Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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martedì 30 marzo 2010 5.37
«Malati di smog, più colpiti i bambini»
A Milano 73 «ricoveri» al giorno per patologie riconducibili all’inquinamento, dall'asma all'ictus
Quest’aria malata ci fa ammalare. (...) L’elenco si allunga e cresce il rischio di caderci dentro, venir catturati e trasportati direttamente in ospedale. Ogni giorno, 73 accessi nei pronto soccorso hanno come causa disturbi «potenzialmente correlabili all’inquinamento»; in due anni i casi sono stati 53.514. Tosse, asma, bronchiti, polmoniti, attacchi di cuore, ictus. (...) La metà ha riguardato disturbi acuti delle vie respiratorie; 8.536 i casi di bronchite acute, 5.689 le infezioni per polmonite, 4.323 gli scompensi cardiocircolatori, 1.825 i casi di riacutizzazione di bronchite cronica ostruttiva. Spiegano i medici che per il 50% questi problemi riguardano gli under 18; e tra gli under 18 ci sono vagonate di bambini. E non basta star chiusi in casa. Per esempio, un’altra (recente) ricerca, condotta su 1.522 abitanti di Milano reclutati in dieci anni, dice che il rischio di trombosi è elevatissimo per chi abita a meno di tre metri da strade congestionate dalle automobili. Punto e basta, non si scampa. La «distanza di sicurezza » dallo smog è fissata, del resto, a 162 metri. Troppo, in una città; figurarsi in una città «raccolta » come Milano. (...) L’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha sentenziato: «In città le concentrazioni fuori norma di Pm10 e ozono provocano un migliaio di morti l’anno». (...)
Andrea Galli
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martedì 30 marzo 2010 5.26
Parlando di don Mazzolari
Chi l'ha conosciuto, chi l'ha sentito predicare non può dimenticare il modo della sua vibrazione, l'intensità dello sguardo, quello straordinario impasto fra sguardo e parola con cui vi raggiungeva di sorpresa e vi toccava. Era un modo di predicare che tendeva a fondersi nell'essenza stessa della vita: non c'era male che avesse la forza di resistere alla sua forza, meglio direi alla sua pietà. Questo grande scaricatore di parole, che girava il mondo, che correva, che era pronto a prendere tutte le responsabilità, derivava la sua forza dalla presenza del Vangelo e, per illustrare la differenza che egli sapeva fare fra le parole di comodo e quelle che scottano, aveva definito il Vangelo "La parola che non passa" e sotto questo titolo aveva scritto uno dei più bei commenti del Vangelo (La Locusta, Vicenza).
Naturalmente non tutto si salverà dei suoi interventi; purtroppo gran parte del suo lavoro è un seme che è caduto ma non ha preso e nessuno più di lui ne era cosciente. Quando decise di dar vita a un foglio di battaglia, "Adesso", obbediva proprio a questo sentimento di tristezza, a una forma umana di scoraggiamento, ma subito dopo era di nuovo pronto per credere che battaglie di questo genere si vincono subito, nel momento, adesso. Soltanto lui poteva alzare questa bandiera e restare fedele a lungo, imperterrito nel dolore che era molto e nella gioia che era rara e fragile. Da don Mazzolari sono venuti, volta per volta, gli ammonimenti, i gridi d'allarme, l'invocazione alla realtà della vita religiosa.
Nato e cresciuto in campagna aveva registrato nella carne lo scandalo più desolante per un vero cristiano, l'allontanamento dei contadini e degli operai dalla lezione di Cristo: lo aveva registrato, riportando su di sé le colpe e le responsabilità. Aveva capito che ogni forma superstite di dialogo fra Cristo e l'uomo quasi sempre avveniva fuori delle regole, delle dimostrazioni episodiche, soprattutto della condizione politica e che avveniva al contrario nel segno del dolore, della miseria e della pena. In questo modo egli si adoperava per condurre la battaglia su due piani: da una parte l'obbedienza alla verità e, dall'altra, la protesta contro i soprusi, lo spirito di abbandono e di corruzione.
Questo è stato anche il suo testamento spirituale: in parole povere, don Mazzolari ha detto agli uomini di buona volontà che per riportare il figliuol prodigo alla casa del padre non basta ammonirlo ma aspettarlo con amore, rendendogli più facile, meno crudele e disperato il tempo dell'esilio.
Naturalmente don Mazzolari non poteva aspettarsi, in vita, consensi: di solito lo accompagnava il sospetto. Mazzolari dava noia, come tutte le persone che mettono il dito sulla piaga e non accettano il compromesso. Ora che è morto, cerchiamo di ricordarlo com'era, nel sangue stesso della sua parola, senza il facile scambio dell'immagine sacra ma inerte. Spero che quelli che l'hanno conosciuto, soprattutto la parte più nuova e coraggiosa della vita spirituale italiana, resteranno fedeli alla sua memoria.
