Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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giovedì 30 dicembre 2010 9.45
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giovedì 30 dicembre 2010 7.59
«Milano, città che non ha spazio per i bambini»
di Silvia Vegetti Finzi, pedagogista, psicologa e scrittrice
Le città non sono mai state fatte a “misura di bambino”, ma negli ultimi anni sono diventate più inospitali che mai. Non mi riferisco tanto a problemi ambientali: smog sopra i limiti massimi, traffico caotico, servizi sociali insufficienti, costi delle abitazioni in costante levitazione. Penso piuttosto al rapporto adulti-bambini, all’indifferenza, alla solitudine, talora all’insofferenza che li circonda. Il primo posto nella graduatoria del malessere spetta indubbiamente ai piccoli Rom, bambini costretti a pellegrinare da un campo nomadi all’altro, luoghi equiparati dallo squallore e dal degrado. Ma poiché anche nella notte più nera brilla qualche luce, occorre segnalare l’impegno e il coraggio con cui gli insegnanti che li conoscono e li stimano si battono per la difesa dei loro diritti. Non vorrei inoltre dimenticare i bambini invisibili, quelli che, per essere figli di immigrati clandestini, legalmente "non esistono". E poi i bambini provenienti da Paesi lontani, da culture molto diverse dalle nostre, impegnati a integrarsi in una società dove i pregiudizi trovano spesso udienza e legittimazione. E ancora quelli che, appartenendo a famiglie particolarmente colpite dalla crisi economica, vivono nell’insicurezza e nella paura del domani. La maggioranza però non manca di niente perché, pur nelle ristrettezze, si cerca di dare tutto ai bambini, spesso troppo. Molti sono figli unici, circondati da genitori, zii, nonni, talora bisnonni. Hanno tutto il superfluo, ma manca l’essenziale: spazio e tempo per loro. La paura dell’estraneo, del maniaco, del traffico e dello smog hanno desertificato le nostre città. In compenso aumentano gli impegni organizzati: scuola a tempo pieno, corsi di nuoto, di ginnastica, di yoga, di pittura, di teatro... Nulla è lasciato alla spontaneità, al gioco, alla fantasia. Nella società delle assicurazioni, siamo incapaci di accettare qualche ragionevole rischio per cui i bambini crescono senza mettersi alla prova: non sanno arrampicarsi su un albero, saltare un fosso, lanciare un sasso. Questa è la prima generazione che non si è mai sbucciata le ginocchia. Guardati a vista dagli adulti, non conoscono le strategie della socializzazione, la gestione dei conflitti, l’elaborazione delle frustrazioni. Nonostante l’apparente appagamento, i loro più profondi desideri, considerati irrealizzabili, restano spesso inascoltati. Vorrebbero trascorrere più tempo a casa, in famiglia, con la mamma accanto, vorrebbero dei fratellini e infine spazi dove incontrare gli amici per giocare, bisticciare, annoiarsi. In compenso i genitori, che a torto o a ragione si sentono in colpa per il poco tempo che dedicano ai figli, cercano di rimediare colmandoli di oggetti. A Natale i bambini chiedono in media 4 regali, ne ricevono 11: 7 di troppo. Il superfluo non solo è inutile ma dannoso perché, saturando il desiderio, tacita la domanda, spegne l’attesa, devitalizza la tensione verso il futuro, rende apatici e indifferenti. Atteggiamenti che, maturati nell’infanzia, si ritrovano poi in molte, troppe adolescenze. Continuiamo a pensare che i ragazzi siano bramosi di oggetti e avidi di esperienze come negli anni ’80, invece aumenta il numero di quelli che non chiedono niente. Chiusi in una disperazione silenziosa, trascurano gli studi, si allontanano dagli amici, non coltivano interessi. Il loro mondo è altrove: nello spazio virtuale di Internet dove navigano e naufragano in silenzio. La sfida è di riportarli tra noi perché, senza ricambio generazionale, le città del mondo invecchiano tristemente.
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mercoledì 29 dicembre 2010 9.09
A Mariam piaceva ricevere visite alla kolba. L'arbab del villaggio con i suoi doni, Bibi jo con la sua anca dolorante e gli interminabili pettegolezzi e, naturalmente, il Mullah Fai-zullah. Ma non c'era nessuno - nessuno - che Mariam aspettasse con il desiderio che riservava a Jalil.
Incominciava a sentirsi agitata il martedì sera. Dormiva male, preoccupata che qualche complicazione negli affari impedisse a Jalil di venire il giovedì, nel qual caso lei avrebbe dovuto aspettare ancora un'intera settimana prima di vederlo. Il mercoledì continuava a girare attorno alla kolba, gettando distrattamente il mangime nella stia delle galline. Faceva passeggiate senza meta, cogliendo petali di fiore e dando manate alle zanzare che le pizzicavano le braccia. Infine, il giovedì, non poteva far altro che sedersi contro il muro, con gli occhi incollati al torrente, e aspettare. Se Jalil era in ritardo, a poco a poco si lasciava prendere dal panico. Sentiva le ginocchia piegarsi e doveva andare a stendersi.
Poi Nana la chiamava: «Eccolo, tuo padre. In tutto il suo splendore».
