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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , domenica 30 maggio 2010 20.39
Grazie alla segnalazione di una nostra assidua lettrice, possiamo considerare la Solennità di oggi - la Trinità - come la "festa" del nostro sito, che dalla Trinità prende il nome. E' per noi tutti un grande onore!!
don Chisciotte
di donma , domenica 30 maggio 2010 5.18
Signorina Avidità
di Massimo Gramellini
Nonostante un ingaggio non proprio miserabile (15 milioni di dollari), Sarah Jessica Parker ha svaligiato i camerini di «Sex and the City 2», portandosi a casa scarpe e borsette firmate, persino un set di bicchieri di cristallo. È tale l’identificazione fra l’attrice e il suo personaggio che la notizia esce dal cerchio del pettegolezzo per assumere un significato simbolico. Quando si farà del revisionismo televisivo, bisognerà affrontare il caso di quella serie amatissima, dove quattro ragazze dotate di senso dell’umorismo parlavano di sesso senza pudori. Per i maschi della mia età fu una rivelazione. Per le femmine una liberazione. In Carrie e nelle sue amiche vedevamo il frutto maturo del femminismo: donne in carriera, indipendenti e autosufficienti, che sguazzavano nel sistema con la stessa disinvoltura e gli stessi desideri di un uomo. Era un frutto puramente materialista, ma lì per lì nessuno volle farci caso. Storditi dall’ebbrezza del cambiamento, non perdemmo tempo a chiederci se avesse anche un valore. E nessuno si accorse che le quattro newyorchesi erano le sorelle ideali dei finanzieri di Wall Street, a cui le accomunava un’identica spinta: l’avidità.
L’avidità non è un prodotto del consumismo. Semmai del turbo-consumismo: la versione esasperata, che consiste nel volere sempre di più e sempre più in fretta. Così, a furia di accumulare borsette, sono crollate le Borse. E sotto le macerie non è rimasta Carrie, ma quelle che sognavano di assomigliarle e ora devono pagarle il conto dello shopping.
di donma , domenica 30 maggio 2010 5.12
Il cuore del Dio che si comunica è trinitario; la assoluta dimensione del divino è una costellazione trinitaria. Già da sempre la vita divina è la storia delle Tre persone che si comunicano completamente tra loro: si rivelano e si manifestano pienamente l’una all’altra, si donano e si accolgono pienamente tra loro. La vita divina si caratterizza per la perfetta reciprocità della comunione e della intesa delle Tre Persone: il segno autentico del divino viene allora a essere l’assoluta loro reciprocità, la completa loro in-tesa (si comprendono e si amano): le Tre persone si «com-prendono» perfettamente, come comprensione cognitiva e come comprensione amorosa. Gli antichi termini per esprimere questo dinamismo intratrinitario sono ancora validi: pericòresis, circum-in-cessio: le divine Persone stanno l’una dentro l’altra, l’una attorno all’altra, l’una tesa all’altra. E proprio qui sta la ragione ultima della possibilità e della realtà dell’alleanza di Dio con gli uomini. Il Dio trino, che già al suo interno è aperta relazione d’amore, si apre all’alleanza con l’uomo. Egli spalanca se stesso e la propria vita all’uomo; si manifesta a lui e gli dà accesso alla sua vita d’amore. La natura stessa di Dio è «apertura di alleanza», è disponibilità al dono totale; su questa «base», Dio si apre alla creazione dell’universo e dell’umanità facendo loro spazio.
G. Mazzanti, I sacramenti, 112
di donma , sabato 29 maggio 2010 14.31
Non ho difficoltà a credere che sia avvenuto... e non poche volte! Basta vedere come - spesso e volentieri - vengano "coperte", "insabbiate", questioni di non poco conto, ma non così drammatiche... che pure non avrebbero conseguenze disastrose se fossero portate alla luce e affrontate. E' un cattivo costume invalso tra noi ministri ordinati, per buonismo, servilismo, quieto vivere, pigrizia. E anche in questo modo perdiamo di credibilità.
don Chisciotte
di donma , sabato 29 maggio 2010 5.05