Carlo Bo, Don Mazzolari e altri preti, 9-11
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lunedì 29 marzo 2010 6.10
Per favore, non diteci che questo calo è tutta colpa di noi elettori!
don Chisciotte
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lunedì 29 marzo 2010 5.40
A che punto è la notte dei giovani
di Enzo Bianchi
I luoghi comuni sui giovani ormai si sprecano, a cominciare dalla stessa definizione di una categoria di persone legata unicamente a una fascia di età fino a una cinquantina d'anni fa inesistente: una serie di condizioni sociali e culturali faceva sì che non ci fosse «tempo per essere giovani», in quanto l'età di passaggio dall'adolescenza al mondo adulto era un brevissimo lasso di tempo. Eppure oggi si sente continuamente parlare di giovani, del loro «non essere più come quelli di una volta», delle loro attese e frustrazioni, del loro futuro. Anzi, proprio sul termine «futuro» un altro luogo comune rischia di portarci fuori strada nell'affrontare le problematiche giovanili: si sente ripetere che «i giovani sono il futuro della società (o della chiesa)», senza rendersi conto che questa affermazione da un lato tende a emarginalizzarli dal presente - come una sorta di difesa preventiva degli adulti che mantengono così la loro presa su un oggi di durata indefinita - e a ignorare che in realtà essi sono già «una parte del presente» della società, mentre dall'altro lato ignora pericolosamente il dato che più affligge oggi chi ha tra i venti e i trent'anni: la mancanza di speranza per il futuro. Tra gli aneliti più cocenti dei giovani, infatti, non vi è quello di «essere» il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, ma piuttosto di «avere» già ora un futuro verso cui tendere, un'attesa capace di dare senso al loro presente. Per la chiesa poi, specie in Italia e in Europa, la questione «giovani» si fa particolarmente preoccupante. Siamo di fronte alla prima generazione incredula - come l'ha definita Armando Matteo nella sua ottima riflessione su «il difficile rapporto tra i giovani e la fede» (...) - cioè a persone per le quali «nascere e diventare cristiano» non sono più «eventi che accadono in modo sincrono», una generazione cui «nessuno ha narrato e testimoniato la forza, la bellezza, la rilevanza umana della fede». L'analisi di Matteo - assistente ecclesiastico nazionale della Fuci e come tale in costante contatto con i giovani universitari - è lucida anche nel suo tratteggiare «quel senso di notte e quella notte di senso» che attanaglia tanti giovani. Sono interrogativi - ma anche suggerimenti, intuizioni, proposte da accogliere con gratitudine e approfondire con sapienza - che riguardano la chiesa intera e la sua presenza nella società, oggi prima ancora che domani, la sua capacità di «umanizzare», di far diventare l'essere umano più umano. Sono parole a volte sferzanti, dure da ascoltare, ma che ci risvegliano a un'urgenza a volte percepita ma raramente assunta con serietà: la consapevolezza che la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere. Si tratta di essere coscienti non solo di avere un patrimonio da trasmettere, ma anche del dover rendere credibile e desiderabile l'eredità che si vuole lasciare a generazioni erroneamente definite «che verranno»: esse in realtà sono già in mezzo a noi e da noi attendono segni di un passato verso il quale essere grati, di presente aperto al domani, di un futuro possibile e che valga la pena di essere vissuto, a partire da qui e ora.
