Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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di donma ,
domenica 29 novembre 2009 12.53
Bisognerebbe compiere tutte le cose e anche le più ordinarie, soprattutto le più ordinarie - aprire una porta, scrivere una lettera, tendere una mano - con la massima cura e l'attenzione più viva, come se il destino del mondo o il corso delle stelle dipendessero da questo, e d'altronde è vero che la sorte del mondo e il corso delle stelle ne dipendono.
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 19
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di donma ,
domenica 29 novembre 2009 12.32
"Nessuno mai vide Dio" (1Gv 4,12). (...) Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: Beato colui che pensa al povero ed all'indigente (Sal 40, 2). La carità ha orecchi e ne parla il Signore: Colui che ha orecchi da intendere, intenda (Lc 8, 8). Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te. E' mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede? Perché allora, quando si fa la lode della carità, vi sollevate in piedi, acclamate, date lodi? Che cosa vi ho mostrato? Vi ho forse mostrato alcuni colori? Vi ho messo innanzi oro e argento? Vi ho sottoposto delle gemme tolte da un tesoro? Che cosa di grande ho mostrato ai vostri occhi? Forse che il mio volto nel parlarvi si è mutato? Io sono qui in carne ed ossa, sono qui nella stessa forma in cui ho fatto il mio ingresso; anche voi siete qui nella stessa forma in cui siete venuti. Ma si fa la lode della carità e uscite in acclamazioni. Certamente i vostri occhi non vedono nulla. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore. Capite, o fratelli, ciò che voglio dire: io vi esorto, per quanto il Signore lo concede, a procurarvi un grande tesoro. Se si mostrasse a voi un vaso d'oro cesellato, indorato, fatto con arte, ed esso attraesse i vostri occhi e attirasse a sé la brama del vostro cuore, e la mano dell'artista vi piacesse così come il peso della materia e lo splendore del metallo, forse che ciascuno di voi non direbbe: "oh, se avessi quel vaso"? Ma lo avreste detto inutilmente, poiché non era in vostro potere averlo. Oppure, se uno volesse averlo, penserebbe di rubarlo dalla casa di un altro. A voi vien fatto l'elogio della carità; se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?
Agostino, 1a Lett. Giovanni 7, 10
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sabato 28 novembre 2009 8.24
Creme e trucco, aumenta il rischio allergie
La crema antirughe e quella idratante, dopo la doccia. Poi rimmel, rossetto, deodorante e ombretto. Le donne ogni giorno si spalmano su viso corpo e capelli circa 515 agenti chimici, secondo il calcolo fatto da una ricercatrice della casa cosmetica Bionsen. Per la cura del proprio corpo una donna moderna consuma quotidianamente «tredici prodotti in media– spiega Charlotte Smith autrice dello studio – ognuno dei quali è composto da più di 20 ingredienti, compresi additivi e addensanti». Per non parlare dei profumi, che arrivano a contenere un cocktail di 250 (ma possono arrivare fino a 400) agenti chimici. In alcuni casi i prodotti usati per farsi più belle e attraenti, si possono rivelare vere e proprie bombe chimiche. (...) Eczemi e follicoliti, insomma, sono rischi molto frequenti. «La cosmesi quotidiana è cambiata radicalmente negli anni – ha spiegato Charlotte Smith – prima era più acqua e sapone, oggi è una continua applicazione di creme autoabbronzanti, unghie finte, lampade, filler, capelli e ciglia allungate. Dietro queste pratiche si nascondono molti pericoli». Ricettacolo di composti dai potenziali effetti indesiderati sono i lucidalabbra (contengono 33 elementi), i mascara (29), le creme per il corpo (32 elementi) e le creme per le mani (persino le più naturali contengono fino a 11 agenti chimici). Molte associazioni di consumatori e ambientaliste da anni combattono per l’abolizione dei parabeni, usati come conservanti, del laurilsolfato di sodio, che ha effetto schiumogeno, dei ftalati, contenuti nelle plastica, e della formaldeide, che sono considerati molto dannosi.
Ketty Areddia
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sabato 28 novembre 2009 7.43
Siamo alle solite: non siamo capaci di fare un "bilancio" come si deve, una "verifica" vera e propria. Mi dispiace tanto, ma non riusciamo ad esprimere un volto collegiale, comunitario, sinfonico di "gestione" e di "interpretazione" della nostra Chiesa. Il bilancio in questione lo fa e lo presenta una persona sola; colui che ha fatto il "prodotto" è anche colui che lo valuta; i "dati" sono delle impressioni; lo scopo è apologetico. A cosa serve "verificare" in questo modo, senza cioé ascoltare sul serio la realtà; senza desiderare un vero miglioramento del "prodotto-iniziativa"; senza tenere conto di ciò che lo Spirito sta dicendo alle "chiese" (intendendo con questa espressione le comunità multiformi, le piccole parrocchie, le famiglie praticanti, i figli di Dio "piccoli", i ministri ordinati)...? Per esempio dal mio modesto punto di osservazione di elementi critici verso il nuovo lezionario ne ascolto, vedo, sperimento non pochi, non di scarsa qualità e non circoscritti (altro che "difficoltà", "polemica", "pigrizia"): li registro solo io?! E come mai la voce di quelli che con me hanno parlato non è riuscita a giungere alle orecchie di chi doveva - per servizio - ascoltarla? E se fosse giunta, perché non è stata tenuta in debito e rispettoso conto? Da secoli un proverbio dice: "non c'è peggior sordo di chi non vuole udire". Parafrasando un'espressione evangelica indicherei un rischio pericolosissimo: se non ascoltano il popolo, non ascoltano lo Spirito di Dio che anima questo popolo. E la Parola, che è la Persona del Verbo di Dio, resterebbe inascoltata.
