Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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lunedì 6 febbraio 2012 12.44
L'ascolto è il primo passo di una buona guida
di mons. Bruno Forte
Il card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, ha scritto un breve testo, appena pubblicato, intitolato Il Vescovo (Rosenberg & Sellier, Torino 2011, 94 pagine). Penso possa servire a tutti - credenti e non credenti - fermarsi a riflettere su di esso: vi traspare un'intelligenza vivissima e umile e una fede profonda, amica di Dio e degli uomini. A cinquant'anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, le riflessioni di Martini - autobiografiche e non solo – costituiscono una splendida testimonianza di quello che l'assise voluta da Giovanni XXIII e portata a compimento da Paolo VI ha detto alla Chiesa e al mondo. Si sa che la riforma avviata dal Concilio riguardò in gran parte l'autocomprensione della Chiesa stessa e il suo modo di stare fra gli uomini: emblematico in tal senso fu il cambiamento di titolo - avvenuto in corso d'opera - della Costituzione Gaudium et Spes, quando alla semplice congiunzione della formulazione «La Chiesa e il mondo contemporaneo» si sostituì una molto più significativa preposizione "in". «La Chiesa nel mondo contemporaneo» non intendeva presentarsi come dirimpettaia della comunità degli uomini, ma come lievito nella pasta, mescolata alle gioie e ai dolori di tutti. Questo cambiamento di prospettiva è testimoniato in maniera delicata e intensa da un "flash-back" del Cardinale: «Ricordo che nella mia fanciullezza consideravo il vescovo qualcuno che stava come in una nicchia nella chiesa per ricevere l'omaggio dei fedeli. In questo scritto vorrei tirarlo giù da quella nicchia e vederlo a contatto con la gente, così come realmente avviene. Intendo esprimere qualcosa che dia un'immagine di lui meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese. Naturalmente... attingo alla mia esperienza di vescovo per oltre ventidue anni in una grande diocesi» (4-15). Uomo tra gli uomini, fratello e amico di tutti, padre nella fede per chi ha occhi per riconoscerlo tale, il vescovo del Vaticano II è proprio per questo anzitutto un uomo in ascolto, e proprio così «un servitore della Parola di Dio. Durante la consacrazione gli viene messo sul capo il libro dei Vangeli. Questo è un segno molto bello: significa che egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente. Egli è sottoposto a esso in ogni senso: la sua parola deve fare risuonare il Vangelo e ogni gesto deve essere una realizzazione del Vangelo» (38). Perché questo avvenga, il vescovo deve essere uomo di preghiera, soprattutto d'intercessione: «Se si vuole un vescovo profeta - afferma Martini - bisogna dargli molto tempo per pregare» (41). Non si tratta di cercare evasione dalle sfide con cui confrontarsi. Al contrario, si tratta di nutrire l'amore per la propria gente alla fonte che non si esaurisce: «Di certo per chi è nominato vescovo scatta un sentimento molto forte di responsabilità e di amore per la sua nuova diocesi. Sente in cuore di trovarsi vincolato a questa nuova realtà e desidera servirla con tutte le proprie forze» (25). All'ascolto di Dio, il vescovo - e con lui la Chiesa - del Vaticano II unisce l'ascolto umile, intelligente e partecipe della vita degli uomini: «Compito della Chiesa è anzitutto predicare il Vangelo. E il Vangelo è per tutti, senza esclusioni. È la proclamazione di un Dio che sempre perdona nel nome del Figlio Gesù crocifisso e risorto. Per questo Gesù ha accolto tutti, si è posto in dialogo con tutti. Non v'è traccia di rifiuto pregiudiziale per alcuna persona nei Vangeli» (42-43). Questa volontà di dialogo si nutre di attenzione alla persona: «L'attenzione alla singolarità della persona, alla sua irripetibilità e incomparabilità e alla sua debolezza, hanno effetti molto più duraturi anche davanti a richieste esigenti. Molti hanno bisogno di essere capiti e amati prima di essere guidati con comandi e precetti» (49). L'autorità si offre nella credibilità di un impegno d'amore accogliente e generoso: plasmata dalla carità, essa diventa autorevolezza, convinzione e pertinenza. Il rapporto della Chiesa con l'altro va allora vissuto nel segno dell'amicizia che non esclude nessuno, né vuole imporsi ad alcuno: «Gesù ha una concezione ben precisa dell'autorità come servizio e del modo di esprimerla: lavando i piedi ai fratelli. Ma non vuole imporre questo modo se non partendo dal suo stesso esempio» (47-48). In questo spirito Martini ricorda alcune scelte forti del suo servizio pastorale: «A Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti, con cui intendevo mettere in cattedra anche i non credenti e imparare ad ascoltarli, sia pure con un ascolto critico» (54). Ma l'ascolto va rivolto anche e in maniera privilegiata a chi non ha voce: «È molto importante che un vescovo