Mariam balzava in piedi quando lo scorgeva che saltava da una pietra all'altra del torrente, tutto sorrisi e agitar di braccia. Sapeva che Nana la osservava e valutava le sue reazioni, perciò si sforzava sempre di rimanere ferma sulla soglia, di aspettare, di non corrergli incontro, ma di restare a guardarlo mentre, pian piano, avanzava verso di lei. Si tratteneva e, pazientemente, lo osservava mentre si apriva la strada nell'erba alta, la giacca gettata sulla spalla, la cravatta rossa che svolazzava alla brezza.
Quando Jalil raggiungeva la radura, gettava la giacca sul tandur e apriva le braccia. Mariam partiva a passo lento, poi finalmente gli correva incontro e lui l'afferrava al volo sotto le ascelle e la gettava in alto. Mariam strillava.
Sospesa in aria, vedeva il viso di Jalil rivolto verso l'alto, il suo ampio sorriso sghembo, l'attaccatura a V dei capelli, la fossetta sul mento - un perfetto ricettacolo per la punta del suo mignolo - i denti, i più candidi in una città di molari guasti. Le piacevano i suoi baffi curati, e le piaceva che, indipendentemente dal tempo, indossasse sempre un elegante completo quando veniva in visita - marrone scuro, il suo colore preferito, con il triangolo bianco del fazzoletto nel taschino della giacca -, e anche i gemelli, e la cravatta, di solito rossa, che amava portare allentata. Mariam vedeva il proprio riflesso negli occhi castani di Jalil: i capelli al vento, il viso in fiamme per l'eccitazione e il cielo sullo sfondo. (...)
Quando veniva l'ora della partenza, Mariam rimaneva immobile sulla soglia e lo osservava attraversare la radura, svuotata al pensiero della settimana che, come un masso inamovibile, si frapponeva tra lei e la prossima visita del padre. Mariam tratteneva il fiato nel vederlo andar via. Teneva il respiro e, dentro di sé, contava i secondi. Si figurava che per ogni secondo in cui non respirava, Dio le avrebbe concesso un altro giorno con Jalil.
Khaled Hosseini, Mille splendidi soli, 30-31; 33-34
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mercoledì 29 dicembre 2010 8.09
I cristiani e il peccato colonialista
di Vittorio Emanuele Parsi
Le stragi di cristiani avvenute in Nigeria tra Natale e Santo Stefano hanno evidentemente motivazioni riconducibili anche a dinamiche locali, ma allo stesso tempo si inseriscono in quella lunga scia di violenze anticristiane accoratamente denunciate dal Papa domenica scorsa. Dal Pakistan all’India, dall’Iraq all’Egitto, dal Sudan alla Nigeria, appunto, sembra che la tolleranza verso quelle che pure sono talora corposissime minoranze di antico insediamento sia sempre meno praticata. Sarebbe evidentemente sbagliato fare di ogni erba un fascio, eppure un elemento comune a queste esplosioni di selvaggia violenza, mi pare possa essere individuato: dovunque sono perseguitati, i cristiani vengono considerati cittadini di second’ordine, la cui piena e leale appartenenza alla comunità politica è continuamente messa in dubbio proprio a causa della loro adesione a una fede presentata come culturalmente aliena alla tradizione autenticamente «autoctona». E questo è vero anche laddove, come in Cina, la persecuzione non ha bisogno di ricorrere allo spargimento di sangue. La religione cristiana viene cioè strettamente associata all’Occidente e al suo predominio politico, più o meno prolungato e lontano: presentata, per alcuni forse vissuta, come la religione dei conquistatori. Una tale identificazione assoluta tra il cristianesimo e l’Occidente, è resa possibile attaccando il «punto debole» comune a tutte le grandi religioni, sempre alla ricerca di un difficile equilibrio tra i loro elementi propriamente teologici universalisti e il loro costrutto culturalmente e geograficamente determinato. Ed ecco allora che il cristianesimo, esattamente come l’islam, è ovviamente una religione universale, ma è stato culturalmente costruito da segni, categorie, concetti e parole occidentali (né più né meno di quanto l’islam sia stato edificato con «mattoni» culturali arabi). L’intreccio tra cristianità e cultura occidentale è quello che per quasi un decennio ha alimentato la polemica sulle «radici cristiane dell’Europa», tanto oggettivamente evidenti, a parere di chi scrive, quanto oggi è altrettanto oggettivamente problematico il rapporto tra l’Europa e le religioni. Se il messaggio teologico contenuto in religioni come il cristianesimo o l’islam è il vettore che rende queste ultime potenzialmente universali, il loro costrutto culturale è quello che ne provoca l’attrito, che ne indebolisce concretamente la capacità di diffusione. Così, a mano a mano che ci si allontana da quell’Occidente dove la «particolarità geografica» dei segni culturali di cui la religione cristiana è intessuta non risalta (perché si «confonde» con altri costrutti culturali), la concreta valenza universale dei suoi contenuti specificamente religiosi si attenua, rendendo più facile la collocazione del cristianesimo all’interno di quella cultura occidentale rifiutata programmaticamente come ultimo prodotto della dominazione coloniale. Non può sfuggire che, se la rivolta contro il retaggio coloniale occidentale che accomuna l’Asia all’Africa risale alla metà del secolo scorso, essa è rinfocolata e dirottata dall’uso politico della religione, che si traduce sempre e comunque nel piegare un messaggio universale al proprio contesto particolare. È ovvio che chi sceglie questa strada guarda per istinto e per calcolo politico alla dimensione culturale della religione altrui, per classificarla non solo come erronea ma come aliena alle tradizioni culturali autoctone. Se da un punto di vista occidentale può apparire un paradosso che società come le nostre, descritte o percepite come sempre più scristianizzate, si vedano ascrivere la religione cristiana come un proprio esclusivo prodotto culturale, dal punto di vista di chi rivendica un’autocollocazione esterna ai valori occidentali, l’operazione ha un suo senso politico, oltre ad avere una utilità non trascurabile per le classi dirigenti di quei Paesi, o per alcune frazioni di esse. Queste ultime infatti, alimentando la contrapposizione al «cristianesimo occidentale», possono più facilmente screditare i valori del rispetto dei diritti umani, della democrazia e della libertà, che vengono artatamente presentati come subdoli strumenti del predominio occidentale e possono invocare in nome di valori proposti come «indigeni, autoctoni o locali» una pretesa maggiore sintonia con i popoli che governano o aspirano a governare. E una simile tentazione si fa sempre più invitante via via che sembra palesarsi un declino della governance euro-americana sul sistema politico internazionale, che lascia intravedere la possibilità (incubo per alcuni, sogno per altri) di una sua progressiva de-occidentalizzazione.