don Chisciotte
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venerdì 27 novembre 2009 7.50
Peppone fece un'alzata di spalle e interruppe don Camillo: "Reverendo, l'importante è che ci si capisca! Non è il caso di fare delle discussioni di letteratura. Tanto, la letteratura è una porca faccenda che serve soltanto per imbrogliare le idee, perché va a finire che uno, invece di dire quello che vorrebbe dire lui, dice quello che vuole la grammatica e l'analisi logica. E, a un bel momento, non ci capisce più dentro neanche quello che parla. Se io, porcaccio mondo, nei comizi potessi fare dei discorsi in dialetto, me la sbrigherei in metà tempo e difficilmente direi delle stupidaggini. Perché, quando uno fa un discorso, prima di tutto bisogna che capisca lui quello che dice. Se io parlo come mi ha fatto mia madre capisco tutto quello che dico. Perché, caro reverendo, mia madre mi ha fatto in dialetto, mica in italiano. Ma così, vigliacco mondo, va a finire che, dopo aver fatto un discorso, uno deve farsi spiegare da un altro quello che ha detto!". "Adesso parli giusto" osservò don Camillo.
Giovannino Guareschi, All'Anonima
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venerdì 27 novembre 2009 7.15
L'intervento magisteriale giudica anche gli sprechi di taluni commercianti e altrettanti acquirenti, esemplificati sotto.

e
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di donma ,
giovedì 26 novembre 2009 7.47
Nutrirci della Parola, per essere «servi della Parola» nell'impegno dell'evangelizzazione: questa è sicuramente una priorità per la Chiesa all'inizio del nuovo millennio. È ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una «società cristiana», che, pur tra le tante debolezze che sempre segnano l'umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre più varia e impegnativa, nel contesto della globalizzazione e del nuovo e mutevole intreccio di popoli e culture che la caratterizza. Ho tante volte ripetuto in questi anni l'appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall'ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: « Guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).
Questa passione non mancherà di suscitare nella Chiesa una nuova missionarietà, che non potrà essere demandata ad una porzione di «specialisti», ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio. Chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo. Occorre un nuovo slancio apostolico che sia vissuto quale impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani. Ciò tuttavia avverrà nel rispetto dovuto al cammino sempre diversificato di ciascuna persona e nell'attenzione per le diverse culture in cui il messaggio cristiano deve essere calato, così che gli specifici valori di ogni popolo non siano rinnegati, ma purificati e portati alla loro pienezza.
Il cristianesimo del terzo millennio dovrà rispondere sempre meglio a questa esigenza di inculturazione. Restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all'annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato. Della bellezza di questo volto pluriforme della Chiesa abbiamo particolarmente goduto nell'Anno giubilare. È forse solo un inizio, un'icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito di Dio ci prepara.
Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 6.01.2001, n.40
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giovedì 26 novembre 2009 7.18
Esce l'antologia dei primi dieci anni della rubrica.
Dall'idea alla scrittura: il metodo Gramellini
di Massimo Gramellini
Approfitto del decimo compleanno del Buongiorno (è nato in fondo alla prima pagina de «La Stampa» il 12 ottobre 1999) per rispondere alle domande che mi vengono rivolte con più frequenza dai lettori.
La prima: come fa a trovare tutti i giorni qualcosa da scrivere? Sottinteso: certe volte sarebbe meglio che lasciasse lo spazio bianco, invece di dire qualcosa di già detto. All’inizio la pensavo così anch’io. Poi ho capito che la caratteristica del Buongiorno risiede proprio nel suo essere un diario quotidiano che mima la vita. E la vita non è solo un’antologia di momenti magici. È un flusso ininterrotto di sogni e amarezze, di slanci imprevedibili e gesti ripetuti. Non si può essere originali tutti i giorni. E se uno scrivesse solo quando pensa di esserlo, alla fine non sarebbe originale mai.
