ordinato questa strage non legga la Bibbia esattamente come, nel campo avverso, alcuni islamisti leggono il Corano. E cioè come una teologia del terrorismo particolarmente utile per annientare gruppi umani rivali, depredare, sottomettere, e poi spacciare quei crimini per eroici atti di fede.
Lo scontro antico che dall'Africa alle Molucche sta ritrovando nelle religioni pretesti, ispirazioni e complici, in Nigeria centrale obbedisce ad una simmetria radicale: musulmani e cristiani fanno fuori interi villaggi. (...)
Questi conflitti non potrebbero ricorrere alla maschera della religione se i cleri si opponessero. In questa regione, un frangiflutti di etnie e credi, hanno formato un comitato inter-religioso che si riunisce nella città di Jos per prevenire tensioni. I partecipanti si conoscono dal tempo delle elementari ma, mi confida uno di loro, dubitano tutti nello stesso modo della sincerità di quel che viene detto. E con ragione: infatti gli uni e gli altri mantengono un omertoso riserbo sulle malefatte delle bande giovanili cristiane e musulmane. Queste gang sono ispirate da due politici rivali, eminenze dello stesso partito (...) Si può assolvere la loro fuga, non il silenzio dei religiosi musulmani e cristiani. Con l'unica eccezione di monsignor John Onayekam, l'arcivescovo cattolico, pastori evangelici e mullah tacciono oppure si nascondono dietro dichiarazioni vaghe. Fingono di non sapere. (...)
Quando il gregge si trasforma in branco di lupi, spesso i pastori lo assecondano. Gli trovano giustificazioni. E si tappano le orecchie per non udire le grida degli scannati. C'è anche un clero che si oppone e reagisce, non di rado in solitudine. Ma la tendenza generale oggi non sembra quella. Lì dove musulmani e cristiani coabitano da secoli, lo spirito del tempo sembra semmai soffiare nelle vele della religiosità più aspra, più sanguigna, più militante. Come altrove in Asia e in Africa, anche in Nigeria ne profitta tanto l'estremismo islamico quanto il cristianesimo dei pentecostali, un credo che ha conosciuto un boom spettacolare nell'ultimo secolo, al punto che oggi rappresenterebbe, per numero di fedeli, la seconda fede cristiana dopo il cattolicesimo. Qui noti anche come formidabili guaritori di indemoniati, i pastori pentecostali hanno una predisposizione per la prima linea, non a caso la loro casa madre è nella tumultuosa città di Jos, e una venerazione per la Parola sacra, nella quale non è difficile imbattersi nel Dio degli Eserciti, quello che non fa sconti. L'estremismo islamico lo frequenta da tempo, e infatti neppure in Nigeria distingue tra adulti e bambini quando massacra.
Musulmani o cristiani, gli assassini e i mandanti delle stragi occorse a Jos nel 2001, 2004, 2008 e nel gennaio 2010, sono tutti liberi. La polizia non li cerca. I suoi posti di blocco all'ingresso di Jos, una dozzina, la settimana scorsa sembravano soprattutto un'occasione offerta agli ufficiali per depredare automobilisti. Non era difficile immaginare che gli sterminatori sarebbero presto tornati a sacrificare villaggi al loro dio.
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lunedì 8 marzo 2010 6.18
Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell'umanità.
Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.
Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del «mistero», alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.
Grazie a te, donna-consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n.2, 29 giugno 1995
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domenica 7 marzo 2010 18.27
Ipocriti e spudorati
di Massimo Gramellini
Il sindaco di Venezia ha vietato lo svolgimento di una fiera del sesso nella sua città. La decisione, che non risparmierà al democratico Cacciari la patente di bacchettone, offre lo spunto per riflettere sulla moralità dei costumi in questa buffa era bipolare. Si tratti di adulteri o di tangenti, destra e sinistra fanno più o meno le stesse cose. La riprova è che, appena uno dei due schieramenti finisce sotto i riflettori per qualche storia di donne e di mazzette, invece di difendersi rinfaccia all’altro di non essergli da meno. E in quella girandola di accuse reciproche si esaurisce anche l’indignazione del Paese, perché non è mai lo scandalo a scandalizzare gli italiani, ma l’uso politico che l’avversario ne fa.
Appurato che destra e sinistra fanno più o meno le stesse cose, e che chi pensa il contrario o è in malafede o è un illuso, bisogna però riconoscere che le fanno in modo diverso. Con più o meno vergogna. Il vero bipolarismo non è fra onesti e disonesti, né fra gentiluomini e libertini, ma fra ipocriti e spudorati. Per una di quelle ironie che rendono irresistibile la storia, la sinistra che da giovane combatté contro il perbenismo dei padri si ritrova a mettere in pratica da anziana quei «si fa ma non si dice», e «si fa ma non ci si fa vedere» che costituivano l’ossatura della vecchia e pudica borghesia. Ad avere ereditato la spudoratezza gagliarda della gioventù sessantottina sembra essere stata invece la destra, che ostenta i propri vizi con orgogliosa sfrontatezza, quasi non fossero una necessità ma una virtù.
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domenica 7 marzo 2010 6.26
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sabato 6 marzo 2010 7.44
Sarà banale, ma spero che - qualora mi arrivasse una multa per eccesso di velocità - ci sia un decreto che interpreti a mio favore quel limite!
don Chisciotte
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sabato 6 marzo 2010 7.16
Chissà se in NOVE anni le ferite di chi le ha prese si sono cicatrizzate.
Io credo che i segni restino, sulla pelle, nelle ossa, nel cuore.
don Chisciotte
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sabato 6 marzo 2010 6.18
Ci sono due modi di vivere la tua vita:
una è pensare che niente è un miracolo;
l'altra è pensare che ogni cosa è un miracolo.