in “La Stampa” del 28 dicembre 2010
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martedì 28 dicembre 2010 7.20
Unire cielo e terra serve a ridare un senso al mondo
di Raimon Panikkar
Negli ultimi giorni Raimon Panikkar aveva sulla scrivania un saggio dal titolo «Religione e corpo», un contributo del 1996 per la «Revista de filosofía» di Barcellona. Stava elaborando tali pagine, non ancora tradotte in italiano, per le opere complete. Diamo un estratto di questo scritto a cui lavorava.
Nel corso dei millenni l’uomo è stato attratto, spesso ossessionato e talvolta affascinato, da due forze che i mistici chiamerebbero trascendenza e immanenza, i poeti cielo e terra, i filosofi spirito e materia. L’uomo si è dibattuto tra questi due poli attribuendo di volta in volta più importanza all’uno o all’altro, disprezzando, trascurando o magari negando realtà all’uno dei due (la materia è male, il corpo è schiavitù, il tempo è illusione) oppure viceversa (il cielo non esiste, lo spirito è mera proiezione, l’eternità un sogno). La religione, intesa quale dimensione umana che potremmo chiamare religiosità, messa di fronte al problema del significato della vita ha oscillato tra questi due poli senza riuscire a dimenticare completamente l’altro. Carpe diem: la terra è troppo attraente per non godere dei suoi piaceri. Fuga mundi: il mondo è troppo fugace per riporvi la nostra fiducia. Non v’è dubbio, tuttavia, che molte delle principali religioni ai nostri giorni hanno decisamente spostato la bilancia verso il trascendente, lo spirituale, l’ultraterreno. «Come andare in cielo» è il compito della religione; «come vanno i cieli» è l’incombenza della scienza: è stata questa la materia di discussione tra uno scienziato (Galileo Galilei) e un teologo (Roberto Bellarmino). La dicotomia è stata letale per entrambi. La religione è bandita dagli affari umani e la scienza diventa una specialità astratta, avulsa dalla vita umana. La religione diventa un’ideologia e la scienza un’astrazione. In entrambi i casi il corpo è praticamente irrilevante. Compito della nostra generazione, se non vogliamo contribuire all’estinzione dell’homo sapiens, è di tornare a celebrare l’unione tra cielo e terra, quello hieros gamos o sacra unione di cui parlano tante tradizioni, non esclusa la cristiana. Lo studio delle tradizioni religiose dell’umanità ci mostra che «scienza» (per non usare altri termini) ha voluto dire qualcosa più che descrizione empirica di comportamenti «religiosi» e delle loro interpretazioni «scientifiche» e che religione non è riducibile a pratiche o credenze definite «religiose» dal punto di vista della razionalità intesa nel senso in cui l’ha interpretata il cosiddetto illuminismo. Dicendo «scienze» non vogliamo escludere alcuna forma di coscienza né di saggezza. Nel dire «religioni» non vogliamo cadere nel monopolio di questa parola da parte di istituzioni («religiose»); ci riferiamo invece a quel nucleo ultimo di ogni cultura, e anche di ogni vita umana, che si crede dia un certo senso alla vita. È molto significativo che la parola polisemica «religione» sia stata ritenuta poco meno che sconveniente in alcuni ambienti e che si sia voluto sostituirla con «spiritualità». Ciò però dimostra che l’allergia alla parola «religione» è solo superficiale, dato che la parola «spirito» potrebbe farci cadere a sua volta in un altro «ghetto» esclusivo degli «spiritualisti». Se si critica la religione in quanto oasi chiusa che esclude i cosiddetti non-credenti, la spiritualità a sua volta potrebbe essere intesa come la confederazione di religioni in antitesi a coloro che negano ciò che è spirituale. Sin dai tempi di Confucio si sa che esiste una politica delle parole.