Altra domanda: da dove prende gli spunti per i suoi corsivi? Dai fatti del giorno, esplorando le agenzie di stampa, i giornali, i telegiornali, i siti web. A quest’opera di scandaglio si aggiunge il contributo dei lettori che segnalano, suggeriscono e in qualche caso intimano di occuparsi di una certa vicenda. Il Buongiorno ha un unico vincolo. Trovandosi in fondo alla prima pagina, non può commentare le notizie presenti nei titoli principali, se non prendendole da una prospettiva particolare. Ma le costrizioni, si sa, allargano i pensieri. Così ho incominciato a differenziarlo dagli altri commenti. E i lettori a pretenderlo diverso, persino nella struttura linguistica: in rima, in forma di narrazione o come didascalia di una foto. Vogliono che assomigli il meno possibile a un articolo, ma soprattutto che racconti una storia: da ridere o da piangere, basta sia un’emozione.
Ultima domanda: da che parte sta? Come molti di coloro che hanno avuto la ventura di incrociare il decennio berlusconiano, mi è stata appioppata una etichetta surreale di comunista, solo perché la spregiudicatezza della destra sbrisolona è al centro dei miei sberleffi almeno quanto l’ingiustificato complesso di superiorità di una certa sinistra. Ma resto un liberale laico, le mie stelle polari si chiamano Cavour e Montanelli. Combatto i reazionari e diffido dei rivoluzionari. Mi considero un seguace del «giusto mezzo», che non è il terzismo di chi non si schiera mai, ma il buonsenso di chi persegue le riforme possibili. Non è facile far sentire le nostre ragioni in questa fase politica, dominata dalle curve degli ultrà. Però mi ostino a credere che esista un’altra Italia, maggioritaria e senza rappresentanza. Comprende milioni di cittadini di destra e di sinistra, ma soprattutto stanchi e confusi, che la brutalità del bipolarismo costringe ogni volta a schierarsi con quella delle altre due che in quel determinato momento sembra il male minore. Questi italiani non odiano nessuno e hanno un mucchio di cose da dirsi. Il Buongiorno è una delle loro case. Date le dimensioni, si tratta di una monocamera. Ma dentro non ci si sente mai soli. Chi la frequenta conserva la curiosità e il piacere di ritornarci. Ogni giorno, da dieci anni e, mi auguro, per molti altri ancora.
L’idea nacque dieci anni fa. Massimo Gramellini propose all’allora direttore della «Stampa», Marcello Sorgi, una rubrica quotidiana che raccontasse squarci di vita italiana al lettore che «già sa, senza offrirgli anche una soluzione», ovvero affidandosi a un po’ di satira. Nacque un lungo dibattito sul nome che avrebbe dovuto avere questo spazio, ogni giorno, sulla prima pagina del giornale. Arrivarono decine di proposte. Gramellini, da parte sua, aveva in mente qualcosa tipo l’«aiuola». Alla fine fu il direttore a decidere per «Buongiorno». E aveva ragione lui. Perché fu un successo fin dall’inizio.
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di donma ,
mercoledì 25 novembre 2009 7.37
Il violinista di Dooney
Come le onde del mare, come le onde del mare balla la gente quando suono il mio violino.
Mio cugino è prete a Kilvarnet, mio fratello è prete a Mocharabuiee.
Ma io ho fatto più di mio fratello e mio cugino: leggono nei libri di preghiere,
io leggo nei miei libri di canzoni che ho comperato alla fiera di Sligo.
Quando alla fine dei tempi noi ci presenteremo a Pietro, andremo da lui seduto in maestà,
allora lui sorriderà ai nostri tre vecchi spiriti, ma chiamerà me per primo oltre il cancello.
Perchè sempre allegri sono i buoni, salvo che per cattiva sorte,
e la gente allegra ama il violino, la gente allegra ama ballare.
Quando mi vedono arrivare, corrono da me tutti gridando:
"Ecco il violinista di Dooney!".
Vengono a ballare come le onde del mare.
William Butler Yeats (tradotto e musicato da A. Branduardi)
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martedì 24 novembre 2009 18.29
Razzisti cioè cattivi
di Alessandro Portelli
È proprio vero che siamo un paese di poeti santi e navigatori. Solo in un paese di geni assoluti poteva essere concepita l'idea, scaturita dalla fervida immaginazione di un paese del bresciano, di lanciare di qui a Natale una campagna di pulizia etnica e chiamarla «White Christmas». La trovo un'idea entusiasmante. In primo luogo, perché spazza via tutte le menzogne mielate di quando ci raccontavano che a Natale siamo tutti più buoni: prendere spunto dal Natale per diventare più cattivi, e farlo in nome delle nostre radici cristiane mi pare un'operazione liberatoria di verità assolutamente ammirevole. Altro che cultura laica.
Qualche anno fa, quando il mio quartiere scese in piazza per impedire il trasferimento in zona di qualche famiglia rom, una compagna disse: «Non è razzismo, è cattiveria». Scrissi allora, e mi ripeto: non distinguerei fra le due cose (il razzismo è cattiveria), ma trovo giusta questa parola, «cattiveria», così elementare da essere caduta in disuso, perché qui è proprio l'elementarmente umano che è in gioco.