Albert Einstein
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venerdì 5 marzo 2010 12.42
I giovani non leggono più la Bibbia?
di Jean-Paul Willaime, sociologo delle religioni, direttore all'École pratique des hautes études
Quasi quattro francesi su dieci (il 37%) dichiarano oggi di possedere una Bibbia, ma solo il 26% la legge, secondo un sondaggio realizzato da Ipsos su un campione di 1017 persone per L'Alliance biblique française, che organizza una grande esposizione dedicata alla Bibbia, patrimonio dell'umanità all'Unesco.
Il fatto che i tre quarti dei francesi non leggano mai la Bibbia non stupisce vista la secolarizzazione della popolazione francese. Oggi, la metà di coloro che hanno meno di 25 anni dichiara di non avere religione. Questo sondaggio conferma un certo distacco dalla religione. Però sono più numerosi i giovani che non gli ultrasessantenni che ritengono che la Bibbia sia un riferimento culturale nella società francese. Il che conferma i risultati di un'inchiesta che avevamo condotto presso i giovani tra i 14 e i 16 anni: per loro, è un dato acquisito che le religioni facciano parte della nostra cultura e della nostra storia, che ci si debba interessare delle religioni e trovare delle chiavi di intelligibilità, indipendentemente dall'appartenenza o meno ad una qualsiasi religione. Pur essendo per la maggior parte esterni all'ambito religioso istituzionalizzato, i giovani hanno una maggiore libertà nei confronti della Bibbia, e anche un rapporto più libero nei confronti del religioso rispetto alle persone meno giovani.
Anche le cifre minoritarie sono interessanti: tra i francesi che si dichiarano senza religione, l'11% dice di leggere la Bibbia, e il 31% dei non credente dichiara di trovarvi un interesse religioso o spirituale. Il che mostra che l'interesse per la Bibbia va oltre l'appartenenza ad una Chiesa o a una sinagoga e corrobora la constatazione che oggi dire di essere senza religione non significa non avere interesse spirituale. Ma globalmente questo sondaggio mostra che è ancora difficile in Francia ammettere che avere interesse per la Bibbia non è in contraddizione con la laicità, e che la si può considerare come un testo letterario, storico o anche religioso senza essere necessariamente credenti.
All'inverso, in una società in cui l'impegno è una scelta volontaria, un'opzione personale, in cui l'appartenenza ad una religione diventa una forma di “sottocultura minoritaria”, coloro che vi si riconoscono sono più conseguenti nel loro impegno. Ad esempio, è molto interessante constatare che la maggioranza dei cattolici praticanti frequenta il testo biblico. La proporzione delle persone che possiedono una Bibbia e che la leggono è perfino aumentata. Quindi aumenta lo scarto tra coloro che sono molto impegnati e coloro che sono totalmente indifferenti a qualsiasi cultura religiosa. Questo divario è una delle componenti della configurazione attuale del paesaggio religioso.
in “La Croix” del 9 febbraio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
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venerdì 5 marzo 2010 6.37
Cioccolato, che peccato!
Una storia da cioccolatai. L’espressione dovrebbe indicare una questioncella, una vicenda da poco. E invece si trattò di una guerra che per un paio di secoli turbò le coscienze di molti cristiani e impegnò seriamente le migliori intelligenze teologiche. La domanda cui rispondere era: si può bere la cioccolata in quaresima? Alla dimenticata ma interessantissima – sia per gli aspetti antropologici, sia per quelli religiosi – secentesca «disputa sulla cioccolata» dedica uno studio accurato il ricercatore e biblista Claudio Balzaretti con Il Papa, Nietszche e la cioccolata (...). Ma atteniamoci invece alla rievocazione storica del conflitto, sorto in pieno clima controriformistico in seguito all’arrivo di insoliti e importanti «tesori» dal Nuovo Mondo: la patata, il mais, il pomodoro e – appunto – il cacao. Tutti generi alimentari che non solo rivoluzionarono il gusto del vecchio continente, ma in qualche caso misero in serio imbarazzo anche la dottrina cattolica; o almeno la sua morale. Il cioccolato – introdotto in Italia probabilmente agli albori del Seicento ed a lungo riservato alle classi abbienti – risultò infatti particolarmente difficile da digerire ai canonisti, e non per questioni dietetiche. Si trattava di stabilire se l’uso della cioccolata (intesa come bevanda calda di acqua e cacao) fosse ammissibile fuori dall’unico pranzo nei giorni di digiuno, ovvero in quaresima. «La disputa può essere riassunta in poche righe – scrive infatti Balzaretti –. Se le bevande non rompono il digiuno, allora bisogna sapere se la cioccolata è una bevanda o un cibo, perché essa ha come ingrediente il cacao, che è un alimento».
Il dibattito viene ufficialmente avviato nel 1636, allorché l’erudito spagnolo Antonio de Léon Pinelo pubblica la sua «Questione morale se il cioccolato rompe il digiuno ecclesiastico». In ben 238 pagine Pinelo – che era nato e vissuto a lungo in America Latina – passa in rassegna le 6 ragioni per cui la cioccolata va considerata una bevanda, le confuta analiticamente e conclude che... se bevuta una volta al giorno in modica quantità (mezza oncia) non infrange la regola, però ne fa perdere il merito ascetico. In realtà l’argomento era già stato discusso da altri, citati dal Pinelo stesso, come nel 1591 il medico Juan De Cardenas (contrario all’assunzione di cioccolata in quaresima) e nel 1609 lo storico del cacao Juan De Barrios, che invece la reputa una bevanda molto sana. Non si trattava peraltro di discussioni puramente accademiche, in quanto parecchie testimonianze ci informano che in America latina era uso... bere cioccolata in chiesa addirittura durante la messa! Lo facevano le nobildonne, che nelle funzioni più lunghe si facevano portare la bevanda dalle serve. Sulla questione sembra inizialmente ripetersi il secolare contrasto tra gesuiti e domenicani: i primi che in genere propenderebbero per permettere la consumazione della cioccolata anche nei tempi di digiuno (nel 1627 lo fa padre Escobar – canzonato per il suo lassismo dal giansenista Pascal – purché bevuta senza uova o latte, mentre nel 1634 padre Torres permette pure l’uso di zucchero); i secondi di solito contrari. Non si tratta però di una legge fissa, anzi; tuttavia gli schieramenti sembrano così palesi da supportare la diffusione della diceria che i gesuiti siano favorevoli alla cioccolata per interesse economico, in quanto in Brasile avevano molte piantagioni di cacao.
