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Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Minimize

Betti no
di Massimo Gramellini
È giusto dedicare una via di Milano a Bettino Craxi nel decennale della morte? Proviamo a sollevare lo sguardo dalla rissa che si è di nuovo scatenata intorno allo scheletro per mere ragioni di bottega. Comunque la si pensi, il personaggio esce ingigantito dal paragone con i nani dell’attualità. Ma anche il riconoscimento più entusiasta delle sue qualità politiche non può passare sopra una considerazione semplicissima: si tratta di un uomo che morì in contumacia dopo che la magistratura, in nome del popolo italiano - cioè nostro - lo aveva dichiarato colpevole di corruzione.
Ora, uno Stato che non sia una barzelletta può rendere pubblico omaggio a un cittadino che lo stesso Stato aveva condannato in via definitiva al carcere? Per farlo dovrebbe negare alla magistratura che lo processò ogni legittimazione. Dovrebbe riconoscere che in quegli anni in Italia non esisteva un sistema di poteri condiviso dalla comunità, ma una guerra civile fra bande contrapposte che, dopo una vittoria iniziale dell’ala giacobina, portò a una restaurazione incarnata dal migliore amico di Craxi e osteggiata di continuo dai rigurgiti degli sconfitti. E’ una visione dissociata della storia patria, e personalmente me ne dissocio. Poiché lo Stato è sempre lo stesso - il nostro - sia quando sugli altari sale il pool di Mani Pulite sia quando ci sale Berlusconi, riterrei più giusto lasciare la figura del politico Craxi al giudizio degli storici e dedicare una via di Milano alla poetessa incensurata Alda Merini.

In cammino... prendiamo il largo!
Donaci, Signore, il coraggio di lasciare gli ormeggi delle nostre sicurezze, delle nostre abitudini per iniziare a metterci in cammino. Non abbiamo da temere, Signore: getteremo le reti sulla Tua Parola. Fino ad ora vane sono state le fatiche, confidando sulle nostre sole forze. Ci chiami a metterci in cammino per seguire le Tue orme. Orme a volte stanche, ma sicure. Quieta i nostri cuori, perché possa venire la Tua Parola e possa illuminare i nostri passi. Dacci più fede, Signore, e il coraggio di saper osare anche quando tutto intorno a noi frena gli slanci dell'annuncio. Ti chiediamo, Signore, il tuo aiuto perché la Chiesa sia sempre in mare aperto e non in tranquille acque che danno sentore di morte. Ti ringraziamo di averci scelti e averci dato fiducia. Manda ancora, Signore, uomini e donne che abbandonano tutto per mettersi in cammino verso terre sconosciute. Molti versano il loro sangue sui passi dei lieti annunzi. Ti preghiamo per loro, Signore. Dà anche a noi lo stesso coraggio. Signore, compagno del nostro cammino, metti in noi l'impazienza per allungare il passo e raggiungere i solitari della strada. Rimettici in cammino, quando i nostri passi si fanno stanchi e ci trovi delusi ai bordi della strada per non aver pescato nulla. Continua ad essere il nostro buon Samaritano, versando l'olio della speranza. Nel nostro essere pellegrini, riempi ancora le bisacce col Pane del cammino e il Vino dei salvati. Accompagna i passi dei "pescatori di uomini" che hanno scelto di condividere il pane duro dei poveri della Terra. Infine, Signore nostro Dio, facci annunciatori di pace, là dove tutto parla di vendetta e di odio, di guerra e di violenza. Siano le nostre vite a parlare, sicuri che nulla è impossibile con Te e per Te.
A. M. Clemenza

Geniali i creatori di questa "serie" di episodi! Tutti da vedere: divertenti, fini, intelligenti!

Saper ascoltare gli altri, essere attenti silenziosamente,
esser loro presenti con lo sguardo attraverso un silenzio pieno di interesse e di attesa.
Saper ascoltare: vi assicuro che questo trasforma l'atmosfera rendendola fraterna.
Saper ascoltare è anche imparare a porre delle domande,
poiché questo è un modo per tradurre la nostra attenzione
ed il desiderio che è in noi di ascoltare.

J.A. Mortimer, Come parlare come ascoltare, 76-77

Signore Gesù, che dalla casa del Padre
sei venuto a piantare la tua tenda in mezzo a noi;
tu che sei nato nell'incertezza di un viaggio
ed hai percorso tutte le strade,
quella dell'esilio, quella dei pellegrinaggi, quella della predicazione:
strappami all'egoismo e dalla comodità, fa’ di me un pellegrino.
Signore Gesù, che hai preso così spesso il sentiero della montagna
per trovare il silenzio e ritrovare il Padre;
per insegnare ai tuoi apostoli e proclamare le beatitudini;
per offrire il tuo sacrifìcio, inviare i tuoi apostoli e far ritorno al Padre:
attirami verso l'alto, fa’ di me un pellegrino.
Devo ascoltare la tua parola, devo lasciarmi scuotere dal tuo amore.
A me, continuamente tentato di vivere tranquillo.
domandi di rischiare la vita, come Abramo, con un atto di fede;
a me, continuamente tentato di sistemarmi definitivamente,
chiedi di camminare nella speranza, verso di te,
cima più alta, nella gloria del Padre.
Signore, mi creasti per amore, per amare:
fa' ch'io cammini, ch'io salga, dalle vette, verso di te,
con tutta la mia vita, con tutti i miei fratelli, con tutto il creato
nell'audacia e nell'adorazione. Cosi sia.

