Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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martedì 28 febbraio 2012 19.52
Il peccato
di don Giovanni Moioli, teologo (1931-1984)
(..) E’ anche questa una parola abbastanza lontana e difficile da ricuperare nella nostra mentalità e nella sensibilità, ma dobbiamo farlo: diversamente non potremmo fare una meditazione cristiana sul Crocifisso. I peccati non stanno sospesi per aria (...). I peccati non sono cose: si potrebbe dire che gli uomini fanno i peccati ma, in un altro senso, si potrebbe dire che i peccati fanno i peccatori e quindi il discorso si sposta. Chi sono i peccatori? (...) I crocefissori esprimono una situazione che è di tutti. Il Signore dice: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno" e quel "loro" sono tutti, sono la situazione generale degli uomini. Che cosa vuol dire questo? C'è una parola del Vangelo di Luca, quando il Signore invita a pregare e a chiedere lo Spirito Santo, che dice:"Se voi, che siete cattivi, sapete dare le cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono". Il Signore definisce tutti come cattivi. Chi siamo? Siamo cattivi. "Perdona loro" vuol dire che gli uomini sono capaci di fare peccati e li fanno e Dio decide ugualmente di essere per loro, per tutti gli uomini fino al dono di sé. (...)
tratto da "La parola della croce", 32-35
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martedì 28 febbraio 2012 7.35
Alcol, in Italia 8,6 milioni a rischio. Bevono sempre di più le ragazzine
Aumenta del 10% il numero di ricoveri ospedalieri. Cresce la percentuale di ragazze tra 14 e 17 anni consumatrici di alcol: è raddoppiata in 15 anni, toccando il 14,6%
di Valeria Pini
Spesso si sottovalutano i pericoli di quel bicchiere in più. Gli italiani continuano a bere: non più, come una volta, il classico consumo "mediterraneo", fatto di grandi boccali di vino a tavola, ma il ben più rischioso 'binge drinking', fuori pasto, soprattutto di superalcolici. Perché cresce la voglia di sbornia. Ormai sono oltre 8 milioni 600mila gli italiani "a rischio": la percentuale di ricoveri ospedalieri è cresciuta del 10%. L'alcol uccide di più di altre sostanze e nel nostro paese la mortalità alcol correlata rimane superiore alla media europea. Fra le emergenze c'è anche quella del consumo eccessivo da parte dei giovani, in particolare delle teenager. Aumenta la percentuale di ragazze tra 14 e 17 anni che consumano bevande alcoliche: è raddoppiata in 15 anni, toccando il 14,6%. (...) "Le ragazzine seguono di più le mode per questo sono più a rischio. Le mode sono stimolate dalle pubblicità che fanno apparire performanti le persone che consumano le bevande alcoliche. Hanno anche scoperto l'azione di disinibizione dell'alcol. Questo aiuta loro a superare la timidezza e così hanno più facilità di relazioni". Resta da chiedersi come mai c'è sempre più voglia di ubriacarsi. "Il modello a livello globale è quello dello sballo. L'alcol è solo un mezzo per trasgredire (...). E' più facile reperirlo rispetto alla droga, non è illegale ed è più accettato socialmente. Nell'età adolescenziale si trasgredisce facilmente, ma se il modello familiare è sano in genere si torna alla normalità". "La mortalità è superiore alla media europea, circa 20.000 morti l'anno - aggiunge Scafato - . L'alcol è una sostanza per la quale c'è la minore percezione di rischio. Si sa che è pericoloso guidare dopo una bevuta, ma va ricordato l'alcol influisce anche sull'insorgenza di 60 malattie come ad esempio 12 tipi di tumore". (...)
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lunedì 27 febbraio 2012 17.03
Sono pessime le preghiere dei fedeli del foglietto della messa festiva ambrosiana...