«Succede spesso che, nell’esercizio quotidiano del nostro ministero apostolico, i nostri orecchi siano offesi sapendo ciò che dicono alcuni che, pur infiammati da zelo religioso, mancano di finezza nel giudizio e di ponderatezza nel modo di vedere le cose. Nella situazione attuale della società, non vedono che rovina e calamità; sono soliti dire che la nostra epoca ha peggiorato rispetto ai secoli passati; si comportano come se la storia, che è maestra di vita, non avesse nulla da insegnare loro e come se nel tempo dei Concili di una volta, tutto fosse stato perfetto, riguardo alla dottrina cristiana, ai costumi e alla giusta libertà della Chiesa. Ci sembra necessario dire il nostro totale disaccordo con tali profeti di sventure, che annunciano sempre disastri, come se il mondo si avvicinasse al suo termine».
Giovanni XXIII, discorso di apertura del Concilio Vaticano II
di donma , venerdì 28 maggio 2010 5.32
La scrittura sacra e il corpo a corpo fra l’uomo e Dio
di Erri De Luca
Chi legge da cima a fondo la scrittura sacra, Antico e Nuovo Testamento, si accorge di quanti fallimenti affronta la divinità con la creatura umana. Comincia subito, già dal momento che inventa la formula per fare l’Adàm, una manciata di polvere del suolo e un soffio suo. (...) Comincia il primo fiasco, la coppia non si attiene ai limiti, attinge al frutto della conoscenza del bene e del male e si ritrova nuda. Nessuna specie animale sa di essere nuda, ecco che i due non appartengono più al resto della natura. In cambio della conoscenza si sono snaturati dal resto delle specie viventi. Da loro in poi la divinità si misura con il guazzabuglio di bene e male, nel tentativo di guidare la loro condotta. Fallisce continuamente nell’impresa e con superiore oltranza ci riprova. Tutta la scrittura sacra si può leggere come il resoconto dell’ostinazione divina a correggere la specie umana. Non si rassegna alla slealtà, ai tradimenti, alle abiure. Ogni volta va pescare nel mazzo di una generazione empia, l’unico esempio integro sul quale fondare una nuova alleanza, dopo i frantumi della precedente. È così da Noè in poi. Fossi credente, chiederei alla divinità, napoletanamente: «Chi t’o fa fa’?», chi te lo fa fare? Da non credente posso solo cercare la risposta in qualche rigo della scrittura sacra. Isaia, miglior poeta dei profeti, rinfaccia alla divinità il difetto di fabbrica, del quale è responsabile: «Noi siamo l’argilla e tu il nostro artefice e opera di tua mano tutti noi» (64,7). Lo chiama Padre Nostro ma in senso accusativo, perché porta responsabilità di noi. Gli ricorda con termine legale di essere «nostro riscattatore», che è il membro di una famiglia in dovere di riscattare un parente caduto in schiavitù. Chi legge la scrittura sacra da cima a fondo si accorge dell’intimità brusca, perfino sconveniente, senza cerimonie, tra creatura e creatore. Il pronome 'tu' rimbalza tra loro due, fonda la loro burrascosa relazione sentimentale fondata sulla più potente energia del corpo umano, l’amore. La divinità esige prepotentemente di essere amata: «E amerai Iod tuo Elohìm in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze» ( Deuteronomio/Devarìm 6,5). Chiede la totalità dell’energia amorosa perché sa che solo il più completo svuotamento, senza risparmio, permette a quell’energia di ricostituirsi e aumentare. Chi trattiene amore lo spreca, come chi conserva la manna, che va consumata in giornata perché il giorno dopo marcisce. Da lettore ho fatto un salto sulla sedia quando Mosè, dopo la fabbrica del vitello d’oro, mette il suo corpo a sbarramento tra lui e l’intenzione della divinità di distruggere Israele: «E adesso solleverai il loro torto o cancellami dal tuo libro che hai scritto» (Esodo/Shmot 32,32). Il torto commesso è un peso che va sollevato altrimenti schiaccia. E spetta alla divinità l’infinito esercizio di sollevamento pesi dei torti commessi dalla specie umana. Nel tempo narrato dalla scrittura sacra c’era un Mosè che si metteva in mezzo. Ma la scrittura sacra smette e a chi legge resta la curiosità di sapere come va a finire questa partita doppia circa il bene e il male, tra la divinità e la sua creatura snaturata.
in “Avvenire” del 23 maggio 2010
di donma , giovedì 27 maggio 2010 6.36

