Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

di donma ,
martedì 29 giugno 2010 15.19
Cosa possiamo aspettarci dal nostro popolo se tra i suoi capi e tra i suoi anziani ci sono persone che si divertono così?! E credono di essere divertenti. Quale autorevolezza possono trovare tra noi e possono far crescere tra le nuove generazioni?! Provo pena per loro e per il nostro popolo.
don Chisciotte

Nel corso della sua visita in Brasile, a San Paolo, Silvio Berlusconi ha incontrato gli imprenditori italiani e brasiliani. E non ha perso l'occasione per fare una delle sue consuete battute. Ha detto di soffrire di mancanza di memoria, e ha raccontato: "Stamani in albergo volevo farmi una ciulatina con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: 'presidente, ma se lo abbiamo fatto un'ora fa'...'". Risate in sala e postilla del Cavaliere: "diffidate di chi non sa ridere, diffidate..."
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di donma ,
martedì 29 giugno 2010 8.34
Sarebbe ingiusto se si diffondesse l'idea che dalla bocca dei preti e dei vescovi non esca più la verità, ma è vero che anche le ultime vicende (dopo le penultime e le terz'ultime...) hanno messo in luce imprecisioni, coperture, pressapochismo, alchimìe da parte di preti e vescovi. Non stiamo facendo una bella figura di trasparenza, coerenza, affidabilità. E credo che stiamo perseverando nell'arte stolta di tirarci la zappa sui piedi. Apprezzabile la finezza della Jena, che cita la parola di Gesù: "Non giurate affatto" (Mt 5,34).
don Chisciotte

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di donma ,
lunedì 28 giugno 2010 15.29
In chiesa con l’infradito. Un problema di regole
Con le vacanze torna d’attualità il tema dell’abbigliamento poco formale e spesso succinto nei luoghi di culto.
Ne abbiamo parlato con Marinella Calzona, esperta di Scienze dell’Educazione e teologa. «Non serve strapparsi le vesti, ma occorre offrire elementi utili ai fedeli per recuperare la sacralità degli spazi»
di Annamaria Braccini
Infradito sì, infradito no. Anche se finalmente è arrivata l’estate, forse, bisognerebbe capire che non tutti i luoghi, specialmente a Milano, sono in riva al mare. E non è necessario stupirsi se a scuola, il professore, e ancora di più, in chiesa, il parroco, impongono qualche regola. Non si tratta di oscurantismo, ma prima di tutto di rispetto e di buon senso. (...) «Il tema dell’abbigliamento poco formale e spesso succinto in luogo sacro tocca tutti. La moda o il modo di vestirsi, in bene e in male, è specchio dei tempi. Non a caso il sociologo Zygmunt Baumann ha definito il nostro tempo “Modernità liquida”, proprio per indicare che non esistono punti di riferimento, sicurezze, mentre prende sempre più piede una vita, appunto, “liquida”, costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo, specie a quelle relative al consumo, per non sentirsi esclusa. Evidente, in un tale contesto, il rischio che corrono i giovani, sempre più fragili e immersi in un modello culturale senza “paletti” che aiutino a definire ciò che è bene e ciò che è male. D’altra parte, l’abbigliamento, per i ragazzi, è un segno di appartenenza e omologarsi agli standards dei coetanei regala loro quella sicurezza che non hanno per immaturità. Il problema di oggi è la mancanza di coscienza di sé e del proprio corpo. Da un lato, il corpo non ha valore, lo “svendo” mettendolo in mostra; dall’altro, dico tutto di me con il corpo e attraverso il corpo, perché il mio valore sta lì per intero. Lo si cura in modo eccessivo, lo si usa per raccontarsi, questo è il significato, ad esempio, dei tatuaggi. Un altro fattore che si deve tenere presente è l’aspetto commerciale: i giovani sono un mercato molto appetibile per il mondo della moda: su questo settore del consumo si fanno investimenti anche ingenti, si privilegia il desiderio tipico dell’età di cambiare spesso capi ed è, quindi, del tutto chiaro che più si diffonde l’omologazione, più si vende. Ora è trendy questo, domani già tutt’altro. Non dimentichiamo, poi, che sull’abbigliamento giovanile nel quotidiano ha un’influenza determinante la televisione, in mancanza di altri modelli. Gli eroi dei nostri tempi, purtroppo, sono le veline, i protagonisti di certi show, gli sportivi, le celebrity. Naturalmente per queste persone è di somma importanza “apparire” ed apparire comunque, quindi anche accettando di rompere regole».