D'altra parte, un esimio leghista ministro della repubblica aveva già proclamato che bisognava essere cattivi con gli esseri umani non autorizzati. Disciplinatamente, fior di istituzioni democratiche eseguono: sbattono fuori dalle baracche i rom a via Rubattino a Milano e al Casilino a Roma e i marocchini braccianti in Campania, incitano i probi cittadini dei villaggi lombardi a denunciare i vicini senza documenti, premiano con civica medaglia intitolata a Sant'Ambrogio gli sgherri addetti ai rastrellamenti dei senza diritti. Fini dice che sono stronzi: no, non sono solo stronzi, sono malvagi.
Su un piano più leggero, trovo altrettanto geniale proclamare che l'operazione si fa in nome dell'incontaminata cultura lombarda e bresciana - e chiamarla con un nome inglese, per di più orecchiato da una canzone e un film americano. Non si potrebbe trovare un modo migliore per prendere in giro tutta la mitologia lombarda delle radici e della purezza culturale. Non è solo una bella presa in giro di quelli che mettono nomi lumbard sui cartelli all'ingresso dei paesi. Ma è anche un modo per ricordarci che non esiste cultura più paesana, più subalterna e più provinciale di quella che finge un cosmopolitismo d'accatto.
E infine, la trovata dell'inglese è una spietata denuncia dell'ipocrisia razzista. Dire «bianco Natale» significava mettere troppo in evidenza il colore della pelle, perciò lo diciamo con una strizzata d'occhio - dire le cose in inglese, non solo in questo caso ma più in generale ormai, significa dirle ma non dirle, è la nuova forma della semantica dell'eufemismo. E poi, «Christmas» invece di Natale: e hanno ragione, il nostro tradizionale Natale è sempre più sovrastato dall'americano Christmas, lasciamo perdere il misticismo e corriamo a fare shopping.
Aveva proprio ragione la mia amica appalachiana che diceva, «noi poveri di montagna non sognavamo un bianco Natale. Se nevicava, era più che altro un incubo». Io non so che Natale sognino i senza documenti del bresciano, dopo questo bell'esempio di cristianesimo. La cosa che immagino è che, cacciati dal villaggio, gli stranieri sbattuti fuori di casa andranno a dormire in una stalla e faranno nascere i loro clandestini bambini in qualche mangiatoia.
in “Il manifesto” del 24 novembre 2009
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martedì 24 novembre 2009 9.49
Il pellegrino e i tre spaccapietre
di Bruno Ferrero
Durante il Medioevo, un pellegrino aveva fatto voto di raggiungere un lontano santuario, come si usava a quei tempi. Dopo alcuni giorni di cammino, si trovò a passare per una stradina che si inerpicava per il fianco desolato di una collina brulla e bruciata dal sole. Sul sentiero spalancavano la bocca grigia tante cave di pietra. Qua e là degli uomini, seduti per terra, scalpellavano grossi frammenti di roccia per ricavare degli squadrati blocchi di pietra da costruzione.
Il pellegrino si avvicinò al primo degli uomini. Lo guardò con compassione. Polvere e sudore lo rendevano irriconoscibile, negli occhi feriti dalla polvere di pietra si leggeva una fatica terribile. Il suo braccio sembrava una cosa unica con il pesante martello che continuava a sollevare ed abbattere ritmicamente. "Che cosa fai?", chiese il pellegrino. "Non lo vedi?" rispose l'uomo, sgarbato, senza neanche sollevare il capo. "Mi sto ammazzando di fatica". Il pellegrino non disse nulla e riprese il cammino.
S'imbatté presto in un secondo spaccapietre. Era altrettanto stanco, ferito, impolverato. "Che cosa fai?", chiese anche a lui, il pellegrino.
"Non lo vedi? Lavoro da mattino a sera per mantenere mia moglie e i miei bambini", rispose l'uomo. In silenzio, il pellegrino riprese a camminare. Giunse quasi in cima alla collina. Là c'era un terzo spaccapietre. Era mortalmente affaticato, come gli altri. Aveva anche lui una crosta di polvere e sudore sul volto, ma gli occhi feriti dalle schegge di pietra avevano una strana serenità. "Che cosa fai?", chiese il pellegrino. "Non lo vedi?", rispose l'uomo, sorridendo con fierezza. "Sto costruendo una cattedrale". E con il braccio indicò la valle dove si stava innalzando una grande costruzione, ricca di colonne, di archi e di ardite guglie di pietra grigia, puntate verso il cielo.