Grazia tua, Padre, è il riposo,
grazia tua è il risveglio alla luce e alla preghiera;
la fresca e dolce chiarità mattutina
ci rassereni dopo le tenebre,
e la divina rugiada purifichi i cuori,
ispirando desideri di cielo.

prima orazione - Lodi ambrosiane - mercoledì quarta settimana
di donma , mercoledì 26 maggio 2010 7.05
I profughi dello yacht
di Massimo Gramellini
Ai lettori che vivono con preoccupazione la crisi economica vorremmo segnalare un dramma nel dramma. Quello di Elisabetta Gregoraci, moglie di Flavio Briatore e mamma del di lui erede, Falco Nathan. «Al mio piccolo manca lo yacht», è il grido di dolore che la donna ha affidato a un settimanale. «Da quando siamo stati costretti ad abbandonare la barca, il bambino piange spesso, non è più sereno come prima». Segue un racconto dettagliato e crudele: dopo la nascita del pargolo, la famiglia Briatore è costretta ad accamparsi su uno yacht con 12 persone di equipaggio e 63 metri di parquet. Una sistemazione di fortuna, in attesa che finiscano i lavori della nuova abitazione, che sorgerà in località defilata: Montecarlo. Ma ecco sopraggiungere i finanzieri a sirene spiegate, con l’accusa di contrabbando e frode fiscale. I profughi dello yacht devono scendere a terra e riparare in un attico di Londra, dove il clima è meno mite e il pavimento neanche ondeggia.
Siamo sicuri che milioni di donne si immedesimeranno nell’incubo della signora Briatore. È tale il terrore che i loro figli possano soffrire il trauma della perdita dello yacht che hanno preferito abituarli fin da subito a condizioni di vita meno precarie: una culla ricavata nella stanzetta della nonna. Da parte nostra - oltre a offrire al piccolo Falco Nathan la più incondizionata solidarietà per i decenni a venire - ci domandiamo se la sua mamma abbia una minima percezione della realtà che la circonda. Ma forse sullo yacht si captava soltanto il Tg1.
di donma , mercoledì 26 maggio 2010 6.16
Due religioni: l’Inter e la Sindone, ma le folle dei devoti sanno pensare?
di Enrico Peyretti
Sì, sabato sera ho visto la partita. Non me ne vergogno. Una o due volte l’anno guardo una partita di calcio che promette bel gioco. Per il resto, ho sempre cose più interessanti da fare. Poi, non so usare bene la tv, diventata più difficile col decoder. Ma non mi intendo affatto di tecniche, non conosco alcun nome di calciatori, non tifo per nessuna squadra, semmai contro la favorita. Sono rimasto ai termini tecnici di quando giocavo in pineta (due pini servivano da pali), prima di fare i compiti, durante il ginnasio, oltre 50 anni fa: portiere, terzini, mediani, centravanti, ali e mezze ali. Io facevo il centravanti, non male. Mai visti gli scarpini, si giocava con quel che avevi ai piedi, e senza arbitro, ci si regolava da soli, non c’erano scontri, solo qualche discussione. Il pallone di cuoio era il massimo dell’evoluzione. Ma si usava l’inglese (nel calcio) anche allora: offse (off-side), goal, e qualcos’altro. Ora lo guardo in tv, da solo. Mi fa pena l’intruppamento viscerale di enormi masse umane, trasformate in mandrie compattamente deliranti, ognuno un atomo in un amalgama, fuori di sé. La chiamano festa. Domenica – lo dice il GR1 – squadre di spazzini ripuliscono una piazza Duomo ridotta ad una discarica. Sempre a Milano, sabato notte, sera 130 interventi medici per svenuti, intossicati da bombolette. Poi, ho ribrezzo di quei gestacci da trionfo bellico dei calciatori dopo un goal, come