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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , giovedì 29 aprile 2010 11.08

Da qualche mese questo spot mi fa domandare: la maternità-paternità è vista con terrore da lui? E lei la prende sottogamba e ne sorride? Ed entrambi preferiscono altro, dalle scarpe all'auto?

don Chisciotte

 

di donma , giovedì 29 aprile 2010 7.48
Benvenuto figlio unico!
di Ilvo Diamanti
Ormai è di moda salutare i figli appena nati addobbando la casa (...) "Benvenuto Pietro" (oppure Agata, Dario, Samuele, Greta, Mattia, Sofia, Francesco). Così che tutti sappiano. Che è arrivato il figlio/la figlia tanto atteso/attesa. Dai genitori, dai nonni, dagli zii. (...) Gli annunci e i festoni non salutano il ritorno, ma l'arrivo di "un" figlio. Forse il primo. Forse l'unico. E i genitori, per questo, ci tengono ad annunciarlo al mondo. Almeno: alle persone e alle famiglie che abitano intorno a loro. E che, nella gran parte, non conoscono. Perché i nuovi quartieri sono affollati da estranei. (...)  Perché il loro Signore è nato.
Difficile immaginare un atteggiamento simile a casa dei miei nonni quando "arrivarono" i miei genitori. Negli anni Venti del secolo scorso. Mia madre: settima di nove figli. Mio padre: sesto di otto.
La loro casa - per anni e anni - avrebbe dovuto essere addobbata a tempo pieno. Come tutte quelle intorno. D'altra parte, la famiglie contadine e quelle povere facevano molti figli. La famiglia di mia madre era contadina, quella di mio padre povera. Oggi le famiglie povere sono "invisibili". Nascondono la loro condizione. Quelle contadine non ci sono quasi più. Le famiglie numerose, con tanti figli, sono, perlopiù, composte da stranieri. Spesso povere. Oppure, al contrario, si tratta di famiglie ricche e borghesi. In entrambi i casi: difficilmente gridano al mondo la nascita di un nuovo figlio.
Mentre per tutti gli altri, la maggioranza dominante, è davvero un fatto raro. Da celebrare e da esporre al piccolo mondo in cui si è inseriti. Il bimbo che arriva, infatti, resterà in quella casa a lungo. Attraverso molte stagioni della vita. Fino a età avanzata. Visto che in Italia quasi tre (cosiddetti) giovani su quattro, tra 15 e 39 anni, risiedono con i genitori. Come ha rivelato l'Istat pochi giorni fa. Una "novità" nota da tempo, che ha diverse ragionevoli ragioni. Perché è difficile per i giovani (e non solo per loro) trovare casa e lavoro (per mantenersi). Perché i legami stabili sono sempre meno frequenti e, comunque, le coppie di giovani vanno a (con)vivere insieme sempre più tardi. Perché a casa con i genitori, in fondo, i figli stanno bene. Poche spese. Trovano pranzo e cena. La loro camera arredata e accessoriata con tutte le tecnologie più avanzate (a carico della famigli). Alla biancheria pensa mamma. E poi, a differenza di un tempo, dei miei tempi, sono "liberi". Di andare e venire a loro piacimento. Di fare quel che vogliono. Per cui non "vivono" con i genitori. Ci passano e ci stazionano quando e per quanto è loro necessario. Poi ripartono. Ritornano. A volte incrociano i genitori. "Come va? dove sei stato? Quanto ti fermi? Quando riparti? Sei da solo? Hai bisogno di qualcosa?". Invece, per le generazioni precedenti andare via di casa, sposarsi, mettere su casa era un modo di fuggire, di conquistare l'autonomia. Oggi non è più così. Si è liberi anche da giovani. Quando si sta in famiglia. I figli. Da piccoli sono trattati come ninnoli. Coccolati, accuditi, assecondati. Da tutti: genitori, nonni, zii. E, ovviamente, controllati.
Tenuti d'occhio come una risorsa scarsa e - dunque - di valore. Da conservare con cura, quando crescono. Perderli, per i genitori, significherebbe restare soli. Senza rimedio. Così diventa difficile staccarsi. E figli restano nella casa in cui sono nati sempre più a lungo. Anche dopo il matrimonio. In un appartamento ricavato approfittando di qualche deroga edilizia. Oppure costruito lì accanto. Per mantenere solide relazioni di reciprocità. I nonni crescono i nipoti. I figli assistono i genitori. Così la catena biografica si allunga sempre di più. In questa costellazione di famiglie, strette e lunghe. Ma solide e radicate. Determinate a resistere e ad esistere. Piantate nello stesso luogo. Una società dove genitori, figli e nonni coabitano tanto a lungo che le distanze fra le generazioni si perdono. In un presente senza fine che si interrompe solo quando nasce un figlio. Salutato in modo vistoso, come un evento formidabile. E allora benvenuta Federica. Benvenuto Alberto. Benvenuto Ruggero. Benvenuta Greta. Benvenuto Elia. Tracce di un futuro introvabile.