Insomma, si vorrebbe entrare in chiesa vestiti come si va sull’Isola dei famosi? «Sì. Mancando i princìpi, sfugge l’idea che sia necessario adeguare l’abbigliamento al luogo, alle circostanze e all’identità personale: ossia a “chi sono”, a “come sono fatto”, all’età e al ruolo. Relativamente al vestiario con cui entrare in chiesa, il problema - ma anche la via di soluzione - sta a monte e significa recuperare il senso della sacralità degli spazi. La questione vera ha molto a che vedere con la formazione e la catechesi di giovani ed adulti: occorre tornare a percepire che un luogo è sacro perché è luogo della presenza di Dio in mezzo agli uomini, comprendendo, ancor più in profondità, “chi sia Dio”».
Qualche soluzione da suggerire, a genitori in difficoltà e a sacerdoti preoccupati? «Una volta recuperato questo senso compiuto del sacro sarà più facile che l’abbigliamento sia più adeguato. Nel frattempo è necessario che la catechesi, voglio dire anche la predica domenicale, ci indichi con esattezza ciò che è adatto al luogo di culto e ciò che non lo è. Non serve strapparsi le vesti come se si volesse imporre il burqua, occorre semmai, offrire elementi utili, come i dress code che stanno adottando tante aziende per salvaguardare la loro immagine. È interessante che, ultimamente, anche in tante scuole si stiano dettando alcune regole proprio in vista dell’estate».
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di donma ,
lunedì 28 giugno 2010 6.12
Condannare di continuo il male o annunciare la bellezza del bene?
di Giovanni Nicolini, prete della diocesi di Bologna
in “Jesus” n° 10 dell'ottobre 2009
Su Jesus di settembre mi ha impressionato il titolo di un breve articolo di Iacopo Scaramuzzi: «Riforma sanitaria: i vescovi cattolici critici verso il presidente Obama». Poi, il contenuto dell'articolo è più complesso di quanto non facesse immaginare il titolo. Ma il problema non sta tanto nelle ragioni o non ragioni dei vescovi nei confronti di un progetto legislativo. Il vero problema è ormai quello di un certo sentimento di saturazione nei confronti di questi interventi. E non perché i vescovi non debbano esprimere il loro pensiero su ogni questione, ma perché è difficile affermare che questo sia il loro compito privilegiato, e la missione dell'intera comunità cristiana. Invece, stando in mezzo al Popolo del Signore, l'impressione è che spesso ci sia più preoccupazione di vigilanza nei confronti dei pubblici poteri, che attenzione ai cristiani e alla loro testimonianza evangelica. Certo, è un dolore dover constatare che tante volte le leggi non sostengono la vita dell'uomo, ma la umiliano e la deprimono. Tuttavia mi sembra si debba ricordare che il compito primario di tutti noi, dai vescovi al più piccolo dei discepoli del Signore, è l'annuncio della Buona Notizia di Gesù. È un "tesoro nel campo" oggi molto raro l'annuncio di tutte le cose belle che Gesù fa e insegna in mezzo alla nostra storia. Non è difficile fare esempi di ciò. (...) Noi cristiani perdiamo tempo, e soprattutto sbagliamo, se ci limitiamo al tentativo di fermare leggi sbagliate. A noi è affidato il compito primario di testimoniare e annunciare quanto sia bella la vita rivisitata da Gesù di Nazaret. Quale meraviglia possa e debba essere la nascita di un uomo. Come anche la nascita di una persona "minore", meno "uguale" agli altri, possa essere principio di tanto bene... E così per ogni realtà e per ogni vicenda. Questa è l'ora in cui dire come è bello spezzare un unico Pane perché tutti possano nutrirsi. Come è importante che il Signore abbia scelto i poveri per confondere i ricchi. Come è bello comporre nella pace ogni conflitto. Speriamo dunque in questo "tesoro nel campo": superare la prigionia di tanti "no", e intonare a voce alta e a gioia piena il Vangelo di Gesù.
