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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , sabato 27 febbraio 2010 10.45

La Quaresima, un tempo per liberarsi dalle maschere
di Maria Cristina Bartolomei
L'antica tradizione del Carnevale continua a essere nel mondo diffusamente viva, in forme molto diverse.  (...) Il Carnevale sta in ogni caso sotto il segno distintivo della maschera. Il comportarsi in modi abitualmente non consentiti poteva avvenire solo con la protezione di una maschera che cancellasse l'abituale identità (...) In gioco è qui la questione della nostra identità e del suo riconoscimento sociale.
In Sostiene Pereira lo scrittore Antonio Tabucchi sostiene che in noi abita una «confederazione di anime»: di volta in volta noi consentiamo all'una o all'altra di prevalere e di esprimersi. Una bella metafora per richiamare alla complessità di ogni personalità umana, che è sempre eccedente sia i modi in cui giunge a esprimersi nelle circostanze in cui si viene a trovare sia le modalità in cui viene percepita e riconosciuta da altri. Se il riconoscimento è un bisogno essenziale per ognuno, esso però è anche — come rileva la riflessione filosofica al riguardo — sotto il segno della ambiguità. (...)
Speculare e collegata a questo c'è la paura di essere riconosciuti per quel che si è, l'attitudine a dissimulare, che non va beninteso confusa con la tutela della intimità e privatezza né con la volontà di non esporsi a giudizi e sguardi distruttivi. Il che significa che la maschera non è solo un espediente giocoso del Carnevale, ma è qualcosa che inerisce al nostro comportamento sociale, e che non è privo di gravi insidie e ambiguità. Oggi la maschera tende a non essere sovrapposta al viso e al corpo, ma a far tutt'uno con essi. (...) L'imperativo è, invece, creare "immagini" vincenti e brillanti; presentare "volti" seducenti, magari incompetenti e manovrabili; assumere le maschere più convenienti: affettando una compunta serietà o esibendo sfrontata trasgressività. Ciò che spesso si cela dietro a questo è meschinità, mediocrità, arrivismi, avidità ed egoismi individuali e di gruppo, noncuranza del bene comune e sprezzo degli altri.
La Quaresima è un invito non solo a sfilarsi le maschere e por fine allo scatenarsi del Carnevale, ma a far cadere le maschere della finzione, le identità false che assumiamo per piacere e avere successo, a riconoscerci e ad accettarci per quel che in verità siamo e per quel che per grazia siamo resi in grado di essere: nel nostro limite e debolezza, ma anche nella nostra grande dignità e potenzialità; è un invito a «rientrare in noi stessi» (Luca I 5,17) per andare oltre noi stessi verso l'altro e verso Dio; a curarci autenticamente di noi, e non delle maschere, profumandoci la testa e lavandoci il volto (Matteo 6,16), chiedendo a Dio il collirio che guarisce la nostra cecità (Apocalisse 3, I b), «digiunando» dalla nostra tronfia falsa immagine (Apocalisse 3, 17); a "scatenarci", cioè a liberarci dalla costrizione di apparire, nella società dell'immagine, liberandoci da ciò che ci impedisce di riflettere sul nostro volto il volto di Dio, di riconoscerlo in quello di ogni fratello in umanità e in tutte le manifestazioni del creato, che chiedono attenzione e cura.