in “Corriere della Sera” del 28 agosto 2010
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martedì 28 dicembre 2010 7.19
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lunedì 27 dicembre 2010 7.18
Per una Chiesa «di strada»
di don Luigi Ciotti
Sono nato in Veneto, a Pieve di Cadore, provincia di Belluno, nelle Dolomiti. La mia famiglia si è trasferita a Torino negli anni Cinquanta. La nostra prima casa fu una delle baracche del cantiere dove lavorava mio papà, uno degli operai impegnati nella costruzione del Politecnico. La fatica del lasciare la propria terra, del trasferirsi in una grande città – dove l’accoglienza e la generosità di alcuni non facevano dimenticare le chiusure e i rifiuti di altri – mi ha segnato nel profondo, ma mi ha anche aiutato a mettermi nei panni degli altri, a capire ad esempio le storie di quei ragazzi che, qualche anno dopo, sarebbero arrivati a Torino dalle regioni del Sud. Spaesati. Sui portoni di molte case una scritta terribile: «Non si affittano case ai meridionali». Molti di quei ragazzi passavano la notte sui vagoni parcheggiati nella stazione di Porta Nuova, affidando al domani la speranza di un cambiamento. Una storia che si ripete oggi con altri volti, ma con le stesse speranze, la stessa ricerca di dignità. Ho avvicinato quei ragazzi, li ho conosciuti e mi sono fatto «riconoscere». Ho condiviso le loro esperienze, ho sentito le loro speranze, i loro smarrimenti. Ad aprirmi gli occhi era stata anche una persona più anziana, un medico tormentato dai sensi di colpa per un intervento sbagliato, che aveva eletto a suo domicilio una panchina. Riuscii ad avvicinarlo vincendo la sua diffidenza, il carattere schivo e a volte burbero, scoprendo la sua umanità, il suo gran cuore. «Non preoccuparti per me – mi disse un giorno – occupati di loro», e m’indicò un gruppo di ragazzi che faceva uso di anfetamine, in quegli anni le droghe più diffuse prima del dilagare dell’eroina. Ho incontrato la strada grazie alla strada. Strada come luogo di povertà, di bisogni, di linguaggi, di relazioni e di domande in continua trasformazione. Strada come luogo di crescita e di consapevolezza: dove imparare a misurarsi con l’incertezza e la complessità, a non selezionare i compagni di viaggio, a costruire speranza e corresponsabilità. Cercai degli amici con cui condividere il mio impegno. A 45 anni di distanza posso dire che il Gruppo Abele è nato così: da un incontro maturato sulla strada nel tentativo di rispondere a bisogni che richiedevano nuovi approcci, linguaggi, strumenti. Ma non basta interrogare la strada. Una volta posta la domanda è necessario anche ascoltare – con libertà e disponibilità a mettere in pratica quanto ascoltato – la risposta. Anche perché la strada non consegna come risposta ciò che uno vuol sentirsi dire. Il linguaggio della strada è scomodo, controcorrente, anche a rischio di confusione, di fraintendimento. Quanta fatica è necessaria per imparare dalla strada il linguaggio della fedeltà e della libertà. Anche all’interno della stessa comunità parrocchiale si rischia – se si ascolta con serietà la strada – di non essere capiti... Le domande poste alla strada sono come la manna che il popolo d’Israele incontra nel deserto. Una manna che permette di sopravvivere e procedere, ma che non può essere tenuta da parte, immagazzinata. Bisogna consumarla tutta. Domani se ne riceverà dell’altra, che basterà per un altro giorno di cammino. Fermare le domande è interrompere il cammino. È cedere allatentazione di porre in magazzino quanto acquisito e illudersi di poter vivere di rendita. È una tentazione a cui siamo tutti soggetti, anche nelle nostre parrocchie. Ma è così che molte insegne ingialliscono, che molti servizi invecchiano nella routine o restano uguali nella frenesia di un cambiamento solo superficiale. Pigrizia, frenesia senza direzione: sono tutti modi per scappare dall’oggi, per fuggire dalla strada. Non c’è casa senza strada e non c’è strada senza casa. Se mancano le case o almeno una casa, non c’è bisogno di strada; ma nessuna casa può «mancare» di strade: significa negare alla casa e alle case la possibilità di relazioni e di collegamento con il mondo. Strada e casa sono così strettamente legate l’una all’altra. Al punto che l’una è premessa dell’altra e che il cambiare dell’una modifica l’altra. Intrecciare «strada», «case» e «oggi» è quindi premessa, conseguenza, metodo e contenuto di ogni rinnovamento parrocchiale. E significa confrontarsi con concreti e precisi «nodi»: imparare ad abitare «anche» fuori casa (senza paura di attraversare e percorrere strade impegnative e nuove); non aver paura della strada: viaggiare per non restare chiusi nei propri confini e orizzonti; ripensare le categorie dell’educare, dell’essere casa, famiglia, giovani...; costruire comunità e comunità di «famiglie vicine»; promuovere vita culturale e tensione per il «bello» per contrastare degrado, ingiustizie e solitudine; fare della celebrazione liturgica il momento di sintesi, di nutrimento e di verità tra il dire e il testimoniare giustizia e solidarietà; rispondere alle ingiustizie (mute e gridate) che vengono dalla strada. «Strada», «casa» e «oggi» sono, tra l’altro (così ci dicono gli studiosi della parola di Dio) termini biblici di inesauribile ricchezza. Tenerli insieme è sfida e aiuto per non restare chiusi nella propria casa e/o nella propria parrocchia, non costruire case, chiese, cortili e/o oratori lontani dalla strada, dalla fatica ma anche dalla bellezza dell’abitarla, non illudersi di crescere e maturare «solo » sulla strada o solo nel chiuso di qualche struttura e/o istituzione; non fare dell’educare un semplice manuale di comportamento che ingigantisce la forma e calpesta la sostanza; un manuale che insegna a non trasgredire i precetti ma non a vivere le responsabilità. Se l’essere «tra le case» continua il suo dinamico confronto con la strada, le nostre parrocchie possono sprigionare la loro potenziale vitalità e rivelare tutta la loro forza e attualità! Mai come oggi le «case», le persone e le famiglie hanno fame e sete di luoghi in grado di consegnare possibilità di senso e autentica vita comunitaria. Di speranza.