se avessero schiacciato un mostro sotto i piedi, tagliato la testa al nemico (come abbiamo fatto noi italiani nelle colonie: Libia, Eritrea, ecc. Ci sono le foto, perché allora non c’era la tv). Puntano al cielo e attorno a sé pugni, dita, occhiacci, bocche inferocite, e fanno penosa mostra di subumanità. Ah, entrando in campo, molti toccano il terreno e si fanno il segno di croce! Ma cos’hanno in testa? Non dico la risposta che penso. Ovviamente, sanno usare piedi, agilità, velocità, astuzie, tecniche e strategie sul terreno. Si calciano regolarmente l’un l’altro, si fanno lo sgambetto, e ciò pare rimediabile con un calcio di punizione, da fermo. Per questo sono pagati, da chi ha interesse a rimbambire le suddette folle impersonali – ma ogni poveraccio vi contribuisce generosamente, fregandosi da solo - centinaia di milioni, credo. A proposito, nelle interviste all’entrata nello stadio, alcuni devoti del gioco (altrui), dichiarano senza vergogna, anzi tutti contenti, di avere pagato il biglietto ai bagarini 400 e fino a 750 auro, col viaggio aereo fino a 1600 euro. Scemi! Io ho speso solo due ore di tempo. Durante la cerimonia successiva, della premiazione, mi sono addormentato. Dicevo dei nomi dei campioni: sapevo Ibrahimovic, che non gioca più, perché ne era entusiasta l’autista del viaggio in Grecia, due anni fa. I gol di Milito mi sono piaciuti. Così ho imparato il suo nome: è un grandissimo, dicono i cronisti, e io non l’ho mai sentito nominare prima di stasera. Ho imparato che è argentino. Di Maradona, invece, mi ricordo. A Torino un uomo di 63 anni è morto accoltellato, fuori dal bar dove guardava la partita. L’omicida, anch’egli sessantenne, è un tifoso interista che non aveva gradito questa frase: “Italiani nell’Inter non ce n’è, mi pare”… Da sabato sera so tante cose di più sul calcio.
Credo che in effetti chiesa voglia dire una quantità di forme, realtà, momenti, anche assai diversi. Ci sono molte stanze nella casa del Padre. C’è chi non mette mai il naso fuori. C’è chi entra un momento quando piove troppo, o ci passa solo per un po’ di riposo la notte. Chi per rifocillarsi, o parlare con qualche amico. Chi sporca e chi pulisce la casa. Chi ha la mania delle tendine alle finestre e delle trine sui tavolini, e chi tira via sull’essenziale. L’importante è non farne un castello di armati, o un rifugio di spaventati. Può essere la casa dove si nasce, poi si vaga per il mondo, e forse si torna per morire. Ben custodita o malamente strumentalizzata, c’è lì la memoria di Gesù, più che altrove. In fondo, solo per questo si passa in questa casa, se si è un pochino onesti. Se si è disonesti, si cerca il suo appoggio in politica e negli affari. Grande pluralismo, ci vorrebbe, senza accaparramenti né gradi gerarchici. E libere discussioni familiari, e dispiaceri, e qualche gioia. E poco o niente “dentro o fuori”, ma una casa senza mura, “senza confini” (come diceva sorella Maria di Campello), col via vai tipico della vita reale. Questo è barcamenarsi? Vedete voi. E chi ha la fissa della squadra militaresca, si metta in pace e lasci in pace noi, se ci riesce. E noi possiamo essere in pace vigile, e libera parola, senza (troppo) arrabbiarci. Una persona, non io, che ieri ha visitato la Sindone, mi racconta che due signore vicine a lei, già in coda, poi fino proprio davanti alla Sindone, parlavano con partecipazione di Medjugorie.
in “http://domani.arcoiris.tv” del 24 maggio 2010