Peraltro ai figli di sant’Ignazio si accodano molte altre auctoritates: come il seguitissimo Tomàs Hurtado (1642) oppure padre Tommaso Strozzi, che nel 1689 pubblica a Napoli un poema in esametri latini sulla questione. E paradossalmente risultano più severi parecchi medici, che nei loro trattati non dubitano di catalogare la cioccolata tra i cibi fortemente nutrienti. Il moralista siculo padre Antonino Diana, teatino, nel 1637 appare più salomonico: riporta i pareri dei colleghi e conclude che la decisione debba essere lasciata ai teologi spagnoli, gli unici ad avere competenza «geografica» in materia... Con i decenni si precisano comunque le posizioni, ognuna delle quali pretende di aver ottenuto a suo favore pronunciamenti ufficiali da Roma; vengono spesi nomi di pontefici – Urbano VIII, Paolo V – che avrebbero approvato (sempre oralmente) la bevanda. Nel 1664 si sbilancia sulla «celeberrima controversia» almeno un cardinale, Francesco Maria Brancaccio, il quale in un apposito trattato sta con i possibilisti, pubblicando addirittura alla fine del suo testo una ricetta per preparare una cioccolata parecchio sostanziosa. Non l’avesse mai fatto! Subito viene rintuzzato dall’agostiniano Niceforo Sebasto, indizio che il dibattito dalla Spagna stava spostandosi in Italia; dove in effetti impazza per oltre metà del Settecento. Ancora nel 1748 il domenicano Daniele Concina si scaglia contro la cioccolata «in tempo di digiuno»: prima dal pulpito a Roma, poi in un apposito trattato; chi sostiene la liceità quaresimale della gustosa tazza diffonderebbe «una dottrina falsa, erronea, scandalosa» e, se non vuole rinunciarvi per mortificazione, lo faccia almeno perché la bevanda è cosa da ricchi.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori giudica rigorista tale posizione, ma al Concina risponde anonimamente il solito gesuita, Jacopo Sanvitale, usando tra l’altro un argomento assai specioso: gli indios in America usano il cacao come vero e proprio cibo; ma se fosse così, perché mai fanno venire schiavi dall’Africa? Non avrebbero forze sufficienti a lavorare essi stessi? Insomma, la polemica teologico-moralistica si è incartata nei cavilli e per fortuna è ai suoi ultimi sprazzi. Ancora a metà Ottocento, però, un libello evangelico taccia di «papisti» quanti si preoccupano «se è permesso prendere la cioccolata». Non per nulla Manzoni (che la storia la sapeva) ne fa sorbire una chicchera a Gertrude; ma solo la mattina in cui lascia la casa paterna per diventare ahimé la «monaca di Monza».
Roberto Beretta
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di donma ,
giovedì 4 marzo 2010 6.18
Come potremmo essere in grado di descrivere la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, il sacrificio conferma, la benedizione consacra, gli angeli annunciano, il Padre ratifica? Infatti nemmeno in terra i figli si sposano in modo legittimo e valido senza il consenso dei padri.
È come un giogo di due fedeli che condividono una sola speranza, un comune desiderio, un'unica norma di vita, una medesima servitù. Entrambi fratelli, entrambi compagni di servizio; nessuna differenza nello spirito e nella carne, piuttosto veramente «due esseri in una sola carne» (cfr. Gn 2,24). Dove una è la carne, è uno anche lo spirito: insieme pregano, insieme si amano, insieme trascorrono i tempi di digiuno, insegnandosi l'un l'altro, l'un l'altro esortandosi, l'un l'altro offrendosi sostegno.
Entrambi ugualmente stanno nella Chiesa di Dio, ugualmente nel divino banchetto, ugualmente nelle angustie, nelle persecuzioni, nei momenti di sollievo.
Nessuno dei due nasconde qualcosa all'altro, nessuno evita l'altro, nessuno gli è molesto. Spontaneamente, se infermo, è visitato, se povero, soccorso. Le elemosine si fanno senza costrizione, i sacrifici senza difficoltà, la diligenza quotidiana si esercita senza impaccio, il segno di croce non è furtivo, il ringraziamento non è timoroso, la benedizione non è silenziosa. Tra i due risuonano salmi e inni, e reciprocamente fanno a gara per vedere chi canti meglio per il suo Signore. Cristo vedendo e udendo questo, si rallegra. A questi manda la sua pace. Dove ci sono due, anch'egli è presente, dove egli è presente, non si trova nessun malvagio. Questi sono i precetti che la voce dell'Apostolo ci ha lasciato ben comprensibili nella loro concisione. Se sarà necessario, richiamali alla tua mente.