don Chisciotte
Preghiera dei fedeli? Non in fotocopia
di Diego Andreatta
Per cogliere la temperatura di una comunità, un buon termometro è la preghiera dei fedeli. Dopo il monologo dell'omelia e la recita corale del Credo, è una voce di laico che riassume e rilancia le "intenzioni" che stanno nel cuore di una piccola Chiesa locale. Ringraziamo il Vaticano II che nella sua riforma liturgica ha recuperato dopo secoli questo spazio di "risposta" corale alla Parola del giorno. Soprattutto quando sono espressione del confronto in un piccolo gruppo, le preghiere riescono a far arrivare all'ambone il vissuto dei laici, confermando intime attese o alimentando attenzioni nuove. E pure nel rispetto dello schema suggerito a cerchi concentrici (per la Chiesa, per i governanti e il mondo, per chi è in difficoltà, per la comunità locale) salgono spesso dai foglietti scritti a mano le attese più genuine, condivise e rese davvero universali. (...) Talvolta è proposta con troppa fretta, alla velocità di un treno espresso che non rispetta nemmeno le fermate delle risposte, come si trattasse di un elenco scritto da altri e per altri, da terminare prima possibile, e via col canto d'offertorio. L'"effetto mitraglia" si riscontra soprattutto quando si utilizzano i foglietti prestampati, inevitabilmente generici (...). Comporta degli sforzi di memoria soprattutto in caso di risposte complicate come "Conduci il tuo popolo verso la luce" oppure "Tu che sei il nostro Dio, ascoltaci!". Queste formule troppo contorte, alle quali allora preferiamo il popolare "Ascoltaci, o Signore!" (...) La riflessione mira invece ai contenuti tematici delle preghiere dei fedeli , quelli che possono sprigionarsi "con una sapiente libertà" dal nostro cuore e dal filtro di un ascolto attualizzato della Parola di Dio. E' come aprire delle finestre in cui far entrare sulla mensa eucaristica l'aria fresca della vita reale, soffiata con la loro fatica dai laici. E quelle finestre sono spalancate sulle tragedie lontane e vicine - senza trasformare la lista in bollettini di guerra - se non vogliamo richiudere le nostre liturgie dentro campane di vetro. (...)
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lunedì 27 febbraio 2012 7.18
Prigionieri del silenzio? Parlate con il cuore Il confronto con sé stessi rende più autentici
di p. Carlo Maria Martini
Eminenza, il Parkinson l'ha privata della voce, mezzo grazie al quale noi tutti ci riconosciamo. Il silenzio molte volte spaventa. Ora che è spinto ad ascoltare la sua «voce interiore», ha intrapreso una sorta di «nuovo viaggio» nel quale trova emozioni, sensazioni o certezze che prima non riusciva a cogliere? Attraverso la «cattedra dei non credenti» ha voluto porre attenzione prima di tutto al dialogo interiore, quello tra la nostra componente credente e quella non credente che, interrogandosi a vicenda, stimolano il cammino che porta verso la propria autenticità. Quel lungo cammino che lei ha certamente vissuto con grande passione e sincerità, oggi dove l'ha portata? È possibile raggiungere quella profonda autenticità personale o si tratta di qualcosa che si pone sempre un passo oltre?
Elena Foradori, Stefano Paternoster e gli studenti del «Progetto Presenti» Liceo da Vinci di Trento
Ho sempre pensato che parlare con i giovani è più fruttuoso che parlare dei giovani. Queste lettere me ne danno l'occasione e vi ringrazio per la vostra sensibilità umana e spirituale. In verità voi mi cogliete nel mezzo di un processo che penso sarà ancora un po' lungo. Mi trovo in una condizione che non è ancora di totale afonia. Grazie all'aiuto di terapisti e con l'ausilio di mezzi tecnologici posso ancora comunicare, seppur con molta fatica. Non riesco quindi a descrivere bene ciò che sto vivendo, se un chiudersi della comunicazione verbale o lo sforzo di parlare ancora malgrado tutto. Non ho paura del silenzio. Mi vado chiedendo tuttavia cosa voglia dirmi il Signore con questa crescente difficoltà che da un lato sto combattendo, dall'altro sto accettando. Invoco il patrocinio di Papa Wojtyla, perché il suo gesto più umano fu quello di battere il pugno sul tavolo quel giorno in cui ebbe l'evidenza di non poter più comunicare a voce con la gente. Lui sa quanto sia faticoso non poter esprimere verbalmente ciò che si ha nel cuore. Sono ancora, quindi, in viaggio e come ogni viaggio vedo e sperimento cose nuove. Sento che si tratta di una condizione che apre a orizzonti misteriosi, senza dover confliggere necessariamente con altri orizzonti. Inoltre, con gioia noto che avete colto, nonostante siano passati ormai anni, lo spirito profondo di quella che fu una iniziativa che ebbe anche le sue critiche. È vero, in noi vivono un credente e un non credente, in una armonia tra loro difficile, ma che interrogandosi a vicenda e sforzandosi di trovare le risposte pertinenti aumentano la nostra autenticità. Mi pare dunque che sia possibile giungere a quella che si può intendere come una forma di autenticità personale. Su queste cose ci sarebbe molto da discutere. Io però in questo tempo mi sto soprattutto esaminando sul Vangelo e mi incolpo sulle mie non autenticità alla Parola di Dio. Si tratta in ogni caso di un cammino per luoghi impervi e scivolosi, di cui non saremo mai certi dell'esito. Penso si tratti di un continuo svuotamento di sé per fare spazio a Gesù. A quanto ci dicono i grandi autori spirituali di ieri e di oggi, questo svuotamento non è un impoverimento anzi, siamo riconsegnati a noi stessi più autentici di prima. Ma, certamente, oltre ogni tappa raggiunta c'è e ci sarà sempre qualcosa o qualcuno.