in Jesus, 2 febbraio 2010
di donma , sabato 27 febbraio 2010 9.44
Se l'uomo si fa lupo
di
Enzo Bianchi
Mentire, rubare «non è il vero essere umano». Certo, solo gli esseri umani mentono e rubano, è proprio della nostra natura ferita cadere in comportamenti deprecabili, ma l'efficace uscita di Benedetto XVI contiene un senso ben più profondo.
Rubare, mentire e più in generale trasgredire uno dei dieci comandamenti - le dieci parole che narrano la verità intima dell'uomo - non è solo questione di commettere un peccato, di infrangere un precetto religioso, vuol dire anche e soprattutto tradire la propria e l'altrui dignità umana. Umano, infatti, non è ciò che fan tutti, cedendo al proprio istinto, assecondando il proprio egoismo o usando in modo distorto delle proprie capacità intellettive. Umano, invece, è ciò che rende l'uomo degno di tal nome, ogni gesto e parola che crea comunione, che accresce la vita, che manifesta solidarietà verso i propri simili. Homo homini lupus recita l'antichissimo adagio ma, appunto, così facendo l'uomo si mostra lupo non uomo!
In questo senso il messaggio biblico, e quello evangelico in particolare, sono una «buona notizia» innanzitutto antropologica: ci aiutano a capire, svelano ai nostri occhi l'autentica qualità dell'uomo. «Ecce homo!» ha esclamato Pilato di fronte a Gesù: un'espressione che da parte sua voleva solo additare l'imputato, l'uomo che si stava giudicando. Ma l'evangelista che narra la scena va più in profondità e fa di quell'esclamazione di un pagano l'annuncio che l'uomo secondo il pensiero e il volere di Dio è quel condannato ingiustamente, che non ha mai mentito né rubato ma, al contrario, ha proclamato e vissuto la verità fino a identificarvisi e ha donato tutto se stesso agli altri, nulla trattenendo per sé.
Quando diciamo che certi comportamenti appartengono alla «natura umana», che sono inevitabili, quando ne sminuiamo la gravità chiamando tutti a correi, quando ci rifugiamo nell'«errare humanum est», noi in realtà offendiamo la dignità umana, sviliamo l'uomo che invece è capace di pensare, agire, vivere secondo una volontà di bene e non di male. Del resto, quando alcuni gesti malvagi vengono portati all'estremo, la nostra reazione non è forse proprio quella di considerarli disumani, bestiali, estranei all'uomo come lo concepiamo idealmente? Il Vangelo ci dice - e Benedetto XVI ce lo ha ricordato - che in ciascuno di noi alberga l'uomo vero, creato a immagine e somiglianza di Dio, una persona capace di rapportarsi con gli altri e con le cose non nello spazio della preda e della menzogna, ma in quello della condivisione, della solidarietà, della verità che è carità, attenzione agli altri e alla vita piena.
di donma , venerdì 26 febbraio 2010 22.24

Grazie a tutti coloro che ci hanno accompagnato con la preghiera, l'attenzione, la lettura dei micro-post sul blog.

di donma , giovedì 25 febbraio 2010 21.37
 “Lo ha espresso il Concilio Vaticano II con una formula che viene ripresa da Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: l’uomo si realizza pienamente nel dono di sé. In altri termini, quando ci liberiamo dall’egoismo, dalla ricerca del successo, del potere, della gloria, e ci dedichiamo agli altri, siamo veramente uomini” .
C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 125

* “Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo e che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima”.
Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 30
di donma , mercoledì 24 febbraio 2010 20.59
“Di fatto la coscienza di Chiesa è spesso molto scarsa. Si ha una religiosità individuale, si compie una ricerca personale di Gesù e tuttavia manca il senso di Chiesa. E d’altra parte è normale che sia così, perché lo si acquista gradualmente, crescendo in essa, sacrificandosi e pagando di persona. E’ più facile vivere il senso di appartenenza in una comunità religiosa. E’ più difficile riferirlo alla Chiesa in quanto tale. Notiamo infatti una presenza di individualismo di gruppo, magari anche religioso, che non è vero e proprio sensus Ecclesiae. Posso dire sinceramente che nella mia esperienza ho vissuot da gesuita, fino all’età di cinquantatre anni, la solidarietà soprattutto con la Compagnia di Gesù. Quando sono diventato vescovo, allora ho capito che cos’è la solidarietà con la chiesa, con una comunità universale. In essa la mia appartenenza alla Compagnia di Gesù mi inseriva fortemente, in quanto ne era una specificazione concreta” (p. 57).
"Siamo chiamati ad approfondire il nostro inserimento nel popolo cristiano come grazia grande, fondamentale, e da cui tutte le altre derivano; l’essere il popolo di Dio, il vivere l’esperienza di chiesa, sono realtà da stimare al di sopra di ogni altro bene”.
C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 58