Tertulliano, Alla sposa, II, 3-9
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di donma ,
mercoledì 3 marzo 2010 5.45
Gli effetti della crisi economica in uno studio elaborato dal Pew Research Center
Negli Usa le mogli ricche e colte salveranno gli uomini
Nei prossimi anni le donne sono destinate a guadagnare più dei loro mariti
Per la prima volta nella storia, gli uomini americani tra i 30 e i 40 anni hanno più probabilità di sposare donne più istruite e in molti casi meglio pagate di loro, che non donne meno istruite e anche meno pagate. Lo afferma il Pew Research Center di Filadelfia, rilevando che in America oltre una moglie su cinque guadagna più del marito e che questa tendenza emersa negli ultimi decenni è destinata a rafforzarsi. Una previsione confortata dal censimento, secondo cui in ben dieci dei quindici settori lavorativi che si espanderanno di più nel futuro le donne sono già i due terzi delle maestranze. E avallata dai dati della crisi economica del 2008 e 2009: ogni quattro nuovi disoccupati tre erano uomini. E’ una rivoluzione sociale, dice il Pew Research Center, che cambierà i rapporti coniugali, ed è dovuta al fatto che i laureati alle università, a cui vanno i migliori impieghi, sono ormai in maggioranza donne, il 57% contro il 43% nel 2008. L’istituto nota che nel 1970 il 28 per cento delle mogli aveva un titolo di studio inferiore al marito e il 20 per cento uno superiore, ma che dal 2007 le percentuali si sono capovolte. Sempre nel 1970 inoltre i mariti con mogli meglio pagate di loro erano il 4 per cento, nel 2007 il 22 per cento. Una volta erano rari i casi come quelli di Meg Whitman, l’ex presidente della E bay, e Carly Fiorina, l’ex presidente della Hewlett Packard, donne di affari che guadagnavano più del consorte, ma adesso sono abbastanza comuni. A sentire Paul Fucito, portavoce del Pew Research Center, la moglie colta e ricca sarà la salvezza del maschio Usa. Il maschio, spiega Fucito, ha più bisogno del matrimonio della donna per la propria stabilità fisica, mentale ed economica. Lo dimostrano due dati: l’uomo sposato gode di salute migliore e vive più a lungo di quello celibe; e dal ‘70 al 2007 ha visto aumentare del 60 per cento il proprio stipendio contro il 16 per cento del single. Ma le donne di successo, con una carriera brillante, lamentano che gli uomini si spaventino all’idea di unirsi a loro. Dichiara Syreeta McFeddan, una agente immobiliare di 35 anni: «Il mio ex boy friend mi ammoniva che nessuno vuole sposare una donna troppo potente e indipendente». Il monito non è a prova di bomba: in America cominciano a esserci mariti che fanno la casalinga, badando ai figli e lavorando solo part time, perché la moglie guadagna molto di più. Ma non sarà facile alle donne infrangere il mito dell’uomo “bread winner”, che porta il pane a casa, a cui soprattutto i neri e gli ispano americani, il 30 per cento della popolazione, sembrano legati. Con esso sparirebbe il senso di superiorità del maschio.
Ennio Caretto
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mercoledì 3 marzo 2010 5.42
"Ci sono uomini che usano le parole all’unico scopo di nascondere i loro pensieri".
Voltaire
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martedì 2 marzo 2010 6.07
Gesù mi ama; la mia gioia è infinita; sono felice oltre misura, perché voi mi amate, mio Diletto, mio tutto, mio unico bene! Che m'importa di tutto il resto, quando vi amo e Voi mi amate! Infelice quando Voi mi amate? Non , mai: sono felice, d'una felicità senza limiti, tanto felice da voler morire di gioia, da venir meno per la gioia, perché Voi mi amate, o Diletto del mio cuore! Vi domando una cosa sola: che la mia anima sia una sposa riconoscente e fedele, che io vi ami, vi piaccia e vi glorifichi quanto più posso, o Sposo che mi amate.
fr. Charles de Foucauld, Meditazioni sui vangeli, 1888
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lunedì 1 marzo 2010 10.45

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lunedì 1 marzo 2010 6.31
Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Parte da qui l'idea del primo "sciopero degli immigrati" promosso dal Comitato Primo marzo 2010, che si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. «Questo movimento - spiega un comunicato - nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli». L'iniziativa si collega e si ispira La journée sans immigrés: 24h sans nous, il movimento che in Francia sta organizzando uno sciopero degli immigrati per il 1 marzo 2010. Il Centro missionario Pime di Milano ha deciso di aderire alla giornata di mobilitazione, ed esporrà simbolicamente alcuni drappi gialli, il colore di riferimento della manifestiazione. «Lo abbiamo scelto - sottolineano gli organizzatori - perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica. Vi invitiamo, quindi, a usare già da oggi un braccialettino o un nastrino giallo come segno di riconoscimento». Lunedì primo marzo, alle 18.30, in tutte le città d'Italia verranno lanciati in cielo palloncini gialli (in lattice biodegradabile): il cielo si colorerà di giallo. Nel corso della giornata in varie città d'Italia sono previste iniziative e manifestazioni di sensibilizzazione (sul sito www.primomarzo2010.it trovi l'elenco completo). Per leggere approfondimenti sull'iniziativa, ma anche articoli e notizie legati all'emergenza del razzismo, dal nord al sud del globo, vai sul sito di Mondo e missione, Missionline.
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lunedì 1 marzo 2010 6.30
... non che ieri siano mancate le notizie tristi.
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domenica 28 febbraio 2010 6.49
Decide il Poppolo
di Massimo Gramellini
«Popolo di Raiuno! Popolo di Canale 5! Benvenuti a Decide il Poppolo, il programma a reti unificate che da oggi sostituisce il Parlamento. (Vivissimi applausi dalla platea). Basta Casta, gli onorevoli adesso... siete voi!!! (boati). Ma veniamo al tema di questa sera. Si vota sui lavoratori clandestini: regolarizzarli o rispedirli indietro? Chiamo sul palco Malik Barak, che ci esporrà in tre minuti le ragioni per cui andrebbero accolti... Grazie, Malik... E ora, per i fautori del rimpatrio forzato, Giasone Pecoracci... Grazie anche a te, Giasone... Popolo! Pensate di aver acquisito una conoscenza approfondita del problema? (Coro: Sììììì!)... Allora... si decide! Se volete regolarizzare i clandestini come Malik, il codice di televoto è lo 01. Se invece volete cacciarli come proposto da Giasone, il codice è lo 02... Notaio, push the botton! Stop al televoto...