abbia incontri diretti con i poveri, con i carcerati e altri esclusi dalla nostra società. Sentirà la loro sofferenza e ne sarà come contagiato. Avrà anche modo di comprendere la fatica che fa molta gente per arrivare alla fine del mese» (57). La conclusione è significativa per tutta la Chiesa, ma anche per ogni persona cui stia a cuore il bene comune: «Quanto più un vescovo si trova in stato di ascolto, tanto più potrà aiutare la sua Chiesa e anche quelli che non credono (59). Sul ponte dell'amicizia si fa strada la verità liberante per tutti: «Quando si è costruita una reciproca fiducia nella veridicità di ciò che si dice, anche nelle cose un po' difficili o in quelle che possono dare dispiacere, il mondo mediatico sa aiutare, collaborando con il vescovo per la sua missione» (78). Di qui i caratteri che questa bellissima "retractatio" martiniana assegna al pastore, e che potremmo estendere a ogni uomo o donna che voglia porsi responsabilmente al servizio degli altri: ciò che soprattutto occorre è essere "una persona integra e onesta", tale che chi la incontra «deve scorgervi con facilità e chiarezza un'obbedienza volenterosa alle leggi dello Stato... Ci vogliono uomini capaci di dire il vero, capaci di non mentire mai e per nessun motivo» (90). Certo, per cambiare le cose sarà indispensabile dotarsi di «pazienza, virtù antichissima eppure sempre necessaria», e di misericordia: «La tanta sofferenza di questo mondo, l'immenso dolore e la tanta disperazione, chiedono che la Chiesa eserciti tutta la sua funzione di madre amorevole attenta e premurosa. Che sia capace di offrire motivi di speranza a tutti» (91). L'affermazione finale è come un mandato, che riguarda certo il pastore, ma si mostra indicazione esigente e affascinante per tutti: con l'eloquenza della vita Martini domanda a se stesso e al vescovo di essere «un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa rimettersi in discussione, che sa riconoscere i propri errori senza troppe auto-giustificazioni. Dunque anzitutto un uomo vero» (91). Non è questa una richiesta che tocca veramente tutti, specialmente chi voglia operare con intelligenza, amore e giustizia al servizio del bene comune?
in “Il Sole 24 Ore” del 5 febbraio 2012
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lunedì 6 febbraio 2012 6.39
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domenica 5 febbraio 2012 19.57
dal Vangelo secondo Matteo (15, 21-28)
Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
In questo brano - tratto dalla liturgia domenicale in rito ambrosiano - Gesù ascolta persino il grido della donna pagana. Perché all'interno della Chiesa non ci dovrebbe essere ascolto? Perché coloro che in terra dovrebbero manifestare più chiaramente la cura pastorale del Buon Pastore, non dovrebbero essere disposti ad ascoltare le pecore del gregge?!
don Chisciotte
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domenica 5 febbraio 2012 7.06
La parola ai poveri
don Primo Mazzolari
Ci sono davvero i poveri? La stessa impressione di quando mi chiedono se Dio c'è. Subito vogliono sapere: chi è? dov'è? cosa fa? I poveri sono "i figli di Dio". Tra i poveri e Dio c'è una stretta somiglianza e un continuo incontro. Essi vivono così particolarmente legati a lui che nella mente e nel cuore dell'uomo Dio e il povero seguono uguali alternative di luce e di oscurità, di riconoscimento e di negazione, di avversione e d'amore. E per questo che gli atti del povero quasi istintivamente si riferiscono a Dio. Non ha detto Gesù che saremo giudicati secondo che avremo o no sfamato, dissetato, consolato lui stesso sotto le vesti del povero?
Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta, il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il "sottoproletariato" di cui la strategia rivoluzionaria si serve come forza d'urto e di rottura, o l'"oggetto" di adescamento dei conservatori per rompere l'unità popolare.
Non basta neppure l'amore per conoscere i poveri: neppure l'amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria. Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di elezione e di uscita. I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione, intimidiscono. È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra condizione. Si sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo piacere.
Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati "beati" riservando loro il suo regno. Erode ha paura di Gesù che ha per palazzo una stalla e per culla una greppia. Bisogna che il povero non sia! E invece il povero vien fuori dalla nostra stessa miseria: come Gesù. Il povero è Gesù. Se non ci sono più poveri, non c'è neanche Gesù. Se vedo me stesso non posso non vedere il povero: se vedo Gesù non posso non vedere il povero.
Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere. Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri. Che strana virtù...