di donma , mercoledì 28 aprile 2010 4.59
Giovani la notte della fede
di Enzo Bianchi
Chi vive a contatto quotidiano con la realtà giovanile se ne era accorto da tempo, anche se sovente le sue osservazioni venivano zittite con affermazioni perentorie, ma ora i dati che emergono da un’indagine nazionale su «I giovani di fronte al futuro e alla vita, con e senza fede» mostrano uno scenario preoccupante, non solo in un’ottica ecclesiale. La ricerca condotta dall’Istituto Iard di Milanosu un campione di un migliaio di giovani italiani tra i 18 e i 29 anni offre un’istantanea del rapporto tra le nuove generazioni e la fede che suscita più di un interrogativo. Praticamente tutti i dati, raffrontati con un’indagine analoga svolta nel 2004, mostrano un trend in negativo: meno giovani che si definiscono cattolici (ormai superano di poco il 50%), meno credibilità delle figure religiose istituzionali, meno disponibilità ad accettare il ruolo «politico» della Chiesa, minor senso di appartenenza a una comunità ecclesiale specifica, meno osservanza delle indicazioni etiche e comportamentali indicate dalla Chiesa, minore frequenza della pratica, anche per le grandi solennità di Natale e Pasqua...
Gli stessi dati in crescita non sono esenti da ombre e ambiguità: se aumenta in termini proporzionali - ma diminuisce in valori assoluti - la partecipazione saltuaria a «eventi e iniziative promosse da enti religiosi», questo sembra significare infatti un’accentuazione dell’opzione per una religione fai-da-te che accoglie solo le proposte già in sintonia con un percorso individualistico. Così come la radicalizzazione di alcune scelte di campo - la «tifizzazione», secondo l’espressione di Grassi che vi scorge analogie con le passioni sportive - porta sempre più giovani a schierarsi pro o contro determinate indicazioni della Chiesa «a prescindere» da ogni valutazione sul merito delle questioni in discussione.
Siamo davvero di fronte a quella che Armando Matteo, assistente nazionale della Fuci, ha definito «la prima generazione incredula»? Difficile non dare un’amara risposta affermativa. Del resto la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere e non si può pensare che strategie o escamotage possano sostituirsi ai rapporti interpersonali che si creano e si alimentano all’interno di concrete comunità di vita, dalla famiglia al quartiere, alla parrocchia, all’associazionismo organizzato. Forse negli ultimi decenni molti si sono illusi che il ricorso ai grandi eventi, l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’adeguamento ai modelli vincenti di creazione del consenso potessero funzionare anche a livello ecclesiale. Puntare sull’emozione dell’«esserci» ed essere in tanti a eccezionali raduni nazionali o internazionali, focalizzare le energie verso iniziative «drogate» dal numero e dalla visibilità mediatica ha finito col creare una sorta di assuefazione allo straordinario e al conseguente disinteresse, alla noia, se non al disgusto, per la quotidianità del vissuto.
È invece proprio nel tessuto dell’esistenza di ogni giorno che i giovani si trovano a fronteggiare sofferenze e ferite, a cercare un senso alle loro vite, a interrogarsi sulle motivazioni che orientano ogni scelta, a sperare in un futuro ancora da costruire insieme e non già prefabbricato o, peggio ancora, negato: è nell’ordinario di una vita normalissima che ci si trova ad attraversare «il senso di notte e la notte di senso» - secondo l’espressione di Matteo - che paralizzano e portano a cercare surrogati artificiali. Non si tratta di constatare amaramente che «i giovani non sono più quelli di una volta» - per nessuna generazione questo è mai stato vero -, né di illudersi con appelli generici ai giovani «futuro della Chiesa o della società», ma piuttosto di prendere atto che i ventenni di oggi sono già una parte del presente della società e che si trovano confrontati con una lancinante mancanza di speranza per il futuro. Nella faticosa ricerca di senso per le loro vite sovente e precocemente attraversate da contraddizioni, lacerazioni familiari, disillusioni lavorative, i giovani non ambiscono tanto a «essere» il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, quanto ad «avere» già ora un futuro verso cui tendere, un’attesa capace di riempire di significato il loro presente.
In questo senso i dati che emergono dall’inchiesta mi paiono preoccupanti non solo per la Chiesa qui e ora, non solo per l’avvenire che attende l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo, ma anche per la stessa salute della società: la scomparsa di ideali condivisi, il rarefarsi di luogo di incontro e di confronto, la focalizzazione sui conflitti finiscono col rendere insopportabile quella contraddizione che ogni generazione deve affrontare e superare per passare all’età adulta e responsabile: la non coincidenza tra la teoria e la prassi, tra le belle idee e la dura realtà, tra lo sperato e il vissuto. Spetta agli adulti ritrovare in se stessi i principi che si vorrebbero presenti nei giovani, spetta alla società nel suo insieme offrire segni di un passato verso il quale ci si volge con memoria grata, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti, progettare un futuro che valga la pena di essere vissuto, non nello straordinario di rari momenti ma nel quotidiano di una vita armonicamente condivisa.