Ecco, mi stanno consegnando la busta con l’esito della votazione... Il popolo sovrano ha deciso... Vorrei un po’ di atmosfera... Regista, spegni lo studio... La volontà... insindacabile... del popolo... italiano... è che i lavoratori... clandestini... siano... rimandati a casa loro! Mi dispiace, Malik. Domani verrete tutti rimpatriati, ma non disperare: ci sono ancora i ripescaggi... Popolo di Raiuno! Popolo di Canale 5! Vi aspetto la settimana prossima per una nuova puntata di Decide il Poppolo. Voteremo la Finanziaria: siete favorevoli all’abolizione delle tasse?». Mi sveglio di soprassalto. Il telefono dorme ignaro sul comodino, attaccato al caricatore. E’ stato solo un sogno.
Per ora.
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sabato 27 febbraio 2010 10.45
La Quaresima, un tempo per liberarsi dalle maschere
di Maria Cristina Bartolomei
L'antica tradizione del Carnevale continua a essere nel mondo diffusamente viva, in forme molto diverse. (...) Il Carnevale sta in ogni caso sotto il segno distintivo della maschera. Il comportarsi in modi abitualmente non consentiti poteva avvenire solo con la protezione di una maschera che cancellasse l'abituale identità (...) In gioco è qui la questione della nostra identità e del suo riconoscimento sociale.
In Sostiene Pereira lo scrittore Antonio Tabucchi sostiene che in noi abita una «confederazione di anime»: di volta in volta noi consentiamo all'una o all'altra di prevalere e di esprimersi. Una bella metafora per richiamare alla complessità di ogni personalità umana, che è sempre eccedente sia i modi in cui giunge a esprimersi nelle circostanze in cui si viene a trovare sia le modalità in cui viene percepita e riconosciuta da altri. Se il riconoscimento è un bisogno essenziale per ognuno, esso però è anche — come rileva la riflessione filosofica al riguardo — sotto il segno della ambiguità. (...)
Speculare e collegata a questo c'è la paura di essere riconosciuti per quel che si è, l'attitudine a dissimulare, che non va beninteso confusa con la tutela della intimità e privatezza né con la volontà di non esporsi a giudizi e sguardi distruttivi. Il che significa che la maschera non è solo un espediente giocoso del Carnevale, ma è qualcosa che inerisce al nostro comportamento sociale, e che non è privo di gravi insidie e ambiguità. Oggi la maschera tende a non essere sovrapposta al viso e al corpo, ma a far tutt'uno con essi. (...) L'imperativo è, invece, creare "immagini" vincenti e brillanti; presentare "volti" seducenti, magari incompetenti e manovrabili; assumere le maschere più convenienti: affettando una compunta serietà o esibendo sfrontata trasgressività. Ciò che spesso si cela dietro a questo è meschinità, mediocrità, arrivismi, avidità ed egoismi individuali e di gruppo, noncuranza del bene comune e sprezzo degli altri.
La Quaresima è un invito non solo a sfilarsi le maschere e por fine allo scatenarsi del Carnevale, ma a far cadere le maschere della finzione, le identità false che assumiamo per piacere e avere successo, a riconoscerci e ad accettarci per quel che in verità siamo e per quel che per grazia siamo resi in grado di essere: nel nostro limite e debolezza, ma anche nella nostra grande dignità e potenzialità; è un invito a «rientrare in noi stessi» (Luca I 5,17) per andare oltre noi stessi verso l'altro e verso Dio; a curarci autenticamente di noi, e non delle maschere, profumandoci la testa e lavandoci il volto (Matteo 6,16), chiedendo a Dio il collirio che guarisce la nostra cecità (Apocalisse 3, I b), «digiunando» dalla nostra tronfia falsa immagine (Apocalisse 3, 17); a "scatenarci", cioè a liberarci dalla costrizione di apparire, nella società dell'immagine, liberandoci da ciò che ci impedisce di riflettere sul nostro volto il volto di Dio, di riconoscerlo in quello di ogni fratello in umanità e in tutte le manifestazioni del creato, che chiedono attenzione e cura.
in Jesus, 2 febbraio 2010
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sabato 27 febbraio 2010 9.44
Se l'uomo si fa lupo
di Enzo Bianchi
Mentire, rubare «non è il vero essere umano». Certo, solo gli esseri umani mentono e rubano, è proprio della nostra natura ferita cadere in comportamenti deprecabili, ma l'efficace uscita di Benedetto XVI contiene un senso ben più profondo.
Rubare, mentire e più in generale trasgredire uno dei dieci comandamenti - le dieci parole che narrano la verità intima dell'uomo - non è solo questione di commettere un peccato, di infrangere un precetto religioso, vuol dire anche e soprattutto tradire la propria e l'altrui dignità umana. Umano, infatti, non è ciò che fan tutti, cedendo al proprio istinto, assecondando il proprio egoismo o usando in modo distorto delle proprie capacità intellettive. Umano, invece, è ciò che rende l'uomo degno di tal nome, ogni gesto e parola che crea comunione, che accresce la vita, che manifesta solidarietà verso i propri simili. Homo homini lupus recita l'antichissimo adagio ma, appunto, così facendo l'uomo si mostra lupo non uomo!
In questo senso il messaggio biblico, e quello evangelico in particolare, sono una «buona notizia» innanzitutto antropologica: ci aiutano a capire, svelano ai nostri occhi l'autentica qualità dell'uomo. «Ecce homo!» ha esclamato Pilato di fronte a Gesù: un'espressione che da parte sua voleva solo additare l'imputato, l'uomo che si stava giudicando. Ma l'evangelista che narra la scena va più in profondità e fa di quell'esclamazione di un pagano l'annuncio che l'uomo secondo il pensiero e il volere di Dio è quel condannato ingiustamente, che non ha mai mentito né rubato ma, al contrario, ha proclamato e vissuto la verità fino a identificarvisi e ha donato tutto se stesso agli altri, nulla trattenendo per sé.