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sabato 4 febbraio 2012 6.34
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sabato 4 febbraio 2012 6.25
Diamo più voce ai fedeli durante l'assemblea liturgica
di Enzo Bianchi
Nella vita ecclesiale, nonostante i mutamenti avvenuti con il Concilio Vaticano II – soprattutto quelli legati alla riforma liturgica, una vera benedizione per tutta la chiesa –, manca ancora un modo di «fare chiesa», di costruire la chiesa giorno dopo giorno, di darle un volto che riveli in modo più autentico il suo essere. Chiamerei questo modo «presa della parola»: in concreto ciò significa fornire occasioni (e non mi riferisco ai consigli pastorali, ai comitati, agli uffici diocesani…) in cui un/a cristiano/a possa intervenire con voce pubblica, in base al dono ricevuto, anche nell’assemblea liturgica. Si badi bene, non si tratta di sostituire l’omelia fatta da chi presiede la liturgia, ma di creare alcune occasioni in cui sia possibile ascoltare anche le parole dei fedeli i quali, muniti del sensus fidei, sono autorizzati a parlare ai fratelli e alle sorelle. Si pensi solo a un dato: nelle nostre liturgie normalmente parla solo il presbitero e mai un fedele può rivolgere la parola agli altri… Certo, occorre rispettare l’ordine, la taxis liturgica, ma perché non studiare e quindi creare spazi per questo scambio di doni nell’assemblea cristiana? Leggendo il Nuovo Testamento, sono sempre sorpreso di constatare come le assemblee liturgiche fossero più aperte e più comunitarie rispetto alle nostre, duemila anni dopo. Nella liturgia sinagogale – lo sappiamo bene – quando qualcuno si univa all’assemblea ed era riconosciuto come un fratello in grado di edificarla, di essere un’eco della Parola di Dio, lo si invitava a commentare le Scritture. È così che è avvenuto per Gesù, quando il capo della sinagoga di Nazaret, vedendolo tra i presenti alla liturgia, lo chiamò dicendo: «Prendi, leggi e fa’ il commento» (cf. Lc 4,16-21). Gesù era un laico, non era un sacerdote né un levita, ma poté parlare nella liturgia. Anche Paolo, pure lui laico, giunto ad Antiochia di Pisidia e recatosi in sinagoga in giorno di sabato, dopo la lettura della Legge e dei Profeti fu invitato a parlare all’assemblea: «Fratello, hai qualcosa da dire come esortazione al popolo?» (cf. At 13,15). Così Paolo poté annunciare Gesù (cf. At 13,16-43). Sì, allora era possibile nella sinagoga «dare la parola» a qualcuno. Oggi invece tutto questo pare impossibile, e non perché sia vietato ma perché non si cercano modalità adatte, non si vuole esercitare l’intelligenza per pensare e creare nuove possibilità. La pigrizia e il ripetere «così si è fatto sempre» sembrano paralizzare la vita ecclesiale delle nostre comunità. Quasi tutti sono convinti di dover dare un contributo, di dover essere responsabili, di dover essere cristiani adulti, cioè maturi nella fede, pensanti, ma poi le occasioni per esprimere questa verità sembrano mancare. Solo in alcuni momenti si è cercato di innestare questa prassi, che appare di diritto per ogni comunità cristiana; d’altra parte, va anche detto che quando le cose avvengono perché ci si sente autorizzati a «rapirle» e non a esercitarle in pace e con diritto, questo modo di procedere è causa di patologie all’interno della comunione cattolica. Ma non teniamo confinata la parola dei battezzati a qualche intenzione durante la preghiera dei fedeli, altrimenti se ne distorce la natura e si finisce per ascoltare frasi intricate e omiletiche che nulla hanno dell’invocazione. Se però vogliamo delle comunità cristiane in cui i fedeli non siano solo quelli che in parrocchia svolgono servizi, ma siano in grado di edificare la comunità cristiana con i loro doni, anche nello spazio liturgico che è il grembo originale della nascita, dell’educazione, del discepolato e della sequela del Signore, allora occorre pensare e cercare… Si ripete spesso che le nostre liturgie sono noiose, asfittiche, segnate da un massiccio clericalismo. Invece di indulgere a questa sterile lamentela, si cominci a riconoscere che ci sono dei semplici fedeli che possono avere voce e prendere la parola, pur sotto un’unica presidenza eucaristica, quella del presbitero in comunione con il vescovo. Si trovino le forme convenienti, tutto avvenga con ordine e decoro, salvaguardando la dignità del rito: ma si dia la parola! A volte mi dico che se Gesù o Paolo oggi entrassero in una nostra assemblea, non ci sarebbe modo di dare loro la parola…
in “Jesus” n. 2 del febbraio 2012
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venerdì 3 febbraio 2012 8.35
Guai a me se non evangelizzo
di Luisito Bianchi
Hai un bel dire: è impossibile l'evangelizzazione, stando così le cose, ecc.; la tua affermazione ti ricade addosso col grido di Paolo: «Guai a me se non evangelizzo!». Si può uscire dal cerchio? È possibile continuare a cercare la strada della credibilità come Chiesa, per poter proporre onestamente il messaggio, pur sapendo che la tua credibilità, se la tenti, non vale nulla in quanto è necessaria una credibilità di Chiesa? La logica del Varvello ti dice di no; la logica della Parola di Dio, per cui mille anni sono come un giorno, ti dice di sì. Certo, ogni ragionamento costruito con mezzi umani ti si sgretola fra le mani, e allora ti devi abbandonare all"'assurdo" di Dio. Mi sembra che se non si tiene conto di questa "signoria-di Dio" che oggi può anche manifestarsi nel nostro senso d'impotenza, si rischia di fare dell'evangelizzazione e, di conseguenza, della Chiesa un fatto puramente di uomini, che può essere analizzato con tutti gli strumenti che hai a disposizione, ma, difficilmente compreso nella sua dimensione di gratuità. L'evangelizzazione non è forse legata, quasi da diventarne un tutt'uno, alla gratuità?