di donma , martedì 27 aprile 2010 5.22
Il titolo che do ai nostri Esercizi dice che l'utopia è alla prova di una comunità concreta. Di fatto il problema che intendo affrontare, sulla scia di Paolo, è di capire in quale modo un grande ideale come quello del regno di Dio, del corpo di Cristo, del tempio santo, della costruzione unitaria, possa essere vissuto in una realizzazione storica. La storia di una comunità è spesso piuttosto deludente; è deludente la chiesa di Corinto per le sue divisioni e i suoi conflitti, e tuttavia l'ideale è sempre presente. Come coniugare le due realtà? È questo, del resto, l'interrogativo di ogni uomo politico che non voglia accontentarsi della mediocrità, ma si impegna con serietà e responsabilità: come riuscire a mettere insieme l'alto ideale di una società giusta e le difficili situazioni quotidiane magari poco chiare e ambigue? Ed è naturalmente il dilemma del pastore chiamato a scrutare le Scritture, a contemplare il mistero del regno di Dio e, nello stesso tempo, a risolvere questioni concrete, talora meschine affrontando continue difficoltà di intesa, di comunione anche nelle cose più semplici. È il problema di ogni cristiano appassionato della Chiesa e della sua comunità, e che si accorge con dolore che il regno di Dio incontra ostacoli per i ritardi e le manchevolezze che ciascuno di noi vive. Spesso mi chiedo, di fronte alle situazioni di una parrocchia: dov'è attuato il Discorso della montagna, dov'è testimoniato lo spirito delle beatitudini? Come bisognerebbe realizzare qui l'ideale, come vivere il divario tra l'ideale e la realtà? Mi consola dunque pensare che Paolo si sia trovato di fronte a tale scarto: grande visione del regno di Dio, e una comunità difficilissima nella quale era presente ogni tipo di scandalo, a partire da quello delle divisioni. Egli è rimasto fedele all'ideale e ha lottato senza mai rassegnarsi, trovando il coraggio di proporre mete nuove e, addirittura, ha compreso meglio la bellezza dell'ideale attraverso l'esperienza sofferta delle difficoltà. È proprio ciò che colpisce nella prima lettera ai Corinti: gli scandali sono per lui luoghi di rivelazione più profonda dell'ideale comunitario del Vangelo. È, in fondo, il tema della sapienza della croce, che compare già all'inizio della lettera: grazie alla croce, all'insuccesso, l'Apostolo acquista una maggiore consapevolezza del vero volto della Chiesa.
Carlo Maria Martini, L'utopia alla prova di una comunità, 22-23
di donma , lunedì 26 aprile 2010 9.00
Nuovi contesti, stessa avventura
Un umanesimo dà luce al mondo digitale
In fondo è semplice: sono gli uomini che fanno l’umanesimo. È stato così in ogni epoca, da quella del papiro fino a quella della stampa, e non è diverso oggi, non sarà diverso domani. Mediale e cross-mediale, digitale e convergente sono concetti nuovi, d’accordo, processi che possono addirittura risultare rivoluzionari. Ma alla fine tocca ancora a noi fare la differenza. Tocca a ciascuno di noi, come sempre, assumere l’onere della testimonianza. Non si tratta di entusiasmarsi per qualsiasi dispositivo alimentato da una batteria al litio. Si tratta piuttosto di imparare a riconoscere i segni dei tempi, senza ignorare le zone d’ombre e senza lasciarsene assorbire. È un panorama sorprendente (...). E la sorpresa proviene dalla realtà, in perfetta coerenza con la tradizione del cristianesimo, che è scuola altissima – e severa – di realismo. Si annuncia il Vangelo nel mondo così com’è, non nel mondo così come vorremmo che fosse. Se il mondo della contemporaneità è un contesto "aumentato", interconnesso e annodato da fili invisibili, è lì che i cristiani si danno appuntamento: nella nuova agorà, in una piazza che cessa di essere fittizia e secondaria perché è abitata da una concretezza radicale, da un’istintiva adesione alle ragioni ultime dell’essere uomo e dell’essere donna.
Tecno-ottimismo? Non esattamente. Anche per chi appartiene alla generazione degli "immigrati digitali", persone nate e cresciute prima dell’avvento di computer e smart phone, quello che si sta delineando è un fenomeno che impone di evitare i luoghi comuni, i più radicati dei quali riguardano, al contrario, i cosiddetti "nativi digitali". Sono i ragazzi dai 25 anni in giù, solitamente rappresentati come incapaci di sottrarsi alla seduzione del virtuale, liquidi nei rapporti e instabili nei valori. La ricerca che l’Università cattolica ha realizzato in vista del convegno romano restituisce invece l’immagine di un universo giovanile smaliziato e consapevole, abilissimo nel dosare tempi e modi della presenza in rete. Forse noi adulti ancora non lo abbiamo capito, ma essere reperibili su Facebook non equivale a costruirsi un profilo su MySpace e l’amicizia vera, spesa nella consuetudine quotidiana, è simboleggiata dal numero di telefono. Anzi, di telefonino, un dettaglio che rimanda alla traccia creaturale della voce, il più immateriale e nel contempo il più riconoscibile fra i segni con cui la persona comunica la propria presenza.