“Per Pietro, come per tutto il NT, l’unica forza generante, l’unico seme di vita nuova per sé incorruttibile, è la Parola del Signore. Ogni altra parola, ogni altra mediazione culturale e persino ogni mediazione teologica (…) non è propriamente generante e creatrice e incorruttibile nel senso assoluto in cui solo lo sperma (seme) della parola di Dio è incorruttibile”.
Giuseppe Dossetti
di donma , martedì 23 febbraio 2010 23.36

«Tu non puoi dire: “Amo il fratello, ma non amo Dio”. Come tu menti se dici: “Amo Dio”, quando non ami il fratello, allo stesso modo ti inganni se dici: “Amo il fratello” e ritieni di non amare Dio. Tu che ami il fratello, ami necessariamente colui che è lo stesso Amore; ora “L’amore è Dio” (1Gv), chiunque ama il fratello dunque necessariamente ama Dio».

Agostino, Trattato sulla prima lettera di Giovanni, IX, 10

“La nostra vita, la nostra quotidianità, il nostro corpo sono il vero sacrifico che si unisce a quello di Gesù. La vera dignità del cristiano è di essere un solo edificio con Gesù, essere il sacerdozio santo che offre il sacrificio della propria vita” .

C. M. Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 54
di donma , lunedì 22 febbraio 2010 22.24

Il testo di riferimento per le meditazioni di tutta la settimana sarà:
Carlo Maria Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, Piemme 2005

Obiettivo degli EESS:
“Cercare la volontà che il Signore mi presenta adesso, in questo particolare momento della mia biografia, del mio cammino, dei miei doveri, delle mie prove, delle mie speranze” (p. 16)

Sulla speranza escatologica
* “La speranza della vita eterna non è di per sé soltanto speranza della mia salvezza personale, di andare in paradiso, ma speranza che si manifesti il Regno, che venga il giudizio finale sulla storia, a mostrare la glorificazione del Cristo Risorto, che venga il momento in cui l’umanità intera riconoscerà la regalità di Cristo. E’ una speranza che muove tutto il  nostro operare, perché comincia a realizzarsi fin da ora e, a partire dai suoi segni premonitori, noi dirigiamo anche il nostro lavoro pastorale e apostolico” (p. 43).
di donma , domenica 21 febbraio 2010 9.26

Questo pomeriggio partiamo per gli Esercizi Spirituali ad Assisi, fino a venerdì.
Grazie per chi pregherà per noi!
Ci ritroveremo sul sito, con qualche aggiornamento (compatibilmente con i tempi e la preghiera!).

di donma , domenica 21 febbraio 2010 7.20
Messaggio di papa Benedetto XVI per la Quaresima 2010
La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)
Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).
Da dove viene l’ingiustizia? (continua)
di donma , sabato 20 febbraio 2010 11.23
L'impossibile Tigre Boschi
di Massimo Gramellini
«Sono profondamente dispiaciuto per avervi deluso. La fama e la ricchezza mi hanno fatto credere di essere esente dalle regole che tutti rispettano. Ma sono stato uno stupido, non si gioca con i valori. Ora spetta solo a me cercare di ricominciare». Osservata dall’Italia, la penitenza in mondovisione del golfista fedifrago Tiger Woods (Tigre Boschi) appartiene ad altre galassie. Da noi si dice: fra moglie e marito non mettere il dito. Quelli invece ci mettono le telecamere della diretta. Impensabile che Marrazzo o Delbono, per citare gli ultimi uomini pubblici coinvolti in vicende di sesso, si prestino a simili riti di purificazione.
Nei Paesi protestanti come gli Usa il reprobo non si limita a pentirsi. Prende l’impegno solenne di diventare un’altra persona. Il prezzo da pagare per il perdono non è tanto l’umiliazione pubblica, ma l’impossibilità di una recidiva. Il giorno che Woods venisse di nuovo pescato dietro qualche gonnella, per gli americani (e per gli sponsor che lo hanno reso ricco) sarà un uomo finito. Nell’Italia cattolica, invece, non esiste il concetto di «unica chance». Qui si pecca e si viene perdonati di continuo per reati veri, altro che un tradimento coniugale. E l’obiettivo del pentimento è farla franca per poterla rifare ancora. Anche se si è ricchi e famosi. Anzi, soprattutto. Provo a immaginarmi un noto leader che si scusa in tv con la moglie e giura ai fan che non la tradirà mai più. Sicuro che prima della fine gli scapperebbe una barzelletta sulle albanesi e dovrebbe ricominciare il suo discorso daccapo. All’infinito.
di donma , sabato 20 febbraio 2010 6.05

Per sorridere... pensandoci su!

