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Bollettino per i naviganti Riduci
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don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci

W la compagnia!

ago 30

Written by:
lunedì 30 agosto 2010 5.53  RssIcon

W la solitudine (anche da morti)
di Mina
Ci ho pensato spesso, in questi ultimi settant’anni. E se dovessi descrivere il funerale ideale, lo sognerei vuoto di dolore e di addolorati. Converrebbe aver lasciato di sé una traccia di allegria così potente da controbilanciare l’assenza. Un segno di leggerezza da consumare anche postumo. Il funerale deserto andrebbe proprio bene. Non sono fra quelli che piagnucolano: «Ricordati di me». Dimènticati di me, piuttosto, ma, soprattutto non soffrire. Mi farebbe più male del morire. Ma come si fa? O muori così vecchio, ma così vecchio che le persone che ami si sentirebbero estenuate dal vederti ancora lì. Insomma, ne avrebbero avuto più che a sufficienza. Oppure, sempre nel desiderio di non lasciare dolore dietro di sé, tramutarsi, se non lo si è già, in un essere detestabile e malvagio. Così perfido da far tirare un sospiro di sollievo a chi resta. E poi ho poca voglia che l’uomo continui a concedere alla morte la di lei capricciosa, ostinata supremazia.
E che magnifichi se stessa in consessi preficanti dall’organizzazione paramilitaresca. Se proprio fosse necessario, lascerei sfilare dietro il feretro i volontari dell’addio a tutti i costi. Il ricordo del beneamato dovrebbe essere sparpagliato il più possibile e senza le dimensioni strette e obbligatorie di una cerimonia con corteo semiordinato. Incrocio di sguardi interrogativi e rumorino di suole che strascicano ghiaietta e pensieri a caso. Ma la convenzione vuole che alla morte si debba rispetto e al morto onore e saluti. Così, oggi, appare molto sconveniente una preghiera funebre univocale del celebrante. Si è stabilito che sia sempre preferibile un rito con ondulazione corale, abbastanza nera. Un rito composto, religioso comunque. La parola deve essere multipla. Le strampalate regole tramandate della pietas sembrano avvertirci che il de cuius, solo dopo la morte, non debba essere solo. Strana pietas. Da morto, dicevo, qualcuno deve pure piangerlo. Vanno bene legionari smaniosi di macabri eroismi così come prezzolati professionisti del piagnisteo. Don Marcello Colcelli, della parrocchia di Sant’Egidio all’Orciolaia, si è stancato dei funerali deserti. E ha deciso di varare la «compagnia dei defunti». Invita uomini e donne alla supplenza, nel caso non ci fosse nessuno a soffrire intorno ad una bara. Il vantaggio della solitudine non deve essere concesso mai. Allegra oggi, vero? Ridanciana, direi.

Queste considerazioni meritano una riflessione. Non sono del tutto da me condivise, ma certo hanno uno spessore interessante.
Qualcuno ci starà a commentarle qui sotto?

don Chisciotte

 

2 comment(s) so far...


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Grazie, ...per ora.

di Mandi ,   lunedì 30 agosto 2010 7.01
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Perchè dobbiamo preoccuparci tanto per il nostro funerale? Preoccupiamoci pittosto di lasciare qualche cosa di buono nelle persone. Il funerale genera pianto per il dolore o in alcuni casi allegria ma sempre nel tentativo di nascondere la sofferenza. Ma il vero senso del funerale è quello di accompagnare il defunto con la preghiera. Quale cosa migliore presentarsi davanti al Signore con tante persone che pregano per te? Forse era questo il vero scopo di Don Marcello.

di Alessandro ,   martedì 31 agosto 2010 7.22

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