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di donma ,
domenica 27 giugno 2010 17.15
"Ustica, i processi non hanno fatto luce": Napolitano parla ai parenti delle vittime
A trent'anni dal disastro, il presidente invia un messaggio di cordoglio ai parenti delle vittime e smentisce il sottosegretario Giovanardi, che ieri aveva detto he ad abbattere l'aereo fu una bomba e non un missile
"Nella ricorrenza del trentesimo anniversario del disastro di Ustica, rivolgo il mio pensiero commosso a lei, presidente, e a tutti i famigliari di coloro che hanno perso la vita in quella tragica notte - scrive il Capo dello Sato - Il dolore ancora vivo per le vittime si unisce all'amara constatazione che le indagini svolte e i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili".
"La tenace dedizione e l'anelito di verità e giustizia con i quali l'Associazione da lei presieduta perpetua il ricordo di quel 27 giugno 1980 trovano la nostra piena comprensione - continua Napolitano -. Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni. Nel sempre doloroso ricordo delle 81 vittime, esprimo a lei e ai famigliari dei caduti la partecipe vicinanza mia e della intera Nazione".
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di donma ,
domenica 27 giugno 2010 4.54
Il regista polacco Krzysztof Kieslowshi, nel primo episodio del suo Decalogo («Non avrai altro Dio...»), pone una delle definizioni di Dio più emozionanti, più «estetiche». II piccolo protagonista, Pawel, orfano di madre e allevato in una laica fede nella scienza dal padre ingegnere informatico — il suo dio è la scienza —, domanda alla zia: «Come è Dio?». La zia resta un momento in silenzio, poi si avvicina a Pawel, lo abbraccia, lo tiene stretto e gli sussurra: «Pawel, come ti senti adesso?». «Bene», risponde il bambino. Un silenzio, poi: «Ecco, Dio è così», suggerisce la zia.
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sabato 26 giugno 2010 5.06
Quando un cane ti taglia la strada. E ti insegna la gratuità.
Un libro di Luisito Bianchi
di Linda Di Ianni
“È un’avventura, certo, la gratuità del ministero, un rischio, un navigare a vista in mare aperto, ma sono convinto che, per un prete, non vi sia gioia più completante la sua umanità che il trasmettere gratuitamente quanto gratuitamente si è ricevuto, un passare da bocca a bocca, da mano a mano, da generazione a generazione, la buona notizia del gratuito”. Può essere questa la chiave con cui leggere il romanzo Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada in cui “l’uomo-prete” Luisito Bianchi ripercorre la storia della sua vita e in particolare il senso profondo del suo essere prete. L’esplicito riferimento che sostiene tutto il romanzo è Matteo 10,8: “Avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente date”. E “doreàn”, avverbio greco che si può tradurre in “gratuitamente”, è infatti il nome che l’autore sceglie di dare ad un cane abbandonato che, comparso improvvisamente, per un certo periodo l’accompagna nelle sue camminate. Esercitare il ministero gratuitamente non è per Luisito Bianchi una scelta come un’altra, magari scaturita da un particolare carisma, ma è frutto di una posizione profondamente evangelica e che si radica nell’essenza stessa dell’essere prete: potersi guadagnare da vivere per esercitare gratuitamente il servizio sacerdotale. Da qui scaturisce la scelta di vivere del lavoro delle proprie mani e l’ingresso in una fabbrica, avvenuto il 5 febbraio 1968, scelta che richiama quanto fece Paolo di Tarso che “lavorò sempre per non porre ostacoli alla credibilità dell’evangelo con qualche interesse”. Si comprendono così appieno la delusione di Luisito Bianchi quando, il 25 gennaio 1987, venne istituito l’Istituto per il Sostentamento per il Clero, l’ente attraverso il quale la Chiesa cattolica gestisce i fondi dell’8 per mille. Da allora il ministero del prete, scrive, fu equiparato a quello di un funzionario, sebbene “del sacro”, con tanto di busta paga. “Quel giorno persi ogni ragione di vivere perché la mia Chiesa, il punto costante di riferimento nelle mie scelte allo scopo che fossero non mie ma testimonianza di Chiesa, aveva dichiarato, contro ogni evidenza, ch’io ero andato alla ricerca di qualcosa di inesistente, che la tradizione non esisteva su questo punto, che la parola di gratuità, se mai ce ne fosse stata una, aveva un significato di negazione di se stessa, come io da trent’anni la interpretavo”. Da allora Luisito Bianchi non ha perso occasione per parlare e scrivere della gratuità dell’annuncio evangelico e del suo tradimento, ma “di fronte alla mia Chiesa mi sento solo… E tale solitudine diventa sempre più vasta ogni volta che constato non esserci stato coinvolgimento di nessuno nonostante il mio appassionato discorrere”. Comunque la difficoltà, le sconfitte non mettono a tacere il grido di un formichino che ha scelto di rimanere comunque nella Chiesa e che, alla notizia della fuga del cane, chiosa amaramente: “Addio, mio cucciolone, che ho ricevuto doreàn e che ho trasmesso ad altri doreàn, perché tu portassi, fra uomini poco più che cuccioli, storditi dall’interesse iniquo, la buona notizia che era possibile la gratuità del dare e del ricevere”.