Quando diciamo che certi comportamenti appartengono alla «natura umana», che sono inevitabili, quando ne sminuiamo la gravità chiamando tutti a correi, quando ci rifugiamo nell'«errare humanum est», noi in realtà offendiamo la dignità umana, sviliamo l'uomo che invece è capace di pensare, agire, vivere secondo una volontà di bene e non di male. Del resto, quando alcuni gesti malvagi vengono portati all'estremo, la nostra reazione non è forse proprio quella di considerarli disumani, bestiali, estranei all'uomo come lo concepiamo idealmente? Il Vangelo ci dice - e Benedetto XVI ce lo ha ricordato - che in ciascuno di noi alberga l'uomo vero, creato a immagine e somiglianza di Dio, una persona capace di rapportarsi con gli altri e con le cose non nello spazio della preda e della menzogna, ma in quello della condivisione, della solidarietà, della verità che è carità, attenzione agli altri e alla vita piena.
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venerdì 26 febbraio 2010 22.24
Grazie a tutti coloro che ci hanno accompagnato con la preghiera, l'attenzione, la lettura dei micro-post sul blog.
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giovedì 25 febbraio 2010 21.37
“Lo ha espresso il Concilio Vaticano II con una formula che viene ripresa da Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: l’uomo si realizza pienamente nel dono di sé. In altri termini, quando ci liberiamo dall’egoismo, dalla ricerca del successo, del potere, della gloria, e ci dedichiamo agli altri, siamo veramente uomini” .
C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 125
* “Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo e che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima”.
Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 30
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mercoledì 24 febbraio 2010 20.59
“Di fatto la coscienza di Chiesa è spesso molto scarsa. Si ha una religiosità individuale, si compie una ricerca personale di Gesù e tuttavia manca il senso di Chiesa. E d’altra parte è normale che sia così, perché lo si acquista gradualmente, crescendo in essa, sacrificandosi e pagando di persona. E’ più facile vivere il senso di appartenenza in una comunità religiosa. E’ più difficile riferirlo alla Chiesa in quanto tale. Notiamo infatti una presenza di individualismo di gruppo, magari anche religioso, che non è vero e proprio sensus Ecclesiae. Posso dire sinceramente che nella mia esperienza ho vissuot da gesuita, fino all’età di cinquantatre anni, la solidarietà soprattutto con la Compagnia di Gesù. Quando sono diventato vescovo, allora ho capito che cos’è la solidarietà con la chiesa, con una comunità universale. In essa la mia appartenenza alla Compagnia di Gesù mi inseriva fortemente, in quanto ne era una specificazione concreta” (p. 57).
"Siamo chiamati ad approfondire il nostro inserimento nel popolo cristiano come grazia grande, fondamentale, e da cui tutte le altre derivano; l’essere il popolo di Dio, il vivere l’esperienza di chiesa, sono realtà da stimare al di sopra di ogni altro bene”.
C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 58
“Per Pietro, come per tutto il NT, l’unica forza generante, l’unico seme di vita nuova per sé incorruttibile, è la Parola del Signore. Ogni altra parola, ogni altra mediazione culturale e persino ogni mediazione teologica (…) non è propriamente generante e creatrice e incorruttibile nel senso assoluto in cui solo lo sperma (seme) della parola di Dio è incorruttibile”.
Giuseppe Dossetti
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martedì 23 febbraio 2010 23.36
«Tu non puoi dire: “Amo il fratello, ma non amo Dio”. Come tu menti se dici: “Amo Dio”, quando non ami il fratello, allo stesso modo ti inganni se dici: “Amo il fratello” e ritieni di non amare Dio. Tu che ami il fratello, ami necessariamente colui che è lo stesso Amore; ora “L’amore è Dio” (1Gv), chiunque ama il fratello dunque necessariamente ama Dio».
Agostino, Trattato sulla prima lettera di Giovanni, IX, 10
“La nostra vita, la nostra quotidianità, il nostro corpo sono il vero sacrifico che si unisce a quello di Gesù. La vera dignità del cristiano è di essere un solo edificio con Gesù, essere il sacerdozio santo che offre il sacrificio della propria vita” .
C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 54
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lunedì 22 febbraio 2010 22.24
Il testo di riferimento per le meditazioni di tutta la settimana sarà:
Carlo Maria Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, Piemme 2005
Obiettivo degli EESS:
“Cercare la volontà che il Signore mi presenta adesso, in questo particolare momento della mia biografia, del mio cammino, dei miei doveri, delle mie prove, delle mie speranze” (p. 16)
Sulla speranza escatologica
* “La speranza della vita eterna non è di per sé soltanto speranza della mia salvezza personale, di andare in paradiso, ma speranza che si manifesti il Regno, che venga il giudizio finale sulla storia, a mostrare la glorificazione del Cristo Risorto, che venga il momento in cui l’umanità intera riconoscerà la regalità di Cristo. E’ una speranza che muove tutto il nostro operare, perché comincia a realizzarsi fin da ora e, a partire dai suoi segni premonitori, noi dirigiamo anche il nostro lavoro pastorale e apostolico” (p. 43).
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domenica 21 febbraio 2010 9.26
Questo pomeriggio partiamo per gli Esercizi Spirituali ad Assisi, fino a venerdì.
Grazie per chi pregherà per noi!
Ci ritroveremo sul sito, con qualche aggiornamento (compatibilmente con i tempi e la preghiera!).
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domenica 21 febbraio 2010 7.20
Messaggio di papa Benedetto XVI per la Quaresima 2010
La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)
Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).
Da dove viene l’ingiustizia? (continua)
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sabato 20 febbraio 2010 11.23
L'impossibile Tigre Boschi
di Massimo Gramellini
«Sono profondamente dispiaciuto per avervi deluso. La fama e la ricchezza mi hanno fatto credere di essere esente dalle regole che tutti rispettano. Ma sono stato uno stupido, non si gioca con i valori. Ora spetta solo a me cercare di ricominciare». Osservata dall’Italia, la penitenza in mondovisione del golfista fedifrago Tiger Woods (Tigre Boschi) appartiene ad altre galassie. Da noi si dice: fra moglie e marito non mettere il dito. Quelli invece ci mettono le telecamere della diretta. Impensabile che Marrazzo o Delbono, per citare gli ultimi uomini pubblici coinvolti in vicende di sesso, si prestino a simili riti di purificazione.
