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La lectio divina
mar
15
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lunedì 15 marzo 2010 6.27
«La lettura bibilica diventa ascolto della Parola di Dio grazie alla fede»
di Enzo Bianchi, priore di Bose
«La costituzione sulla Rivelazione – Dei Verbum – afferma che la Parola di Dio è “la sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV 21) e che per attingervi occorre una “lettura assidua” della Scrittura (DV 25), mirante non all'erudizione, ma alla “sublime scienza di Gesù Cristo” (DV 25) e all'“amore di Dio” (DV 23). Di fatto, Dei Verbum sollecita in questo modo la pratica antica della lectio divina, quella lettura delle Scritture che diventa svelamento di una Presenza e discernimento del volto di Cristo, il quale infatti “è presente nella sua Parola” (Sacrosanctum Concilium 7). Nella lectio divina, il credente legge delle parole bibliche per ascoltare la Parola di Dio; la sua lettura diventa quindi lettura di se stesso, che gli permette di comprendersi in modo rinnovato a partire dalla luce proveniente dal testo, dal volto di Cristo che emerge dalla pagina biblica. Leggendo, il credente sente se stesso letto, radiografato; ripete l'esperienza di Davide che si sente dire da Nathan: “Quell'uomo, sei tu!” (2 Sam 12,7); sì, è di te che si tratta, si parla di te. Questa lettura costituirà anche il cuore e l'essenza dell'ascesi e della disciplina del credente: essa esige il silenzio, la solitudine, la concentrazione, il lavoro interiore, la riflessione, l'attenzione, ma anche l'uscire da sé e l'aprirsi all'Altro. Questa lettura diventa l'anima della vita spirituale tout court: così come ci si rapporta al testo biblico, allo stesso modo ci si rapporta con l'altra persona, con i fatti dell'esistenza, con gli avvenimenti ecclesiali e con quelli della storia. I quattro momenti classici della lectio divina (cioè: lectio, meditatio, oratio e contemplatio) possono in sostanza essere sintetizzati in due movimenti fondamentali: il primo, più obiettivo, in cui si lascia emergere il testo nella sua alterità; il secondo, più soggettivo, in cui la soggettività del lettore entra in relazione con la parola ascoltata, si lascia da essa giudicare, consolare, orientare, e vi risponde con la preghiera. Ecco la struttura essenziale della lectio divina. Nel primo tempo, si può anche introdurre lo studio, l'approfondimento del senso del testo, il ricorso a certi strumenti esegetici o a qualche commento, per meglio comprendere ciò che il testo vuol dire. Non bisogna tuttavia dimenticare che ciò che porta veramente frutto è lo sforzo personale, la ricerca personale. I movimenti che la lectio divina esige dalla lettura sono gli stessi che caratterizzano la relazione con un'altra persona: l'alterità del testo (la distanza culturale che lo separa da noi) e l'alterità dell'altra persona devono essere presi sul serio e richiedono un lavoro appropriato. Nella relazione con un'altra persona, si tratta anche prima di tutto di ascoltarla, di osservarla, di lasciarle spazio, affinché possa esprimersi e manifestarsi per ciò che è; si tratta di esercitare il rispetto e l'intelligenza per poter in seguito reagire correttamente, rispondere e coinvolgersi con lei. La lettura biblica diventa ascolto della Parola di Dio grazie alla fede, vero criterio di interpretazione delle Scritture, le quali sono state redatte e composte a partire dalla fede nel Dio che agisce nel mondo, che interviene nella storia e che ha rivelato il suo volto definitivo in Cristo. Questa fede guida il lettore verso un ascolto personale e contemporaneo; si trasforma in certezza che il Signore parla proprio a me, oggi, attraverso la pagina biblica. Questa lettura si fa in un contesto di preghiera: “La lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo” (DV 25). Si comincerà la lettura con una invocazione dello Spirito Santo e la si concluderà con una preghiera costruita dall'ascolto della Parola. Un criterio importante per l'assimilazione della Parola di Dio contenuta nella Scritture è che la lettura di queste ultime tende all'azione, alla pratica. La Scrittura si capisce man mano che la si vive, che la si mette in pratica. Più ancora, l'esperienza stessa della vita (in bene o in male) può contribuire alla comprensione della Scrittura. (...)
in “La Croix” del 27 febbraio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
Estratti della Conferenza di Quaresima di F. Enzo Bianchi, priore di Bose, a Notre Dame di Parigi.
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