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martedì 24 novembre 2009 9.45
E in genere non sono seguite ne' da un medico ne' da uno psicologo
Sposate e 50enni: l'identikit delle consumatrici di psicofarmaci
Il profilo emerge da un'indagine condotta nelle farmacie del Veneto. Ma sono i farmaci per il cuore i più acquistati
Donna, 52 anni, sposata, in grado di svolgere le attività quotidiane ma che non è seguita da uno psicologo nè da uno psichiatra. È questo l'identikit delle consumatrici di antidepressivi e ansiolitici che emerge dalla ricerca «Stili di vita, stato di salute psicofisica delle donne», il primo studio osservazionale caso-controllo condotto nelle farmacie venete. Lo studio, promosso dalla commissione Pari Opportunità della Regione Veneto è stato realizzato nel 2008 dal Dipartimento di Medicina e Sanità pubblica Sezione di Farmacologia dell'Università degli Studi di Verona.
L'indagine, pubblicata da «Dialogo sui farmaci» ha coinvolto 11.357 donne intervistate in farmacia da 249 farmacisti e ha analizzato sia le cause di stress degli ultimi 6 mesi che eventuali assunzioni di farmaci psicotropi. Risultato: il 44% del campione ha denunciato un forte stress emotivo dovuto alla morte di un parente, il 43% per problemi familiari e affettivi (malattie e incidenti), il 27% per difficoltà finanziarie, il 6% per violenza subita tra le mura domestiche. In seguito a questi eventi il 34% delle intervistate ha dichiarato di assumere ansiolitici e/o antidepressivi negli ultimi 6 mesi. Non solo: tra chi si recava in farmacia con una ricetta di medicinali psicotropi il 48% aveva una prescrizione per ansiolitici, il 33% per ansiolitici e anche antidepressivi, e il 19% solo per antidepressivi. Emerso anche un uso prolungato degli ansiolitici, quando invece le linee guida ne suggeriscono l'uso per periodi brevi.
In generale, comunque, tra i farmaci acquistati dal campione prevalgono quelli cardiovascolari, per l'apparato gastrointestinale e il metabolismo e per l'apparato muscolo scheletrico. Lo studio, secondo gli esperti mette in evidenza come il disagio femminile sia associato in una certa misura all'uso dei farmaci antidepressivi e ansiolitici. Fondamentali, inoltre, la capacità del farmacista nell'ascoltare, consigliare e informare le donne e nel fare da mediatore per la ricerca epidemiologica.
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di donma ,
lunedì 23 novembre 2009 9.23
Attimi di una "normale" giornata lavorativa in una fabbrica di alluminio a Dhaka, in Bangladesh. Qui lavorano almeno 25 bambini, spesso per più di 12 ore consecutive al giorno. Per loro, lo stipendio quotidiano è di circa 60 taka, vale a dire 1,70 dollari. In queste immagini, scattate dal fotografo Andrew Biraj, i volti di Rustam (10 anni), Shaheen (10 anni) e Marjina (12 anni): bambini, come tanti altri, rubati troppo in fretta alla loro infanzia. Clicca sull'immagine
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di donma ,
lunedì 23 novembre 2009 9.16
L'uomo «metrotextual»? Manda baci via sms (anche ai maschi)
Sempre più uomini concludono i messaggi con il classico «xxx». I più affettuosi sono i ragazzi tra i 18 e i 24 anni
Tramontata la moda dei metrosexual, fra i nuovi "tipi" urbani spunta il metrotextual. L’uomo, cioè, che protetto dallo steccato delle telecomunicazioni, manda bacini a tutto spiano, per concludere sms, mail e chat. Secondo uno studio dell’operatore telefonico americano T-Mobile, il sesso forte si è ammorbidito, ed è diventato più affettuoso, non solo con le amiche, ma anche con gli amici. Piovono bacini (xxx) e bacioni (XXX), nei messaggini di un quarto degli uomini intervistati (il 22 per cento), anche se si comunica con persone dello stesso sesso. I più affettuosi sono i ragazzi fra i 18 e i 24 anni, ma anche gli ultra 50enni si sbaciucchiano via sms (uno su dieci). Da baci e abbracci si salvano solo i capi e i clienti.
Il sondaggio, eseguito rigorosamente via email, per non suscitare imbarazzo tra gli intervistati, ha rivelato che il 75 per cento dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni chiude la comunicazione con un bacio, mentre il 48 per cento si scambia baci e abbracci anche nei forum o nei gruppi di amici. La x, poi, spopola (nel 23 per cento dei casi) anche se si è semplici conoscenti. La ricerca sottolinea anche che esiste una certa “etichetta” tra i “metro-testuali”. È meglio usare la minuscola “x”, secondo il 52 per cento degli intervistati, che non la più strillata X maiuscola (preferita dal 17 per cento degli intervistati). Uno su tre, invece, ama esagerare con tanti “xxx”.