in “Adista” - Notizie – n. 50 del 19 giugno 2010
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di donma ,
sabato 26 giugno 2010 5.03
Elogio della mediocrità
di Michele Serra
Piccola riflessione in margine all’eliminazione degli azzurri. La gestione della mediocrità non è tra le cose che agli italiani riescono meglio, ma poiché – non solo nel calcio – la mediocrità è la condizione che descrive meglio di altre questo lungo scorcio della nostra vita nazionale, prima ne prendiamo atto, meglio è. L´illusione del colpo di genio salvifico, del talento di pochi che rimedia alla pochezza di molti, dell´estro e dell´improvvisazione come dono di natura, della grazia ricevuta e della botta di culo, sono decrepite e pigre scorciatoie mentali di un paese che è nudo di fronte ai propri limiti e non ha il coraggio di guardarsi allo specchio.
La Nazionale ha perso perché era una squadra mediocre, in rappresentanza di uno sport in forte regresso (anche strutturale: stadi tra i peggiori d´Europa, tifoserie tra le più incivili del mondo). Era dunque ragionevole che perdesse. Né "onta" né "vergogna" – concetti che in queste ore si sprecheranno – servono a illustrare la perfetta normalità di un ultimo posto meritatamente conquistato sul campo. In molti altri campi, più importanti del calcio, la percezione della decadenza, piuttosto che eccitare gli animi e offendere le suscettibilità, dovrebbe spingere a prenderne atto, e rimboccarsi umilmente le maniche.
Corriere della Sera, 25 giugno 2010
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venerdì 25 giugno 2010 7.22

Una domanda sorge spontanea: cosa capita a chi si assume le responsabilità? Il ct, i giocatori, i dirigenti della FIGC... cosa "perdono" (oltre alla partita, alla dignità... e a qualche milioncino da sponsor e indotto)? Viene decurtato lo stipendio? Mollano i benefit? Restituiscono gli introiti della pubblicità non più accattivante? Dedicano almeno 90 minuti ad opere di volontariato? Rimborsano i biglietti aerei di chi è andato fin là? Finalmente lasciano libero il cadreghino e spariscono dagli schermi? Temo proprio che non sarà così... Allora la cosidetta "responsabilità" me la prendo anch'io: tanto non mi cambia nulla!
don Chisciotte
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venerdì 25 giugno 2010 7.17
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giovedì 24 giugno 2010 16.02
Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto: «Sono cieco, aiutatemi per favore». Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase. Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato. Il pubblicitario rispose: "Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo". Sorrise e se ne andò. Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto: «Oggi è primavera e io non posso vederla».
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giovedì 24 giugno 2010 4.51
Dalla «Lettera» di Tommaso More,
scritta in carcere alla figlia Margaret Roper
Mia cara Margherita, io so che, per la mia cattiveria, meriterei di esser abbandonato da Dio, tuttavia non posso che confidare nella sua misericordiosa bontà, poiché la sua grazia mi ha fortificato sino ad ora e ha dato tanta serenità e gioia al mio cuore da rendermi del tutto disposto a perdere i beni, la patria e persino la vita, piuttosto che giurare contro la mia coscienza. Egli ha reso il re favorevole verso di me, tanto che finora si é limitato a togliermi solo la libertà. Dirò di più. La grazia di Dio mi ha fatto così gran bene e dato tale forza spirituale da farmi considerare la carcerazione come il principale dei benefici elargitimi.