Gratìen Volluz

Ora, è certo che un difetto della spiritualità cristiana sia stato quello di avere troppo spesso opposto ascolto e visione, e più radicalmente ancora, sensi e spirito [nota - La vita spirituale si è troppo nutrita di polarità presto divenute antitesi inconciliabili: interiore-esteriore, io interiore-io esteriore, sensibilità-interiorità, spirito-materia, ascolto-visione, corpo-anima... Il rischio è quello di arrivare a contrapporre e separare ciò che Dio ha unito, di non cogliere la complementarietà, l'intrinsecità, la fondamentale unità di quelle dimensioni, e di pervenire così a formulare spiritualità infedeli alla rivelazione biblica e anche nevrotiche e nevrotizzanti]. L'ascolto tende a inscrivere nel corpo, cioè nell'uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. Questa è la logica dello Shema' Jisra'el (cf. Dt 6,4-9: i comandi di Dio devono stare non solo fissi nel cuore, ma anche legati alla mano, appesi come pendaglio fra gli occhi, scritti sugli stipiti delle porte, ripetuti ai figli, proclamati in casa e lungo la strada, al momento di coricarsi e al momento di alzarsi...), che si oppone a ogni separazione fra interiorità e sensibilità e che cerca di raggiungere l'uomo in quanto tale, nella sua corporeità come in tutti gli ambiti del suo vivere: familiare, sociale, politico. Rabbi Shneur Zalman di Ladi afferma: "Se la Torà è fissata nei duecentoquarantotto organi del tuo corpo, tu la custodirai; altrimenti la dimenticherai". Chi, infatti, si dedica alla Torà, afferma la tradizione ebraica, ne porta i segni nella sua persona: «Proprio come il fuoco lascia un segno sul corpo di chi opera con esso, così le parole della Torà lasciano un segno sul corpo di colui che opera con esse. Proprio come coloro che lavorano con il fuoco sono riconoscibili, così i discepoli dei saggi sono riconosciuti dal loro modo di camminare, dal loro modo di parlare e dal loro modo di vestire».
Il cristianesimo poi, con l'incarnazione, rivela che il corpo umano è il luogo più degno di dimora di Dio nel mondo e afferma la connivenza profonda tra il sensibile e lo spirituale, tra i sensi e lo spirito, tra il corpo dell'uomo e lo Spirito di Dio. Dio è narrato dall'umanità di Gesù di Nazaret. Così la rivelazione biblica non oppone visione e ascolto, ma si sforza di pensarli insieme (e nella Bibbia al comando di tendere l'orecchio si accompagna quello di alzare gli occhi), non mette in contrapposizione i sensi e lo spirito, ma afferma l'essenzialità dei sensi per l'esperienza spirituale. Di contro a questo troviamo nella tradizione cristiana, soprattutto nelle sue espressioni "mistiche", una spiritualità dell'interiorità che si oppone radicalmente al piano della sensibilità... (continua - clicca qui sotto)

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Questa è la reale sub-cultura più diffusa in Italia. Sia da parte dei produttori, che dei fruitori, che dei finanziatori. E molti hanno interesse che resti così.

Farefuturo contro i film di Natale: «Basta, boicottiamo il cinepanettone»
Fondi pubblici per 1,5 milioni alla pellicola di Parenti - La fondazione di Fini attacca: il ministero chiarisca

(...) Inaspettatamente sul clima festoso delle pellicole che fanno cassetta - nei primi tre giorni di uscita, «Natale a Beverly Hills» ha fatto incassare 3 milioni 472 mila euro, come «Natale a Rio» nel 2008 - si abbattono gli strali della politica. Anzi del politically correct. La Fondazione Farefuturo attacca infatti l'ultimo prodotto da record di Neri Parenti: «Boicottiamo il cinepanettone».
Mentre a Roma e Milano le sale sono piene, Farefuturo affonda senza mezzi termini. Bocciando il film, afferma: «Non ci si può stare... Speriamo che qualcuno dalle parti del ministero della Cultura possa rivedere un po' le cose, o almeno provarci. Noi quest'anno, per protesta, il cinepanettone lo boicottiamo». Insomma, il ministero chiarisca perchè darà dei soldi al produttore per un film miliardario che non è certo un prodotto culturale. Nella sostanza, il web magazine della fondazione del presidente della Camera Gianfranco Fini critica la normativa in base alle quale film come «Natale a Beverly Hills», «avranno la possibilità di usufruire dei finanziamenti pubblici». Il tutto, sottolineano altri detrattori del genere cinematografico, «mentre il governo persevera in inauditi tagli al Fondo unico per lo spettacolo (Fus)». (...) Il cinepanettone è stato dichiarato ufficialmente "film d’essai", «e non per un qualche colpo di mano dei fan del supertrash o una resa incondizionata del fronte unito Critici & Castigamatti, ma per "merito" della legge italiana sul cinema». «(...) E' assurdo che la stessa pellicola benefici dei crediti d'imposta e degli aiuti fiscali e monetari pensati per sostenere gli esercenti più attenti e coraggiosi, quelli che, cioè, dovrebbero dare spazio ai film culturalmente più stimolanti». (...)
Già nei giorni scorsi l'agenzia Il Velino aveva sottolineato lo sconcerto di molti protagonisti della cultura davanti ai numeri dei finanziamenti pubblici al cinema. «Il produttore Aurelio De Laurentiis potrebbe ricevere fino a due milioni di contributi dallo Stato - scriveva il Velino alla vigilia di Natale - grazie al riconoscimento di “Natale a Beverly Hills” come film di interesse culturale. (...)