in “Corriere della Sera” del 26 febbraio 2012
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domenica 26 febbraio 2012 8.12
Nel "Deserto della Quaresima". All'inizio del cammino che portera' alla Pasqua di Resurrezione, con padre Claudio Bottini, ex decano dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, proprio in quella zona del deserto di Giuda che una tradizione medievale fa risalire al luogo dove Gesu' ha sostato in preghiera per piu' di un mese.
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sabato 25 febbraio 2012 9.12
Anche quest'anno non ce l'ho fatta a non postare il video della travolgente e commovente canzone di Davide Van De Sfroos, "El Carnevaal de Schignan".
Per capirla meglio, qui trovate una descrizione delle maschere del carnevale che si svolge nel paese di Schignano.
Qui sotto trovi il testo in dialetto e la traduzione in italiano.
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sabato 25 febbraio 2012 7.38
I nuovi santi: laici e sposati
di Luigi Accattoli
Secolo che vai santo che trovi: l'ideale della «perfezione» innerva tutte le stagioni del cristianesimo, ma passando dall'una all'altra mette foglie e frutti tra loro diversissimi. Ecco come sogna d'essere santa Teresa di Lisieux (1873-1897): «Io mi sento la vocazione di guerriero, di prete, di apostolo, di dottore, di martire. Io sento nell'anima mia il coraggio di un crociato, di uno zuavo pontificio, io vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa». Vorrebbe essere tutto, la piccola Teresa, ma non le viene in mente la possibilità di essere santa nella vita di famiglia, di fidanzata, o sposa, o madre. Eppure vi sono state sante canonizzate tra le spose e le madri, ma non nel tempo della piccola Teresa: vi erano state nel Medioevo e vi sono oggi. Nella stagione della Controriforma la vasta tipologia della santità medievale — che spaziava dalle pastorelle ai re — si restringe alle figure del martire o del consacrato e tale resta fino al secolo scorso, quando riprende ad ampliarsi. A partire da Pio XI sono stati proclamati beati e santi padri e madri di famiglia e coppie di sposi, uno zingaro spagnolo e una schiava africana, indiani delle Americhe, catechisti di Papua Nuova Guinea e dell'Africa nera, laici vissuti in ogni tipo di professione. Soprattutto con i Papi Wojtyla e Ratzinger si sono avuti due altri recuperi di modalità medievali: l'abbondanza delle «proclamazioni» e la rapidità dei tempi rispetto alla data di morte del proclamato. Quella dei santi sposati è una questione sensibile. Secondo un'indagine condotta nel 1988 dalla Comunità di Caresto sui «mille santi più noti» del calendario cattolico, si aveva — a quella data — questa ripartizione: «Al 93% sono celibi e consacrati e solo il restante 7% è di persone con famiglia». Per il Giubileo delle famiglie, il 15 ottobre 2000 in piazza San Pietro fu cantata una «litania dei santi sposati» (...) Com'era più facile un tempo fare santi gli sposati, così era più facile proporre come esemplari figure laicali. (...) Anche l'idea di «martirio» è mutata con gli ultimi Papi, a partire da Pio XII che proclamò santa e martire Maria Goretti (1950), passando dall'uccisione «in odio alla fede» a quella per ogni attestazione della «vocazione» cristiana pagata con il sangue. Il passo più importante lo compì Papa Wojtyla, proclamando santo nel 1982 Maximilian Kolbe (1894-1941) col titolo di martire, intendendolo come «martire della carità»: aveva preso il posto di un condannato a morte per rappresaglia nel campo di Auschwitz. Dopo di allora sono stati molti i beati e i santi riconosciuti come «martiri», pur essendo stati fucilati o deportati o comunque uccisi non «in odio alla fede», ma perché protessero ebrei, o perseguitati politici, o si esposero alla morte con altre forme di «servizio all'uomo». (...)