Nei Paesi protestanti come gli Usa il reprobo non si limita a pentirsi. Prende l’impegno solenne di diventare un’altra persona. Il prezzo da pagare per il perdono non è tanto l’umiliazione pubblica, ma l’impossibilità di una recidiva. Il giorno che Woods venisse di nuovo pescato dietro qualche gonnella, per gli americani (e per gli sponsor che lo hanno reso ricco) sarà un uomo finito. Nell’Italia cattolica, invece, non esiste il concetto di «unica chance». Qui si pecca e si viene perdonati di continuo per reati veri, altro che un tradimento coniugale. E l’obiettivo del pentimento è farla franca per poterla rifare ancora. Anche se si è ricchi e famosi. Anzi, soprattutto. Provo a immaginarmi un noto leader che si scusa in tv con la moglie e giura ai fan che non la tradirà mai più. Sicuro che prima della fine gli scapperebbe una barzelletta sulle albanesi e dovrebbe ricominciare il suo discorso daccapo. All’infinito.
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sabato 20 febbraio 2010 6.05
Per sorridere... pensandoci su!
E poi dicono che ridere allunga la vita....
Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio.
Anche un'arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete.
Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d'acqua (sì, per poi eliminarli in pipì, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berli).
Tutti i giorni bisogna bere un Actimel o mangiare uno yogurt per avere gli 'L.Casei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un'aspirina, per prevenire l'infarto, e un bicchiere di Vino rosso, sempre contro l'infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era.
Se li bevi tutti insieme, ti può dare un'emorragia cerebrale, però non ti preoccupare,perché non te ne renderai neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché riesci a "produrne" tanta da poter fare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore.
Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l'Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti... e così via finché ti rimangono 3 denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine...
Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.
Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno.
Già, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz'ora (attenzione: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz'ora diventa una).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando vai in vacanza, suppongo.Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare l'amore tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
Bisogna anche avere il tempo di spazzare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o ... dei FIGLI???
Insomma, per farla breve, i conti danno 29 ore al giorno.
L'unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d'acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l'amore (tantrico) col compagno/a che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi genitori. Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l'Actimel, e domani fate cambio.
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi Amici (che bisogna innaffiare come una pianta). Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d'acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo ... però devo andare urgentemente al bagno. E ne approfitto per lavarmi i denti....
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di donma ,
sabato 20 febbraio 2010 5.43
1. Disciplina della Chiesa cattolica e prospettive di riflessione.
2. Prospettive della tradizione protestante.
3. Teologia e prassi delle Chiese ortodosse.
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venerdì 19 febbraio 2010 6.23
In calo le offerte alla Chiesa
La crisi economica colpisce le offerte dei fedeli di strati sociali medio-alti e sono in flessione anche le donazioni di enti pubblici e privati per le opere di carità della Chiesa cattolica.
di Giacomo Galeazzi
Cala l’elemosina alla Chiesa, resiste solo l’obolo della vedova. La crisi economica colpisce le offerte dei fedeli di strati sociali medio-alti e sono in flessione anche le donazioni di enti pubblici e privati per le opere di carità della Chiesa cattolica. A resistere è tuttavia il cosidetto «obolo della vedova», ovvero le poche euro, inviate tramite appositi bollettini postali, da una popolazione povera composta per lo più da madri di famiglia, vecchiette e pensionati che risparmiano sulla spesa quotidiana. Lo riferisce all’Osservatore Romano monsignor Giovanni Pietro Dal Toso, sottosegretario del Pontificio Consiglio «Cor Unum», il dicastero vaticano della solidarietà. Dove la crisi si fa sentire di più «è nel settore del finanziamento dei medi e grandi progetti in favore dei Paesi poveri. Sono diminuiti drasticamente sia le donazioni sia i fondi pubblici destinati a questo scopo», spiega il presule. La macchina della carità del Papa anche quest’anno ha distribuito circa sei milioni e mezzo di dollari statunitensi, destinati a popolazioni colpite da calamità naturali e al finanziamento di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Intanto diminuiscono anche le quote dell’otto per mille destinate alla Chiesa cattolica: dal 2008 al 2009 il calo è stato del 3,8%. I fondi attribuiti dallo Stato alla Chiesa in base alle firme dei contribuenti sono scesi da 1002,5 milioni di euro a 967,5 per il sostentamento del clero, la carità, il culto, la pastorale. Il 2009 rappresenta il punto minimo delle entrate dell’ultimo triennio.
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giovedì 18 febbraio 2010 6.06
Coda: «Purifichiamo la fede, nuovi linguaggi per dire Dio»
intervista a mons. Piero Coda a cura di Lorenzo Fazzini
Mai Dio senza l’altro. Facendosi coinvolgere nei silenzi e parole dei non credenti. Perchè questa è l’economia della salvezza di Cristo. Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana , è «entusiasta» del «cortile dei gentili» quale metafora di quel confronto che l’attuale pontefice chiede con i non credenti.
Quale la dinamica di questo dialogo?
«Quando è condotto senza intenzionalità ideologiche, il dialogo chiede al credente una testimonianza coerente di vita e di intelligenza del Dio fattosi uomo in Gesù Cristo. Il Concilio afferma che c’è bisogno di una purificazione della fede: ciò significa liberarla dalle incrostazioni desuete accumulatesi nei secoli perché brilli oggi nella sua luce sempre attuale ».
Quali le 'incrostazioni' più urgenti da purificare?