Luca Zanini

 

Nutrirci della Parola, per essere «servi della Parola» nell'impegno dell'evangelizzazione: questa è sicuramente una priorità per la Chiesa all'inizio del nuovo millennio. È ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una «società cristiana», che, pur tra le tante debolezze che sempre segnano l'umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre più varia e impegnativa, nel contesto della globalizzazione e del nuovo e mutevole intreccio di popoli e culture che la caratterizza. Ho tante volte ripetuto in questi anni l'appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall'ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Questa passione non mancherà di suscitare nella Chiesa una nuova missionarietà, che non potrà essere demandata ad una porzione di «specialisti», ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio. Chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo. Occorre un nuovo slancio apostolico che sia vissuto quale impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani. Ciò tuttavia avverrà nel rispetto dovuto al cammino sempre diversificato di ciascuna persona e nell'attenzione per le diverse culture in cui il messaggio cristiano deve essere calato, così che gli specifici valori di ogni popolo non siano rinnegati, ma purificati e portati alla loro pienezza. Il cristianesimo del terzo millennio dovrà rispondere sempre meglio a questa esigenza di inculturazione. Restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all'annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato. Della bellezza di questo volto pluriforme della Chiesa abbiamo particolarmente goduto nell'Anno giubilare. È forse solo un inizio, un'icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito di Dio ci prepara.
Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, n. 40,  6 gennaio 2001

Maternità, i nuovi tempi delle donne
Molte lavorano, per scelta, fino al termine della gravidanza. E vorrebbero una legge più flessibile
Fino all’ultimo respiro. E appuntamento. Con il pancione rotondo e l’agenda piena, sotto l’ala protettiva degli estrogeni e del progesterone, i compagni di viaggio delle mamme che scelgono di lavorare fino all’ottavo mese di gravidanza. (...)
Le lavoratrici col pancione, sempre più numerose, sono dappertutto. In politica, in tv, negli uffici, sedute alla scrivania accanto alla vostra. Sono le libere professioniste (17,5%), le dirigenti, le imprenditrici e le donne che lavorano in proprio (30,3%) le future mamme che, forti di un certificato medico di buona salute, scelgono di rimanere nel mondo del lavoro fino all’ottavo mese, grazie alla flessibilità della legge sulla maternità obbligatoria (...). Il 46% delle operaie interrompe il lavoro entro il quinto mese, ed è naturale che sulle statistiche incidano la pesantezza delle mansioni e i maggiori rischi per madre e feto. Ma ad essere cambiati favorendo la scelta di libertà della flessibilità, in generale, sono il ruolo delle donne nella società e la loro percezione di se stesse.
«Quarant’anni fa eravamo meno istruite e facevamo mestieri infinitamente meno gratificanti—spiega la professoressa Chiara Saraceno, sociologa —. Non a caso le dipendenti statali erano la categoria con maggiore tendenza a restare a casa appena possibile, una volta incinta. Oggi tutto è diverso, le donne investono di più nel lavoro, grazie al quale si sentono realizzate, e non vogliono mollarlo». Anche per paura di non ritrovarlo più. Una donna su cinque, in Italia, non torna a lavorare dopo il parto: al 23,9% non viene rinnovato il contratto, il 6,9% viene licenziato, il 69,2% si licenzia.
Ma è soprattutto il non pensarsi limitate, o addirittura malate, la grande rivoluzione culturale a cui stiamo assistendo. «Un corpo incinta, vivaddio, non è più scandaloso né indecente, non va tenuto nascosto, possiamo ascoltarci e decidere che sì, fino all’ottavo mese abbiamo voglia di lavorare: è questa la vera liberazione delle donne» gioisce la professoressa Saraceno. Sostenuta, nella sua analisi, dal punto di vista della medicina. «Viso trasognato, capelli luminosi, occhioni languidi: tutto, in caso di gravidanza felice, congiura a favore della bellezza della donna — dice la dottoressa Stefania Piloni, esperta in ostetricia e ginecologia, specializzazione alla clinica Mangiagalli di Milano e, particolare non secondario, madre di tre figli —. L’ottavo mese, poi, è il momento in cui il bambino sceglie la posizione di nascita. Una mamma non vede l’ora di conoscere la creatura che ha in grembo, ha voglia di contatti, socialità, incluso l’ufficio». (...)

Supermamme d’Italia unitevi. Senza esagerare. «Programmare concepimento e parto in base al calendario del lavoro non è una buona idea — conferma la dottoressa Piloni —. In Italia abbiamo un cesareo ogni tre parti, ma così non si rispettano i tempi del bambino». E che tristezza quegli interventi di plastica all’addome contestualmente al taglio, per far finta che nulla sia successo e tornare in forma subito. E il modello americano, mettersi in ferie per partorire, non aiuta. (...) Anche perché un’esperienza così normale, e insieme unica e potente come la gravidanza andrebbe centellinata, assaporata, vissuta in sacro raccoglimento. (...)