in “La Lettura” del 12 febbraio 2012
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venerdì 24 febbraio 2012 18.33
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venerdì 24 febbraio 2012 7.30
C'è la crisi, boom dell'auto condivisa
di Daniele Sparisci
Prezzi record dei carburanti, crisi e tariffe dei treni e delle autostrade sempre più elevate fanno volare il carpooling, il servizio di condivisione dei posti in auto fra privati. In un anno i passaggi sono triplicati: dai 29 mila del febbraio 2011 si è passati agli oltre 100 mila (...). Basta registrarsi e inserire una domanda o un'offerta di passaggio: lo scambio di informazioni avviene via mail o per telefono (...) Nell'ultimo anno l'offerta di passaggi è aumentata del 138%. Così come la richiesta. La maggior parte degli autostoppisti sono giovani con un'età compresa fra i 25 e i 34 anni (26%), mentre al secondo posto troviamo studenti dai 18-24 (24%), spesso fuorisede che per risparmiare qualche soldo si rivolgono al car pooling. Perché, soprattutto nei periodi di alta stagione, non c'è confronto che regga con l'aereo o con il treno. In quattro una trasferta da Milano a Roma costa poco più dio 30 euro. (...) A crescere è anche l'età media di chi mette a disposizione la propria auto: 39 anni, contro i 26 di fa l'autostop. E il 36% degli utilizzatori frequenti è composto da donne. Difficile tracciare un identikit, il fenomeno è trasversale: si va dal dirigente d'azienda, all'impiegato statale, passando militari, tecnici e studenti. Molte attive le aree metropolitane. (...)
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giovedì 23 febbraio 2012 7.18
Rispetto al post precedente, quanto mi sembra nebuloso il linguaggio (anche) degli interventi all'ultimo Consiglio Pastorale diocesano.
Tanti termini; abbondante arte oratoria; mancanza di conclusioni.
Non possiamo ridurre tutto e sempre ad un indistinto "fascino" e "contagio" dell'esperienza personale del cristiano, senza mai toccare la "struttura" della compagine ecclesiale, quel corpo che dovrebbe essere la "forma" bella della vita alla maniera dei cristiani. E invece non lo è.
Due piccoli segni del fatto che una certa "struttura" continui a pesare: 1) gli unici file audio del Consiglio Pastorale diocesano sono quelli degli interventi dell'arcivescovo; 2) osservate bene cosa riprendono le foto dell'evento pubblicate sul sito diocesano...
Sappiamo ciò di cui c'è bisogno (e tante belle esperienze ecclesiali ce lo testimoniano), ma guardiamo da un'altra parte.
don Chisciotte
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giovedì 23 febbraio 2012 7.10
Che cos'è la corresponsabilità nella Chiesa?
