Pene sociali per svuotare le celle
di don Gino Rigoldi
Caro Direttore, lo stato d’emergenza delle carceri e l’iniziativa del ministro Alfano (nuovi penitenziari e più agenti) seguono la denuncia del cardinale di Milano Tettamanzi sull’intollerabile situazione di affollamento nel carcere di San Vittore. Qui il Comune ha destinato finanziamenti e dato priorità alla costruzione di un nuovo carcere in periferia: è una buona scelta, ma non è certo la soluzione dei problemi del sovraffollamento attuale, anche perché il piano, a essere ottimisti, vedrà attuazione tra non meno di 5-10 anni. Ci sono altre soluzioni possibili e conosciute al problema del sovraffollamento. Mercoledì, nella sezione «comuni» di un carcere di massima sicurezza, ho incontrato un uomo di circa trentacinque anni il quale stava scontando una pena di due anni e alcuni mesi perché in maniera recidiva (non so se due o tre volte) aveva rubato la sua spesa di uova, mozzarelle e busta di prosciutto in un supermercato. Al carcere minorile Beccaria ho visto restare in carcere per più di tre mesi un ragazzo rom per furto di un paio di scarpe e due fratelli italiani essere carcerati per circa sei mesi perché, quattro anni prima, all’età di poco più di 14 anni, avevano tentato il furto di una bicicletta. Va da sé che dopo i sei mesi i due ragazzi avevano perso il lavoro, vissuto la loro povertà in maniera molto depressiva e alla fine avevano imparato mille modi per far soldi. Questi due non sono episodi isolati: potrei citare centinaia di casi simili, come ripete spesso il provveditore lombardo delle carceri Pagano. La soluzione alternativa, attuale, che da subito potrà ridurre il numero di detenuti si chiama «possibilità di comminare pene sociali, di risarcimento e di servizio alla comunità». In sintesi: i reati gravi come gli stupri, le rapine, lo spaccio, gli omicidi continuano con il regime attuale di pena, mentre i furtarelli di primo reato, i piccoli tentati furti e tutti i reati minori potrebbero essere puniti con pena di utilità sociale. Per fare un esempio il ladruncolo del supermercato potrebbe essere «condannato» a pulire per due o tre mesi il piazzale del supermercato; i Comuni potrebbero stilare un elenco di luoghi bisognosi di pulizia o di interventi di ripristino e chi commette piccoli reati «condannato» a lavorare per la comunità in un tempo proporzionato al reato. In Parlamento esiste già una legge che prevede le pene sociali alternative alla carcerazione, misura simile alla «messa alla prova» prevista per i minori ai quali, se rispettano alcune regole che decide il tribunale, alla fine del tempo previsto si cancella il reato. Ci sono molti professionisti del legale e del sociale che potrebbero affiancare i giudici togati in qualità di giudici onorari per definire il tipo di compito risarcitorio da prescrivere. Il Privato sociale e i numerosi volontari carcerari potranno essere una grande forza di appoggio, alcune fondazioni e aziende private sono disponibili a finanziare una sperimentazione di questo genere, a partire per esempio da Milano e da Roma. Mi rendo conto che una scelta del genere, per essere in linea con la Costituzione e le leggi italiane, ha bisogno di approfondimenti in varie direzioni ma non ho dubbio che, se c'è la volontà, è possibile fare anche in Italia quello che già succede con buoni frutti in diverse altre nazioni. Una volta esclusa la possibilità di amnistia o di indulto, verificati i tempi pluriennali prima che un qualunque «piano carceri» possa portare risposta, si può da subito operare perché il carcere infine diventi un luogo di riabilitazione come recita la Costituzione e sia destinato solo ai veri delinquenti e non — come oggi — soprattutto e quasi esclusivamente a persone cariche di molte povertà.
in “Corriere della Sera” del 13 gennaio 2010