Gaia Piccardi

Coralità della vita
Da due anni sono Cappellano militare; ma d'onde viene alla mia vita spirituale questo senso tutto nuovo e originale di pienezza, di dilatazione e di gioia, ordinata e virile che erompe dalle mie profondità, anche nelle inevitabili angustie dell'ora e tra gli spettacoli più angosciosi della guerra? Perché altri Cappellani hanno confessato, come me, che la vita militare ha segnato una generosa rinnovazione del loro sacerdozio?
Sta bene: le Messe al Campo nude e solenni, le Comunioni folte e devote dei soldati, sotto la volta chiara dei cieli mattutini, la predicazione alla truppa - e i soldati ti succhian le parole dalle labbra, come i bimbi al seno della mamma - l'accostamento vasto e avventuroso dei lontani; ma siamo sempre nella zona esterna e sentimentale del fenomeno, perché queste forme, se togli la cornice drammatica, della guerra e delle armi, sono più o meno comuni anche al ministero sacerdotale del tempo di pace. E infine riguardano sempre l'apostolato, cioè gli altri.
Qui invece si tratta di un fatto strettamente personale, di una realtà interiore mai prima d'ora sperimentata, di una nuova e felice dimensione dello spirito che riguarda la mia personalità e quella soltanto.
Qualche cosa che nasce dalla immissione profonda dell'individuo nella massa, dalla consustanzialità dell'uomo con la tragedia del suo tempo e della stretta consanguineità con quelli che ne sono i protagonisti più diretti: i combattenti.
È il sentirsi efficacemente e sperimentalmente irradiati nella storia, fatti carne e sangue con la propria gente, attori di primo piano in questo dramma immane che dà allo spirito questa pienezza vitale, questa socialità gioiosa e questa coralità immensa.
La vita ordinaria del Sacerdote può nascondere l'ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa, nell'intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra lui e il popolo, e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti, uno stato di "splendido isolamento". Ma questo vivere sotto una stessa divisa che tutti accomuna nella stessa dura sorte, questo mangiare lo stesso pane (come è bello, in linea, quando arriva la spesa, mettersi in fila con gli altri per ricevere la razione!), questo dormire uno accanto agli altri, distesi per terra, nell'uguaglianza macerante della stanchezza e del sonno, questo marciare incorporati nel Battaglione, polverosi come gli altri, col sacco in spalla come tutti, cantando a piena voce le canzoni alpine, dà il senso vivo di una comunione così intima e così eroica, che ogni cosa, anche la più umile e ordinaria, si trasfigura nello spirito all'altezza e alla solennità di un rito e di un sacerdozio nuovo.
Due volte questa sensazione corale mi balenò con un'evidenza così luminosa e così prepotente da sobbalzarne come per un'improvvisa folgorazione interiore. La notte che mi svegliai di soprassalto ai bordi della strada sassosa (erano i giorni dell'avanzata in Grecia e all'alt eravamo piombati a terra come sacchi vuoti) e vidi dilungarsi nella luce fredda e lattiginosa dell'alba la fila dei corpi abbattuti pesantemente nel sonno, come una lunga catena di cui mi sentivo vivo e piccolo anello, e provai accanto a me il tepore umano e il respiro grave dei compagni che mi pressavano da ogni parte. E l'altra volta quando mi trovai copiosamente invaso da quei parassiti che i combattenti di tutte le guerre conoscono e che gli alpini chiamano "carri armati". Ne rimasi dapprima sorpreso e quasi avvilito; ma poi sentii scaturire dal profondo un impetuoso sentimento di allegrezza, di vitalità e di fierezza. Per la prima volta, mi parve comprendere - se è permesso - la sublime e oscura follia di san Benedetto Labre che andava levando ai suoi poveri questi ospiti indesiderati, per potersene riempire.
Se non temessi di forzare il significato delle cose, direi che, in questo sentimento, vi è un po' di quella compiacenza e intenzione per la quale il Cristo amava insistentemente chiamarsi "Figliuol dell'Uomo" o almeno l'eco della fierezza paolina per la quale poteva dire ai suoi connazionali: se voi siete ebrei, anch'io lo sono.
E il soldato domanda, esige dal Cappellano questa compartecipazione di vita. Quando, una volta, cedendo alla stanchezza, salii per una tappa sull'autocarretta - e nessuno dei competenti mi invidierà certamente questo mezzo di trasporto - i miei alpini non me lo perdonarono tanto presto. Ci volle un congruo periodo di "buona condotta" perché mi fosse dimenticato l'appellativo di... "Cappellano autocarrato".
Quando invece riesco a dividere pienamente la mia vita con gli alpini, allora, uscendo dai ranghi per la Messa al Campo, mi pare di gustare e attuare come non mai la pienezza e la verità saporosa della definizione paolina: «Il Sacerdote è scelto di mezzo agli uomini e per gli uomini è posto a trattare le cose di Dio». E se non m'illudo, mi pare di cogliere sul volto maschio della mia gente un tenue sorriso di soddisfazione e di fierezza.
Come se uno di loro fosse scelto, per tutti, a salire l'altare e offrire il sacrificio di tutti al Dio onnipotente.
don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 99-101

Lo stato paradisiaco è vicino
e gli animali selvaggi sentono nel sapiente o nel santo
il profumo di Adamo prima della caduta
e gli vanno vicino in pace.

Isacco il Siro, Trattato ascetico, 20

Riassunto dell'intruso
L'anno in cui sua madre lo partorì non era santo. I suoi, gli ebrei, avevano per legge di consacrare un anno ogni sette lasciando in pace il suolo. Il suo anno di nascita non apparteneva al ciclo dei sabbatici, al rituale imposto dal verbo shabbàt, cessare.
Non nacque in un momento di allegria, ma durante un viaggio, uno spostamento forzato. Il suo popolo amava i pellegrinaggi e si metteva in cammino volentieri per onorare qualche festività, Pasqua o altre, in Gerusalemme. Ma lui non nacque in un pellegrinaggio. I suoi si spostavano per un dovere triste e insidioso: obbedire a un censimento. Oggi noi siamo abituati a essere contati, iscritti e arruolati in elenchi, a disporre di molti contrassegni numerici. Alcuni di noi stimano giusto, cosi per scrupolo di conoscenza, rilevare anche le impronte digitali di donne e uomini arrivati a noi da fughe senza fine. Perciò da moderni non possiamo intendere la paura degli ebrei di allora, (...).
I suoi genitori erano in viaggio verso sud, andavano in Giudea a tappe forzate. Non erano ammesse eccezioni, anche una donna assai avanti nella gravidanza doveva raggiungere il suo luogo di conta, incolonnata insieme a tutti gli altri. Così partirono da Nazaret in due e a Betlemme diventarono tre. Era nato. Sua madre aveva avuto le contrazioni proprio lì, i suoi muscoli espulsori obbedirono a un luogo predisposto e prescritto: a Betlemme di Giuda è tenuto a nascere il Messia, il più aspettato intruso del mondo. Non era sabbatico quell'anno, non di pellegrinaggio era il viaggio dei suoi genitori.
Nacque sotto la coda e l'auspicio di una cometa, non un segno di buona fortuna secondo le credenze e le superstizioni antiche. Oggi sui presepi si appunta a medaglia la stellina con lo strascico d'oro a conforto della notte, ma allora la cometa fu uno spietato riflettore che denunciava luogo e avvenimento. Scrive Matteo che tre stranieri vennero da altro oriente per registrare il prodigio già annunciato dai loro calcoli, portando offerte solenni degne di una nascita di re. Il re in carica, Erode, se ne risentì, ebbe timore di un'usurpazione. Comandò una strage di bambini (continua a leggere...)