In continuità ideale con "Parabole mediatiche", il convegno che nel 2002 diede la dimensione dell’impegno della Chiesa italiana nell’ambito della comunicazione, "Testimoni digitali" è un evento che si affaccia su un decennio caratterizzato da una rinnovata preoccupazione educativa. Un’impresa che non si compie solo per mezzo di allarmi e divieti, ma che diventa efficace quando rimodula "l’alfabeto dell’umano" in un ambiente mediale che, già di per sé, fa a meno dei confini e costruisce ponti (...). Con queste parole la Chiesa indica una prospettiva che non ignora la leggerezza della relazioni on line, ma che proprio per questo fa appello alla densità originaria di un annuncio fondato sulla «presenza delle presenze», e cioè sulla verità del Risorto. Perché sono gli uomini che fanno l’umanesimo, certo. Ma è l’umanità di Cristo a infondere speranza in ogni avventura, anche quella che inizia nel momento in cui uno schermo si illumina davanti ai nostri occhi e il mondo che conoscevamo allarga i suoi orizzonti.
Alessandro Zaccuri
di donma , sabato 24 aprile 2010 18.48
Don Mazzolari: «Adesso è l’ora dei laici»
di Giorgio Campanini
Riflettere sul laicato nella Chiesa di oggi alla luce dell’insegnamento di don Primo Mazzolari può apparire a prima vista il tentativo di operare un confronto inattuale, considerati i profondi mutamenti intervenuti nella storia della Chiesa nella seconda metà del Novecento, a partire da quell’evento conciliare che alla sua morte, nel 1959, cominciava soltanto a profilarsi all’orizzonte. Come tutta la vita della Chiesa, così l’insieme delle problematiche riguardanti il laicato appare, a partire dal Vaticano II, profondamente mutato. Ma se il Concilio è apparso, sotto molti aspetti, un avvenimento «rivoluzionario», tuttavia si trattava di una «rivoluzione» da lungo tempo preparata dagli spiriti più vigili della Chiesa dell’Ottocento e del Novecento (per l’Italia basti pensare soltanto a Rosmini e a Bonomelli, a Sturzo e allo stesso Mazzolari). Sotto questo aspetto, riandare alla riflessione mazzolariana sul laicato (e operare una rilettura di essa nei nuovi orizzonti postconciliari) appare tutt’altro che inopportuno, sia per cogliere meglio il senso dell’evento conciliare, sia per affrontare i problemi che, anche dopo di esso, rimangono aperti. In una lettera del 1933 all’allora presidente della Gioventù femminile di Azione cattolica della diocesi di Cremona (solo di recente pubblicata), così Mazzolari si esprimeva: «Ella mi scrive: so che non guarda con simpatia al nostro movimento femminile. Non è la più esatta traduzione del mio animo. Nutro invece una simpatia profondissima e di vecchia data verso l’Ac come idea . Il far posto ai laici nella Chiesa è sempre stata una mia missione, non una convinzione soltanto. Non simpatizzo con la maniera oggi in uso in Italia... Le esperienze e gli avvenimenti cambieranno tante cose. Quando? Non lo so perché non sono profeta: so però che dovrà essere, poiché un’Azione cattolica che clericalizza (la parola è brutta ma il significato che le do in questo momento è inoffensivo) i laici... li sposta dalla loro qualità specifica... per loro imprestare, estraniandoli quasi del tutto dal mondo in cui vivono, una nostra mentalità. Non è un gran guadagno». Questo problema – il rischio, cioè, della «clericalizzazione» del laicato cattolico – rappresenta il filo conduttore della prolungata riflessione di Mazzolari sul rapporto gerarchia-clero-fedeli, dagli scritti degli anni ’30 agli ultimi editoriali di Adesso . Emblematico (ma non unico documento di questa attenzione e di questa preoccupazione) un suo importante scritto del 1937, e cioè la Lettera sulla parrocchia . Questo testo rappresenta, a nostro avviso, quello in cui più schiettamente (anche perché in qualche modo coperto dall’anonimato) egli esprime il suo pensiero su questo tema. Al centro della riflessione mazzolariana sta la ferma convinzione che, in una stagione caratterizzata dalla fine del regime di cristianità, la missione della Chiesa non possa pienamente espletarsi confidando esclusivamente nel trinomio gerarchia-clero-religiosi, ma si imponga «la partecipazione dei laici alla vita attiva dell’apostolato». Questa attiva presenza laicale nella missione evangelizzatrice della Chiesa è possibile, a giudizio di Mazzolari, a due fondamentali condizioni: in primo luogo la fuoriuscita dai ristretti recinti della vita parrocchiale e l’atteggiamento, da parte del laicato cattolico, di un atteggiamento di lucida