Non posso, perciò, dubitare della grazia di Dio. Se egli vorrà, potrà mantenere benevolo il re nei miei riguardi, al fine che non mi faccia alcun male. (...) La sua grazia mi darà certo la forza di accettare tutto pazientemente, e forse anche gioiosamente. La sua infinita bontà, per i meriti della sua amarissima passione, farà sì che le mie sofferenze servano a liberarmi dalle pene del purgatorio e anzi ad ottenermi la ricompensa desiderata in cielo.
Dubitare di lui, mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quan’anche io dovessi sentire paura al punto da essere sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, e farei come fece lui, invocherei cioé Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso. Se poi egli dovesse permettere che imiti ancora in peggio san Pietro, nel cedere, giurare e spergiurare (me ne scampi e liberi nostro Signore nella sua amorosissima passione, e piuttosto mi faccia perdere, che vincere a prezzo di tanta bassezza), anche in questo caso non cesserei di confidare nella sua bontà, sicuro che egli porrebbe su di me il suo pietosissimo occhio, come fece con san Pietro, e mi aiuterebbe a rialzarmi e confessare nuovamente la verità, che sento nella mia conoscenza. Mi farebbe sentire qui in terra la vergogna e il dolore per il mio peccato.
Ad ogni modo, mia Margherita, io so bene che senza mia colpa egli non permetterà mai che io perisca. Per questo io mi rimetto interamente in lui pieno della più forte fiducia. Ma facendo anche l’ipotesi della mia perdizione per i miei peccati, anche allora io servirei a lode della giustizia divina. Ho però ferma fiducia, Margherita, e nutro certa speranza che la tenerissima pietà di Dio salverà la mia povera anima e mi concederà di lodare la sua misericordia. Perciò, mia buona figlia, non turbare mai il tuo cuore per alcunché mi possa accadere in questo mondo. (...) Io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio.
Correspondence, 530-532
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di donma ,
mercoledì 23 giugno 2010 5.17
Cala 8 per mille,100mila firme in meno alla Chiesa cattolica
di Giacomo Galeazzi
Nelle dichiarazioni dei redditi 2007 (relative ai redditi del 2006) sono calate per il secondo anno consecutivo le firme dell'8 per 1000 destinate alla Chiesa cattolica, tanto che la Cei registra con ''preoccpazione'' questa tendenza. Da un documento diffuso nel corso dell'Assemblea Generale dei vescovi italiani, che si e' conclusa il 28 maggio scorso a Roma (...) risulta che nel 2007 le firme a favore della Chiesa cattolica sono state l'85,01% del totale, contro l'86,05% del 2006 e l'89,82% del 2005. ''Dobbiamo registrare con preoccupazione, per il secondo anno consecutivo, un calo percentuale delle firme dei contribuenti a favore della Chiesa cattolica'', si legge nella relazione presentata dal Segretario generale Cei, mons. Mariano Crociata, ai vescovi. ''Alla Chiesa cattolica - prosegue il presule - sono andate 14.839.143 adesioni, 95.104 in meno rispeto all'anno precedente: le scelte favorevoli alla Chiesa cattolica sono purtroppo diminuite sia in termini percentuali, sia in valore assoluto''. Malgrado questo calo, la somma che lo Stato ha assegnato alla Chiesa cattolica in base al meccanismo dell'8 per 1000 - somme relative appunto alle dichiarazioni dei redditi del 2007 - e' cresciuta rispetto all'anno precedente, a causa della crescita generale del gettito fiscale in quegli anni: la Chiesa ha percepito nel 2010 1.067 milioni di euro, contro i 967 del 2009, con un aumento netto di quasi cento milioni. Anche questo dato, pero', non e' del tutto rassicurante per la Cei: a causa del ''meccanismo di posticipazione a tre anni del calcolo del gettito - spiega mons. Crociata - solo a partire dal 2013 sperimenteremo le conseguenze dell'attuale crisi economica sul gettito complessivo dell'IRE e quindi anche sulle somme dell'8 per 1000''. E' questo il motivo per cui la Cei ha deciso di destinare 30 milioni di euro dei fondi di quest'anno alla ricostituzione del ''fondo di riserva'', svuotato l'anno scorso per far fronte ad un calo del gettito. Infatti, spiega mons. Crociata, un ''indirizzo fondamentale per la pianificazione e una prudente gestione delle risorse'' dovra' essere ''gia' a partire dal presente esercizio la ricostituzione del fondo di riserva'', che e' ''un obiettivo primario nel triennio 2010-2012''. In