E allora la nostra credibilità di Chiesa, nel momento dell'annuncio, non passa attraverso la gratuità? È qui, mi sembra, che l'impulso di cui ti parlavo prende una più definita collocazione. Continuo a lavorare manualmente per avere di che vivere come la maggioranza degli uomini, separando nettamente l'evangelizzazione dal fatto che ne potrei trarre il mio sostentamento come prete; ed è pure qui che vedo concretamente realizzarsi la dimensione della gratuità. Certo, una dimensione raso terra, che fa brutta figura di fronte a tutte le belle ragioni ascetiche che hanno configurato la nostra spiritualità sacerdotale e che, tutto sommato, hanno legittimato offerte, tariffe, congrue, benefici, stipendi di professori di religione, accettati o stimolati proprio per avere la possibilità di evangelizzare! Ma noto che anche tu non sei troppo tenero con la nostra «spiritualità sacerdotale», per cui non farai certamente fatica a perdonare la mia riduzione della gratuità, da parte dell'uomo, a un fatto puramente di sostentamento. In questa prospettiva non faccio differenza, almeno teoricamente, fra i diversi tipi di lavoro che mi possono permettere la gratuità dell'evangelizzazione. Se ho scelto ancora quello salariale è per motivi contingenti, in relazione a una situazione che mi pare richieda una particolare attenzione per il salariato, proprio in rapporto all'evangelizzazione. L'importante, però, mi sembra sia la netta separazione fra evangelizzazione e fonti di sostentamento. Naturalmente questo è un mio convincimento che non voglio assolutizzare. Posso sbagliarmi, ma non sarei onesto se non lo volessi concretizzare.
(...) Oggi la CEI parla di evangelizzazione. È lecito auspicare che tutto non si riduca a inventare nuovi mezzi di evangelizzazione (magari con l'aiuto della RAI-TV) come se ne cercarono per la «conquista dei lontani» e la «sacramentalizzazione», coi risultati che sappiamo, e che si affronti con coraggio il tema della gratuità (evidentemente con tutte le conseguenze ch'essa comporta)? Se è lecito, lasciamo perdere la pastorale operaia e le commissioni di studio (hai notato che queste commissioni girano sempre attorno alla necessità di studiare la situazione?): siamo già nella pastorale della Chiesa, di questa Chiesa di sempre, che cerca di togliere gli ostacoli perché l'annuncio da parte di chi lo propone come dono ricevuto gratuitamente diventi credibile. In ultima analisi, la credibilità che debbo ricercare nel momento dell'evangelizzazione è questo mettermi sotto il giudizio dell'Evangelo: è la stessa evangelizzazione nella sua dimensione di gratuità che mi evangelizza, la credibilità ricercata nella gratuità che mi fa scoprire la credibilità dell'Evangelo come espressione dell'amore gratuito di Dio. Sono ben lungi dal pensare che tutto questo sia la soluzione del dovere dell'evangelizzazione come la parola fatidica che apra la porta dei tesori nascosti. L'evangelizzazione è pur sempre un fatto di Dio, un tesoro ricevuto che portiamo in vasi di creta. E con questa immagine paolina che mi ridimensiona (se mai ti avessi dato l'impressione di impancarmi a dottore) a livello dì un don Abbondio, vaso di coccio costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro, ti abbraccio con animo amico.
*Lettera postilla riportata nel libro di Luisito Bianchi "Come un atomo sulla bilancia" (pp.272-75), in risposta ad una presentazione di Maurilio Guasco dal titolo "L'evangelizzazione impossibile" (ivi pp. 255.270).
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venerdì 3 febbraio 2012 6.41
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giovedì 2 febbraio 2012 10.13
Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli
Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla
di Antonio Polito
Dunque, ricapitoliamo. I nostri figli hanno diritto a... (...)
Questo elenco di «diritti» può apparire paradossale, ma è quello che si evince dal dibattito pubblico che in queste settimane si è finalmente acceso sulla questione giovanile. (...) A questo universo morale in cui non compare mai la parola «dovere», o «responsabilità», si deve aggiungere una crescente condanna popolare e mediatica per il «successo», sempre più considerato solo un'altra manifestazione della tanto deprecata ineguaglianza, quasi come se non si potesse avere successo senza una raccomandazione, un'illegalità, un'evasione fiscale. Ne esce così rafforzato all'inverosimile un malinteso senso di protezione verso i nostri figli; malinteso perché in realtà tradisce una sfiducia collettiva nei loro mezzi, una paura di lasciarli nuotare con le loro forze e il prima possibile, che a sua volta contribuisce a deprimere la loro autostima, assuefacendoli all'insuccesso col metadone di una potente giustificazione morale e sociale. Senza capire che l'unico vero antidoto all'ineguaglianza è la lotta del merito e del talento per emergere negli anni dell'educazione, affrancandosi così dalla condizione sociale, familiare o geografica. Protagonisti di questo paternalismo (o maternalismo) non potevamo che essere noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli. Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla, perché non c'è meta ambiziosa la cui strada non sia impervia. È un grande fenomeno culturale, e sempre più un carattere nazionale, forse in qualche relazione contorta e perversa con il calo delle nascite, come se ne volessimo pochi per poterli coccolare meglio e più a lungo. Ed è un grande fattore di freno alla crescita, non solo economica ma anche psicologica della nazione. Mentre negli Usa infuria il dibattito sulle mamme-tigri, asiatiche che spingono i figli fin oltre il limite della competizione con se stessi e con gli altri, da noi comandano i papà-orsetti, pronti a lenire con il calore del loro abbraccio il freddo del mondo reale, così spietato e competitivo.
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giovedì 2 febbraio 2012 6.43
«La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa non soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il «filius accrescens » (Gen 49,22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.
papa Paolo VI, Omelia per la Nona Sessione del Concilio Vaticano II (7 dicembre 1965)
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mercoledì 1 febbraio 2012 7.07
Il Concilio, la Tradizione e le tradizioni
del card. Walter Kasper
E' stato presentato il libro "Chiesa cattolica. Essenza - Realtà - Missione". Autore il card. Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e teologo che ha vissuto in prima persona la stagione del Concilio Vaticano II. Pubblichiamo alcuni stralci dalle pagine iniziali del volume.