e responsabile autonomia. Proprio aprendosi al mondo il laicato cattolico, abbandonando il sicuro rifugio della comunità cristiana, dovrebbe essere in grado di «fare il raccordo tra la parrocchia, che è lo spirito, e le attività della vita moderna»; né costituirebbe un dramma il fatto che questa «fuoriuscita» possa inizialmente provocare qualche tensione («Non importa se, uscendo» il laico «ha sbatacchiato l’uscio»). In secondo luogo l’abbandono, da parte della Chiesa, della pretesa di «controllare direttamente opere e istituzioni che sono di diritto nelle mani della comunità civile», garantendo così ai laici un adeguato spazio di libertà: «I figliuoli, divenuti maggiorenni – avverte – possono pretendere a una certa autonomia ed è dovere della religione d’educarveli invece di contrariarne l’aspirazione o impedirne o ritardarne la preparazione». Perché l’uno e l’altro obiettivo – il superamento della separatezza fra Chiesa e mondo e la promozione di un laicato responsabile – possano essere raggiunti occorre aprire porte e finestre della comunità cristiana: «Non si chiuda né si spranghi il mondo della parrocchia. Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controlli, ma senza pagare pedaggi umilianti e immeritati... L’Azione cattolica ha il compito preciso d’introdurre le voci del tempo nella compagine eterna della Chiesa» e di «gettare il ponte sul mondo, ponendo fine a quell’isolamento che toglie alla Chiesa di agire sugli uomini del nostro tempo». Proprio in vista di questa apertura al mondo, a giudizio di Mazzolari occorre «salvare la parrocchia» (ma qui, come in altri passi dello scritto, è facile intravedere dietro di essa tutta la Chiesa) «dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti». In sintesi, è necessario andare al di là del ristretto numero dei praticanti abituali, formare cristiani aperti al mondo, evitare la «clericalizzazione del laicato», dare fiducia ai fedeli e nello stesso tempo diffidare di coloro che, «docili e maneggevoli», secondo la caustica denunzia mazzolariana, «dicono sempre di sì» e spesso sono apprezzati e valorizzati assai più di coloro che, dotati di maggiore spirito critico, mettono in discussione la prassi corrente, e dunque «creano problemi». Al fondamento di questa nuova stagione di irradiazione del messaggio evangelico nella storia sta, a giudizio di Mazzolari, una nuova e più autentica «spiritualità laicale», della quale (come egli stesso confessava in un articolo di Adesso «siamo tuttora sprovvisti». Vi era dunque un vuoto da colmare non solo sul piano della prassi, ma anche sotto il profilo dell’elaborazione di una nuova spiritualità del laico, costruita non soltanto sul suo «essere nella Chiesa» ma anche sul suo «essere nel mondo». È, questo, è un problema che – nonostante il Concilio Vaticano II – rimane ancora sostanzialmente aperto.
in “Avvenire” dell'11 aprile 2010
di donma , venerdì 23 aprile 2010 7.14
La prima volta è chimica. Boom del Viagra tra i giovanissimi
“Pastiglia magica per vincere l’ansia”
di Elena Lisa
Avevo 15 anni. Era la prima volta con la mia ragazza e con le pillole blu. Le ho buttate giù per non correre il rischio di una brutta figura. Le volte dopo, invece, le prendevo perché non si sa mai...». Carlo C. oggi ha 16 anni, ed è in cura per «dipendenza da Viagra» in un centro specializzato in «polidipendenze» che sta nella prima cintura di Milano. Carlo parla veloce, si mangia le parole. E sovente precisa: «Comunque è una cosa normale, anche gli amici di scuola le prendono. Sono i miei che la fanno tanto grossa». Pillole buttate giù come caramelle, farmaci presi come inutili afrodisiaci. «La pastiglia dell’amore», pensata in laboratorio per risolvere problemi vascolari e piena di controindicazioni, tra gli adolescenti non è un tabù. Tanto che ha incominciato a circolare in classe, in discoteca e la sera davanti ai pub.
«Quando andiamo nelle scuole - dice Maurizio Tucci, presidente della “Società italiana di pediatria preventiva e sociale” - gli studenti ci raccontano, con leggerezza, che la prendono così, per curiosità, per vincere l’ansia senza capire che quello è un farmaco non un corno di rinoceronte tritato». Ansia di non farcela, com’è stato per Carlo, per via dell’ insicurezza e dell’età. «La media del primo rapporto è sceso, nell’arco di due anni, dai 16 ai 14 - continua Tucci -. Certo non esite un momento che valga per tutti in materia di sessualità, ma 14 anni sono davvero pochi per sperare di vivere il sesso senza affanni».