controtendenza con i dati preoccupanti che arrivano dall'8 per 1000, mons. Crociata sottolinea come sia ''particolarmente positiva'' la ''gestione finanziaria'' effettuata dalla Cei nell'anno passato, facendo registrare la ''migliore performance dagli ultimi sette anni''. Una gestione, spiega, ''caratterizzata da una coerente e attenta strategia di investimento'' che ''ha saputo monetizzare il forte rimbalzo dei corsi finanziari sopravvenuto alla grande crisi dei mercati del 2008, pur in presenza di un quadro macroeconomico di grande incertezza. Potremo quindi disporre di ulteriori risorse da destinare anche a sostegno della carita' del papa e per i Paesi dell'Est europeo''. Calano anche nettamente (-9,9%) le offerte deducibili - volontarie - per il sostentamento del clero. La somma raccolta nel 2009 e' stata di 14,9 milioni di euro, contro i 16,5 del 2008. ''Come ormai da diversi anni, con l'eccezione del 2007 - nota mons. Crociata - anche questa volta ci troviamo di fronte a una riduzione di tale fonte di finanziamento, che impone un'approfondita riflessione sulle cause del fenomeno e sulle possibili strategie alternative di promozione e raccolta futura''. Il segretario della Cei annuncia che ''una proposta di rilancio'' delle offerte volontarie, verra' presentata in autunno dai vertici dei vescovi italiani. ''Siamo comunque consapevoli - aggiunge mons. Crociata - che la cifra raccolta resta cospicua, se paragonata ad altre analoghe raccolte a livello nazionale. Essa e' tuttavia molto lontana dalle attese e soprattutto dall'incidere in modo significativo sulla copertura del fabbisogno del sostentamento del clero. Tale forma di contribuzione al sostentamento del clero non puo' in ogni caso essere abbandonata, rispecchiando una partecipazione alla vita della Chiesa altamente significativa nelle motivazioni e nelle modalita'''. A testimoniare la preoccupazione della dirigenza Cei per gli effetti che la crisi economica potra' avere sui conti dell'organismo dei vescovi, mons. Crociata osserva nella sua relazione: ''Pur in presenza di un forte incremento delle somme ricevute dallo Stato, dobbiamo prepararci sin da ora ad affrontare gli anni nei quali sperimenteremo gli effetti dell'attuale crisi economica sul gettito complessivo dell'IRE (ex IRPEF) e, di conseguenza, sui flussi dell'8 per 1000''. Di qui, la necessita' di ricreare il fondo di riserva con 30 milioni di euro. Tra le voci della ripartizione dei fondi, crescono di 2,8 milioni di euro, le spese di gestioni della Cei, che ammontano in totale a 17,5 milioni di euro. La relazione ricorda pero' che ''l'assegnazione annuale era rimasta invariata dal 2002 al 2008 e che nel 2009 era stata incrementata di soli euro 700.000''. Nel complesso, ricorda mons. Crociata, ''il totale delle risorse distribuite nel 2010 sara' comunque superiore di 33,5 milioni (+3,2%) alle somme del 2009 e di 19,5 milioni a quella distribuite nel 2008''. ''Anche per questo - aggiunge - dobbiamo mantenere alta l'attenzione affinche' tutte le risorse vengano destinate e utilizzate al meglio ottimizzando i processi organizzativi preposti all'erogazione e garantendo la correttezza delle destinazioni e la massima trasparenza nella gestione delle risorse stesse''.
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di donma ,
martedì 22 giugno 2010 17.06
Alleluia
Guai a voi, dice il Signore,
guide cieche che all'esterno apparite giusti,
ma dentro siete pieni di iniquità.
Alleluia
versetto alleluiatico,
lunedì della settimana della IV Domenica dopo Pentecoste
rito ambrosiano
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di donma ,
martedì 22 giugno 2010 13.17
BXVI:"Sacerdozio non è potere personale"
Il Pontefice mette in guardia i preti dal carrierismo ecclesiastico
di Giacomo Galeazzi
Una dura requisitoria contro quegli ecclesiastici che usano il sacerdozio per acquisire potere e prestigio personale, per soddisfare le "proprio ambizioni" e raggiungere un proprio successo è stata fatta oggi da Benedetto XVI durante la messa a San Pietro per l'ordinazione di 14 nuovi preti della diocesi di Roma. Sullo sfondo delle parole del Papa inevitabile non pensare anche alla vicende giudiziarie che stanno investendo la passata gestione della Congregazione vaticana per l'Evangelizzazione dei popoli, ex Propaganda Fide, e i sospetti di un uso politico e improprio di beni della Chiesa.