La spiegazione di tutto questo nuovo affetto virtuale fra uomini? Secondo Ron Bracey, psicologo clinico, «tradizionalmente gli uomini hanno tenuto imbottigliati i propri sentimenti, anche nei confronti degli amici. Ma la comunicazione non verbale, giunta con le e-mail, i telefonini e i social network, ha liberato questi sentimenti». «In generale – nota Giuliana Proietti, psicoterapeuta e responsabile del sito psicolinea.it – lo strumento tecnologico disinibisce le persone e anche i miei pazienti concludono le mail abbracciandomi e baciandomi. Si tratta però di una comunicazione mediata, che amplifica anche una normale simpatia con termini più impegnativi». La vera novità, secondo Proietti è che anche gli uomini si scambino bacini: «Questo a mio parere è dovuto alla proposizione di modelli di ruolo sempre più confusi e meno virili». «Comunque – conclude la psicologa – quando un comportamento un tempo considerato tabù diventa di uso comune, perde il suo significato originario e diventa un'altra cosa». Dunque oggi è più trasgressivo «salutarsi cordialmente» che mandarsi «tanti baci».
Ketty Areddia
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di donma ,
domenica 22 novembre 2009 8.16
Canta e cammina
Ora infatti il nostro corpo è nella condizione terrestre, mentre allora sarà in quella celeste. O felice quell`alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell`ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l`Apostolo, alcuni che progrediscono si ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. Canta e cammina.
dai «Discorsi» di sant'Agostino, Disc. 256, 1. 2. 3; PL 38, 1191-1193
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sabato 21 novembre 2009 10.53
Il ritratto degli automobilisti del Belpaese: indisciplinati e nervosi
Il 63% delle infrazioni commesse dagli automobilisti italiani non viene sanzionato. È il primo dato emerso dall’indagine (...).
Il non rispetto dei limiti di velocità è l’infrazione più comune, commessa dal 56% dei patentati. E a correre di più sono gli uomini (61% contro il 49% delle donne). Al secondo posto c’è un altro pericoloso vizio alla guida: parlare al cellulare. Lo fa, infatti, il 52% dei guidatori e soprattutto i giovani. Nella fascia d’età 18-34 anni il dato sale al 58%.
Più di un intervistato su tre (35%) non mantiene la distanza di sicurezza e quasi un terzo degli italiani al volante (31%) passa con il rosso o non allaccia le cinture. Al sud, quasi un guidatore su 2 non usa le cinture (46%). A livello nazionale, i più restii ad allacciarle sono i patentati cha hanno già compiuto i 55 anni (37% rispetto al 26% dei 18-34enni, ad esempio).
Nell’ultimo anno il 66% degli italiani è stato coinvolto in un incidente stradale. Nel 74% delle circostanze si ricorre alla constatazione amichevole, ma ben oltre 1.500.000 italiani hanno preferito pagare di tasca propria l’altro conducente piuttosto che rivolgersi alla compagnia assicurativa. In media la loro spesa è stata di 237 euro, «quasi il doppio - si rileva in una nota - di quanto sarebbe aumentato il loro premio cambiando classe di merito, se si fossero rivolti a un comparatore prezzi e avessero confrontato le offerte di diverse compagnie». Sono le donne le più inclini a risolvere la questione dell’incidente indennizzando l’altro conducente e al sud si cerca di non ricorrere all’assicurazione molto più di quanto non accade in qualunque altra parte d’Italia (20% rispetto a una media nazionale del 12%).
L’indagine condotta da Tns ha messo in luce anche quali micce accendono l’ira dei patentati italiani. Nel 59% dei casi ci si infuria per l’esecuzione di manovre pericolose, nel 52% per le mancate precedenze e, nel 41%, perché un altro mezzo ostruisce la carreggiata. L’uso eccessivo del clacson occupa l’ultimo posto nella classifica dei motivi d’ira (18%).
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di donma ,
sabato 21 novembre 2009 10.38
Foreste, alberi, rami, frutti, germogli, montagne, uccelli. Spighe, falci, chicchi, mietitura, contadino, gigli del campo, granello di senape, ortaggi, pesci, ombra riposante ai margini di un pozzo...
... C'erano una volta i profeti e un Maestro di nome Gesù che parlavano di queste cose con la massima naturalezza.
... C'era una volta un Maestro di nome Gesù, il quale, dovendo spiegare una realtà difficile come il Regno di Dio, si affidava a un racconto, a immagini ricavate dai campi o dalla vita domestica (sale, lievito, farina, olio, vino, acqua, lucerna...).
... C'erano una volta preti che avevano la terra appiccicata alla suola delle scarpacce. Coltivavano l'orto, si occupavano personalmente della cantina, erano esperti di viti e di api, non disdegnavano la frequentazione della stalla o del pollaio, e quando passavano per i campi si fermavano ad osservare.
E poi sapevano raccontare.
La loro predicazione non sempre rientrava nei canoni classici dell'eloquenza sacra, in compenso azzeccavano senza fatica le immagini familiari al mondo della loro gente, e i paragoni erano quasi sempre indovinati.
Forse parlavano un po' a braccio. In compenso si facevano ascoltare e soprattutto capire.
Oggi i preti sfrecciano velocissimi sull'autostrada e non si fermano mai... (continua)
Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 104-106
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di donma ,
venerdì 20 novembre 2009 9.56
In fondo - visto che sono cristiano -trovo normale che anche a 2 km dal Vaticano, considerato il cuore della cattolicità, un leader politico-religioso possa tenere le sue catechesi e proclami che non fu Gesù ad andare sulla croce ma un suo sosia.