dalla prefazione del volume «Tra le case di Olmi»
in “Avvenire” del 22 dicembre 2010
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lunedì 27 dicembre 2010 7.13
Terra Santa, il muro e la culla
Natale 2010: intervista con il Custode padre Pierbattista Pizzaballa, tra l’aumento dei pellegrinaggi e l’incedere difficoltoso dei negoziati tra israeliani e palestinesi
a cura di Daniele Rocchi
La Terra Santa si prepara al Natale lasciandosi dietro un anno particolarmente intenso, in cui luci e ombre, speranze e illusioni, si sono alternate e intrecciate continuamente. Tra queste, il boom dei pellegrinaggi (a fine novembre erano più di tre milioni i visitatori giunti in Israele e sui Luoghi Santi, numero destinato a salire con il Natale), la ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi infrantisi contro l’espansione degli insediamenti ebraici, la celebrazione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente e le attese future dei cattolici. Il tutto sullo sfondo delle violenze anticristiane, in particolare in Iraq ed Egitto, che preoccupano non poco Benedetto XVI che, nei suoi discorsi e non ultimo, nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace, invoca il rispetto della minoranza cristiana - «nella situazione attuale la più oppressa e tormentata» - e della libertà religiosa, considerata «via per la pace». Alla vigilia del Natale ecco le riflessioni del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.
Dopo le tante violenze anticristiane che hanno scandito il 2010 che Natale sarà?
Ci lasciamo alle spalle un anno molto difficile. Ma purtroppo non è una novità. Forse quest’anno, più che nei precedenti, i numeri delle violenze sono stati impietosi ma se ne è anche parlato di più sui canali d’informazione. L’interesse dei media alle violenze anticristiane è stato un dato positivo ed ha riportato l’attenzione di molta parte dell’opinione pubblica su questa grave situazione. La persecuzione, di cui si è parlato anche nel Sinodo per il Medio Oriente, ci dice che la presenza cristiana in questa area è importante, delicata ma fragile e, quindi, esposta. Dobbiamo denunciarlo con forza muovendo i passi necessari perché tutto ciò finisca, e mantenendo viva l’attenzione attraverso i media. Ma la persecuzione ci ricorda anche che dopo 2000 anni non è cambiato molto: i cristiani restano una minoranza, sempre minacciata, ma nonostante tutto presente e ricca di fede.
Due mesi fa la chiusura del Sinodo per il Medio Oriente: un momento unico, storico per le Chiese mediorientali...
La comunità cristiana è ancora in fermento per il Sinodo e per ciò che questa assise ha prodotto in termini di Proposizioni finali. Le attese tra i fedeli sono molto forti. La speranza è che il Sinodo porti un nuovo spirito nella vita delle loro comunità. Per questo auspicano che i pastori, i vescovi, elaborino in maniera pratica le conclusioni emerse. Essi non vogliono far cadere questa opportunità che è stata l’Assemblea speciale dei vescovi. Il Natale sarà anche il momento per ringraziare per il dono del Sinodo e per ripartire a livello pastorale.
Questo Natale poteva essere ricordato come quello della riapertura dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Una speranza vana?
La situazione resta intricata. Ci sono tante iniziative, anche di alto livello, come la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, voluti dal presidente Usa Barack Obama. Purtroppo non stanno dando i frutti che tutti auspicavano e non stanno aprendo particolari prospettive almeno nell’immediato futuro. Tuttavia la cosa importante del negoziato è il negoziato stesso che tiene vivo un canale di comunicazione e nell’opinione pubblica la consapevolezza che il dialogare è meglio che restare in silenzio.
Per recarsi a Betlemme, alla Natività, bisogna attraversare il muro di sicurezza israeliano. Potremo mai abituarci a questa realtà?
Difficile rispondere. Forse è meglio lasciare aperta la domanda e non abituarsi alla realtà di molte zone della Terra Santa che vedono il muro e la mangiatoia, l’una accanto all’altra. Betlemme ne è l’esempio più chiaro ed evidente. Nonostante i muri, e una situazione così intricata e difficile, Natale ci dice che l’opera di Dio prevale. Dobbiamo crederci e fidarci. Non saranno certo solo i nostri interventi a cambiare o liberare il mondo. Il Natale ci deve fare aprire gli occhi e la bocca di fronte al momento difficile di adesso, e con sano realismo, mantenere un atteggiamento di fiducia, senza portare rancore. Il primo passo della pace è credere che Dio può cambiare il cuore delle persone. (...)
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domenica 26 dicembre 2010 7.18
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domenica 26 dicembre 2010 7.15
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sabato 25 dicembre 2010 8.04
Saranno state migliori delle attuali le condizioni sociali, culturali, religiose del tempo in cui è nato Gesù?
Credo di no.
Eppure il Figlio di Dio ha preso carne in quel corpo, in quel tempo, in quegli spazi, in quel popolo, in quella religione.