VDC

di donma , mercoledì 26 maggio 2010 5.04


Ma come si fa a dire e a scrivere certe scemenze?!
don Chisciotte

 

di donma , martedì 25 maggio 2010 5.13
Ospitate in voi l'ospitalità
di Enzo Bianchi
Oggi, praticare l'ospitalità nei modi in uso presso le popolazioni seminomadi che del Medioriente, di cui anche l'episodio di Abramo a Mamre è testimonianza, appare sempre più difficile: un'antica consuetudine, presente in tutte le culture come dovere sacro, si sta smarrendo soprattutto in quella che chiamiamo la civiltà "occidentale". Le cause di tale fenomeno sono certamente molteplici. In primo luogo, il declino della prassi dell'ospitalità è provocato dal carattere consumistico della società occidentale. Il mercato oggi si è impadronito anche dell'ospitalità strappandola alla gratuità e facendone un affare commerciale, un business. Bisogna inoltre mettere in conto la mutata tipologia della presenza degli stranieri nelle nostre società. Una presenza non più sporadica o stagionale ma consistente, stabile e - a differenza dei flussi migratori conosciuti a partire dal XIX secolo -"plurale": gli stranieri giungono tra di noi da paesi, culture e mondi religiosi distanti da noi e tra di loro. Di conseguenza, molti degli "autoctoni" si sentono minacciati nella loro identità culturale e religiosa, oltre che in termini di occupazione e di sicurezza, così che gli stranieri finiscono per incutere paura. La paura di chi è diverso e il ripudio di forme culturali, morali, religiose e sociali lontane da noi finiscono per spingerci sempre più velocemente verso la sfera del "privato", l'isolamento, la chiusura all'altro, magari mascherati da custodia della propria identità. Va anche riconosciuto che, poco per volta, questo atteggiamento di diffidenza e di difesa tende a inquinare tutti i nostri rapporti, al punto che finiamo per non praticare più l'ospitalità neppure nei confronti di chi possiamo definire, letteralmente il "prossimo", cioè chi è "più vicino", chi vive accanto a noi condividendo la stesse lingua e la stessa cultura. Così le nostre case assomigliano sempre più a fortezze protette da serrature, porte, cancelli, sistemi di allarme, telecamere, recinti e muri siamo diventati progressivamente succubi di una mentalità che si restringe e si chiude a ciò che appare come "altro", sconosciuto, nuovo, diverso. Finiamo allora per pensare l'ospitalità soltanto come indirizzata a quanti noi invitiamo: ma l'invitato non è un ospite, né le attenzioni usate verso di lui sono ospitalità... L'altro, il vero altro, infatti, non è colui che scegliamo di invitare in casa nostra - forse anche con il retropensiero di essere poi a nostra volta invitati (cf. Lc 14,12-14) bensì colui che emerge, non scelto, davanti a noi: è colui che giunge a noi portato semplicemente dall'accadere degli eventi e dalla trama intessuta dal nostro vivere, perché «l'ospitalità è crocevia di cammini». L'altro è colui che sta davanti a noi come una presenza che chiede di essere accolta nella sua irriducibile diversità; poco importa se appartiene a un'altra etnia, a un'altra fede, a un'altra cultura: è un essere umano, e questo deve bastare affinché noi lo accogliamo. In altre parole, perché dare ospitalità? Perché si è uomini, per diventare uomini, per umanizzare la propria umanità. O si entra nella consapevolezza che ciascuno di noi, in quanto venuto al mondo, è lui stesso ospite dell'umano, o l'ospitalità rischierà di restare tra i doveri da adempiere: sarà magari tra i gesti significativi a livello etico, ma si situerà su un piano fondamentalmente estrinseco e non diverrà un rispondere alla vocazione profonda dell'uomo, un realizzare la propria umanità accogliendo l'umanità dell'altro. Il considerarsi ospiti dell'umano che è in noi, ospiti e non padroni, può invece aiutarci ad avere cura dell'umano che è in noi e negli altri, a uscire dalla indifferenza e dal rifiuto della compassione che, sola può condurci a comprometterci con l'altro nel suo bisogno. Il povero, il senza tetto, il