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L'esperienza di Gesù, irriducibile ai volumi dottrinali del sapere e alla potenza efficace del fare che vengono da Dio, è il luogo di una decisiva educazione sentimentale di Dio, per quanto attiene la sfera del modo in cui è vissuto dall'essere umano presso di sé in quanto uomo e donna. Dio conosce ogni cosa. E "sa ciò di cui avete bisogno". Conosce tutte le ragioni possibili dell'incredulità e della paura. Ma la sua decisione è proprio quella di non stabilire la sua relazione con l'uomo sul puro fondamento di questa sapienza; di non comprenderlo semplicemente dall'interno della sua esperienza di sé.
Pierangelo Sequeri, Il timore di Dio, 145

All'inizio del nuovo anno, dall'1 all'8 gennaio, parteciperò ad un pellegrinaggio in Terra Santa.
E' sempre un'esperienza spirituale ricchissima e anche questa volta vorrei portare nel mio cuore tante persone che conosco... e anche tanti di quelli che non conosco personalmente.
Questa per me è la quarta volta che torno nella terra di Gesù, ed è la prima da quando ho un sito-blog. Ho pensato quindi di estendere ai quattrocento visitatori quotidiani l'invito a farmi presenti i nomi e/o particolari intenzioni di preghiera da presentare al Signore nei luoghi santi.
E' sempre possibile mandarmi una mail al mio contatto sul sito; però trovo bello che gli altri naviganti possano accodarsi alle intenzioni di qualcuno (pochi o tanti che siano), quindi consiglio di aggiungere qui sotto un commento-intenzione personale (magari solo il nome).
Raccoglierò il tutto entro la mattina del 1 gennaio; poi non so se riuscirò ad accedere al sito durante il pellegrinaggio (e probabilmente è meglio staccare!).
Grazie a tutti coloro che si uniranno a questa idea; a tutti gli altri la richiesta di un sincero ricordo nelle loro preghiere.

don Chisciotte

 

Certamente non condivido metodo e merito di questo articolo de "Il Giornale".
Soprattutto trovo ingiusto (da una parte e dall'altra) questo chiudere gli occhi e aprire la bocca
per interesse, solo per interesse.
Tant'è vero che - se capitasse sotto un governo avversario -
se ne direbbero peste e corna.
Lo trovo inoltre offensivo verso chi ieri ha sofferto per il traffico.

Angelo Branduardi - Natale
dall'album Cercando l'oro (1983)
Verrà il giorno in cui lui ritornerà fermandosi alla tua porta. Come un tempo i gradini salirà sicuro di essere atteso. Tu cosa dirai, quando lui entrerà, cercando tra gli altri il tuo volto? Paura avrai, quando ti guarderà, che possa trovarti cambiata. Sorridi ora, aprimi ora la porta, ancora sarà Natale, vedi che sono tornato. E ridi ora, aprimi ora la porta, con me tu riderai, ora che sono tornato. Polvere e vento con sé lui porterà... profumo di terre lontane. Lui che ha visto i paesi e le città che tu hai soltanto sognato, chissà oltre il mare quante cose ha lasciato... E tu che hai soltanto aspettato dall'ombra uscirai, spiando il suo volto, stupita nel primo vederlo. Sorridi ora, aprimi ora la porta, ancora sarà Natale, vedi che sono tornato. E ridi ora, aprimi ora la porta, con me tu riderai, ora che sono tornato.

 

L'idea di questo pezzo è buona, ma - secondo i miei gusti - si ammanta troppo di religiosità "nazional-popolare" e di "buoni propositi" buonisti, tirati fuori nei giorni di Natale. Comunque ho voluto pubblicarlo, sperando che il lettore attento abbia dei robusti anticorpi alla demagogia.

Il Natale e l'obbligo della felicità
di Claudio Magris

A Lima, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%. Le ragioni — dice sul Comercio , il più importante quotidiano peruviano, il direttore dell’Istituto Guestalt, Manuel Saravia Oliver — possono essere fin troppo ovvie. Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae. Chi ha detto che il Natale debba essere un karaoke della felicità, in cui Minnie e Topolino si vogliono eternamente bene, le famiglie sono sempre unite e i buoni sono anche contenti, tutte cose false sia in quella settimana sia nelle altre cinquantuno dell’anno? Il Natale ricorda la nascita di un bambino venuto al mondo nel più grande anche se finora fallito tentativo di portare la pace agli uomini — fallito non per colpa sua, ma perché la pace doveva essere portata, come sta scritto, agli uomini di buona volontà e di questi ultimi se ne vedono pochi. Quel neonato di Betlemme è inoltre destinato, nella sua opera di redenzione, a morire fra tremendi dolori fisici e morali di una morte infame, sulla croce; non promette la felicità, né in pillole né in panettoni, tant'è vero che, vedendo come va il mondo, quel bambino, cresciuto, dirà di essere venuto a portare non la pace, ma la spada. Non è un caso che, a Natale, si pensi sempre meno a lui, sostituito dal faccione paonazzo e svampito di Babbo Natale, giuliva e stolida caricatura della felicità. Quest’ultima non sembra più essere uno struggente e lacerante desiderio del cuore, bensì un obbligo sociale. Bisogna essere felici; altrimenti, che vergogna. Ma perché la felicità... (continua a leggere il resto del post)

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Un pensiero affettuoso per tutti coloro che sono bloccati in strada a causa delle neve...
da noi che siamo fortunati ad abitare e lavorare (per lo più) nello stesso luogo!