"Il sacerdozio - ha ammonito Ratzinger con voce grave - non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale". "Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero", ha aggiunto. "Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di sé stesso e dell'opinione pubblica", ha scandito. "Per essere considerato - ha sottolineato - dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso", ha profetizzato il Pontefice.
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di donma ,
martedì 22 giugno 2010 13.09
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di donma ,
lunedì 21 giugno 2010 16.49
Mediocrità azzurra, specchio del Paese
di Massimo Gramellini
Fra coloro che ieri davanti alla tv imputavano a Marcello Lippi di aver assemblato la sua mestissima Nazionale privilegiando i sudditi ai condottieri c’erano molti italiani che nella vita di tutti i giorni purtroppo si comportano allo stesso modo.
Dirigenti d’azienda, titolari di negozi e responsabili di «risorse umane» che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro e il passo del pedone alla mossa del cavallo. Intervistati, risponderebbero anche loro come Lippi: «Non abbiamo lasciato a casa nessun fenomeno». Ma è una bugia autoassolutoria che accomuna quasi tutti coloro che in Italia gestiscono uno spicchio di potere e lo usano per segare qualsiasi albero possa fargli ombra: è così rassicurante passeggiare splendidi e solitari in mezzo ai cespugli, lodandone l’ordine perfetto e la silente graziosità.
L’abbattimento di ogni personalità dissonante viene chiamato «spirito di squadra». Ma è zerbinocrazia. Tutti proni al servizio del capo, è così che si vince. Eppure la storia insegna che il capo viene tradito dai mediocri, mai dai talenti. I quali sono più difficili da gestire, ma se motivati nel modo giusto, metteranno a disposizione del leader la propria energia. La Nazionale di Lippi assomiglia alla Nazione non perché è vecchia, ma perché privilegia, appunto, i mediocri. Averli avuti ieri in panchina, certi vecchi! Contro i goffi neozelandesi sarebbe servito più un quarto d’ora di Totti o di Del Piero che una vita intera di Iaquinta, Pepe e Di Natale, tre bravi figli che, con tutto il rispetto, se hanno giocato anni e anni nell’Udinese, una ragione ci dovrà pur essere. I pochi campioni veri, da Buffon a Pirlo, sono zoppi. Oppure vecchie glorie che si rifiutano di andare in pensione, come l’imbarazzante Cannavaro che ha più o meno l’età di Altafini e forse avrebbe fatto meglio a presentarsi in Sudafrica anche lui nelle vesti di commentatore.
C’è, naturalmente, anche la questione dei giovani. La follia antistorica di questa Nazionale e di questa Nazione non consiste tanto nel continuare a lasciar fuori i Cassano, ma i Balotelli. Non i talenti troppo a lungo incompresi o compresi solo a metà, ma quelli ancora acerbi che chiedono solo un’occasione per sfondare e, non ricevendola, spesso emigrano in cerca di fortuna. Balotelli è il loro simbolo e non solo per via del colore della pelle, che ne fa l’italiano di domani. Lo è perché a vent’anni ha già vinto Champions e scudetti, e ha un fisico e un talento che ne fanno un predestinato, imparagonabile agli smunti replicanti dell’attacco azzurro. Eppure per lui non si è trovato un posto neppure nel retrobottega. Mi rifiuto di credere che un capufficio dell’esperienza di Lippi non sappia riconoscere la differenza fra un fuoriclasse potenziale come Balotelli e i bravi mestieranti che si è portato appresso. Ma il successo rende sordi al buonsenso. Ci si illude di poter vincere meglio da soli, muovendo pedine inerti sulla scacchiera. Poi quelle pedine si rivelano di burro e alla fine ci si ritrova soli, con un po’ di unto fra le dita.