E poi dicono che ridere allunga la vita....
Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio.
 Anche un'arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete.
 Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d'acqua (sì, per poi eliminarli in pipì, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berli).
Tutti i giorni bisogna bere un Actimel o mangiare uno yogurt per avere gli 'L.Casei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un'aspirina, per prevenire l'infarto, e un bicchiere di Vino rosso, sempre contro l'infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era.
 Se li bevi tutti insieme, ti può dare un'emorragia cerebrale, però non ti preoccupare,perché non te ne renderai neanche conto.
 Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché riesci a "produrne" tanta da poter fare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore.
 Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l'Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti... e così via finché ti rimangono 3 denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine...
Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.
Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno.
Già, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz'ora (attenzione: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz'ora diventa una). 
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando vai in vacanza, suppongo.Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare l'amore tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
 Bisogna anche avere il tempo di spazzare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o ... dei FIGLI???               
  Insomma, per farla breve, i conti danno 29 ore al giorno.
L'unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d'acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l'amore (tantrico) col compagno/a che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra. 
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi genitori. Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l'Actimel, e domani fate cambio.
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi Amici (che bisogna innaffiare come una pianta). Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d'acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo ... però devo andare urgentemente al bagno. E ne approfitto per lavarmi i denti....

di donma , sabato 20 febbraio 2010 5.43

1. Disciplina della Chiesa cattolica e prospettive di riflessione.
2. Prospettive della tradizione protestante.
3. Teologia e prassi delle Chiese ortodosse.

di donma , venerdì 19 febbraio 2010 6.23
In calo le offerte alla Chiesa
La crisi economica colpisce le offerte dei fedeli di strati sociali medio-alti e sono in flessione anche le donazioni di enti pubblici e privati per le opere di carità della Chiesa cattolica.
di Giacomo Galeazzi
Cala l’elemosina alla Chiesa, resiste solo l’obolo della vedova. La crisi economica colpisce le offerte dei fedeli di strati sociali medio-alti e sono in flessione anche le donazioni di enti pubblici e privati per le opere di carità della Chiesa cattolica. A resistere è tuttavia il cosidetto «obolo della vedova», ovvero le poche euro, inviate tramite appositi bollettini postali, da una popolazione povera composta per lo più da madri di famiglia, vecchiette e pensionati che risparmiano sulla spesa quotidiana. Lo riferisce all’Osservatore Romano monsignor Giovanni Pietro Dal Toso, sottosegretario del Pontificio Consiglio «Cor Unum», il dicastero vaticano della solidarietà. Dove la crisi si fa sentire di più «è nel settore del finanziamento dei medi e grandi progetti in favore dei Paesi poveri. Sono diminuiti drasticamente sia le donazioni sia i fondi pubblici destinati a questo scopo», spiega il presule. La macchina della carità del Papa anche quest’anno ha distribuito circa sei milioni e mezzo di dollari statunitensi, destinati a popolazioni colpite da calamità naturali e al finanziamento di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Intanto diminuiscono anche le quote dell’otto per mille destinate alla Chiesa cattolica: dal 2008 al 2009 il calo è stato del 3,8%. I fondi attribuiti dallo Stato alla Chiesa in base alle firme dei contribuenti sono scesi da 1002,5 milioni di euro a 967,5 per il sostentamento del clero, la carità, il culto, la pastorale. Il 2009 rappresenta il punto minimo delle entrate dell’ultimo triennio.
di donma , giovedì 18 febbraio 2010 6.06
Coda: «Purifichiamo la fede, nuovi linguaggi per dire Dio»
intervista a mons. Piero Coda a cura di Lorenzo Fazzini
Mai Dio senza l’altro. Facendosi coinvolgere nei silenzi e parole dei non credenti. Perchè questa è l’economia della salvezza di Cristo. Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana , è «entusiasta» del «cortile dei gentili» quale metafora di quel confronto che l’attuale pontefice chiede con i non credenti.
Quale la dinamica di questo dialogo?