in “La Stampa” del 13 febbraio 2010
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domenica 28 marzo 2010 22.07
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domenica 28 marzo 2010 6.06
«Nessuno mai vide Dio» (1Gv 4,12). Dio è invisibile; non bisogna cercarlo con gli occhi, ma col cuore. Se volessimo vedere il sole, toglieremmo gli impedimenti agli occhi del corpo, per poter vedere la luce; così se vogliamo vedere Dio, purghiamo quell'occhio con cui Dio può essere visto. Dove si trova questo occhio? Ascolta il Vangelo: «Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio» (Mt 5, 8). Nessuno si faccia un'idea di Dio seguendo il giudizio degli occhi. Costui si farebbe l'idea di una forma immensa oppure prolungherebbe negli spazi una grandezza immensurabile, come questa luce che colpisce i nostri occhi e che egli stende all'infinito quanto può; oppure si farebbe di Dio l'idea di un vecchio dall'aspetto venerando. Non devi avere pensieri di questo genere. Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: «Beato colui che pensa al povero ed all'indigente»(Sal 40, 2). La carità ha orecchi e ne parla il Signore: Colui che ha orecchi da intendere, intenda (Lc 8, 8). Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te. E' mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede? Perché allora, quando si fa la lode della carità, vi sollevate in piedi, acclamate, date lodi? Che cosa vi ho mostrato? Vi ho forse mostrato alcuni colori? Vi ho messo innanzi oro e argento? Vi ho sottoposto delle gemme tolte da un tesoro? Che cosa di grande ho mostrato ai vostri occhi? Forse che il mio volto nel parlarvi si è mutato? Io sono qui in carne ed ossa, sono qui nella stessa forma in cui ho fatto il mio ingresso; anche voi siete qui nella stessa forma in cui siete venuti. Ma si fa la lode della carità e uscite in acclamazioni. Certamente i vostri occhi non vedono nulla. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore. Capite, o fratelli, ciò che voglio dire: io vi esorto, per quanto il Signore lo concede, a procurarvi un grande tesoro. Se si mostrasse a voi un vaso d'oro cesellato, indorato, fatto con arte, ed esso attraesse i vostri occhi e attirasse a sé la brama del vostro cuore, e la mano dell'artista vi piacesse così come il peso della materia e lo splendore del metallo, forse che ciascuno di voi non direbbe: "Oh, se avessi quel vaso"? Ma lo avreste detto inutilmente, poiché non era in vostro potere averlo. Oppure, se uno volesse averlo, penserebbe di rubarlo dalla casa di un altro. A voi vien fatto l'elogio della carità; se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?
Agostino, Prima Lett. Giovanni 7, 10
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sabato 27 marzo 2010 12.29
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sabato 27 marzo 2010 5.40
Neanche a me piacevano i tedeschi. Erano gli stessi che avevo cercato nei libri della storia infame, che si erano fatti ubriacare e rovinare da Hitler e nessuna sconfitta aveva potuto strappare loro quell'impazzimento di fierezza. Sconfitti erano gli altri che facevano i servi alle loro vacanze in un'isola del sud.
La mia avversione cresciuta cieca sui libri, in Nicola aveva sintomi in carne. Incapace di ostilità reagiva con uno sfogo di timidezza. Un giorno mi disse che aveva riconosciuto un anno prima un soldato tedesco, uno che stava a Sarajevo. Si erano guardati, non si erano detti niente. Ma lui aveva risentito in pancia il morso della guerra. Era diventato rosso di vergogna, si trovava in chiesa a messa. Se n'era uscito senza nemmeno farsi il segno di croce: "Me so' mmiso scuorno pe' Ddio", si era vergognato per Dio.
"Adda tene' pacienza pure int'a casa soia", doveva avere pazienza pure a casa sua. È bella la pacienza in napoletano perché mette un po' della parola pace dentro la pazienza. Gli chiesi se era uno che aveva ammazzato della gente. Non rispose. M'insegnava a non aspettarmi sempre una risposta.
Erri De Luca, Tu, mio, 20-21
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venerdì 26 marzo 2010 10.44
L'ordine dei Giornalisti della Lombardia ha sanzionato Vittorio Feltri con la sospensione dell'albo professionale per il caso Boffo, per la pubblicazione di indiscrezioni sul presidente della Camera Gianfranco Fini e per gli articoli firmati da Renato Farina dopo la sua radiazione dall'albo. La durata della sanzione a carico del direttore del Giornale sarà comunicata oggi. La decisione della commissione disciplinare dell'Ordine è stata presa solo a maggioranza e dopo quasi otto ore di discussione animata. (...) articolo
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venerdì 26 marzo 2010 6.26
La vita di Maria fu piena di sollecitudini familiari e di lavoro come la nostra, ci rende questa creatura così inquilina con le fatiche umane, da farci sospettare che la nostra penosa ferialità non debba essere poi così banale come noi pensiamo. Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi di salute, di economia, di rapporti, di adattamento. Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o sovrappensiero perché Giuseppe da più giorni in bottega non aveva molto lavoro. Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi. Chi sa quanti meriggi ha malinconicamente consumato a rivoltare il pastrano già logoro di Giuseppe, e ricavarne un mantello perché suo figlio non sfigurasse tra i compagni di Nazaret. Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei dei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com' era, non sempre avrà capito i silenzi. Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell'adolescenza di suo figlio. Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo. E, dopo aver stemperato nelle lacrime il travaglio di una solitudine immensa, avrà ritrovato finalmente nella preghiera, fatta insieme, il gaudio di una comunione sovrumana. (...)
Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. (trovi il testo completo nella sezione Testi)
mons. Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, 11-13
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venerdì 26 marzo 2010 6.15
Per coloro che credono, nessuna prova e' necessaria.
Per coloro che non credono, nessuna prova e' sufficiente.