girovago, lo straniero, il barbone, colui la cui umanità è umiliata dal peso delle privazioni, dei rifiuti e dell'abbandono del disinteresse e dell'estraneità, incomincia a essere accolto quando io incomincio a sentire come mia la sua umiliazione e la sua vergogna, quando comprendo che la mortificazione della sua umanità è la mia stessa mortificazione. Allora senza inutili sensi di colpa e senza ipocriti buoni sentimenti, può iniziare la relazione di ospitalità che mi porta a fare tutte ciò che è nelle mie possibilità per l'altro. Ma dev'essere chiaro che l'ospitalità umanizza innanzitutto colui che la esercita: «Non ha ancora incominciato a essere un vero uomo chi non ha vissuto la pietà per l'umanità ferita e svilita nell'altro» (Pierangelo Sequeri). Scriveva Jean Daniélou: «La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)... Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo». In effetti, il modo di concepire e vivere l'ospitalità è rivelativo del grado di civiltà di un popolo. Ospitare è uscire dalla logica dell'inimicizia, è fare del potenziale nemico un ospite. Dovremmo imparare a pensare il grado di civiltà in riferimento al livello dell'umanità e del rispetto dell'umanità dell'uomo, non solo in termini di tecnologia e di sviluppo. Nel praticare l'ospitalità si fa dunque più che mai opera di umanizzazione come aveva compreso con molta intelligenza già Benedetto, il quale nella sua Regola chiede che il monaco mostri all'ospite «ogni umanità», mostri cioè ciò che è proprio degli uomini.
in “Il Sole 24 Ore” del 23 maggio 2010
di donma , lunedì 24 maggio 2010 16.36
Servire una comunità
Abbi l'ansia dell'unità; niente è più importante di questo.
Porta pazienza con tutti perché anche il Signore porta pazienza con te.
Prega incessantemente:
chiedi uno spirito di comprensione, maggiore di quello che hai.
Sii instancabile nella preghiera.
Crea il dialogo con il singolo come fa Dio.
Porta su di te i problemi di tutti, come un atleta:
dove c'è più sofferenza ci sarà più guadagno.
Se ami tanto chi è buono, non c'è da dirti grazie:
ma sono i più malati che devi curare con dolcezza.
Sei di carne e spirito per trattare con dolcezza i problemi che percepisci:
i problemi che non percepisci cerca di capirli pregando.
Non impressionarti di chi sembrava fedele e poi tradisce:
sta saldo sotto i colpi come fa l'incudine.
E' proprio di un atleta resistere sotto i colpi.
E' soprattutto in vista di Dio che bisogna
che sopportiamo tutti, affinché anche Lui sopporti noi.
Diventa più zelante di quello che sei.
Nulla si faccia senza la tua approvazione.
Ma tu non far nulla senza quella di Dio.
s. Ignazio di Antiochia a Policarpo
di donma , lunedì 24 maggio 2010 5.19
Laici teologi, una porta ancora stretta nella Chiesa
di Isabelle de Gaulmyn
Può un laico pretendere di fare teologia? Porre così la domanda sembra aberrante al giorno d'oggi. Ma non è passato molto tempo da quando, nel 1953, padre Yves-Marie Congar riteneva che “i laici non faranno mai teologia come i preti (poiché) la teologia propriamente detta è per eccellenza un sapere di chierici, e perfino di preti”. Ma, dopo, c'è stato il Concilio Vaticano II, che ha fatto sorgere l'idea che la teologia potesse essere il fatto del “popolo di Dio”, cioè di tutti. Tuttavia, ancora nel 2010, la cosa non è così evidente. Perché, anche se la possibilità teorica esiste, diventare teologo per un laico assomiglia spesso ad un percorso ad ostacoli, e in generale nella Chiesa è ancora poco riconosciuto. Certo, esistono dei corsi di formazione in alcuni istituti per dei catechisti, o dei responsabili di pastorali diverse. Ma l'insegnamento teologico nel senso universitario, cioè conoscenza delle Scritture, della Tradizione, accesso alle fonti e riflessione critica, è ancora poco aperto ai laici. La separazione Stato-Chiesa (...) ha tolto la teologia dalle università pubbliche (...) fare teologia non significa quindi fare un tipo di studi coronato da una laurea statale. E gli sbocchi sono rari (...). Eppure, ogni