«Quando è condotto senza intenzionalità ideologiche, il dialogo chiede al credente una testimonianza coerente di vita e di intelligenza del Dio fattosi uomo in Gesù Cristo. Il Concilio afferma che c’è bisogno di una purificazione della fede: ciò significa liberarla dalle incrostazioni desuete accumulatesi nei secoli perché brilli oggi nella sua luce sempre attuale ».
Quali le 'incrostazioni' più urgenti da purificare?
«Penso a quanto Giovanni XXIII diceva nell’indire il Concilio, ovvero il concetto di aggiornamento: la sostanza della fede è immutabile, mentre il linguaggio che la esprime va plasmato sintonizzandosi sui segni dei tempi. Viviamo una situazione di epocale transizione culturale. Abbiamo ereditato una forma di chiesa radicata nel tardo Medioevo: la modernità, la società plurale, l’innovazione tecnologica, i movimenti migratori provocano la Chiesa a essere più plastica, affinché vi giochino il loro ruolo attivo tutti gli stati di vita. Urge far spazio a una coscienza cristianamente formata secondo il vangelo e la dottrina cristiana che penetri tutte le realtà antropologiche e sociali. Serve più spazio alla dimensione femminile. C’è bisogno insomma di più profezia come testimonianza della novità evangelica e come espressione di pluralità».
Il dibattito culturale è segnato dai 'nuovi atei'. Da essi vi sono contributi positivi al confronto tra laici e cristiani?
«Mi sembra che l’atteggiamento aggressivo di alcuni autori abbia caratteristiche diverse rispetto all’ateismo di forte convinzione e di fragile ideologia degli anni Sessanta. Tale atteggiamento, a mio parere, nasce da due prospettive: esiste un ritorno ideologico corrosivo, regressivo e non produttivo contro la tradizione cristiana; e c’è un disincanto per cui la testimonianza di Dio offerta dalla Chiesa non intercetta le domande più profonde. Vi è qui una richiesta ai credenti di maggior radicalità non solo esistenziale ma anche culturale. La cultura cristiana è a un punto cruciale: o si rifonda a partire dall’evento di Gesù Cristo morto e risorto, e vivo nella storia, oppure decade ed è emarginata. Il cristianesimo può offrire al mondo una nuovissima fioritura di sé. A un recente dibattito il filosofo della scienza Orlando Franceschelli, parlando della proposta cristiana, diceva: 'Non ci siamo ancora detti il meglio'. Dobbiamo trovare nuovi linguaggi, argomentazioni e concettualizzazioni per i nostri interlocutori: la loro attesa è così profonda che altrimenti resta delusa».
Come riuscire a dire Dio oggi?
«Non si può dire Dio senza l’altro. Non posso parlare di Dio senza che colui al quale mi rivolgo entri a determinare il mio dire. Sono chiamato ad ascoltare il silenzio, la parola e il grido dell’altro. Devo accogliere quel che lui mi dice, anche nella sua critica. Questo atteggiamento ha un fondamento teologico: il Dio di Gesù dice la sua Parola all’uomo al punto da farsi uomo, anzi il grido dell’uomo».
Cosa significa questo nel nostro contesto culturale?
«Ad esempio, non si può dire Dio senza quel che la scienza e le sue scoperte sull’universo ci comunicano. Dire Dio passa sempre attraverso una determinata concezione cosmologica. Dante ci ha parlato di Lui secondo la visione dell’universo del suo tempo. Oggi non siamo ancora capaci di questo. Già capire tale scommessa è un traguardo importante ».