«Penso a quanto Giovanni XXIII diceva nell’indire il Concilio, ovvero il concetto di aggiornamento: la sostanza della fede è immutabile, mentre il linguaggio che la esprime va plasmato sintonizzandosi sui segni dei tempi. Viviamo una situazione di epocale transizione culturale. Abbiamo ereditato una forma di chiesa radicata nel tardo Medioevo: la modernità, la società plurale, l’innovazione tecnologica, i movimenti migratori provocano la Chiesa a essere più plastica, affinché vi giochino il loro ruolo attivo tutti gli stati di vita. Urge far spazio a una coscienza cristianamente formata secondo il vangelo e la dottrina cristiana che penetri tutte le realtà antropologiche e sociali. Serve più spazio alla dimensione femminile. C’è bisogno insomma di più profezia come testimonianza della novità evangelica e come espressione di pluralità».
Il dibattito culturale è segnato dai 'nuovi atei'. Da essi vi sono contributi positivi al confronto tra laici e cristiani?
«Mi sembra che l’atteggiamento aggressivo di alcuni autori abbia caratteristiche diverse rispetto all’ateismo di forte convinzione e di fragile ideologia degli anni Sessanta. Tale atteggiamento, a mio parere, nasce da due prospettive: esiste un ritorno ideologico corrosivo, regressivo e non produttivo contro la tradizione cristiana; e c’è un disincanto per cui la testimonianza di Dio offerta dalla Chiesa non intercetta le domande più profonde. Vi è qui una richiesta ai credenti di maggior radicalità non solo esistenziale ma anche culturale. La cultura cristiana è a un punto cruciale: o si rifonda a partire dall’evento di Gesù Cristo morto e risorto, e vivo nella storia, oppure decade ed è emarginata. Il cristianesimo può offrire al mondo una nuovissima fioritura di sé. A un recente dibattito il filosofo della scienza Orlando Franceschelli, parlando della proposta cristiana, diceva: 'Non ci siamo ancora detti il meglio'. Dobbiamo trovare nuovi linguaggi, argomentazioni e concettualizzazioni per i nostri interlocutori: la loro attesa è così profonda che altrimenti resta delusa».
Come riuscire a dire Dio oggi?
«Non si può dire Dio senza l’altro. Non posso parlare di Dio senza che colui al quale mi rivolgo entri a determinare il mio dire. Sono chiamato ad ascoltare il silenzio, la parola e il grido dell’altro. Devo accogliere quel che lui mi dice, anche nella sua critica. Questo atteggiamento ha un fondamento teologico: il Dio di Gesù dice la sua Parola all’uomo al punto da farsi uomo, anzi il grido dell’uomo».
Cosa significa questo nel nostro contesto culturale?
«Ad esempio, non si può dire Dio senza quel che la scienza e le sue scoperte sull’universo ci comunicano. Dire Dio passa sempre attraverso una determinata concezione cosmologica. Dante ci ha parlato di Lui secondo la visione dell’universo del suo tempo. Oggi non siamo ancora capaci di questo. Già capire tale scommessa è un traguardo importante ».
in “Avvenire” del 29 gennaio 2010
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di donma ,
giovedì 18 febbraio 2010 6.01
Un'indagine Demos-Coop dimostra che le nuove generazioni s'informano via Internet e lo fanno in modo molto attivo
Da internauti a "infonauti": i giovani e la democrazia web
La rete è anche la via principale d'accesso a tv e radio
di Luigi Ceccarini e Martina Di Pierdomenico
I giovani sono protagonisti importanti di questa dinamica. In sette casi su dieci utilizzano quotidianamente internet per informarsi, al pari della Tv. E molto più del giornale cartaceo (19%) o del satellite (37%). E' un dato interessante se consideriamo che vengono spesso rimproverati di informarsi poco. Evidentemente bypassano i canali tradizionali ricorrendo alla rete. Tutto questo avviene, secondo l'indagine Demos-Coop, nel quadro di un utilizzo più diffuso delle tecnologie digitali per informarsi. (...) I più giovani sono nativi digitali, come li ha definti Marc Prensky. Sono fruitori "impegnati" di questa tecnologia. Il 74% di chi ha un'età compresa tra 15 e 24 anni (+19 punti percentuali rispetto al 2007) e il 63% di quelli tra 25 e 34 anni (+15 punti percentuali rispetto al 2007) dichiarano che per informarsi utilizzano internet "tutti i giorni". Questo stile, come prevedibile, si riduce progressivamente nelle successive coorti di età. Fino ad arrivare al 7% tra quanti hanno superato i 64 anni. Ciò è dovuto al fatto che le risorse individuali necessarie a fare di internet uno strumento di uso quotidiano - non solo di informazione ma anche di lavoro e svago - sono meno disponibili presso i settori più adulti della popolazione. (...)
Internet caratterizza il loro stile di informazione, per questo oltre a internauti potremmo definirli info-nauti. (...) Dall'indagine si rileva una significativa differenza generazionale nell'approccio agli strumenti di informazione. Gli utenti più anziani tendono ad essere fruitori "passivi", si affidano alla rigidità dei palinsesti della tv tradizionale e delle pagine stampate dei quotidiani cartacei. Gli info-nauti invece valorizzano l'interattività e la flessibilità dei sistemi digitali di informazione. Sono fruitori "attivi", che costruiscono in modo individualizzato l'approccio ai new media.
Un altro punto importante che emerge dall'indagine riguarda il nesso democrazia e comunicazione; i cittadini intervistati ritengono che indipendenza e libertà di informazione oggi appartengano in primo luogo alla rete internet (35%). Poi alla Tv (25%), quindi ai quotidiani (20%). Generalmente nella credibilità di un media si riflette la conoscenza e l'utilizzo dello stesso. Per questo il dato su internet appare particolarmente significativo, perché è meno utilizzato della Tv (87% vs. 38%), ma nonostante ciò viene ritenuto più democratico. Detto in altri termini: si guarda la Tv ma non ci si fida troppo. (...) Da un lato, quindi, i giovani si fanno promotori di innovazione, privilegiando la rete come arena del confronto democratico. Dall'altro, sono anche portatori di elementi tradizionali. Le classiche fratture ideologiche si riflettono infatti nel mondo dei nuovi media. Gli info-nauti si configurano come estensione, nel virtuale, della politica reale.
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