Dopo aver visto le file per le selezioni di X-Factor, il Grande Fratello, la discoteca dove verrà (o non verrà) Fabrizio Corona, ecc. non mi colpisce più che un tot di cittadine italiane (che si considerano "di bella presenza") aspiri a partecipare anche a questo "evento".
Non dovrei più sorprendermi che i media abbiano abbondantemente coperto i contenuti di questi incontri, soffermandosi solo sulla sua facciata di gossip.
Mi domando dove finiscano - quando appare Gheddafi - i difensori del crocifisso, della cosidetta "cultura cattolica italiana", e tutti quelli che ce l'hanno su con i marocchini, i tunisini, i maghrebini, ecc. Come mi domando dove finiscano - quando appare Putin - i detrattori del comunismo e delle sue nefandezze.
Però le mie orecchie sono contente quando - almeno in queste occasioni - non sentono né gli uni né gli altri.
don Chisciotte
Gheddafi dà lezione a 200 hostess
Roma, parla di Islam e regala un Corano
Convoca duecento hostess in una villa a Roma. Loro credono di essere state invitate a una serata di gala e invece trovano il leader libico che dà loro lezione di Islam. Il singolare "professore", nella capitale per il vertice Fao sulla fame nel mondo, ha organizzato un incontro per spiegare che l'Islam non è contro le donne, che sulla croce non ci è andato Gesù Cristo ma un suo sosia, e per invitare le sue ospite a convertirsi.
Le hostess erano state reclutate da una società di pubbliche relazioni, che nell'annuncio diceva di cercare ragazze piacevoli, tra i 18 e i 35 anni, ben vestite ma non in minigonna o scollate, alte almeno un metro e 70 centimetri e prometteva un compenso di 50 euro.
Una volta arrivate a destinazione, le ragazze passano il controllo di un metal detector, lasciano tutti gli oggetti personali all'ingresso della villa, vengono fatte fatte accomodare in una grande sala, le più graziose si siedono nelle prime file, e lì attendono l'arrivo di Gheddafi accompagnato da un interprete.
Il premier libico parla a lungo raccontando i suoi precedenti viaggi in Italia, gli incontri avuti con il presidente del Consiglio Berlusconi, e la cooperazione tra Italia e Libia. Chiede alle giovani se sarebbero disposte ad accogliere nel loro Paese cittadini libici (la risposta è un coro di sì) e se sarebbero disposte ad andare loro in Libia. E infine, spiega a lungo i principi dell'Islam concludendo con l'invito a convertirsi "ma solo con convinzione". Dura quasi due ore la serata di lavoro delle ragazze, che si chiude con il dono di una copia a testa del Corano e del libretto verde della Jamaria.
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di donma ,
giovedì 19 novembre 2009 9.15
«Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
Albert Einstein
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di donma ,
giovedì 19 novembre 2009 8.14
La Messa parrocchiale
di don Primo Mazzolari
Non una Messa pontificale, non una Messa in una basilica o in una abbazia benedettina, ma la più povera delle Messe, celebrata dal più povero dei sacerdoti.
La nostra chiesa è la più povera delle chiese.
Il vescovo non s'illuda se in visita pastorale la trova quasi bella. Siamo anche noi dei poveri uomini che, quando viene il superiore, danno un colore di festa anche agli stracci.
Ma non vergognamoci della povertà della nostra chiesa, che s'intona assai bene con la Messa e fa meno paurosa la nostra povertà.
Quale preparazione possiamo fare noi poveri parroci, alla nostra Messa parrocchiale della domenica?
La liturgia è un momento composto, dicono alcuni. Vorrei che qualche mio confratello di città venisse a celebrare da me la domenica. Dopo, potrebbe parlare con più competenza di «momento composto».
Dov'è il popolo? La chiesa è ancora vuota. O perché piove, o perché fa caldo, o perché gela: bisogna attendere, i nostri clienti non hanno fretta.
Andiamo in sacrestia. Il sacrista è sbadato: i chierichetti litigano per il primo posto, come gli apostoli...
Finalmente, ci si avvia all'altare. Il momento richiederebbe il massimo raccoglimento: ma come si fa a non dare uno sguardo alla navata per vedere se c'è gente e come sta?