L'esperienza del concilio Vaticano II divenne per me un'esperienza quanto mai incisiva della Chiesa e un permanente saldo punto di riferimento. Quando il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII annunciò il concilio, la sorpresa fu enorme. Seguì un tempo mozzafiato, avvincente e interessante quale i giovani teologi odierni non riescono più a immaginare. Noi sperimentammo come la veneranda vecchia Chiesa mostrava una nuova vitalità, come spalancava porte e finestre ed entrava in un dialogo al suo interno nonché in dialogo con altre Chiese, altre religioni e con la cultura moderna. Era una Chiesa che si rimetteva in cammino, una Chiesa che non ripudiava e non rinnegava la sua antica tradizione, ma le rimaneva fedele, e che tuttavia raschiava via incrostazioni e cercava così di rendere la tradizione nuova, viva e feconda per il cammino verso il futuro. Sono sempre convinto che i sedici principali documenti del Concilio sono, nel loro complesso, la bussola per il cammino della Chiesa nel XXI secolo.
Il concilio Vaticano II è già stato spesso definito come il concilio della Chiesa sopra la Chiesa. La Chiesa, che era in cammino sulle strade della storia da duemila anni, prese nel corso di tale concilio più profondamente coscienza della propria essenza, in virtù della quale era già fino ad allora vissuta e aveva agito. Già nel discorso di apertura, tenuto l'11 ottobre 1962, Giovanni XXIII disse che compito di tale concilio sarebbe stato quello di conservare integralmente e senza falsificazioni il sacro patrimonio della dottrina cristiana e di insegnarlo in modo efficace. Paolo VI disse la stessa cosa il 21 novembre 1964, in occasione della solenne promulgazione della costituzione sulla chiesa Lumen gentium, unitamente al decreto sull'ecumenismo Unitatis redintegratio. Egli affermò: «Questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo anche noi. Ciò che era, resta. Ciò che per secoli la Chiesa ha insegnato, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che era semplicemente vissuto ora è espresso, ciò che era incerto è chiarito; ciò ch'era mediato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione».
Il fascino e l'entusiasmo del concilio sono nel frattempo svaniti. È cominciato un tempo fatto di...
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mercoledì 1 febbraio 2012 6.30
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martedì 31 gennaio 2012 8.37
Dal trattato su “I doveri” di sant'Ambrogio, vescovo
La modestia dev'essere conservata anche nel portamento, nel gesto, nell'incedere: nell'atteggiamento dei corpo appare la virtù dell'animo. Da questo l'uomo che sta nascosto dentro di noi viene giudicato o troppo leggero, spavaldo, torbido o, al contrario, serio, costante, limpido e maturo. Si può dire perciò che il nostro atteggiamento sia la voce dell'anima. Voi ricordate, o figli, che un amico, pur apparentemente raccomandabile per lo zelo nei suoi doveri, non fu accolto da me nel clero soltanto perché il suo portamento era assai sconveniente; anche un altro, che avevo trovato nel clero, fu invitato da me a non precedermi mai, perché il suo incedere insolente colpiva i miei occhi come una staffilata. E glielo dissi quando, dopo il nostro screzio, venne restituito al suo ufficio. Ebbi da eccepire soltanto questo; ma il mio giudizio non mi ingannò: entrambi, infatti, abbandonarono la Chiesa. Risultò così che il loro la mala fede era tale quale il loro atteggiamento lasciava trasparire. L'uno rinnegò la fede al tempo della persecuzione ariana; l'altro per avidità di denaro, volendo evitare il giudizio ecclesiastico, nego d'essere del clero. Nel loro portamento appariva chiara l'immagine della leggerezza, un atteggiamento da buffoni sempre di corsa.
Vi sono anche coloro che, camminando lentamente, imitano l’andatura degli istrioni e quasi le portantine delle processioni e l'incedere oscillante delle statue, sicché, dovunque muovano i passi, sembrano osservare determinati ritmi. Non giudico decoroso camminare frettolosamente, a meno che non lo richieda qualche pericolo o una legittima necessità. Infatti per lo più coloro che vanno in fretta stravolgono la faccia ansimanti. Se manca loro un giusto motivo per affrettarsi, cadono in un difetto giustamente riprovato. Non intendo parlare di quelli che camminano frettolosi per un valido motivo, ma di quelli per i quali la fretta, che non conosce sosta, diventa una seconda natura. Non approvo nei primi l'incedere come statue di numi, nei secondi il precipitarsi come saette. Merita approvazione anche un incedere che riveli serietà e autorevolezza e sia indizio d'un animo sereno, purché non vi siano ricercatezza e affettazione, ma il movimento risulti naturale e spontaneo: l'artificio non piace mai. Il movimento sia regolato dalla natura; se in essa v'è qualche difetto, un impegno attento lo corregga, in modo però che sia escluso l'artificio e non manchi la correzione.