Ciò che allarma medici e sociologi che tentano di capire gli adolescenti è quel che si nasconde dietro l’ansia e l’immaturità di oggi: «Stati d’animo vissuti dai ragazzi di ogni generazione - dice Riccardo Gatti, psichiatra e direttore dell’Osservatore dipendenze della Lombardia - ma una volta bastavano gli ormoni a risolvere, ora invece servono gli eccitanti. Agli adolescenti di questa società manca la voglia di impegnarsi, di sviluppare le capacità che hanno, perciò cercano una scorciatoia, per arrivare senza fatica e perché non sanno affrontare la paura di “sbagliare”». E così si rifugiano in un farmaco che spesso comprano a prezzi bassissimi su internet. «Sono cresciuti con l’idea - dice ancora Gatti - che per vivere serva doparsi. Sono bombardati da messaggi che reclamizzano pillole: quella per avere più energia, più grinta, più concentrazione, più capacità. I ragazzi di oggi sono nati assuntori». Una pillola per ogni uso, quindi: le prime perché non credi di essere all’altezza e quelle dopo per sentirti «Superman»: nello sport, a scuola, a letto con la ragazza. Conta poco, quasi niente, che prendere medicine senza prescrizione sia un grave rischio. «Alcune di quelle che girano su internet - dice il colonnello Antonio Amoroso, vicecomandante dei carabinieri del Nas, nucleo antisofisticazioni - sono imitazioni, ma il mercato è fiorente. Da due anni abbiamo allestito una squadra permanente per esplorare il mercato virtuale». Dice sicuro Carlo: «No, questo a me non è mai successo. Prendevo solo quelle originali che è come se mi avessero stregato. Ancora adesso sono convinto che senza non sarò mai capace di combinare niente...».
di donma , venerdì 23 aprile 2010 7.08

"Una convinzione non e’ solo un’idea che la mente possiede,
e’ un’idea che possiede la mente".

Robert Oxton Bolt
di donma , venerdì 23 aprile 2010 6.40
I Carabinieri antinazisti e la Resistenza, storia d’onore e deportazioni
di Tobia Zevi
Gli ebrei di Roma non potranno mai dimenticare il 16 ottobre 1943. In questa giornata, che Giacomo Debenedetti ha scolpito in un meraviglioso racconto, 1022 di loro furono rastrellati per le vie del Ghetto e di tutta la capitale, e tra questi solamente quindici sarebbero sopravvissuti ai campi di sterminio. (...) C’è un’altra storia, per certi versi complementare, che merita di essere raccontata. Si tratta della deportazione dei carabinieri romani nei campi nazisti, ricostruita con grande cura da Anna Maria Casavola (....). Dopo l’armistizio i carabinieri si trovarono in una condizione particolare: essi erano parte di un corpo combattente di un esercito nemico della Germania, ma avevano anche la responsabilità della pubblica sicurezza al servizio delle truppe occupanti. Dopo aspri combattimenti alla Magliana fin dalla sera dell’Otto settembre, Roma fu completamente in mani tedesche tre giorni più tardi. Ed è a questo punto che i carabinieri cominciarono a svolgere piccole azioni di resistenza, allo scopo di proteggere la popolazione romana. I militari sabotarono armi che sarebbero finite ai nazisti e avvertirono molti romani che stavano per essere arrestati. Kappler, comandante delle SS di Roma e dominus della città, non si fidava di loro, e per questa ragione ritenne di far cominciare la deportazione dei cittadini romani proprio da loro. Prima i carabinieri, poi gli ebrei. I rastrellamenti sarebbero dovuti iniziare il 25 settembre, mentre poi passò qualche giorno a causa dei cinquanta chili d’oro che i nazisti chiesero alla Comunità ebraica come diversivo. Il 6 ottobre arrivò a Roma il generale Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, per aiutare i tedeschi nelle operazioni. Questi diede immediatamente ordine a Casimiro Delfini, capo dei carabinieri di Roma, di disarmare tutti i suoi uomini in città e di convocarli nelle caserme. Molti, resisi conto della situazione, non si presentarono. Il 7 ottobre tra i 2000 e i 2500 militari vennero caricati fino alle stazioni di Trastevere e Ostiense e da qui deportati al nord. I soldati semplici furono messi ai lavori forzati per il Reich in Austria, mentre gli ufficiali in campi appositamente destinati in Polonia. In tutta Italia furono 5000 i carabinieri catturati negli stessi giorni, e tra questi 613 morirono per la fame, gli stenti, le sevizie, la prigionia. La maggior parte dei carabinieri italiani - come tutti i militari - rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale e di asservirsi all’occupante straniero, pagando spesso questa scelta con la vita. Perché può essere utile recuperare questa vicenda nel 2010? Innanzitutto per tributare il giusto onore a uomini che furono leali e straordinariamente coraggiosi, ai quali verranno dedicati domani i «sanpietrini della memoria» davanti alla caserma di viale Giulio Cesare a Roma. (...) Infine perché, mentre diminuiscono i testimoni oculari, lo sforzo principale va rivolto ai giovani, più distanti da questa storia anche emotivamente. Per loro occorre puntare sulla responsabilità: come mi sarei comportato se fossi stato un poliziotto, un maestro, un funzionario pubblico, o un vicino, un collega, un compagno di banco di una persona perseguitata? Un personaggio qualunque di quella zona grigia che fa la storia? Sarei stato coraggioso? Avrei rischiato solamente per il mio senso di giustizia? E oggi, di fronte alle tante tragedie che accadono nel mondo, sto facendo qualcosa? È per rispondere con sincerità a queste domande che occorre raccontare la vicenda gloriosa dei carabinieri romani, deportati nei lager nazisti.