in “Avvenire” del 29 gennaio 2010
di donma , giovedì 18 febbraio 2010 6.01
Un'indagine Demos-Coop dimostra che le nuove generazioni s'informano via Internet e lo fanno in modo molto attivo
Da internauti a "infonauti": i giovani e la democrazia web
La rete è anche la via principale d'accesso a tv e radio
di Luigi Ceccarini e Martina Di Pierdomenico
I giovani sono protagonisti importanti di questa dinamica. In sette casi su dieci utilizzano quotidianamente internet per informarsi, al pari della Tv. E molto più del giornale cartaceo (19%) o del satellite (37%). E' un dato interessante se consideriamo che vengono spesso rimproverati di informarsi poco. Evidentemente bypassano i canali tradizionali ricorrendo alla rete. Tutto questo avviene, secondo l'indagine Demos-Coop, nel quadro di un utilizzo più diffuso delle tecnologie digitali per informarsi. (...) I più giovani sono nativi digitali, come li ha definti Marc Prensky. Sono fruitori "impegnati" di questa tecnologia. Il 74% di chi ha un'età compresa tra 15 e 24 anni (+19 punti percentuali rispetto al 2007) e il 63% di quelli tra 25 e 34 anni (+15 punti percentuali rispetto al 2007) dichiarano che per informarsi utilizzano internet "tutti i giorni". Questo stile, come prevedibile, si riduce progressivamente nelle successive coorti di età. Fino ad arrivare al 7% tra quanti hanno superato i 64 anni. Ciò è dovuto al fatto che le risorse individuali necessarie a fare di internet uno strumento di uso quotidiano - non solo di informazione ma anche di lavoro e svago - sono meno disponibili presso i settori più adulti della popolazione. (...)
Internet caratterizza il loro stile di informazione, per questo oltre a internauti potremmo definirli info-nauti. (...) Dall'indagine si rileva una significativa differenza generazionale nell'approccio agli strumenti di informazione. Gli utenti più anziani tendono ad essere fruitori "passivi", si affidano alla rigidità dei palinsesti della tv tradizionale e delle pagine stampate dei quotidiani cartacei. Gli info-nauti invece valorizzano l'interattività e la flessibilità dei sistemi digitali di informazione. Sono fruitori "attivi", che costruiscono in modo individualizzato l'approccio ai new media.
Un altro punto importante che emerge dall'indagine riguarda il nesso democrazia e comunicazione; i cittadini intervistati ritengono che indipendenza e libertà di informazione oggi appartengano in primo luogo alla rete internet (35%). Poi alla Tv (25%), quindi ai quotidiani (20%). Generalmente nella credibilità di un media si riflette la conoscenza e l'utilizzo dello stesso. Per questo il dato su internet appare particolarmente significativo, perché è meno utilizzato della Tv (87% vs. 38%), ma nonostante ciò viene ritenuto più democratico. Detto in altri termini: si guarda la Tv ma non ci si fida troppo. (...) Da un lato, quindi, i giovani si fanno promotori di innovazione, privilegiando la rete come arena del confronto democratico. Dall'altro, sono anche portatori di elementi tradizionali. Le classiche fratture ideologiche si riflettono infatti nel mondo dei nuovi media. Gli info-nauti si configurano come estensione, nel virtuale, della politica reale.
di donma , mercoledì 17 febbraio 2010 7.49