Stuart Chase
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giovedì 25 marzo 2010 19.07
Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza. Abili nell'usare la parola per nascondere i pensieri più che per rivelarli, abbiamo perso il gusto della semplicità. Convinti che per affermarsi nella vita bisogna saper parlare anche quando non si ha nulla da dire, siamo diventati prolissi e incontinenti. Esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del "non senso", precipitiamo spesso nelle trappole nere dell'assurdo come mosche nel calamaio. Incapaci di andare alla sostanza delle cose, ci siamo creati un'anima barocca che adopera i vocaboli come fossero stucchi, e aggiriamo i problemi con le volute delle nostre furbizie letterarie. Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi peccatori, sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza senso. Si sfalda in mille squame di accenti disperati. Si fa voce, ma senza farsi mai carne. Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo. Ci dà l'illusione della comunione, ma non raggiunge neppure la dignità del soliloquio. E anche dopo che ne abbiamo pronunciate tante, perfino con eleganza e a getto continuo, ci lascia nella pena di una indicibile aridità: come i mascheroni di certe fontane che non danno più acqua e sul cui volto è rimasta soltanto la contrazione del ghigno. Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un fiat, prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e ricadute, all'intossicazione di parole. Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili. Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio. Rendici come te, sacramento della trasparenza. E aiutaci, finalmente, perché nella brevità di un "sì" detto a Dio ci sia dolce naufragare: come in un mare sterminato.
mons. Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, 14-16
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giovedì 25 marzo 2010 6.44
Ma ecco che diventa all'improvviso testimone di un incidente. L'incidente più incredibile che si possa immaginare.
«... Vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro» (v. 1).
Ecco l'imprevisto, l'incidente inatteso. Quello che cambia tutto.
Se questa pietra, che sigilla una tomba, non sta al suo posto, più niente è al suo posto. Se non c'è ordine neppure in un cimitero, allora davvero ogni cosa è sconvolta. Se perfino i segni intoccabili della morte sono stati manomessi, non ci si ritrova più da nessuna parte.
Le cosiddette "pulizie di Pasqua" sono diventate una scadenza ineludibile. Anche per la nostra anima. Ma la Pasqua, così come viene descritta dal Vangelo, non è elemento di ordine, bensì di disordine. La Risurrezione del Signore è "perturbatrice" dell'ordine così come l'abbiamo stabilito noi. Ha ragione il mio amico A. Maillot: «La Pasqua è Anarchia».
La Pasqua getta lo scompiglio in tutto, confonde, sconvolge ogni cosa: gioia, tristezza, ragionevolezza, speranza, possibilità.
«Né la morte né la vita sono più quello che sono state finora. Nessuna persona è semplicemente quello che vediamo. E io stesso non sono più io» (A. Maillot).
Il mattino di Pasqua si realizza un capovolgimento generale, uno sconquasso, uno scombussolamento totale: abitudini, tradizioni, leggi, necessità, esigenze. Inutile vogliamo riprendere il controllo della situazione secondo i moduli collaudati. Dobbiamo accettare il disordine di Pasqua.
Se una pietra tombale non è più al suo posto, se nemmeno un cadavere sta più là dove era stato sistemato, se Maria di Magdala ha la sensazione di perdere due volte (da vivo e da morto) Colui che ama, allora l'unica maniera per essere ragionevoli è quella di perdere la testa. (continua - leggi il seguito del post)
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 149-153
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mercoledì 24 marzo 2010 16.43
Romero, il martire che sfidò l'odio
di Andrea Riccardi
Trent’anni sono trascorsi da quel 24 marzo 1980, quando, alle 18,25, uno sparo secco dalla porta della cappella uccise l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero. Si accasciò ai piedi dell'altare, su cui celebrava la messa. La notizia fece il giro del mondo. Un vescovo assassinato durante la messa... Il mondo parlò del Salvador, piccolo e povero Paese centroamericano, ignorato dai più. Divenne la terra di Romero, l'unico salvadoregno conosciuto al mondo. Ma chi fu monsignor Romero? Dal 1977 era arcivescovo in una nazione tribolata, dove una forte guerriglia (appoggiata da cubani e sovietici) combatteva il potere militare al servizio di un'oligarchia agraria in un Paese poverissimo e tanto cattolico. Dopo quella morte, l'opinione internazionale cominciò a parlare di questa guerra disperata, che avrebbe ucciso quasi 