C'è speranza che continui a farlo anche oggi, anche domani!
don Chisciotte
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sabato 25 dicembre 2010 8.00
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venerdì 24 dicembre 2010 11.28
Il nostro tempo per gli altri
di Enzo Bianchi
Arrivano le feste, ma con esse anche una domanda sempre più pertinente: siamo ancora capaci di fare festa? Riusciamo ancora a segnare un tempo come festivo, diverso dal feriale quotidiano? E, se e quando ci riusciamo, di cosa abbiamo bisogno per distinguerlo dalle ormai sempre più numerose occasioni che abbiamo per festeggiare, stimolati come siamo da un mercato che ci vuole sempre pronti a consumare tempo e denaro in beni fuori dall´ordinario? Finiamo per credere che ciò che caratterizza la festa debba essere l´eccesso, la ricchezza, il poter spendere per il superfluo, lo stordirci con lo stra-ordinario. In questo senso il Natale è divenuta la ricorrenza che più di altre mostra la contraddizione in cui ci troviamo e il conseguente paradosso di trovarci in ansia per la festa: siccome ha perso la preziosità che gli derivava del suo essere unica o quasi durante l´anno, ora sembra condannata a distinguersi dalle mille altre feste che ci siamo inventati attraverso un "di più" di tutto: più spese, più regali, più cibi, viaggi più lontani, adunate più affollate... Eppure, il cuore e la mente ci dicono che per noi la vera festa è fatta di altro, di cose che non si pesano in quantità ma in qualità, che non si misurano in estensione ma in profondità: incontri autentici, momenti di condivisione, equilibri di silenzi e parole, tempo offerto all´altro nella gratuità. Se siamo onesti con noi stessi, il regalo più gradito non è quello che ci sorprende di più per la sua stranezza o per il suo prezzo, bensì quello che più è capace di narrarci il sentimento di chi lo porge. Come non ricordare la povertà dei regali negli anni del dopoguerra o, ancora oggi, in tante famiglie in difficoltà economiche? Eppure bastava e basta così poco per far risplendere il dono più umile: era e rimane sufficiente che il gesto che lo offre sappia al contempo porgere il cuore di chi dona, sappia parlare al cuore di chi riceve. A Natale, infatti, non dovremmo sorprendere l´altro con l´ostentazione della ricchezza o della stravaganza, né stordirlo con l´eccesso, bensì stupirlo e confermarlo con l´amore, l´affetto, l´attenzione che non sempre nel quotidiano trovano il tempo e il modo di essere esplicitati. Il piatto più apprezzato a tavola, allora, non sarà quello più esotico o costoso, ma quello che meglio mostra che conosco i gusti di chi mi sta accanto, che so cosa lo rallegra, che cerco solo di dirgli "ti voglio bene". Del resto, il regalo che più rallegra ciascuno di noi, di qualunque età, non è mai l´ultima trovata di cui tutti parlano o l´ennesima novità straordinaria che nel giro di pochi mesi sarà superata, ma quel semplice oggetto che mi fa capire che chi lo ha scelto ha pensato proprio a me, ha saputo interpretare i miei desideri inespressi, mi ha letto nel cuore. Tutte cose, queste, che non si comprano in contanti né con carta di credito, anzi: sovente sono beni poveri, sobri, umili, "feriali", ma che si accendono di novità per la carica di umanità che sappiamo immettervi. E così, a loro volta accendono di semplicità la festa, fanno sentire che quel giorno è diverso, non perché così dice il calendario dei negozi, non perché lo abbiamo ricoperto d´oro, ma perché abbiamo saputo guardare noi stessi, gli altri, la realtà con occhio diverso, con uno sguardo predisposto a scorgere il bene nascosto in chi amiamo, perché abbiamo saputo essere autenticamente noi stessi, desiderosi di amare e di essere amati. Sì, Natale è davvero festa quando l´amore trova spazio e tempo per essere narrato, semplicemente.
in “la Repubblica” del 23 dicembre 2010
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venerdì 24 dicembre 2010 8.23
Il consumismo offende il senso del Natale.
No a ipocrisie e false promesse di felicità
del card. Carlo Maria Martini
Eminenza sono qui a domandarle una riflessione sul significato del Natale, oggi: che valore ha oggi questa scelta di fronte alle stortura della politica, alla crisi economica, alle violenze quotidiane, fisiche e psicologiche che i giornali rilanciano in un clima di complessiva angoscia. Le chiedo una parola di speranza, per i nostri figli soprattutto.
Paolo Verdi, Roma
Vorrei chiederle un messaggio di speranza per questo Natale, per me e per tutte le persone che, pur frequentando attivamente la Chiesa, si confrontano quotidianamente con la malattia delle persone care che ci vivono accanto (malate seppur giovani!).
Barbara Niccoli, Roma
Ho come una remora a parlare con Lei del Natale, eminenza carissima: sono credente, ho passato una lunga parte della mia vita in chiesa, sono stato anche volontario. Ho vissuto per mia moglie e per i miei figli, che ora ripagano e mi sono a loro volta vicini. La mia esistenza è un esempio di osservanza, anche altalenante, ma assidua: i peccati ci sono stati, come no, così come gli errori, anche grossolani e i momenti di cedimento. Nel complesso però non mi sento una persona malvagia. Il Natale è il momento più autentico in cui mi viene più facile riflettere, insieme alla mia famiglia, sui mali che mi hanno accompagnato e sui mali del mondo. Mi aiuti.