Spidlík, il profondo respiro dell’Oriente

Dal Centro Ezio Aletti, nel cuore di Roma a pochi passi dalla basilica di Santa Maria Maggiore, il cardinale gesuita Tomás Spidlík, che domani, 17 dicembre, compirà 90 anni rilegge il suo Novecento con grande gratitudine per i doni ricevuti. Circondato dalle icone della spiritualità orientale e dai dipinti e mosaici del suo confratello Marko Ivan Rupnik tornano alla mente di questo anziano porporato, nato nel 1919 a Boskovice in Moravia, come in un album dei ricordi, i grandi autori, da Pavel Florenskji all’amato Teofane il Recluso, che hanno costellato la sua vita di intellettuale cattolico più studiato nel mondo ortodosso per la sua conoscenza della spiritualità dell’Oriente cristiano.
L’opera di questo gesuita sembra una lunga citazione (140 libri e più di 600 articoli, tradotti in tutto il mondo...). Ma dietro al cordiale sorriso e alla flemma di questo cardinale si annida la speranza ecumenica di sempre sul futuro del Vecchio Continente: che la Chiesa di Occidente impari, secondo la celebre frase del poeta russo Vjaceslav Ivanov, a «respirare con ambedue i polmoni».
Eminenza, qual è il bilancio dei suoi 90 anni e in sintesi del suo Novecento?
«Guardando indietro, sono stupito dei grandi segni della Provvidenza che mi ha protetto nei difficili periodi del Novecento: la crisi dopo la prima guerra mondiale, l’occupazione nazista, il totalitarismo comunista, la ricerca dell’identità nell’esilio. L’inno nazionale della Cechia comincia con le parole: Dov’è la mia patria? La mia risposta è semplice: sono ciò che sono nato e ringrazio tutti gli altri Paesi, soprattutto l’Italia, che mi hanno aiutato a sviluppare attraverso lo studio e la spiritualità ciò che mi fu impedito nella mia terra natale».
Lei ha conosciuto bene uno dei grandi testimoni del Novecento, Giovanni Paolo II. Qual è il suo ricordo?
(...)
«Concordo con la preoccupazione del cardinale Biffi. L’Anticristo viene presentato come l’uomo ideale, che pensa di risolvere tutti i problemi umani adoperando bene la ragione e la volontà, ma senza Cristo. Il suo successo finisce in una catastrofe mondiale. Il rischio, a ben vedere, è in fondo evidente, seppur con connotati diversi, anche nella nostra cultura e mentalità corrente, che vuole vivere senza Dio».
Citando il suo amato Dostoevskij sarà, secondo lei, la bellezza a salvare il mondo?
«Credo di sì. Anche Solov’ëv amava citare questa frase. Il suo significato più autentico è quello di superare l’aspetto estetico. Il "bello" è ciò in cui si riesce a vedere un elemento che lo supera, elevandolo. Il carbone e il diamante, ad esempio, sono chimicamente uguali. Eppure il carbone è brutto perché in esso non vediamo nient’altro. Al contrario il diamante è bellissimo perché vi risplende la luce. I gradi della bellezza sono diversi. Ma non c’è dubbio che la sintesi e il paradosso di tutto questo è racchiuso nella figura del Cristo, che raccolse su di sé le grandezze ma anche le miserie dell’umanità nell’Incarnazione».
Filippo Rizzi


di donma , martedì 16 febbraio 2010 8.22
Supertelegattone
di Massimo Gramellini
Negli ultimi giorni si sono visti in tv: vari telegiornali giocare di replay sulle immagini dello slittinista georgiano mentre va ad ammazzarsi contro un pilone; alcuni concorrenti del Grande Fratello prendersi a frustate in una replica della passione di Cristo; un conduttore della «Prova del cuoco» rievocare con compiacimento certe ricette a base di gatto che si cucinavano durante la guerra. L’unico a perdere il posto in tronco è stato il magnagatti. Se ne possono trarre riflessioni interessanti sullo stato di catalessi collettiva che ci opprime e sulle pochissime cose che ancora riescono a incrinarlo. Gli animali domestici, appunto. L’elogio della cocaina antidepressiva. Le tangenti, ma solo se consistono in prestazioni sessuali: quando sono in denaro strappano tutt’al più uno sbadiglio di rassegnazione. La violenza nemmeno quello, come se la tecnologia avesse trasformato la morte di un uomo in un videogioco. Quanto alla volgarità, ormai è una manifestazione di simpatia.
I televisionari avranno preso nota. Coca, gatti, trans, ecco le residue autodifese da abbattere. Prossimamente sui nostri schermi aspettiamo di vedere gatti cocainomani che graffiano trans, trans che mangiano gatti in compagnia di fisioterapiste di mezza età, politici cocainomani intercettati a un festino di gatti trans. Allora nulla avrà più il potere di stupirci e si sarà raggiunto l’obiettivo: il rincoglionimento completo dell’umanità. Quel giorno, mi auguro, i gatti prenderanno il potere e incominceranno a mangiare noi.

  

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