(I, 71-76: SAEMO 13,69-71)
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martedì 31 gennaio 2012 6.37
Fedele a Dio mai al Fascio
di Piero Ignazi
Francesco Ruffini, senatore del Regno e ministro della Pubblica istruzione fu uno dei maggiori studiosi di Diritto ecclesiastico (...) fu uno dei tredici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo. (...) Ruffini commenta la faticosa tenuta delle libertà e della laicità dello Stato, insidiate dai fanatismi delle nuove ideologie e del vecchio clericalismo. L'incalzare del fascismo è visto sotto la lente particolare, e illuminante, dell'attacco alla libertà religiosa e allo Stato laico. Le leggi liberticide sulla stampa del 1924 introducono infatti il reato di vilipendio alla sola religione cattolica, erigendola esplicitamente a «religione di Stato». In un articolo, il 17 luglio 1924, Ruffini individua nel discorso pronunciato pochi mesi prima da Giovanni Gentile, le premesse dell'attacco; scriveva Gentile che «Uno Stato che non si interessa alla religione non è Stato; non è lo Stato che vuole essere lo Stato italiano … In Italia se lo Stato è coscienza nazionale, coscienza dell'avvenire in funzione del passato, coscienza storica, esso è coscienza cattolica. Gli italiani perciò che vogliono essere italiani… conviene che si rivolgano alla loro religione». Da ciò Ruffini consegue che in questa visione «gli acattolici e gli agnostici sono posti fuori dalla Nazione e dal loro Stato». In sostanza, senza laicità non c'è libertà, solo tolleranza. Lo Stato laico è lo Stato di tutti. Lo Stato confessionale predilige alcuni ed emargina altri. Considerazioni tuttora valide? È passato quasi un secolo da allora. Ripensando a quelle pagine coraggiose e fiere viene da chiedersi quanto siano diffusi i principi dello Stato laico, oggi. A questo interrogativo risponde una approfondita indagine sulla religione in Italia curata da Franco Garelli. Tra i tanti temi di questa interessantissima ricerca, vi è anche quello sui rapporti tra Stato e Chiesa e sul ruolo della Chiesa nello spazio pubblico nazionale. Ruffini sarebbe rimasto amareggiato nel vedere che più di un terzo (38%) degli intervistati ritiene che lo Stato, pur rispettando tutte le confessioni, debba "valorizzare" quella in cui si identifica la maggioranza della popolazione. Per costoro lo Stato deve quindi farsi parte attiva per diffondere e sostenere le posizioni della Chiesa cattolica, dall'imposizione del crocefisso nei luoghi pubblici all'indottrinamento religioso nelle scuole, dal sostegno alle scuole private agli interventi legislativi in sintonia con le indicazioni della gerarchia. Per fortuna, però, la maggioranza ha un atteggiamento diverso, che oscilla dalla neutralità attiva, in un rapporto di collaborazione ma di separatezza con lo Stato, a quella passiva, in un rapporto di stretta separatezza. A questi si aggiunge un 20% che vuole «contenere la presenza pubblica delle religioni» affinché il vivere civile sia informato dai valori laici, da tutti condivisi. Sarebbe comunque fuorviante pensare che i cattolici più ferventi siano quelli più tentati dall'integralismo e dal clericalismo. Tutt'altro: sono proprio i cattolici più assidui e convinti a volere una Chiesa "francescana" che rifiuti protezioni e vantaggi da parte dello Stato (...). Il mondo cattolico è molto sfaccettato. E questa ricerca presenta i suoi diversi volti. Ad esempio, il rapporto degli italiani con la religione rivela che la quasi totalità degli italiani crede in Dio, ma ciascuno crede «a modo proprio», con modalità e riferimenti che a volte hanno ben poco a vedere con i fondamenti del cattolicesimo. Fino ad arrivare al paradosso dell'«appartenenza senza fede», cioè dell'adesione alla religione cattolica pur senza credere in Dio: un atteggiamento che coinvolge il 10% dei cattolici. Misteri della fede, è proprio il caso di dire. Del resto, se la ragione principale per cui gli italiani credono rimanda alla «pressione ambientale», al fatto di essere nati e cresciuti in un ambiente cattolico, la fede e i fattori spirituali non hanno quella centralità che dovrebbero avere: «le due dimensioni della fede a cui le chiese, e in particolare quella cattolica, hanno attribuito una importanza complementare» – il rapporto intimo e soggettivo con il sacro e il carattere veritativo della religione, cioè l'essere l'unica vera fede – non coinvolgono che 1/3 dei fedeli. Questa "debolezza" della fede riemerge quando si vanno a sondare le credenze fondamentali. Qui «lo stato di confusione e di incertezza che regna nella mente di una parte di cattolici … o l'attenzione distratta alle verità religiose» conferma la tendenza a una adesione selettiva, a una sorta di religione à la carte, che ciascuno si confeziona sulla base delle proprie sensibilità e motivazioni. Tra le varie incongruenze, una ha un valore particolare: gli italiani credono assai più nell'esistenza del paradiso (71%) che dell'inferno (57%). Questo dato illumina un tratto profondo dell'antropologia della nostra Nazione, quello che intreccia la fuga dalla responsabilità con la speranza ottimista-fatalista che le cose vadano bene. Anche nella religione ci affidiamo più alla speranza salvifica che al timore delle conseguenze delle nostre azioni. Quanti episodi della nostra storia nazionale possono essere letti sotto questa luce!
in “Il sole 24 Ore” del 22 gennaio 2012
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di donma ,
lunedì 30 gennaio 2012 9.25
Cinque idee sul caso Viganò
di Roberto Beretta
I quotidiani di questi giorni sono (giustamente) pieni della vicenda di monsignor Carlo Maria Viganò, l'uomo di Curia rimosso dopo aver risanato in soli due anni i conti della Città del Vaticano. Non sto nemmeno a riepilogare la storia, complessa e controversa, rimandando alla buona volontà dei lettori, e nemmeno voglio toccarne la sostanza. Mi limito ad appuntare alcune considerazioni che mi sembra possano essere indipendenti dagli opposti «schieramenti».