L'Imbarazzato
di Massimo Gramellini
Salve, faccio parte della tribù quasi estinta degli Imbarazzati. Il tipico asociale che sul treno, appena il telefono comincia a vibrare, si alza di scatto ed esce in corridoio a biascicar parole a mezz’asta. Poi rientro nello scompartimento per ascoltare le conversazioni degli altri. Conversazioni squillanti e istruttive, concluse dalla nuova formula di congedo vagamente cinese: «cia-ciao». Apprendo dalla viva voce della signora accanto al finestrino che sua figlia è stata respinta a un esame per aver copiato il compito sbagliato: succede. Apprendo dalla vicina di posto che sua sorella ha problemi di dissenteria, e la cosa mi addolora, anche perché starei mangiando un panino. Apprendo che la moglie del mio dirimpettaio si è scordata di fare la spesa e la grave mancanza innesca un litigio coniugale sui massimi sistemi, tale da comportare una interruzione momentanea delle comunicazioni. Lei richiama, lui lascia trillare a lungo (ha la suoneria dei «tre piccoli porcellin», lo giuro) e infine risponde. Pace fatta, per la soddisfazione di tutti i passeggeri. Il mio telefono torna proditoriamente a vibrare e scappo in corridoio. «Perché va fuori a parlare?», commentano alle mie spalle. «Non vorrà che ascoltiamo quel che dice».
Sì, lo ammetto, anche quello. Però non solo quello. C’è il timore di infastidire il prossimo e - si potrà dire? - un po’ di vergogna: cascami di maleducazione familiare che purtroppo trent’anni di tv-verità non sono ancora riusciti a debellare. Questo vorrei rispondere al signore dei tre piccoli porcellin. Ma quando rientro nello scompartimento sta urlando al telefono.

Ogni giorno ha il suo video
di Marco Belpoliti
Viviamo nella videocrazia totale, sotto il dominio pieno e incontrollato dei mezzi di riproduzione visiva e sonora. Un presidente del Consiglio registrato nella sua camera da letto con un cellulare, un killer che è colto in flagrante delitto da una telecamera, un viado che archivia nel computer gli incontri intimi, le maestre dell’asilo colte in flagrante con un videoriproduttore, la terza carica dello Stato registrata da una telecamera e da un microfono. Nessuno sfugge alla sorveglianza continua dei registratori audio e video, nemmeno i potenti, quelli che un tempo erano connotati dalla distanza, dall’invisibilità, dall’assenza. Il potere come lontananza si è dissolto nella prossimità assoluta del vedere e del far vedere. Tutto è cominciato a metà degli Anni Sessanta quando la diffusione delle macchine fotografiche e dei registratori ha immerso le società occidentali in un vortice d’immagini e di risonanze; allora le piccole fotocamere, i registratori portatili, le cineprese, hanno iniziato a registrare la vita privata di molti, se non proprio di tutti. Come ha notato Christopher Lasch la stessa cultura del narcisismo si è fondata sulla procedura della registrazione, poiché, non solo gli strumenti visivi e sonori a disposizione del grande pubblico trascrivono l’esperienza, ma ne hanno alterato la qualità stessa, «dando a gran parte della vita moderna l’apparenza di un’immensa camera dell’eco, di una sala degli specchi».
Da almeno cinquant’anni tutti noi siamo inquadrati, lo sappiamo, e perciò guardiamo in camera sorridendo: Smile! Gli occhi artificiali di cineprese, macchine fotografiche, telecamere, cellulari, non ci colgono più impreparati. Il sorriso è sempre stampato sul nostro viso, e tutti conoscono oramai in modo certo l’angolatura che mette in luce il proprio lato migliore. L’accentuazione dell’elemento visivo, poi, ha fatto emergere l’autoesame di sé che secondo Lasch produce il narcisismo di massa, un evento che, mentre accentuava le prerogative degli individui, al tempo stesso li dissolveva in una serie successiva d’immagini. Grazie ai video dei nostri riproduttori tascabili, la nostra vita somiglia sempre più a quella di simulacri: le nostre immagini ci hanno sostituito, così che il problema diventa quello di somigliare a esse, e non più viceversa, verificare che le immagini ci somiglino.
Quando non ci saremo più quelle registrazioni esisteranno ancora, archiviate per sempre, in una sorta di limbo virtuale dove l’eternità somiglierà sempre più al quarto d’ora di notorietà evocato da Andy Warhol. Del resto, l’artista americano è il vero profeta del XXI secolo; lui ha dimostrato con film che durano ore e ore, registrando i minimi spostamenti di un uomo che dorme o la facciata atona di un grattacielo di New York, che ogni immagine è insignificante in sé e al tempo stesso ha un valore assoluto. Si tratta di quella «immanenza delle immagini» di cui parla Jean Baudrillard a proposito dell’opera dell’illustratore di Pittsburgh: inespressività meticolosa e volontà di insignificanza, che poi è la versione contemporanea dell’antica volontà di potenza. L’implacabile democrazia delle immagini, in cui siamo immersi, fa sì che il video di un efferato delitto e quello del compleanno di nostro figlio saranno in un futuro non troppo lontano perfettamente intercambiabili, poiché non avranno bisogno di alcun giudizio, di nessun supplemento emotivo: le immagini, simulacri di noi stessi, saranno e basta, al di là del bene e del male. Nel mondo delle immagini riprodotte senza fine, e senza giudizio morale, vale l’aforisma: «Il Niente è perfetto poiché non si oppone a Niente».

Akuaduulza akuaduulza ma de un duulz che nissoen el voe beev
Acqua stràca e acqua sgunfia sciùscia i remuj e i gaamb di fiulìtt…
Lavandèra in soe la riva cul tò ass per pugià giò i genoecc
El savòn e la camìsa, sfrèga i pàgn e’l riflèss di muntàgn
E quest’unda vagabunda l’è una lèngua che bagna i paròll,
lèngua che rànza e lèngua redùnda, prema l’è timida e poe sbròfa tucc…
Akuaduulza akuaduulza troppa vòlta per fàss carezzà
Acqua ciàra o spurcelènta, tropa vègia per tràss foe i mudaand,
suta el ventru de ogni barca e sura la cràpa de ogni sàss
sura el rusàri de ogni memoria…ma sura de te resterà nissoen pàss..
gnanca el suu che te frusta la schèna o la loena che pucia giò i pee,
gnanca la spada de ogni tempesta riussirànn a lassàtt un disègn…
Akuaduulza akuaduulza acqua che scàpa e che poe turna indree
Acqua vedru e acqua perla prunta per tucc ma che spècia nissoen
Gh’èmm una fàcia de tartaruuga e gh’èmm una fàcia de pèss in carpiòn
Gh’èmm una fàcia che paar roba tua e urmai te vedum senza vardàtt
Quajvoen l’è scapaa da la spuzza dell’alga e poe l’è turnaa per lavàss i soe màn
Quajvoen l’ha spudaa in soe la tua unda e poe le turnaa cun ‘na lacrima in pioe
Akuaduulza akuaduulza quanta acqua impienìss questi oecc
Acqua negra e senza culpa, acqua santa senza resònn
E passa un batèll e passa un invernu e passa una guèra e passen i pèss
Passa el veent che te ròba el mantèll e passa la nèbia che sàra soe i stèll
Pescaduu che te làsset la spunda ne la brèva che càgna i vestii
Rèma i pee soe sta foeja che dùnda cun la canzòn che te voett mai finì…