Andrea Filippazzi, Roma
Oggi il Natale ha quasi perduto il suo senso originario. Lo «celebrano» anche uomini di altre religioni. Perfino parecchi non credenti vivono in questo giorno una qualche forma di liturgia profana. Non v’è alcuno che rifiuti per Natale qualche dono o almeno una buona cena. Per questo non parlo volentieri del Natale. Da quando ho conosciuto un po’ meglio la Sacra Scrittura, è la Pasqua che mi attrae e mi pone dinnanzi a un preciso programma di vita. Benché il Natale sia una splendida manifestazione della gloria di Dio in Cristo e del suo amore per noi, i discorsi che si fanno a partire dal Natale sanno spesso di buonismo e di speranza a buon mercato. Essi sono un segno di poca lealtà con se stessi e con gli altri. Infatti diciamo delle cose che non sono vere e a cui nessuno crede. Ci auguriamo a vicenda lunga vita, felicità, successo, ci facciamo doni che vogliono dire l’affetto che ci portiamo, ma per lo più sappiamo che non è così. La prima lettera espone bene questo stato di cose. Il Natale fa emergere le storture della politica, la gravissima crisi economica che stiamo attraversando, le violenze quotidiane fisiche e psicologiche. E si potrebbero aggiungere tante altre cose ancora. Molti uomini e donne attendono in questo giorno qualcosa, un evento o magari una persona che li tiri su, che restituisca loro l’ottimismo ingenuo che hanno irrevocabilmente perduto; qualcosa di nuovo e di grande, che potrebbe farli tornare indietro. Ma questa speranza è fallace, perché si basa solo sulle nostre forze e dimentica lo Spirito di Dio, il solo capace di aiutarci in maniera efficace. Dopo i giorni delle feste tutto ritorna più o meno come prima. È come un dirsi reciprocamente «ce la faremo», pur sapendo tutti che non è vero. Per vivere bene il Natale e ricavarne quel conforto che è giusto attendersi da questa festa, è necessario sforzarsi di capire ciò che viene detto nei Vangeli. In essi, soprattutto nel Vangelo secondo Luca, emerge un progetto di uomo che vive il dono di Dio nella meraviglia, nella gratitudine e nel distacco. Questo uomo nuovo può essere o un semplice come i pastori o uno studioso come i Magi. Tutti sono chiamati a partecipare all’esperienza dei pastori a cui fu detto: «Vi annunzio una grande gioia» (Lc 2,10). Chi partecipa di questa gioia, si difenderà da quel pericolo che è il Natale del consumismo, che ci impone di non sfigurare davanti ad amici e parenti con costosi regali. Pur avendo la coscienza che molte famiglie fanno fatica a far quadrare il bilancio del mese, si continua a spendere denaro pubblico e privato nella maniera più folle. Si tratta di una gioia semplice, intima, che può convivere anche con momenti di sofferenza e di strazio. Il bambino Gesù è l’immagine di questa fiducia e abbandono alla Provvidenza. Qui va ricordata la parola di Gesù: «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Se noi riusciamo ad affidarci alla Provvidenza di Dio, accettiamo ogni cosa con fiducia, perché fa parte del disegno del Padre. Il Natale guarda alla Pasqua e il presepio contiene allusioni alla morte e risurrezione di Gesù. Esse erano presenti nella riflessione dei Padri. Così, ad esempio, il tema del legno della croce veniva ricordato dalla culla di legno in cui giace Gesù. Le pecore offerte dai pastori ricordano l’agnello immolato. Anche la Madre che si curva sul Figlio ci richiama alla pietà di Maria che tiene tra le braccia il Figlio morto. La liturgia ambrosiana si esprime così: «L’Altissimo viene tra i piccoli, si china sui poveri e salva». Dunque, il senso del Natale ci riporta al centro della nostra redenzione e ci procura una gioia che non avrà mai fine. Un simile atteggiamento positivo può convivere anche con grandi dolori e penosi distacchi. So bene che questi sentimenti di dolore sono i segni di grandi ferite, che si riaprono soprattutto in questi giorni. Quando si vede a tavola un posto vuoto, riemerge il mistero del Crocefisso con le sue piaghe. Ci sarebbe ancora da trattare di come il presepio può essere contemplato anche da non credenti e da atei. Io penso che questo fascino derivi dall’atmosfera profondamente umana che in esso si respira. Una umanità che sa guardare anche al lato invisibile della realtà e si compendia nella preghiera «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» . Buon Natale a tutti!
in “Corriere della Sera” del 23 dicembre 2010
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di donma ,
venerdì 24 dicembre 2010 8.16
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di donma ,
giovedì 23 dicembre 2010 18.48
Man mano che leggevo queste parole crescevano in me la sorpresa e la rabbia: come si può vendere l'anima (e altre parti del corpo) a prezzi così bassi (cioè per favorire il neo-liberismo)? E con l'anima si svendono il Natale, il Vangelo e un'intera tradizione di spiritualità ascetica. Ieri Socci andava in questa direzione, oggi Messori ribadisce... evviva il realismo, e Gesù Cristo e il cristianesimo dove vanno?! Forse a fare shopping! Ma non era il diavolo che vestiva Prada?!