in “l'Unità” del 27 gennaio 2010
di donma , giovedì 22 aprile 2010 7.35
La vita cristiana  si fonda sulla fede, sulla speranza e sulla carità
I fondamenti dell'edificio cristiano poggiano su tre virtù: la fede, la speranza e la carità, che sono tra loro così strettamente connesse, da essere vicendevolmente necessarie. Per che cosa si affaticherebbe la fede, se non la precedesse la speranza? Ma come potrebbe sorgere la speranza se mancasse la fede? Se poi all'una e all'altra venisse tolta la carità, esse cesserebbero: la fede non può operare senza la carità; e la speranza, allo stesso modo, non potrebbe operare senza la fede. Il cristiano, quindi, se vuol essere perfetto, dev'essere edificato su queste tre cose. Se gliene venisse a mancare una, la sua costruzione non sarebbe compiuta. Innanzi tutto, dunque, dobbiamo avere davanti a noi la speranza dei beni futuri: senza di essa infatti perdono consistenza tutte le realtà presenti. Togli la speranza: l'umanità intera sarebbe invasa dal torpore; togli la speranza, verrebbero a cessare tutte le arti e le virtù; togli la speranza e tutto muore. Perché il fanciullo dovrebbe recarsi dal grammatico, se non sperasse di ricavare un vantaggio dalle lettere? E perché il navigante affiderebbe la sua zattera al mare profondo, se non ne ricavasse mai un vantaggio  e non giungesse mai al porto desiderato? E se il soldato non coltivasse la speranza della gloria futura, perché mai sopporterebbe, intrepido, le fatiche del rigido inverno o della torrida estate, anzi metterebbe a repentaglio se stesso? A che scopo il contadino spargerebbe il seme, se poi non raccogliesse la messe come premio del suo sudore? E il cristiano perché crederebbe in Cristo, se non fosse convinto che un giorno verrà il tempo della felicità eterna da lui promesso? Ma la speranza sorge dalla fede: pur riguardando cose future, essa tuttavia è giustamente sottomessa alla fede. Dove non c'è la fede, neppure c'è la speranza. «La fede» infatti «è la sostanza della speranza» (Eb 11, 1); e la speranza è la gloria della fede, poiché è la fede che merita il premio che la speranza riceve: la fede, che combatte per la speranza, ma vince per sé. Abbracciamo, dunque, con tenacia, o fratelli, la fede e custodiamola con ogni genere di virtù, dobbiamo dedicarci ad essa con impegno: essa è il fondamento stabile della nostra vita; è insieme la difesa invincibile, l'arma contro gli assalti del diavolo; essa è la corazza impenetrabile della nostra anima, la sintesi della legge e la vera scienza, il terrore dei demoni, la forza dei martiri, la bellezza e il baluardo della Chiesa, la serva di Dio, l'amica di Cristo, la commensale dello Spirito. Alla fede sono sottomesse le realtà presenti e quelle future; disprezza quelle e confida di possedere un giorno queste. Né la speranza ha paura che non avvengano, poiché le porta già sempre con sé nelle proprie virtù. Fu così per Abramo, il quale «credette in Dio sperando contro ogni speranza e cosi divenne padre di molti popoli» (Rm 4, 18). E contro ogni speranza una cosa impossibile e che non si vede; ma con questa speranza diventa possibile, se alla parola di Dio si crede senza ombra di dubbio e con tenacia. Dice infatti il Signore: «Tutto è possibile a colui che crede» (Mc 9, 22). «Perciò Abramo credette e gli  fu accreditato come giustizia» (Rm 4,22; Gal 3,6) egli quindi è giusto perché fedele: «il mio Giusto infatti vive di fede» (Ab 2,4). Egli è fedele perché ha creduto a Dio. Se non avesse creduto, non sarebbe potuto essere né giusto né padre di molte genti. E' dunque evidente che la speranza e la fede hanno una natura unica e inseparabile: quando si viene meno nell'una o nell'altra muoiono ambedue.
Dai «Sermoni» di san Zeno di Verona, vescovo (Sermo  1, 36,1-2:  CCL 22,92-93)
di donma , giovedì 22 aprile 2010 7.18
Comunione e separazione
di Massimo Gramellini
Molti divorziati devoti che non possono ricevere la comunione hanno osservato con stupore la foto che ritraeva il presidente del Consiglio con un’ostia in bocca durante i funerali di Raimondo Vianello. Quell’uomo, han ragionato gli esclusi, ha un divorzio alle spalle e un altro in arrivo: come ha potuto accostarsi al sacramento? Esiste forse un lodo divino che anche in questo campo gli consente ciò che è vietato ai comuni mortali? Oppure il generoso avvocato Mills ha testimoniato sotto giuramento di essere lui il marito di tutte le mogli, comprese quelle off-shore, restituendolo a una dimensione di virginea purezza?