L'abito fa il monaco
Spesso le apparenze non ingannano per nulla. Anzi, il «look» è un indicatore prezioso dei tratti caratteriali
Si può giudicare la personalità di uno sconosciuto già dall'apparenza fisica? Sì, secondo alcuni ricercatori americani che hanno pubblicato uno studio sul Personality and Social Psychology Bulletin. Gli psicologi hanno mostrato le foto di persone sconosciute a un gruppo di un centinaio di volontari, i quali sono stati in grado di cogliere vari aspetti della personalità delle persone ritratte, a cominciare dal grado di autostima, dall'estroversione e dalla religione. I volontari sono stati ritratti due volte, una in una posizione standard e inespressiva e l'altra in una posizione più spontanea e autentica. Successivamente a ogni volontario è stato chiesto di descrivere la propria personalità facendo riferimento a dieci tratti caratteriali. A questo punto l'autoritratto di ogni intervistato è stato integrato con il parere che gli altri ne davano basandosi sulla fotografia, riscontrando una sostanziale coincidenza tra il giudizio che ognuno dava di sè stesso e il giudizio altrui rispetto alla foto.
Nel caso delle foto spontanee il grado di attendibilità e di precisione nel giudizio è risultato inoltre ancor più elevato delle fotografie standard. Insomma, una foto autentica può rivelare a un attento osservatore moltissimo della personalità, dei gusti e persino delle inclinazioni ideologiche e religiose. E persino uno scatto un po' ingessato è in grado di dirci qualcosa dell'essenza degli individui. Questo non significa, precisano gli autori, che l'apparenza sia più importante della sostanza. La ricerca semmai sottolinea come «l'abito» sia spesso un modo attraverso cui si incanala e si rivela il carattere. Scrivono gli autori Laura P. Naumann, Simine Vazire, Peter J. Rentfrow e Samuel D. Gosling: «L'aspetto fisico è un modo attraverso cui la personalità si manifesta». Talvolta addirittura accade che l'aspetto fisico suggerisca in qualche modo un ruolo sociale e negarne l'impatto e l'importanza sarebbe sbagliato. Giusto dunque guardare anche all'apparenza, senza dimenticare però che esistono casi di «mimetismo caratteriale» che possono depistare. Ricordate Woody Allen in Zelig?
Emanuela Di Pasqua

Il saluto al Cavaliere
Uomo, non santo

Carissimo Silvio, ora Te ne vai riaggiustato dal San Raffaele! E che Dio sia ringraziato! Te ne vai più ricco, perché hai versato un po' del Tuo sangue per questo nostro Paese. Già avevi lavorato tanto e sofferto incomprensioni e umiliazioni. Tutto per fare il bene e distruggere il male! Così il buon Dio ha disposto perfino nel suo Figlio Gesù. Ti accompagni questa fierezza: le Tue fatiche, il Tuo entusiasmo, la Tua intelligenza, il Tuo sangue di uomo vero! Ho detto di uomo, non di santo.
don Luigi Verzè
Corriere della Sera, 18.12.09 - p.6

Natale: papa ingloba abete nella tradizione cattolica
di Giacomo Galeazzi
L'albero di Natale è un simbolo del cattolicesimo, anzi è il paradigma della vita dell'uomo che, illuminato dalla fede, porta tantissimi doni al mondo: lo ha sancito oggi Benedetto XVI, spiegando che "l'abete posto accanto al presepe mostra a suo modo la presenza del grande mistero nel luogo semplice e povero di Betlemme".Considerato una tradizione pagana e luterana, per secoli l'abete natalizio è stato tenuto lontano dallo Stato del Vaticano, dove era possibile ammirare solo il cattolicissimo presepe; ora invece risplende al lato dell'obelisco. "Nella foresta, gli alberi stanno vicini gli uni agli altri e ognuno di essi contribuisce a fare della foresta un luogo ombreggiato, a volte oscuro. L'abete, scelto tra una moltitudine e ricoperto di decorazioni sfavillanti... lasciando il suo abito scuro diviene il portatore di una voce che non è la sua ma che rende testimonianza alla vera Luce che viene in questo mondo", ha detto stamane papa Ratzinger di fronte a una delegazione della Vallonia - una delle regioni più verdi del Belgio e di tutta l'Europa - che ha donato alla Santa Sede l'albero di piazza San Pietro. Qualche ora dopo, all'imbrunire, il papa ha acceso con un pulsante dal suo appartamento il picea abies alto circa 30 metri e con un diametro di 7 portato fin qui dalla Foresta delle Ardenne e destinato comunque ad essere abbattuto per il diradamento, cioé per permettere la sopravvivenza delle piante vicine. Una scelta rispettosa della natura, in linea con la sensibilità ecologica di Benedetto XVI, ma anche di una tradizione antica riscoperta dal suo predecessore Giovanni Paolo II, molto legato all'albero di Natale, caro al suo Paese. Giovanni Paolo II riteneva che "l'abete sempre verde esalta il valore della vita, perché nella stagione invernale diviene segno della vita che non muore". A differenza del presepe, inventato secondo la tradizione da uno dei santi più amati dai cattolici, S. Francesco d'Assisi, l'albero ha infatti origini pagane: i sempre verdi erano considerati simboli della vita eterna, e addirittura dotati di una valenza magica, dagli antichi egizi come dai cinesi. Nel Medioevo venivano collocati all'interno o all'ingresso delle case europee per dare il benvenuto alla bella stagione. Più tardi, l'abete decorato entrò come simbolo religioso nelle case europee: una leggenda vuole che sia stato il padre del protestantesimo, Martin Lutero, a iniziare intorno al 1500 la tradizione dell'albero di Natale: la notte della Vigilia, stava camminando tra alberi ricoperti di neve, quando un rametto verde gli cadde addosso, scintillando tra i raggi di luna. Tornato a casa, Lutero ebbe l'idea di celebrare la nascita di Gesù illuminando un piccolo abete con alcune candele.