Primo. Della vicenda non avremmo mai saputo niente senza i mass media «laici». Checché si possa dire di «complotti» e «strumentalizzazioni» esterne, infatti, non esiste nella Chiesa un sistema di informazione che abbia funzione di «contropotere» - che poi vuol dire anche controllo del potere. E questo è un tema su cui i giornalisti cattolici, che in questi giorni di san Francesco di Sales sono andati in giro a spiegare ai colleghi «laici» come si fa in modo libero e morale il nostro mestiere, sarebbe bene che riflettessero.
Secondo. Nel governo temporale della Chiesa manca anche uno strumento efficace di equilibrio e di controllo reciproco dei poteri. Torto o ragione che avesse, nei modi e nella sostanza, monsignor Viganò ha dovuto indirizzare le sue proteste al cardinale Bertone: cioè alla stessa autorità alla quale secondo lui - sempre a torto o a ragione - facevano riferimento le persone che stavano boicottandolo in vari modi. Ciò rende estremamente difficile reagire in modo trasparente a gruppi di potere (anche moralmente equivoci: ho già parlato in passato delle varie lobby romane) che si siano eventualmente insediati in una struttura di Curia. Non c'è un «garante», non esiste processo d'appello; in ultima analisi non si può far altro che «fidarsi» di chi governa, della sua volontà e possibilità di reagire. Oppure ricorrere al numero tre del mio elenco, qui sotto.
Terzo. Il tritacarne dei pettegolezzi personali viene usato senza alcun riguardo né carità. Articoli anonimi sui giornali servono per mettere in cattiva luce gli avversari e screditarli, si tirano in ballo senza pietà anche le questioni familiari. Altro che «ama il prossimo tuo»... L'immagine è quella di una lotta senza quartiere, ma non un duello onesto e leale, combattuto armi in pugno e tuttavia col coraggio di mostrare la faccia; il contrario! E nella gente resta l'immagine (di questo non può essere data la colpa ai giornalisti) di ambienti ecclesiastici dove covano invidie, sotterfugi, colpi bassi, ipocrisie.
Quarto. La difesa della Chiesa è inadeguata e basata sempre sugli stessi vecchi principi gesuitici del «troncare e sopire, sopire e troncare»: deprechiamo che siano stati resi pubblici documenti riservati, sono i mass media laici che cercano lo scandalo, il Papa ha tutto sotto controllo, le persone coinvolte godono della sua massima fiducia (infatti il monsignore che protestava ha ricevuto un incarico prestigioso), insomma non è successo niente e - se anche fosse successo - ora è tutto a posto. Questa volta si annuncia in più una minaccia di querela, che sarebbe un fatto davvero nuovo per il Vaticano (ma stiamo tranquilli: non la faranno, altrimenti in tribunale dovrebbe andare anche monsignor Viganò a dare la sua versione dei fatti). La sostanza viene affrontata solo per aspetti marginali, e così si finisce per alimentare il sospetto che ci sia davvero qualcosa da nascondere.
Quinto, e ultimo. Dal punto di vista ecclesiale, la vicenda è doppiamente perdente. Non mostra infatti la «differenza» cristiana né nel suo svolgimento vaticano (il che potrebbe anche capitare, talvolta, trattandosi di strutture umane), né nella reazione che ha poi suscitato nel resto della Chiesa; e questo si capisce meno, perché duemila anni di storia dovrebbero pur averci insegnato qualcosa nella gestione dei nostri «scandali»... Invece finora in questa storia non abbiamo saputo mostrare una cifra davvero evangelica, ovvero qualcosa che ci distingua dal modo di comportarsi del «mondo»; siamo come tutti gli altri, anzi talvolta - per esempio nell'applicazione della trasparenza e della gestione del potere - siamo persino più indietro di molti organismi «laici».
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di donma ,
lunedì 30 gennaio 2012 9.23
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di donma ,
lunedì 30 gennaio 2012 6.35
Il tempo della politica senza gossip
di Aldo Grasso
Chi ha più visto le Olgettine? Si pratica ancora il «bunga bunga»? Dov'è finito il corpo delle donne? Sembra un'epoca remota quella in cui, ogni giorno, si discuteva della profana Triade «sesso-danaro-potere», il terribile virus che aveva inquinato le massime istituzioni della vita pubblica. Ogni giorno, tra compiacenza voyeuristica e sdegno moralistico, si raccontava delle imprese del Capo, del lettone di Putin, del favoloso harem di Sputtanopoli. Per ogni atto politico bisognava «cherchez la femme». Poi basta: solo morigeratezza e continenza. Dal colore al bianco e nero, da Forza Gnocca al Corpo docente, dal cabaret al convento. In un attimo siamo passati dai cicalecci sulle ministre sexy, sulle hot line scrupolosamente intercettate, sulle battute da caserma sul lato B della Merkel all'analisi dello spread, alle incertezze della crescita, ai bollettini delle agenzie di rating. «La torsione etica e politica delle ultime settimane - ha scritto Aldo Nove - farebbe pensare a una bonifica ormonale di salubre disintossicazione dopo un'overdose nazionale». Con i soldi pareva possibile comprare tutto, regalare farfalline d'oro alle accompagnatrici, concedersi notti esotiche e anche erotiche, ma ora i soldi mancano e i sogni di potenza svaniscono. Il mestiere di retroscenista è stato deprivato della sua sostanza gossipara: non c'è più nulla da scoprire, in senso figurato e in senso reale e Vallettopoli finirà per essere rubricata come la versione senza freni inibitori di Tangentopoli: alla mazzetta è succeduta la mezzana, al lotto il letto. Insomma, la rinascita impone rigore, sobrietà e un infuso quaresimale. Ed Eros e Priapo che fine hanno fatto? Con tutto il tempo libero a disposizione hanno disarmato i remi? Hanno chiuso i conti con la suburra? Difficile crederlo, solo che le relazioni pericolose, le foto compromettenti, le notti brave non interessano più, rientrano nella sfera del privato. Un velo di ipocrisia si stende ora sulle alcove. Lele Mora è in prigione, Fitch ci declassa, la redenzione del Paese è anche un atto di contrizione.