di Nicole Lemaitre
Sono stati pubblicati gli atti di un convegno organizzato nel 2009 sulla corresponsabilità nella Chiesa. Nel 1968, il cardinal Suenens, importante protagonista del Concilio Vaticano II, pubblicava un manifesto su La coresponsabilité nella Chiesa. (...) Descrive, nel riflesso della sociologia, della teologia e della psicologia, la realtà della corresponsabilità nella Chiesa, la tensione tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è attualmente: come può essere esercitata la cooperazione tra clero e laici, ma anche tra laici, per il bene della Chiesa? Il sociologo Olivier Bobineau affronta il problema nella “governamentalità” (Foucault) delle parrocchie. In questa istituzione, il parroco non ha sempre avuto il potere assoluto (...) Il grande periodo dei parroci è il XIX secolo, quando sono formati in maniera uniforme nel seminario e riconosciuto come sostegno dell'identità locale per la loro azione di beneficenza e di istruzione. Nel XX secolo, l'identità tridentina si indebolisce e il cristianesimo si adatta per rispondere ai bisogni della missione ma senza che l'istituzione si muova. Alla fine del XX secolo, siamo passati dalla “logica dello spazio chiuso governato da un centro” a quella del “raduno volontario di individui autonomi” (Codice di diritto canonico 1983), in altre parole, un funzionamento di tipo associativo per una parrocchia che deve essere insieme “comunione” e “missione” dice Giovanni Paolo II (Christifideles laici,i 1988). L'impegno dei laici è promosso, per compensare la penuria di preti ma ache per partecipare allo sviluppo locale. I rapporti dei credenti con l'istituzione sono cambiati. Da una “religione dei padri”, sono passati ad una “religione dei fratelli” (Hervieu-Léger), il che impone un modo nuovo di governance nel quale l'istituzione non è entrata. (...) A partire dallo slogan dell'Assemblea generale dell'episcopato francese nel 1973: “Tutti responsabili nella Chiesa”, e dall'esortazione apostolica Christifideles laici: “In virtù di questa dignità battesimale comune, il fedele laico è corresponsabile con tutti i ministri ordinati e con i religiosi e le religiose della missione della Chiesa”. Così il battesimo mette ciascuno a servizio di Dio e della sua Chiesa con le tria munera docendi, sanctificandi et regendi (tre “missioni”: insegnare, santificare, governare), non dimenticando che munus (plurale munera) in latino significa sia incarico che dovere e responsabilità. Ma questo non determina una pratica e quindi la parola “corresponsabilità” è una promessa più che una realtà. La corresponsabilità si realizza a partire dalla nozione di comunione, nel senso di ciò che è la vita trinitaria (...) La primavera di un nuovo cristianesimo, più aperto, più dinamico, più utopico... non sembra così lontana.
in “www.baptises.fr” del 13 gennaio 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)
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giovedì 23 febbraio 2012 7.05
Ma perchè a carnevale finisce che ci spogliamo tutte?
di Michela Proietti
Su Twitter seguo con divertimento quello che scrive una ragazza con una grande ironia. Qualche giorno fa ha pubblicato una cosa che, nel momento in cui l’ho letta, mi sono accorta di pensare anche io. «Ma perché le ragazze con la scusa del Carnevale si spogliano tutte nude?». (...) C’è una ragione «dotta» prima di tutto: l’ha ben spiegato qualche giorno fa Armando Torno sul Corriere, quando ha raccontato la scomparsa delle maschere tradizionali. (...) Nella rincorsa all’abito giusto per la festa di Carnevale, nessuna cerca più l’abito da strega, ma quello da strega sexy. La gonna di Biancaneve si accorcia, il vestito da Morticia Addams diventa fasciantissimo, in un crescendo di sensualità. (...) «Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero», diceva Oscar Wilde. E allora mi chiedo se noi ragazze impegnate, evolute, demoralizzate davanti a una Belén quasi nuda sul palco di Sanremo (una delusione generazionale: se sei bella non puoi che tendere al velinismo e se sei solo carina al proto velinismo?), ecco proprio noi approfittiamo di una situazione fuori dalla norma per vestire un abito che tutto sommato non ci dispiace. La questione, in fondo, è la stessa di Belén: è vero che non è stata costretta dagli autori a far svolazzare la gonna, è vero che lei gioca consapevole e fa la donna oggetto perché così le piace, ma il rischio è che alla fine non si fa che aderire a un codice precostituito e sinceramente un po’ noioso se adottato in tempi di libertà. (...)
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di donma ,
mercoledì 22 febbraio 2012 8.10
Il video di un biliardo su una nave da crociera: che meraviglia di equilibrio... nonostante le onde!
Un'ottima immagine per descrivere tante altre realtà, oltre il biliardo.