Ma per noi non si tratta semplicemente di sogni.
O se proprio si vuole, dei sogni di Dio, più lucidi di qualsiasi veglia.
Olivier Clément, Occhio di fuoco, 62

Io abito in questo posto. E ieri sera mi gustavo questa sensazione.

Vocazioni in crisi, un'idea estrema
di Giorgio Grigolli
Quelli del card. Martini non li considero quesiti accademici. Sorprende, semmai, che spesso rimangano là, a fare testimonianza solitaria. Ultimamente, sul «Corriere», ha alimentato il suo dialogo con i lettori, inserendo in rubrica un quesito penetrante, tra interrogativi di mondo attuale. Così superbo, sofferto, contraddittorio. Ha scritto che la Chiesa farebbe bene a «interrogarsi sulla sua grave situazione in Occidente», quanto a vocazioni: tra le altre cose, «anche una revisione delle norme di accesso al ministero potrebbe aiutare in questo senso». E' un tema che il cardinale ha rilanciato di recente in «Conversazioni notturne a Gerusalemme» e in «Siamo tutti sulla stessa barca», scritto con don Verzè: il celibato è «un grande valore e segno evangelico», ma «non per questo è necessario imporlo a tutti». Del resto, se nella Chiesa latina è un obbligo, quelle cattoliche di rito orientale ammettono preti sposati. Così Carlo Maria Martini ha proposto di discutere «la possibilità di ordinare viri probati», ovvero «uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità». Non è una voce isolata. Sul «Corriere» del 30 novembre, Gian Guido Vecchi, tra i convergenti, ha ricordato che nel 2005 il sinodo dei vescovi bocciò l'ipotesi di alcuni: «E' stata valutata come una strada da non percorrere». Ma il cardinale Peter Turkson, appena nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, tutto maiuscolo, spiegò: «La proposta dei viri probati è stata messa da parte, come poggiata su uno scaffale». Nulla di definitivo. E ogni tanto c'è chi la tira fuori. Quest'anno, a metà giugno, un cardinale autorevolissimo come Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha consegnato a Benedetto XVI un appello dei fedeli laici austriaci che chiedevano l'abolizione dell'obbligo del celibato. Ultimamente, la Costituzione apostolica con la quale il Papa ha definito le regole per gli anglicani che vogliono entrare nella Chiesa cattolica, ha previsto la possibilità che anche in futuro gli «ordinariati» degli ex anglicani possano chiedere al Papa, «caso per caso», di ordinare uomini sposati, «dopo un processo di discernimento basato su criteri oggettivi e le necessità dell'Ordinariato». Tuttavia, la norma sul celibato «non cambia», ha precisato il Vaticano. Ma c'è chi pensa che il "modello" potrebbe essere esteso in futuro. Benedetto XVI, comunque, non manca mai di insistere sull'importanza della «verginità consacrata» dei sacerdoti. «Quella dei viri probati è una questione su cui si deve riflettere, ma è una soluzione estrema, non "la" soluzione", ha detto Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo. Afferma poi che non sia vera la sensazione secondo la quale le vocazioni calino, in percentuale: «In alcune diocesi è il contrario: è che ci sono meno giovani in assoluto, il dramma dell'Occidente è la denatalità». La sua richiesta ai fedeli è di fare più figli. Pare, peraltro, che i connotati dell'economia non incoraggino, al momento. Momento prevedibilmente a corso lungo. Tornando al tema, un ragguaglio, più che una tesi, porterebbe a ricordare che il celibato dei preti non mette di mezzo una verità di fede, è una legge della Chiesa latina che risale al 1139 ed è stata poi fissata dal Concilio di Trento. Nell'attualità, andrebbero riconosciuti a Martini connotati di presenza e saggezza, nonostante quel suo persistente Parkinson. Anche l'insistenza a invocare nella Chiesa uno stile di confronto sulle attualità. Incurante, lui, dei rilievi su una propensione attribuitagli per un Concilio Terzo. Ha smentito. Ma è incoraggiante questa sua sottolineatura. Già nel 1999 aveva introdotto una subordinata. Mettiamoci a confronto, aveva detto. Aveva elencato temi: la carenza di ministri ordinati; la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali; la posizione della donna; la sessualità; la disciplina del matrimonio; il ravvivamento della speranza ecumenica. Una sottolineatura scarsamente raccolta presso l'ufficialità. Eppure, a conforto suo e di tanti, emerge un incitamento lontano. Fu quando, il 17 marzo 1950, a un congresso dei giornalisti cattolici, Pio XII sostenne la necessità che nella Chiesa si sviluppi un'opinione pubblica. Almeno sui temi esenti dal vincolo dell'infallibilità. Detto da Pio XII! La tesi dovrebbe persistere, è immaginabile. A meno che non la si voglia "tradurre" in una specie di muraglia dei principi detti non negoziabili. Prossima occasione di riscontro, il dibattito sulla legge del testamento biologico. Insostenibile il testo votato dal Senato, occorrerà intendere alla Camera le voci suadenti e costruttive.
da “Il nostro tempo” del 17 dicembre 2009

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