anno, dei laici tentano l'avventura della teologia. (...) Chi sono questi laici? Grazie ad uno studio sociologico svolto a partire da un'inchiesta molto completa presso studenti ed ex studenti del ciclo C della Università Cattolica di Parigi, si ha ormai un'idea abbastanza precisa del loro profilo. La prima constatazione è che ci sono tanti uomini quante donne, e con una piramide delle età piuttosto giovane: il 70% ha tra i 30 e i 60 anni. Una proporzione poco abituale, sottolineano i due sociologi che hanno fatto l'inchiesta, Jean-François Barbier-Bouvet ed Eric Vinson, in una Chiesa in cui i “militanti” sono piuttosto anziani e di sesso femminile. Perché fanno teologia? Non prima di tutto per motivi di ordine del “servizio”, per la Chiesa o per dei movimenti. Seguono questo insegnamento innanzitutto per se stessi: per acquisire una migliore comprensione della propria fede (l'85%) e per una ricerca di arricchimento spirituale (il 70%). Per quanto riguarda il desiderio di assumere delle responsabilità nella Chiesa (o svolgervi dei compiti con maggiore competenza), solo l'8% lo adduce come motivazione. Del resto, solo il 16% degli ex studenti del ciclo C vede nella formazione in teologia di un numero maggiore di laici la soluzione di una condivisione più corretta ed efficace delle responsabilità nella Chiesa: come se, da subito, presentissero che, in quanto laici, le loro competenze in teologia sarebbero poco riconosciute. Tuttavia sono molti (il 60%) quelli che, una volta fatti questi studi, si impegnano nella Chiesa. Con una differenza che mette ben in luce l'ampiezza dei compiti svolti oggi dai laici: dall'animazione di corsi di formazione di ogni genere, alla preparazione al matrimonio, all'accompagnamento dei funerali, all'accompagnamento spirituale, alla partecipazione al consiglio pastorale della parrocchia, alla redazione di giornali, alle cappellanie di prigioni, di ospedali... Ma non sono per niente soddisfatti del mondo in cui la Chiesa trae profitto dalle loro conoscenze: il 29% ritiene che esse non vengano affatto o non vengano veramente utilizzate, e il 42% che vengano utilizzate soltanto poco, che è un riflesso senza dubbio di una Chiesa ancora abbastanza clericale nei suo modi di funzionamento. In compenso, questi studi hanno, in maniera inattesa, delle ricadute reali per la loro vita sociale. In fondo, riassume Jean-François Barbier-Bouvet, “le loro conoscenze sembrano loro talvolta sottoutilizzate nel mondo religioso rispetto a ciò che speravano, e utilizzabili invece nella società civile più di quanto immaginassero”. Dopo tutto, non si realizza in questo modo l'intuizione profonda del Vaticano II? Come sottolinea Brigitte Cholvy, teologa che dirige il ciclo C, “i tempi moderni hanno visto svilupparsi una teologia di seminario, preoccupata della formazione di un clero competente. È possibile che oggi sia necessaria una teologia laica, non tanto una teologia per dei laici e fatta da laici, ma una teologia del mondo, la cui sfida sarebbe, in una cristianità secolarizzata, che quest'ultimo venga sperimentato laicamente e pensato teologicamente”.
in “La Croix” del 19 marzo 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
di donma , domenica 23 maggio 2010 4.56
Lettera al direttore
"Caro direttore  ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me  una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori". (...)
"Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. (...) Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del Tg1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'è il Paese reale? (...) Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata. (...) "L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte (...) e l'infotainment quotidiano (...) Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale".
"Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto.  Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori". (...)
Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere".