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di donma ,
mercoledì 22 febbraio 2012 7.25
Una fede indebolita nei palazzi degli intrighi
di Vittorio Messori
Di questi tempi, seguire certe non edificanti cronache vaticane può essere gustoso o rattristante, a seconda degli umori anticlericali o clericali. In realtà, non dovrebbe scomporsi più di tanto il cattolico che non solo conosca la storia della sua Chiesa ma che non sia dimentico degli avvertimenti del Vangelo. Questa Chiesa, cioè, è un campo dove buon grano e velenosa zizzania cresceranno sempre insieme; è una rete gettata a mare e nella quale convivranno sempre pesci buoni e cattivi. Parola di Gesù stesso, che esorta a non scandalizzarsi per questo e a non tentare neppure di dividere il sano dal guasto, riservando a sé questo compito nel giorno del Grande Giudizio. Esempio primo di questa situazione è ovviamente il centro e il motore della «macchina» ecclesiale: la Curia vaticana, cioè, l'amministrazione centrale di quella che la Tradizione chiama «la Chiesa militante». Beh, quanto a questo, non fu un eretico o un mangiapreti, bensì una santa che Paolo VI volle proclamare «dottore della Chiesa», la compatrona d'Italia, Caterina da Siena, a constatare: «La corte del Padre Santo Nostro sembrami talora un nido d'angeli, tal altra un covo di vipere». (...) C'è un aspetto «organizzativo» da considerare. Va ricordato, infatti, che dal Vaticano odierno non giungono solo echi di «scandali» per affari, sesso, potere. E' la macchina stessa dell'amministrazione che da anni ormai sembra incepparsi con inquietante frequenza; sono gli equivoci, le distrazioni, le gaffe diplomatiche (...). Qui non sembra possibile una «riorganizzazione aziendale», perché sembrano mancare le forze fresche e di qualità. (...) Dopo quel Vaticano II che avrebbe dovuto snellire la struttura ecclesiale, l'Annuario pontificio ha quasi triplicato le sue pagine, l'espansione burocratica non ha avuto sosta. Aumentano funzioni, posti, responsabilità, mentre vengono meno, anno dopo anno, le risorse umane. E i pochi rincalzi non sembrano in grado di portare quella schiacciante responsabilità che è gestire in terra nientemeno che la volontà del Cielo. Dunque, il realismo cattolico sembra imporre un drastico ridimensionamento della struttura (...). Voler mantenere l'imponente apparato barocco (...) pur lontani da ideologie «sessantottine», di demagogia pauperista. Ma sembra esserci anche un cedimento morale che non è solo sessuale (questione pedofili, ma non solo, docet) ma è anche il ritorno, quasi come ai tempi rinascimentali, di palazzi vaticani ridotti a nodi di intrighi e di lotte per carriere, poteri, denaro, interessi ideologici e politici. Ebbene, qui, non c'è riforma che tenga, qui non c'è rimedio solo umano. (...) Se la Chiesa è in crisi, ha sempre ripetuto il card. Ratzinger, è perché è in crisi la fede degli uomini di Chiesa. Gerarchia non esclusa. (...) Se la fede vacilla o si spegne, se non è più la ragione quotidiana di vita, la pigrizia sorniona del burocrate è in agguato, il vecchio monsignore come il giovane religioso sono pronti a trasformarsi in funzionari da ministero clericale e, come tali, soggetti a ogni tentazione.
in “Corriere della Sera” del 13 febbraio 2012
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di donma ,
martedì 21 febbraio 2012 16.05
Viste queste foto, quasi quasi voglio essere fatto cardinale anch'io!
(Se qualcuno non l'avesse capito, sto scherzando!)
don Chisciotte
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di donma ,
martedì 21 febbraio 2012 9.50
Se lo sfondo non c'è più
di Gian Carlo Olcuire
Il primo premio del World Press Photo è stato assegnato a un'immagine che di giornalistico ha poco, perché suscita emozioni senza dare informazioni. S'è parlato di una Pietà moderna e in effetti la postura dei due soggetti la ricorda: una donna con il niqab - il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi - tiene tra le braccia, adagiato sul grembo, un uomo a torso nudo, probabilmente ferito. La donna lascia vedere anche dei guanti di lattice, da infermiere, e l'uomo un tatuaggio. Ma entrambi non mostrano i volti: la donna l'ha velato e l'uomo l'ha coperto. Soprattutto non si vede nulla accanto e nulla dietro: se non si può dire che la foto sia posata, è indubbio che lo sfondo vuoto faccia pensare a quelli degli studi fotografici, sfumabili e colorabili a piacere. Quest'immagine, più che un racconto, è un simbolo: fa vedere pochissimo e tace della realtà dello Yemen, di cui siamo a conoscenza per le interviste rilasciate dal fotografo. Non che non sia una foto drammatica: solo esprime un dolore universale, quello di ogni madre/moglie/sorella che sta male per il proprio congiunto che sta male e si china teneramente su di lui. Ora, se da una parte ci sentiamo uniti a chi soffre, paradossalmente ignoriamo quasi tutto di quella sofferenza specifica. E allora domandiamoci se la nostra sia partecipazione o non sia, in realtà, una fuga. Se l'amore per i simboli non porti, alla lunga, a non vedere le situazioni, a non farci coinvolgere in nessun dolore che non sia anche un po' nostro. Una schizofrenia già rilevata dalla poetessa Wislawa Szymborska, quando scriveva: «Preferisco me che vuol bene alla gente / a me che ama l'umanità». La gente, infatti, è piena di particolari: colori, nomi... e anche difetti. Mentre l'umanità è una categoria monocromatica, che gode di un pregiudizio sempre positivo e che si può cogliere in un attimo: perché non ha molto da far vedere e non ha sfondo. Come una foto scontornata.
