Danni del dittatore, di qualsiasi colore politico sia
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venerdì 30 ottobre 2009 6.30
«La fissazione [di Mao] riguardo all’acciaio fu accettata senza particolari obiezioni, come avvenne per altre sue manie. Per esempio, prese in antipatia i passeri, asserendo che divoravano il grano. Così ogni famiglia fu mobilitata: dovevamo sederci all’aperto sbattendo con vigore qualsiasi oggetto metallico, dai cembali alle padelle, per spaventare i passeri e farli volare via dagli alberi, in modo che alla fine cadessero morti per la stanchezza. Ho ancora nelle orecchie il fracasso che facevamo io e i miei fratelli, insieme coi funzionari del governo, seduti in cortile sotto un enorme albero carico di bacche.
C’erano anche traguardi economici di pura fantasia: Mao sosteneva che la produzione industriale della Cina avrebbe superato quella degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel giro di quindici anni. Per i cinesi, quelle nazioni rappresentavano il mondo capitalista, e superarli significava trionfare sui nemici: era una sfida all’orgoglio della popolazione, e portò il suo entusiasmo alle stelle. I cinesi si erano sentiti umiliati dal rifiuto degli Stati Uniti e della maggior parte delle grandi nazioni europee di dare un riconoscimento diplomatico alla Cina, ed erano tanto ansiosi di dimostrare al mondo che ce l’avrebbero fatta da soli, da essere pronti a credere ai miracoli. Mao fornì l’ispirazione. L’energia della popolazione aveva cercato con ansia un canale di sfogo, e ora eccolo lì, a portata di mano. Lo spirito gung-ho prevalse sulla cautela, così come l’ignoranza trionfò sulla ragione».
questo brano è tratto da Jung Chang, Cigni selvatici, 280-291,
che si trova nella Newsletter del 28.10.2009