100.000 persone. La guerriglia fece di Romero un simbolo, che si diffuse in America Latina: “San Romero de América” per i cristiani di sinistra e liberazionisti. Gli fu attribuita la frase, “risorgerò nel mio popolo” (che la biografia di Roberto Morozzo ha mostrato come apocrifa). Era il tempo in cui bisognava schierarsi da una parte o dall'altra. Papa Wojtyla aveva intuito la profondità drammatica della vita di Romero. Nel 1983, in visita al Salvador dopo la contestazione del Nicaragua sandinista, pretese di andare sulla sua tomba cambiando programma. La cattedrale era chiusa. Aspettò caparbiamente che gliela aprissero e si inginocchiò stendendo le mani sulla tomba e dicendo: “Romero è nostro”. Su quella tomba i poveri salvadoregni vanno a pregare, riempiendola di fiori. Bisogna averla vista, per capire la pietà popolare di questa gente umiliata e rassegnata, che molto crede in Dio. Nel 2000, il Papa decise di menzionare tra i martire anche Romero, definendolo “indimenticabile”. Romero era un uomo di Chiesa dalla formazione tradizionale. Nella situazione di un Paese in ostaggio della violenza, non si rassegnò ad assistere al massacro della gente e dei preti. Lottò come poteva, denunciò il potere militare, attaccò la guerriglia, cercò mediazioni. Divenne una presenza scomoda in una guerra ideologica. Non accettò le semplificazioni laceranti per cui o si stava dalla parte dell'ordine o del popolo. In un clima di odio, cercò una soluzione pacifica che appariva impossibile. Pochi hanno capito la sua dolorosa e coraggiosa complessità in un'America Latina fatta di drammatiche semplificazioni. Romero sapeva di rischiare la vita: “Mi uccideranno, non so se la destra o la sinistra”, disse a monsignor Neves nel gennaio 1980 di passaggio a Roma. Non c'era spazio per lui nel Salvador polarizzato dall'odio. Ma cercava spazio per la pace, lottando a mani nude contro la logica implacabile del conflitto. Così fu ucciso. Il conflitto ideologico è continuato dopo la sua morte, coinvolgendo media e protagonisti anche sulla sua memoria. Così il processo di beatificazione è risultato difficile. In realtà Romero è un grande cristiano (non un teologo o un politico). Far sbiadire la sua memoria è una perdita sotto tanti aspetti. Dal 1992, con gli accordi di pace, c'è la democrazia in Salvador. La destra ha governato a lungo e, dal giugno 2009, la sinistra è al potere. Non c'è più guerriglia da quasi vent'anni, ma si muore ancora. Le bande criminali uccidono implacabilmente: 4.365 morti nel 2009. La violenza è una malattia da cui non si guarisce facilmente e un'eredità che si trasmette. Romero lo aveva intuito incompreso, guardando lontano. Diceva don Primo Mazzolari: “I preti sanno morire”. Così è stato per Romero, consapevole di lottare contro un conflitto più forte di lui.
in “Corriere della Sera” del 24 marzo 2010
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mercoledì 24 marzo 2010 6.12
«Non c'è spazio in tv per i bimbi che soffrono»
C'era una volta un programma che, caso (quasi) unico nei palinsesti televisivi, raccontava al pubblico le storie degli "ultimi", di coloro che non trovano mai una telecamera che li riprenda o un microfono che dia loro voce. Quel programma si chiamava proprio C’era una volta perché il suo autore nonché conduttore, il giornalista Silvestro Montanaro, voleva sottolineare che non sempre le fiabe che iniziano con quelle quattro paroline hanno un lieto fine. Sicuramente non lo hanno per i bambini che Montanaro ha incontrato (e raccontato) nei Paesi del mondo dove l’infanzia viene sistematicamente abusata e violata da chi, invece, dovrebbe raccontare a quei piccoli la favola della buonanotte.
Oggi quel programma non esiste (quasi) più. Al momento per C’era una volta, votato come programma dell’anno nel 2000 e che da allora ha vinto una decina di prestigiosi premi internazionali, si ha notizia solo di cinque puntate in onda su Raitre a partire dalla metà del prossimo agosto, rigorosamente in terza serata. Ma, da qui all’estate, chissà cosa succederà: «Purtroppo non abbiamo certezze» afferma Montanaro che, subito dopo, puntualizza: «Non voglio difendere C’era una volta, se qualcuno crede nel nostro programma sarà lui a farlo. Quello che mi interessa è dare visibilità a quella che chiamo L’isola dei non famosi. Da quando è iniziato C’era una volta abbiamo cercato di raccontare le pagine più oscure dei processi di globalizzazione non solo per rendere visibili i mondi degli ultimi ma anche avvisando coloro che vivono nel mondo ricco che certi meccanismi avrebbero finito per travolgere anche noi. Oggi gli ultimi non appartengono più ai mondi lontani, milioni di famiglie occidentali hanno ormai gli stessi problemi di quelle che, in questi anni, abbiamo incontrato».