Con infinita tristezza, don Chisciotte
Un buon cristiano non si vergogni del consumismo sotto le feste
di Redazione de "Il Giornale"
Lo scrittore Vittorio Messori: "Giusti i richiami alla sobrietà. Ma chi spende aiuta gli altri a mantenere il lavoro"
Pubblichiamo un intervento di Vittorio Messori tratto dal sito "La bussola quotidiana", curato da Andrea Tornielli.
di Vittorio Messori
C’è stato dibattito sul recente «Aperitivo» in cui prospettavo un indubbio problema: come conciliare le tradizionali esortazioni, sotto Natale, alla sobrietà, all’austerità, alla essenzialità, con le esigenze di quella economia da cui tutti dipendiamo e il cui problema è proprio stimolare la ripresa dei consumi, pena il crac dell’intero Occidente? I consueti appelli contro il consumismo non sono un boomerang proprio per i più deboli, il cui lavoro dipende dalla circolazione del denaro che permette alle aziende di vivere? Non nascondiamocelo: qui, per un cristiano c’è un problema serio che va affrontato, contemperando la doverosa spiritualità con l’altrettanto doveroso realismo.
Se sto all’Italia, la sua sola possibilità di sopravvivere alla globalizzazione e alla conseguente invasione di manufatti a basso, o bassissimo, costo, è quella di coltivare «l’industria del lusso». Per evitare milioni di disoccupati dobbiamo fare appello alla nostra storia dal Rinascimento in poi e mettere sul mercato merci care ma belle e di grande qualità. Nato a Sassuolo, so che il «distretto della ceramica» (il più grande d’Europa, decine di migliaia di operai, per un terzo immigrati) è sopravvissuto ai prezzi stracciati delle piastrelle asiatiche producendone altre, quattro o cinque volte più care, ma di un gusto inimitabile. Il «distretto del tessile» di Biella contrasta il «pericolo giallo» con tessuti di altissima qualità, che solo i ricchi possono permettersi. Il «distretto dell’oreficeria», a Vicenza e a Valenza, lavora oro e pietre preziose in modo straordinario: e non sono certo cose per il «Quarto Stato». Dove mettere l’alta moda che, da sola, garantisce una notevole fetta delle esportazioni con confezioni di altissima qualità e, dunque, care se non carissime? E le scarpe? E i cosmetici? E le auto di gran lusso, Ferrari, Maserati, Lamborghini? Persino la nostra agricoltura vive inventandosi «nicchie » privilegiate contro l’invasione dei prodotti alimentari di massa che giungono da America e Asia: delicatesse, spesso, da buongustaio raffinato. L’enologia, poi, deve puntare su vini pregiati e su spumanti ancor più preziosi. Si potrebbe continuare, ricordando per esempio – giusto a Natale – le grandi spese sostenute da chi passa le vacanze sulle nevi e sorreggendo quindi un turismo di enormi proporzioni.
Il problema dunque è proprio questo: edificanti, doverose, le prediche contro il consumismo. Ma non è una gran virtù cristiana quella Prudentia della quale il realismo è uno dei volti principali? Non sono un facilone e neppure un conoscitore di teologia morale: dunque, non ho soluzioni belle e pronte. Ma vorrei che ci rendessimo conto che la difficile scelta, per noi cristiani, è oggi tra la riscoperta di una doverosa sobrietà e un’altrettanto doverosa preoccupazione di salvaguardare coloro che lavorano solo perché il «consumismo» celebra i suoi fasti inquietanti. Non abbiamo scelto noi questo sistema. Ma con esso dobbiamo pur fare i conti.
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di donma ,
giovedì 23 dicembre 2010 12.57
Don Domenico Pezzini è stato riconosciuto colpevole di atti di pedofilia verso un minorenne ed è stato condannato a dieci anni di carcere.
Spero e prego che tutti i soggetti coinvolti nel giudizio abbiano agito in onestà e ricerca del vero e del giusto.
Aggiungo questa considerazione: confido che tutto il bene che anche questo sacerdote ha fatto (studi, scritti spirituali, accompagnamento di gruppi di omosessuali...) non venga svanito e sminuito, offuscato dalla scelta sbagliata per cui sarebbe stato condannato.
don Chisciotte
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di donma ,
giovedì 23 dicembre 2010 9.54
Buon lavoro
di Massimo Gramellini
Un artigiano veneto di quarant’anni, oppresso dai debiti, irrompe in una tabaccheria di Forte Marghera agitando la pistola. «Dammi i soldi!», intima al proprietario. Ma prima che l’altro possa aprire la cassa, il rapinatore scuote la testa: «Cosa sto facendo?». Esce dal negozio, monta in bicicletta e va a costituirsi al commissariato. Dove giustamente lo arrestano, perché così prevede la legge. Io, stupidamente, lo avrei un po’ abbracciato. È che è raro trovare dei galantuomini, ma ancor più raro è trovare degli uomini: gente disposta a non prendere le distanze dai propri errori, persino quando, come in questo caso, sono stati soltanto abbozzati.
Più o meno alla stessa ora, in una scuola di Torino va in scena il classico spettacolo di Natale alla presenza delle famiglie. Ogni bambino sale sul palco ed esprime un desiderio per l’anno nuovo. Il primo dice: «Vorrei essere più bravo coi nonni». Il secondo: «Vorrei un certo videogioco». Il terzo: «Vorrei ci fosse ancora il lavoro per mamma e papà». Nella sala scende il gelo, la realtà è una pasta abrasiva e certe cose non si confessano neanche in tv. Un amico presente alla scena commenta: è un mondo al contrario, quello in cui sono i figli a desiderare un posto per i genitori, ma forse l’unica speranza che resta, a questo mondo, è proprio un bambino che al futuro non chiede un giocattolo ma un lavoro per mamma e papà.
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di donma ,
giovedì 23 dicembre 2010 8.08
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di donma ,
giovedì 23 dicembre 2010 8.06
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