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di donma ,
martedì 21 febbraio 2012 7.33
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di donma ,
lunedì 20 febbraio 2012 10.43
Dal Vangelo della odierna liturgia ambrosiana (Mc 12,13-17): «Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
Possiamo trarre qualche semplice considerazione relativa alla complessa questione della tassazione degli immobili (che siano della Chiesa cattolica o no) destinati ad uso commerciale:
- la legislazione esiste, è per tutti e per il bene di tutti, quindi tutti devono rispettarla;
- la legislazione può essere migliorata, per il bene di tutti e affinché sia più chiara;
- coloro che fossero tentati di "dribbarla", devono far di tutto per comprenderla e metterla in pratica;
- chi non osserva una legge giusta (nel caso non fosse giusta, ci sarebbe il caso di obiezione di coscienza), incorre in una sanzione.
don Chisciotte
I conti che non mi tornano sull'Ici
di Roberto Beretta
La mia diocesi - che si vanta di essere «la più grande e la più organizzata del mondo» (uè, mica siamo milanesi per niente...) - sta mandando in giro per le parrocchie certe pattuglie di "finanzieri curiali" affinché controllino, informino e - se necessario - intervengano sui pagamenti dell'Ici. È senza dubbio un effetto (benefico, a mio parere) della campagna mediatica sulle esenzioni fiscali alla Chiesa, scatenata nei mesi scorsi e non ancora placata. Salta fuori così che non pochi parroci - e siamo, lo ripeto, nell'«onesta e danarosa» Lombardia - l'Ici non la pagano proprio. O meglio: la pagano solo in parte, non per tutti i locali per cui sarebbe dovuta. E la cosa non avviene nemmeno per cattiva volontà: solo non lo sapevano - e nessuno gliel'ha mai contestato. Infatti l'Italia è un Paese tale che non è facile neppure conoscere quali tasse bisogna pagare. Ad esempio: sono pochi i sacerdoti che versano l'Ici per il campo di calcio dell'oratorio; eppure dovrebbero farlo se (anche solo poche volte in un anno) l'affittano a terzi... E chi la paga per il baretto che vende liquerizia ai bambini due volte la settimana? Tuttavia, a norma di legge, pure questo è soggetto. E il teatro o il cinema parrocchiale? Sono sottoposti a tributo anch'essi, a meno che vengano adibiti ad esclusivo - ripeto: esclusivo - uso di cineforum ovvero alle recite di compagnie amatoriali.
Non mi sono inventato queste regolette: le ho prese pari pari da uno specchietto pubblicato dalla stampa cattolica. Leggendo il quale ho avuto due reazioni: da una parte mi sono rafforzato nell'idea che, al di là delle ripetute dichiarazioni di principio che «la Chiesa l'Ici l'ha sempre pagata», l'evasione almeno parziale del reverendo parroco (anche inconsapevole o «a sua insaputa») è praticamente generale; dall'altra mi sono spaventato perché, se le prescrizioni sono tanto severe, un sacco di piccole ma utili strutture sono davvero a rischio di fallimento.
E allora non mi tornano più i conti. Noi abbiamo assistito...