Un esempio? «Se io racconto cosa succede alle operaie del settore tessile che lavorano in Bangladesh in condizioni disumane, con stipendi ridicoli e senza alcun diritto, racconto anche alle famiglie italiane perché i loro familiari hanno perso, o perderanno, il lavoro nelle fabbriche tessili del nostro Paese che chiudono per riaprire là dove la manodopera è praticamente a costo zero».
Oppure «vogliamo parlare di uno dei peggiori incubi delle famiglie italiane, lo stupro e la pedofilia? Sono appena tornato da un viaggio tra la Thailandia, la Cambogia e il confine birmano: lì ci sono milioni di bambini in vendita. Nella sola Pattaya, un ex villaggio di pescatori diventato una delle mete preferite del cosiddetto turismo sessuale, ci sono 350 mila ragazzine che si prostituiscono. Per non parlare dei film pornografici con scene sempre più violente (omicidi compresi) che hanno per protagonisti bambini di tutto il mondo e che vengono venduti normalmente sulle bancarelle al margine della strada.
Ammesso che qualcuno possa pensare che, in fondo, non è un problema nostro ma di quei Paesi, io voglio solo far notare che quei turisti, molti dei quali italiani e padri di famiglia, dopo la loro scellerata vacanza tornano in Italia: che rapporto possono avere con i bambini qui da noi, visto che lì si sono abituati a violentarli?». Il discorso, prosegue Montanaro, è valido «per tutte le grandi questioni mondiali, dal lavoro alle risorse energetiche e alla lotta alla criminalità organizzata. Se non le leggiamo in chiave geopolitica, non possiamo capirle. Non possiamo accorgerci dell’Ucraina solo quando corriamo il pericolo che ci chiuda i rubinetti del gas».
Il problema, insomma, è l’informazione: «Essere informati ci permette di essere cittadini e democratici. E di non lasciarci condizionare dalla paura, dell’aviaria o della suina solo per citarne un paio, che permette a qualcuno di fare affari infiniti alle nostre spalle e sulle nostre vite». Montanaro chiude lanciando una campagna che sa di provocazione: «Chiedo a tutti coloro che condividono il mio pensiero di esibire la loro "non famosità". Esponete una foto della vostra famiglia, dei vostri figli, accanto a quella di un bambino lontano. Io lo farò, con mia figlia Sole vicina a quella dell’ultima bambina che ho conosciuto in Thailandia. Chissà che, un giorno, non si possa andare con tutte queste foto sotto le sedi Rai o Mediaset a chiedere di dare voce a chi non ce l’ha».
Tiziana Lupi
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mercoledì 24 marzo 2010 6.04
Sos acqua, ogni giorno muoiono 5.000 bambini
Otto milioni di morti all’anno. Cinquemila bambini al giorno, uno ogni venti secondi. Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del Pianeta, messe tutte insieme, possono tanto. La mancanza d’acqua, sì. La tragedia silenziosa, che si lega a quella di risorse idriche non potabili – se non addirittura inquinate – si consuma lontano da telecamere e notiziari, ma è ormai letale quanto il più spietato dei virus.
I numeri del fenomeno, snocciolati dall’Onu in occasione della Giornata mondiale dell’acqua di ieri, fanno tremare. E non solo per i morti. Basti pensare che un abitante su due sulla Terra vive in case senza sistema fognario (circa tre miliardi di persone), uno su cinque non ha acqua potabile a sufficienza (oltre un miliardo), o che – tanto per fare un riferimento geografico – nell’Africa subsahariana fino a 250 milioni di persone rischiano di morire di sete. Una situazione tanto insostenibile quanto l’abisso che separa il Sud del mondo dai Paesi più sviluppati. Dove, come ha ricordato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon presentando il rapporto dall’Unep, il programma sull’ambiente delle Nazioni Unite, «giorno dopo giorno si versano 2 miliardi di tonnellate di acque reflue non trattate e di rifiuti industriali agricoli nel sistema idrico mondiale, quando i poveri continuano a patire soprattutto a causa dell’inquinamento, della carenza idrica e della mancanza di igiene». Così, mentre la mancanza di acqua pulita nel Sud del mondo uccide ogni anno 1,8 milioni di bambini sotto i cinque anni d’età di tifo, colera, dissenteria e gastroenterite e la metà dei letti d’ospedale è occupata da pazienti che soffrono di malattie legate al consumo d’acqua contaminata, nei Paesi "ricchi" l’acqua abbonda e viene sprecata. Un cittadino americano ne ha a disposizione mediamente 425 litri al giorno (nemmeno uno in molti Paesi africani e asiatici), uno italiano 237.