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di donma ,
lunedì 21 giugno 2010 5.27
Io preferirei aspettare prima di "tirare in ballo" il Calvario e i martiri...
don Chisciotte

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di donma ,
domenica 20 giugno 2010 5.16
I più deboli hanno pagato per i più forti
di Ban Ki-Moon, segretario generale della Nazioni Unite
(...) Il mondo intero è destinato a sprofondare, a causa dei problemi nell’Eurozona, in una recessione che rischia di essere recidiva? Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare cali che si verificano altrove? Stiamo finalmente riemergendo, come i sopravvissuti a un uragano, per valutare l’entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? O ci troviamo piuttosto nell’occhio del ciclone? In realtà, le risposte a tutte queste domande dipendono da noi e da come gestiremo l’economia mondiale nel periodo a venire. Un segnale incoraggiante è dato dal fatto che, in modo crescente, i leader mondiali riconoscono la necessità di una maggiore responsabilità. Ora più che mai, dobbiamo essere responsabili di fronte ai più vulnerabili. L’argomento morale a sostegno di ciò è chiaro. Dopo tutto, coloro i quali sono tra tutti i meno responsabili della crisi economica globale ne hanno pagato il prezzo più alto: perdita di posti di lavoro, aumento del costo della vita, crescenti tensioni sociali, famiglie che lottano per far quadrare il bilancio.
Ma la logica economica è altrettanto convincente. Come mai in precedenza, la ripresa economica globale dipende dalla crescita dei Paesi in via di sviluppo. Quelli che sono stati colpiti più duramente rappresentano anche la nostra migliore speranza per una prospettiva futura di prosperità. Nonostante gli stimoli sostanziali lanciati in molti Paesi, l’evidenza mostra che essi non sempre si sono poi propagati per soddisfare i bisogni immediati dei più poveri e vulnerabili. Stiamo assistendo al maggiore dinamismo nelle economie emergenti, ma anche alla più grande sofferenza. Troppi esseri umani sono abbandonati ai margini. Nei Paesi in via di sviluppo, molti lavoratori sono stati spinti verso impieghi vulnerabili. Le file di disoccupati nel mondo sono cresciute di 34 milioni e altri 215 milioni tra donne e uomini sono diventati lavoratori poveri. E, per la prima volta nella storia, più di un bilione di persone nel mondo patirà la fame.
La ripresa non è significativa se le persone ne vengono a conoscenza soltanto tramite i giornali. Le donne e gli uomini che lavorano hanno bisogno di avvertirla nella propria vita quotidiana e nel sostentamento. In poche parole: una vera ripresa deve raggiungere l’economia reale. Guardando davanti a noi, cosa significa per le persone, in pratica, il termine responsabilità? Innanzitutto, dobbiamo essere responsabili nel fornire lavori di qualità. La crisi globale del lavoro sta rallentando sia la ripresa sia il progresso verso la riduzione della povertà nei Paesi in via di sviluppo. È ora di concentrarsi su sviluppo umano e lavoro decente, in particolare investimenti di buon senso in impieghi verdi. Molto semplicemente, la ripresa economica non può essere sostenibile senza una ripresa del lavoro. In secondo luogo, dobbiamo essere responsabili verso le fasce colpite più duramente dalla crisi, specialmente le donne. In tutto il mondo, le donne sono il collante sociale che tiene unite le famiglie e le comunità. Uno degli investimenti più efficaci che possiamo fare riguarda la salute di madri e figli. (...)
Infine, dobbiamo tenere fede alle nostre promesse. Le economie leader a livello globale si sono impegnate a raddoppiare gli aiuti allo sviluppo per l’Africa e ad accelerare il progresso verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015. Maggiori risorse possono trasformare vite umane e intere società. (...) L’incertezza economica non può essere una scusa per rallentare questi sforzi. È invece una ragione per rafforzarli. In un periodo di austerità, dobbiamo essere saggi con le risorse limitate che abbiamo. Responsabilità non significa fare la carità. È un concetto fondamentale per un piano di ripresa globale coordinata.
Oggi, concentrarsi sui bisogni dei più vulnerabili può spronare la crescita economica e porre le basi per la costruzione di un domani più sostenibile e prospero. Nella nostra economia globale interconnessa è dimostrato che essere responsabile per ciò che avviene nel mondo significa essere responsabili anche per quello che avviene a casa propria.
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di donma ,
domenica 20 giugno 2010 5.10
"Quello che facciamo per noi stessi, muore con noi;
quello che facciamo per gli altri e per il mondo rimane, ed e’ immortale".
Albert Pine
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