Adesso salgo l'altare. Incomincia la Messa parrocchiale... (continua - fai il download dell'intera meditazione tra i nostri Testi)
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di donma ,
giovedì 19 novembre 2009 8.10
Dal vangelo della Messa di oggi (rito ambrosiano): Matteo 9, 16-17
Gesù disse ai discepoli di Giovanni: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
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di donma ,
mercoledì 18 novembre 2009 7.15
Funerali
di Yoani Sanchez (da Cuba)
Da un po’ di tempo a questa parte si respira un’aria funebre. All’interno del notiziario televisivo, le immagini delle cerimonie funebri sono diventate un’abitudine quasi mensile: suoni di tromba che invitano al silenzio, ventuno colpi sparati a salve, il passo marziale dei soldati, lacrime e parole di commiato. Sono stati inaugurati nuovi mausolei e hanno restaurato le strutture già esistenti. A tutto questo dobbiamo aggiungere una mania febbrile di commemorare anniversari di qualunque fatto e di esaltare eventi ritenuti degni di celebrazione. La preoccupazione senile per la conservazione della memoria ha preso il posto della giovanile inquietudine creativa. La popolazione cubana è invecchiata, a causa della bassa natalità, per la costante emigrazione dei più giovani e per l’aumento della speranza di vita. Ma tra coloro che si trovano alla guida del paese registriamo un numero più elevato di persone anziane. Forse per questo motivo sono in aumento gli analisti che usano la parola gerontocrazia per definire la nostra forma di governo.
La definizione può sembrare inesatta se prendiamo in considerazione l’età media dei deputati dell’Assemblea Nazionale, ma al contrario osserviamo che da oltre dodici anni non viene rinnovato il Comitato Centrale del Partito Comunista. Un buon numero di ministri ha un’età intorno ai sessanta anni, ma la quota maggiore di potere è concentrata nelle mani di settantenni e ottantenni. Invece di accelerare la marcia verso il futuro, questi veterani si compiacciono nel guardare il percorso compiuto ed esigono apprezzamenti per le cose ottenute. Mentre si preparano per quello che senza dubbio sarà il funerale più spettacolare della storia di Cuba, quella che alcuni chiamano “la soluzione biologica”, la saga luttuosa che pervade la programmazione televisiva sembra una sorta di prova generale. Il rumore dei colpi di cannone previsti dal cerimoniale non fa sentire i colpi della nuova generazione che sta bussando alla porta, dalla quale entrerà come una tromba d’aria distruggendo tutto. Spazzando via - una volta per tutte - questo odore di fiori secchi che sentiamo in ogni luogo.
Traduzione di Gordiano Lupi
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di donma ,
mercoledì 18 novembre 2009 7.11
Attenti alla bellezza di Lucifero
di Andrea Cammilleri
Metto le mani avanti: non ho visto il film «La Prima Linea» e scrivo basandomi su quello che ne hanno scritto persone degne di fede. Mi pare sia concorde l’opinione che si tratti di un film molto serio, che non intende esaltare posizioni estremiste, che è recitato senza inutile enfasi.
Eppure sono in tanti, alla fine, a dichiarare di averne ricavato una sensazione di disagio, consistente nell’avere apprezzato la narrazione e l’interpretazione datane fino a raggiungere un certo grado di coinvolgimento, pur sapendo che mai, per loro educazione, cultura, vicende personali e politiche, avrebbero potuto avere punti di contatto con i terroristi del film. E non credo che ciò sia dovuto solo al fatto che Scamarcio e la Mezzogiorno siano belli e bravi. Esistono anime celestiali in corpi sgradevoli e viceversa. E Lucifero era un angelo bellissimo o un orrendo essere deforme? Sono convinto che libri e film che eleggono a protagonisti degli appartenenti, in un modo o nell’altro, al terrorismo, siano assai più difficili a scriversi e a farsi che non libri e film su boss mafiosi o capi camorristi, già di per sé temi assai problematici. Anche con le migliori intenzioni del mondo, si rischia un effetto boomerang.
E questo soprattutto perché dietro a ogni gesto terroristico c’è una complessa miscela esplosiva di ideologia deviata e deviante, di «missione da compiere», di «estasi verso il basso» (per dirla con Malraux), di esaltazione, di autoreferenzialità, di indifferenza verso il dolore altrui, di amore per il rischio, e tantissime altre componenti che non possono essere, non dico analizzate, ma nemmeno accennate in un film. Così lo spettatore rimane in una condizione emozionale per quei gesti, è coinvolto dall’emozione allo stato puro di uno spettacolo che esclude del tutto l’intervento della ragione. Alla quale perciò, anche non volendolo coscientemente fare, in sostanza non vengono forniti né i mezzi né l’opportunità di calibrare quell’emozione.
Saviano ha saputo dimostrare che si può scrivere un ottimo libro sulla camorra evidenziandone la ferocia e l’orrore. Ma il film che dal libro è stato tratto è allo stesso livello? Ancora: mi è capitato di leggere uno splendido romanzo su un terrorista. Era firmato Conrad. E qualcosa del modo di pensare terroristico me l’hanno suggerito certe pagine di Dostoevskij. E questo qualcosa deve significare.
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di donma ,
martedì 17 novembre 2009 9.30

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News


E' appena uscito in libreria:
IL CRISTIANO NEL MONDO.
Introduzione
alla teologia morale.
Teologia per Laici.
Interventi di
Cucchetti, Fumagalli
Monti, Paleari,
Tettamanzi.
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