Certo, l’emergenza "siccità", con la conseguente carenza d’acqua, negli ultimi anni si è affacciata anche in Occidente. È il caso dell’Europa dove, secondo dati diffusi da Bruxelles, tra il 1976 e il 2006 – anche a causa del surriscaldamento del Pianeta – almeno l’11% degli abitanti ha sofferto di carenza d’acqua, con un danno per l’economia di almeno 100 miliardi di euro. Tanto che l’altro allarme lanciato dall’Onu riguarda il futuro: nel 2030, stimano le Nazioni Unite, oltre 3 miliardi di persone rischiano di rimanere senz’acqua, con una pesantissima ricaduta anche sulla produzione agricola e alimentare, che nell’acqua trova il suo ingrediente essenziale.
L’Italia, pur essendo uno dei Paesi al mondo con maggiore disponibilità d’acqua, non se la cava meglio: al Sud e nelle isole il 15% della popolazione – ossia circa 8 milioni di persone – per quattro mesi all’anno (da giugno a settembre) è sotto la soglia del fabbisogno idrico minimo, fissato in 50 litri di acqua al giorno a persona. Senza contare il problema degli sprechi, della dispersione d’acqua (anche oltre il 30%, secondo il rapporto Onu, a causa delle reti idriche fatiscenti) e dei reati ambientali, sulla cui gravità non a caso ieri ha insistito anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. All’Accademia dei Lincei, in un convegno sulle frane e il dissesto idrogeologico, il capo dello Stato ha detto: «Occorre contrastare comportamenti di irresponsabile superficialità e ripetute violazioni delle norme poste a tutela del territorio, troppo spesso causa di danni irreparabili che depauperano l’ambiente e compromettono il delicato equilibrio dell’ecosistema, con effetti catastrofici, per le persone, per i loro beni, per l’intera nazione». E il pensiero va a un altro incubo legato all’acqua, stavolta tutto italiano.
Viviana Daloiso
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martedì 23 marzo 2010 9.11
L’oggi si fa chiaro nel domani.
Il contadino, quando semina, ha negli occhi il fulgore del giugno,
e va verso quello mentre la nebbia ottombrina gli vela lo sguardo.
La primavera incomincia con il primo fiore, il giorno con il primo barlume,
la notte con la prima stella, il torrente con la prima goccia,
il fuoco con la prima scintilla, l’amore con il primo sogno.
La speranza vede la spiga quando i miei occhi di carne non vedono che il seme che marcisce.
L’uomo cammina e la Speranza gli fa buona ogni strada, anche la strada della croce.
Sentirmi ospite e pellegrino in qualunque dimora terrena, dentro e fuori di ogni casa;
sentirmi da capo ad ogni arrivo, sotto una tenda anche nel palazzo più quadrato;
avere sempre l’ultimo anello della catena da saldare,
una mano tesa verso qualcuno, un sospiro per qualche cosa.., è la mia vocazione di cristiano.
L’uomo non è mai tanto povero come quando s’accorge che gli manca tutto;
non e mai tanto grande come quando da questa stessa povertà, tende le braccia e il cuore verso Qualcuno.
Chi ha Qualcuno davanti non si ferma più e nessuno lo ferma, neanche la morte, perché Lui è più forte della morte.
don Primo Mazzolari
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di donma ,
martedì 23 marzo 2010 6.23
Attraverso la tensione violenta e irresistibile degli amanti, l’eros riconosce l’oggetto già amato dei suoi sogni. Si potrebbe parlare di una certa anamnesi, come una misteriosa reminiscenza, esistente in ogni amore autentico. Ogni uomo porta in sé la propria Eva, vive nell’attesa di una sua parusia [rivelazione]. (...) La presenza di Dio non è estranea all’attrattiva sentita dagli amanti e il loro incontro non è mai casuale. Il volto amato è già noto, esso preesiste ancor prima di essere incontrato e riconosciuto.