Maria Luisa Busi

Ho voluto postare una parte di questa lettera perché nelle parole dell'autrice trovo tantissime analogie con situazioni presenti in altri ambiti di vita. Non escluse quelle della vita ecclesiale.

don Chisciotte

 

di donma , domenica 23 maggio 2010 4.51

Invocazione allo Spirito Santo
di s. Simeone il Nuovo Teologo

Vieni, o vera luce. Vieni, mistero nascosto.
Vieni, tesoro senza nome. Vieni, felicità interminabile.
Vieni, luce senza tramonto.
Vieni, attesa di tutti coloro che devono essere salvati.
Vieni, risveglio di coloro che sono stati addormentati.
Vieni, o potente, che sempre fai e rifai
e trasformi con il tuo solo volere.
Vieni, o invisibile.
Vieni, tu che sempre dimori immobile
e in ogni istante tutto intero ti muovi
e vieni a noi coricati negli inferi,
o Tu, che sei al di sopra di tutti i cieli.
Vieni, o nome diletto e dovunque ripetuto;
ma a noi è assolutamente interdetto
esprimerne l'essere e conoscerne la natura.
Vieni, gioia eterna.
Vieni, porpora del gran re, nostro Dio.
Vieni, tu che hai desiderato e desideri
la mia anima miserabile.
Vieni, tu il Sole... poiché, tu lo vedi, io sono solo.
Vieni, tu che mi hai separato da tutto
e mi hai reso solitario in questo mondo.
Vieni, tu stesso divenuto in me desiderio,
tu che hai acceso il mio desiderio di te,
l'assolutamente inaccessibile.
Vieni, mio soffio e mia vita.
Vieni, consolazione della mia povera anima.
Vieni, mia gioia, mia gloria, senza fine.

di donma , sabato 22 maggio 2010 10.06
“Più d'una volta sei apparso, dopo la Risurrezione, ai viventi. A quelli che credevano d'odiarti, a quelli che ti avrebbero amato anche se tu non fossi figliolo di Dio, hai mostrato il tuo viso ed hai parlato con la tua voce. Gli asceti nascosti tra le ripe e le sabbie, i monaci nelle lunghe notti dei cenobi, i santi sulle montagne, ti videro e ti udirono e da quel giorno non chiesero che la grazia della morte per riunirsi con te. Tu eri luce e parola sulla strada di Paolo, fuoco e sangue nello speco di Francesco, amore disperato e perfetto nelle celle di Caterina e di Teresa. Se tornasti per uno perché non torni, una volta, per tutti? Se quelli meritavano di vederti, per i diritti dell'appassionata speranza, noi possiamo invocare i diritti della nostra deserta disperazione. Quell'anime ti evocarono col potere della innocenza; le nostre ti chiamano dal fondo della debolezza e dell'avvilimento. Se appagasti l'estasi dei Santi perché non dovresti accorrere al pianto dei Dannati? Non dicesti d'esser venuto per gli infermi e non per i sani, per quello che s'è perduto e non per quelli che son rimasti? Ed ecco tu vedi che tutti gli uomini sono appestati e febbricitanti e che ognuno di noi, cercando sé, s'è smarrito e ti ha perso.  (…) Ma noi, gli Ultimi, ti aspettiamo, ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e di ogni impossibile. E tutto l'amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore”.
G. Papini, Storia di Cristo, 627-629

  

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