A mettere un po’ d’ordine in questo guazzabuglio ci ha pensato monsignor Fisichella, assolvendo il premier con formula piena: «Solo al fedele separato e risposato è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. Ma il presidente, essendosi separato dalla seconda moglie, è tornato a una situazione, diciamo così, ex ante». Quindi, se un divorziato si risposa con successo, nel senso che col secondo coniuge trova finalmente il suo equilibrio, la comunione non gliela si può dare. Se invece ridivorzia, allora potrà di nuovo avvicinarsi all’altare perché «è tornato a una situazione, diciamo così, ex ante». In teoria uno potrebbe passare da un matrimonio all’altro senza mai smettere di comunicarsi, purché abbia cura di farlo negli intervalli. (...)
di donma , mercoledì 21 aprile 2010 5.50
«In pace con se stessi»
Spesso, i movimenti di spiritualità hanno privilegiato la ricerca della “pace interiore” senza preoccuparsi troppo della necessità di agire per la pace impegnandosi nelle lotte per la giustizia. Come agire per la pace nel mondo, dicevano, se non si è prima di tutto “in pace con se stessi”? Ma bisogna aspettare di aver raggiunto la pienezza della “pace interiore” per decidersi ad agire per la pace nel mondo? Non si rischia di aspettare troppo? Troppo, mentre le vittime dell'ingiustizia non ne possono più di aspettare. La violenza che avvilisce altri uomini può lasciare in pace? Di fronte a questa società che si dà in spettacolo con le sue turpitudini e le sue vigliaccherie, le sue defezioni e le sue violenze, è grande la tentazione di fuggirla, di ripiegarsi su se stessi. È una colpa contro lo spirito portare a pretesto il fallimento, sempre possibile, delle azioni umane, per rassegnarsi al disastro e all'iniquità del mondo e dedicarsi alla pura interiorità. Questa via porta gli uomini ai margini della storia e fa sì che rinuncino ad agire. In Oriente come in Occidente, troppi falsi guru pretendono di insegnare la spiritualità al di fuori dei conflitti, lontano dai dibattiti e dalle lotte politiche, al riparo dai rumori e dai furori del mondo. I discepoli sono invitati a liberarsi dai bisogni, dai desideri e dalle passioni del loro ego in un esercizio solitario. Tuttavia, il modo migliore per disimparare a “preoccuparsi di sé” non è forse di imparare a “preoccuparsi dell'altro”? Troppi uomini che si rifanno ad una spiritualità disincarnata discreditano il conflitto con il pretesto che divide gli uomini invece di unirli. In realtà, ciò che divide gli uomini non è né il conflitto né la lotta, ma l'ingiustizia, l'indifferenza, la rassegnazione e la vigliaccheria. La funzione del conflitto è creare le condizioni della giustizia, l'unica che può riunire gli uomini. Essendo assenti dai conflitti, gli “spirituali” potevano solo misconoscere la non-violenza. Certo, non mancavano, in certe occasioni, di parlare in sovrabbondanza d'amore, di celebrare la sua onnipotenza, ma, disincarnati, i loro discorsi non avevano alcuna presa sugli avvenimenti. La spiritualità assume il suo vero significato solo nell'azione per la giustizia. Sappiamo per esperienza che l'azione è la cosa più difficile al mondo, perché sconvolge la nostra tranquillità e la nostra comodità. Per questo motivo abbiamo paura dell'azione e, troppo spesso, non abbiamo il coraggio di assumercene il rischio. L'uomo si conosce attraverso la mediazione della sua relazione con l'altro uomo. L'essere non è un'esistenza, ma una presenza. E la presenza è una relazione. Un rapporto. In definitiva, la nozione di “pace con se stessi” può avere solo un senso derivato, ampiamente improprio. Si tratta solo di un linguaggio allegorico, metaforico. Nessuna pace si costruisce nella solitudine. È con l'atto di bontà verso l'altro che posso dire “sono in pace”. La pace è una dinamica che si inscrive nel cuore delle relazioni dell'uomo con l'altro uomo. La pace è apertura all'alterità. Per questo è una prova dell'essere. Ma è attraverso questa prova che l'uomo realizza la sua umanità.
Jean-Marie Muller, portavoce nazionale francese del Movimento per un'alternativa non-violenta.
in “La Croix” del 19 aprile 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
di donma , martedì 20 aprile 2010 5.22
Spirito Santo, torna a parlarci
Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza.
Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.

Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. 
Preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.

Donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese.
Che nessuno può menar vanto di possederti.
E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole,
è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti,
negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

mons. Tonino Bello

  

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