Pavel Evdokimov, Sacramento dell'amore, 127
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di donma ,
lunedì 22 marzo 2010 11.19
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di donma ,
lunedì 22 marzo 2010 6.41
“Il corpo vivo” che si agita nella Chiesa
di Marco Garzonio
Fa indubbiamente scalpore la Chiesa che merita le prime pagine per una serie di vicende che hanno a che fare più con il potere che con il Vangelo delle Beatitudini. Ma, come dice la Scrittura, è bene che gli "scandali" siano rivelati. Primo, perché aiutano a purificare animi e situazioni, a far entrare aria fresca e a coinvolgere energie nuove. Secondo perché fanno crescere l'opinione pubblica nella Chiesa (come voleva il Concilio), fra i cristiani tutti, troppo spesso afflitti da conformismo, remissività, convenienze, appartenenze, quieto vivere. Terzo perché spronano ad allargare gli orizzonti entro cui considerare non solo le vicende interne alla Chiesa e dei credenti, ma quelle del mondo intero, verso il quale il cristiano dovrebbe essere testimone autentico ed autorevole della speranza che è il lui, quella per cui Cristo è morto in croce per salvare l'umanità intera. E' difficile per un non credente pensare che lo Spirito Santo sia sempre presente e di continuo agisca nelle vicende ecclesiastiche. Anche perché, invece di evidenziare la valenza profetica, la Chiesa e i suoi fedeli spesso esitano nel fare tutto ciò che spetterebbe loro per rendere viva e operosa quella presenza. La Chiesa è visibile di per sé e spesso mostra come preponderante la dimensione istituzionale. E alcuni luoghi, Vaticano e Santa Sede, ad esempio, paiono perdere funzione simbolica e acquisire piuttosto una dimensione più di governo terreno, di gestione e di amministrazione. Perché questa riflessione? Non sfugge a nessuno che alla morte di Giovanni Paolo II i cardinali chiamati a eleggere il successore si sono trovati a un bivio. Semplificando: o assecondare lo slancio wojtyliano, e quindi andare oltre, aprirsi a una dimensione universalistica, autenticamente cattolica. Oppure, cercare di "riorganizzare" le fila, proprio dopo il ciclone Wojtyla. La prima strada avrebbe comportato un'apertura ai mondi in cui la Chiesa, come si dice, è "in stato di missione" e per questo guardata da molti popoli come via di riscatto e salvezza da povertà, guerre, discriminazioni. E in effetti gli episcopati di America Latina, India, Africa, pur fra contraddizioni, si sono spesso rivelati portatori di istanze evangeliche e di richieste e che queste vengano tradotte in pratica, con coraggio, autenticità, verità. E all'ultimo Conclave v'erano autorevoli esponenti di tale tendenza. La seconda strada faceva propendere per una riaffermazione di una visione più da mondo Occidentale, eurocentrica, che vede in Roma, là dove Pietro e Paolo sono approdati e hanno annunciato Cristo, il fulcro generativo continuo del messaggio Evangelico. Con l'elezione di Joseph Ratzinger ha prevalso la seconda opzione. E la caratura teologica di Benedetto XVI costituiva un'indubbia garanzia per tutti gli orientamenti in campo. Ma è difficile e illusorio tenere fermo un corpo vivo. E la Chiesa non fa eccezione. Gli "scandali" di questi giorni, le polemiche attorno agli schieramenti, alle posizioni di prelati, sino alla richiesta dello stesso pontefice di un dossier chiarificatore sul cosiddetto "caso Boffo", possono essere letti in questa prospettiva. Lo scenario è di una Chiesa che si muove e in qualche caso si agita, magari scompostamente, in quanto è un organismo vivo. In discussione andrebbero posti semmai obiettivi e metodi messi in campo. Probabilmente, se qualcuno si è dato da fare per definire certi assetti di potere ai vertici vaticani e ha lavorato perché alcune poltrone saltassero e venissero attribuiti maggior peso ed incidenza ad alcuni uffici piuttosto che ad altri, è perché quel qualcuno guarda avanti, è preoccupato del futuro prossimo. Cerca, insomma, di precostituire situazioni e stabilizzare equilibri. Le organizzazioni complesse - e la Chiesa non sfugge alla regola - possono avere leader, forti personalità di riferimento, ma poi è la macchina che fa funzionare il sistema. E con gli ingranaggi e i centri decisionali di questo, anche guide autorevoli e carismatiche devono fare i conti. Lo sanno i governi con ministeri e burocrazie; lo sanno i papi, con congregazioni e uffici curiali. Lunga vita, ovviamente, a Benedetto XVI. Ma molti uomini di Chiesa stanno lavorando per la Chiesa che verrà. Credendo forse ciascuno (e speriamo davvero in buona fede) di garantire un avvenire più consono e non per perseguire - secondo l'ammonimento dello stesso papa dell'altro giorno - carriera e potere. Certo, v'è un'incognita per chi crede: si chiama Spirito Santo, che soffia dove, come e quando vuole. E in questa sua azione può scompigliare anche i giochi più raffinati e le alchimie meglio studiate. S'è visto con Giovanni XXIII e con Wojtyla. Ecco, questa variabile andrebbe maggiormente messa in conto da chi traccia organigrammi e cerca di far coincidere persone e poltrone. Se gli "scandali" servissero anche a tale presa di coscienza, ad una prova di umile ridimensionamento di appetiti e desideri sarebbe già un bel risultato.
in “Corriere della Sera” del 2 febbraio 2010
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