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di donma ,
lunedì 20 febbraio 2012 7.34
Il valore dell'uguaglianza
di Joaquín Navarro-Valls
(...) Il Divided we stand pubblicato dall´Ocse, fornisce "una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali nel mondo". (...) Il sistema capitalista è nato nei limiti precisi del mondo occidentale come organizzazione della produzione e diffusione collettiva della ricchezza; un modello di sviluppo che ha seguito l´ascesa graduale del liberalismo. Tutto è funzionato fino a trent´anni fa grazie alla logica di antagonismo mondiale che i sistemi capitalisti avevano con l´area sovietica. La fine di quel equilibrio ha fomentato non solo le grandi speculazioni finanziarie, ma ha avallato un incontrollato estendersi del mercato in zone della terra prima escluse dalla ricchezza. Questa situazione di apertura globale ha offerto ad interi popoli materie prime non disponibili e ha fatto saltare inevitabilmente tutti i controlli legali e doganali che la politica internazionale concorreva a garantire in precedenza. L´effetto che ora si constata è la crescita abnorme delle disparità tra le condizioni economiche di vita individuale. (...) Intanto è doveroso valutare che la crescita delle ineguaglianze è un effetto negativo dell´aumento positivo del livello di libertà nel mondo. L´unico modo di escludere totalmente i dimorfismi nella distribuzione delle ricchezze sarebbe cancellare il presupposto etico fondamentale che li produce, vale a dire la libertà individuale d´impresa e d´iniziativa. Scelta, evidentemente, nefasta. Senza libertà non può esservi democrazia, e soprattutto che senza libertà viene a mancare l´autodeterminazione democratica dei popoli, con una conseguente cancellazione della dignità umana dei cittadini. Il dato vero, scaturito dai nuovi report, è tuttavia che il tasso di ineguaglianza sta superando la percentuale fisiologica compatibile con i sistemi liberali. Quando, infatti, la quota di povertà oltrepassa il confine dell´indigenza e si conquista fette intere di classe media, i ricchi guadagnano 15 volte in più dei poveri e si attua un fenomeno involutivo che rende impossibile – oltre che oscena – alla lunga la stessa democrazia liberale. Il paradosso è insomma che, sebbene entro certi confini disparità e libertà vadano di pari passo, quando l´elastico delle disuguaglianze diviene troppo esteso può spaccare il cemento che assicura la coesione sociale. E, quando ciò avviene, decresce pure la stabilità democratica. (...) La riduzione dello spread tra classi sociali deve essere eseguito politicamente, partendo da una nuova e più profonda idea etica di appartenenza comune al genere umano. La responsabilità verso gli altri, la reciproca mescolanza dei destini individuali, il sentimento di inclusione sociale e di solidarietà sono compatibili con la scarsità di risorse purché sia sufficientemente difeso il valore etico di umanità dei sistemi democratici. (...) Non può, infatti, trovarsi soluzione a un problema con gli ingredienti che hanno originato il problema stesso. Pertanto, se un atteggiamento ultra concessivo sul piano economico ha dato vita a una tangibile e pericolosa minaccia al bene comune, il bene comune può essere riconquistato solo con una politica che sostenga il valore etico dell´uguaglianza al di fuori e al di sopra di calcoli meramente monetaristici e quantitativi. (...)
in “la Repubblica” del 15 febbraio 2012
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di donma ,
domenica 19 febbraio 2012 7.35
Quei conflitti di potere (italiani) che umiliano l'immagine della Chiesa
di Alberto Melloni
Al cuore del Vaticano II stava la convinzione che il dinamismo profondo della Chiesa - la communio - non potesse che discendere dal dono di Dio. (...) La collegialità episcopale per realizzarsi aveva bisogno di riforme istituzionali puntualmente mancate. (...) Nessun Papa s'è chiesto come guarire il sinodo dei vescovi dalla impotentia deliberandi. Così il centro del governo della Chiesa romana, con una collegialità rata et non consummata, è rimasto il terreno di lotta di una Curia il cui stato è quello che vediamo. Uno stato desolante. Il perché di questo spettacolo va colto spersonalizzando le questioni. (...) Oggi come allora bisogna sapere che ciò che tiene in equilibrio la Chiesa è solo quel tesoro di misericordia balsamica, di santità dimentica di sé, di amore tangibile e di libertà interiore che sono sostanza della communio e dono dall'Alto. Se oggi la desolazione prevale anche nei più puri bisogna chiedersi non quando è iniziato il degrado (credo all'ultima cena), ma cosa rende insufficiente oggi quel tesoro che c'è. E questo devono chiederselo i vescovi: lo storico può solo dire che forse un eccesso di confidenza nel conservatorismo di moda, l'impunito vezzo di umiliare il Vaticano II al rango di un concilietto «disciplinare», non sono senza responsabilità in questo inverno desolante, di cui solo la collegialità potrà essere la primavera.
in “Corriere della Sera” del 12 febbraio 2012
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