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di donma ,
domenica 29 gennaio 2012 17.08
Il ritorno del paganesimo. Una sfida per i credenti
di don Giacomo Canobbio
Negli ultimi anni il cristianesimo sembra perdere influenza sul costume, benché da molte parti si dichiari la fine della secolarizzazione, o almeno la inadeguatezza di tale categoria per descrivere la situazione religiosa dei Paesi occidentali: ci si troverebbe piuttosto di fronte un deplacement della ricerca religiosa e a una riscoperta del sacro. Le analisi sociologiche non riescono tuttavia a precisare cosa si intenda con «ritorno del sacro» e con «ricerca religiosa». Un fenomeno appare però meritevole di attenzione: la proposta di tornare al paganesimo. Il termine, va ricordato, rimanda alla lettura che da parte ebraica prima e soprattutto cristiana poi si dava delle altre religioni. Per quanto attiene al cristianesimo, è noto che all'inizio si diffuse prevalentemente nelle città, sicché gli abitanti dei villaggi (pagi) restavano nella religione «idolatrica», quella che era stata oggetto delle invettive dei profeti di Israele e del giudizio critico dei primi autori cristiani. Il paganesimo era dunque la religione delle campagne. La recente proposta di tornare al paganesimo assume due forme principali: una dotta, l'altra popolare. Per quanto attiene alla prima si riscontrano due varianti: 1) ripresa della funzione terapeutica della filosofia, il cui compito dovrebbe essere quello di educare ad accettare il limite, mettendo in conto che gli umani non possono mirare a mete troppo alte, trascendenti. Appare sullo sfondo il richiamo all'epicureismo nel suo intento terapeutico di destituire di valore il desiderio (...). 2) abbandono del monoteismo, che sarebbe fonte di violenza, per ridare spazio alla molteplicità degli dèi. Questa seconda variante collega politeismo e democrazia: solo il politeismo sarebbe il vero custode della libertà (Jan Assman) e permetterebbe di riconoscere le molteplici storie connesse con la molteplicità degli dèi (Odo Marquard). Per quanto attiene alla seconda, quella «popolare», la si trova in una concezione e in una pratica utilitaristica della religione. Va riconosciuto che sia nell'ebraismo sia nel cristianesimo (come in tutte le altre religioni) la dimensione utilitaristica delle pratiche religiose non è mai venuta meno. Solo che oggi pare riproporsi con particolare vigore: si sceglie la religione dalla quale si pensa di ricavare maggior vantaggio; si può giungere perfino a crearsi una propria religione. Emblematico al riguardo quanto viene descritto dal sociologo tedesco Ulrich Beck nel volume Il Dio personale (Laterza, Roma 2008: il titolo in italiano potrebbe trarre in inganno; in tedesco suona Der eigene Gott, cioè "il proprio Dio"): ciascuno si sceglie/crea la propria divinità a secondo dei bisogni. Collegando tra loro le due forme di ritorno al paganesimo si potrebbe notare che rispondono a una duplice esigenza, che diventa critica di una religione praticata/percepita: 1) un bisogno di salvezza intesa come terapia; 2) il bisogno di avere la divinità vicina. Si evidenzia nelle due esigenze una critica nei confronti di una religione troppo dottrinale, preoccupata delle verità anziché della vita delle persone, e nei confronti di un Dio troppo grande, quindi distante. C'è però da domandarsi se la proposta di tornare al paganesimo riesca effettivamente a rispondere alle attese. Gli dèi a misura umana sono in grado di garantire quanto da essi ci si aspetta? Forse varrebbe la pena ricordare che la filosofia antica si era proposta come via di salvezza alternativa alle religioni mitologiche. Inoltre, una terapia che pretende di acquietare il desiderio sarà efficace? E soprattutto mantiene l'originalità degli umani la cui caratteristica è appunto la protensione verso il trascendimento? Al di là di questi interrogativi, le religioni, quella cristiana in primo luogo, sono provocate a verificare se nella loro forma storica attuale riescano a mostrarsi plausibili.
in “Corriere della Sera” del 29 gennaio 2012
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di donma ,
domenica 29 gennaio 2012 6.19
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di donma ,
sabato 28 gennaio 2012 7.52
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