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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , martedì 29 settembre 2009 16.41


Sun't el fiö del Guglielmo Tell, che l'era un gran òmm
però de me, i geent, i se regòrden gnanca el nòmm
e pensà che sèri mè, quel fiöö cun la poma in söe la cràpa
e pudèvi mea tremà e pregàvi…"sperèmm che la ciàpa !"
E i geent i me vardàven tücc, i me vardàven giò la finestra
i öcc i me puntàven tücc, ma me vardàvi la balestra…

"Dài papà,dài papà…Proviamo almeno con l'anguria…"
"Non dubitar di me figlio mio, lo sai che divento una furia!"
"Dài papà, dài papà…Proviamo almeno col melone…"
"Non si può figlio mio, tu lo sai… e poi non è neanche la stagione…"
"Dai papà,daipapà…Proviamo almeno col pompelmo…"
"Non temere figliolo, tuo papà si chiama Guglielmo !"

Però l'è mea pö taant bèll…vèss el fiöö del Guglielmo Tell
perché me de quèla volta sun in giir cun là el patèll
e sun cunteent per el mè pà, che l'han fatto eroe nazionale
ma da allora se vedo una mela comincio a stare male…ma male

El papà l'era giò in fuund, l'era giò ch'el ciapàva la mira
e me südavi frècc perché tra l'altro el segütava e segütava a beev giò bìra…
"Desmètela de beev, papà, se no te ghe vedet dùpi"
"Niente paura figliolo, maal che vàda…te cùpi !"
Ecco lo sento, lo sento…adesso scocca!
Chi è quel bigolo che ha parlato
come sarebbe a dire:
"Proviamo con l'albicocca ?"

Perché l'è mea pö taant bèll…vèss fiöö del Guglielmo Tell…

Sun't el fiöö del Guglielmo Tell
che s'è mea sbassàa a salüdà un capèll…

di donma , martedì 29 settembre 2009 5.31
«Il secolo passato – e questa vostra Terra ne è stata testimone - ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili. All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere. Chi ha negato e continua a negare Dio e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. Solo chi conserva nel cuore il santo “timore di Dio” ha fiducia anche nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno. C’è oggi bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili”, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina».
dall'omelia di papa Benedetto XVI. Spianata sulla Via di Melnik a Stará Boleslavo, 28.09.2009
di donma , martedì 29 settembre 2009 5.21
Poco tempo fa, fra alcuni amici si discuteva sulla birra. Allora uno di loro affermava che la birra contenesse degli ormoni femminili.
Così decisero di chiarire il problema scientificamente. Ognuno doveva bere, esclusivamente al servizio della scienza, dieci birre. Dopodiché poterono notare quanto segue:
1.   Erano aumentati di peso.
2.   Parlavano tanto, senza dire niente.
3.   Avevano dei problemi a guidare l'automobile.
4.   Erano impossibilitati a ragionare in modo logico.
5.   Non riuscivano ad ammettere di avere torto.
6.   Ognuno di loro credeva di essere al centro dell'universo.
7.   Avevano mal di testa e nessun desiderio sessuale.
8.   Le loro emozioni erano difficilmente controllabili.
9.   Si tenevano le mani vicendevolmente.
10. Ogni dieci minuti dovevano andare alla toilette, ovviamente tutti contemporaneamente.
Non servono altre spiegazioni: pare che la birra contenga veramente degli ormoni femminili!
di donma , lunedì 28 settembre 2009 10.44

«Da noi certe cose non succedono... siamo italiani e cattolici!»

di donma , lunedì 28 settembre 2009 7.30
«Bisogna ridere, o almeno sorridere, tutte le volte che è possibile (e lo è quasi sempre). Contro i tromboni, i vanesi, i palloni gonfiati (gonfiati anche di promesse non mantenute), non dobbiamo esitare a impugnare la fionda e scagliare il sassolino aguzzo dell'umorismo, dagli effetti devastanti.
Naturalmente, per riuscire a non prendere sul serio quegli spaventapasseri in doppiopetto e cravatta d'ordinanza (che si illudono di difendere la fetta di potere che si sono conquistati con tutti i mezzi a disposizione, compresi quelli illeciti), bisogna, innanzi tutto, non prendere sul serio noi stessi, rimanere nella dimensione del David "da niente". Non essere a nostra volta ridicoli gonfiando il petto. (...)
Che cosa c'è di più umoristico di una parodia del "Magnificat" che viene regolarmente messa in scena durante le funzioni solenni? Mentre il coro canta "ha deposto i superbi dai troni / ha innalzato gli umili", il turiferario procede a incensare cominciando rigorosamente dal celebrante che se ne sta, impettito, in trono, e poi, via via, i suoi assistenti, per finire di lanciare qualche residuo sbuffo di fumo in direzione dei "semplici fedeli" che stanno nei banchi. E guai a invertire l'ordine, a non rispettare le gerarchie, come pure suggerirebbe il Vangelo.
Il potente sbalzato giù dal trono e l'umile sollevato in alto? Beh, sarà per un'altra volta...».
Alessandro Pronzato, La nostra bocca si aprì al sorriso, 30-31
di donma , domenica 27 settembre 2009 21.26


Grazie a R.C. per la segnalazione
di donma , domenica 27 settembre 2009 20.55
Malula, dove l'aramaico vive ancora
(...) È la comunità di qualche centinaia di anime di Malula, piccolo borgo siriano, sito a 45 km a nord di Damasco: qui, in un paesaggio lunare, capace di ammaliare e trasmettere sensazioni pregnanti con l’aspra catena montuosa che separa il deserto della Siria orientale dalle verdi colline dell’Antilibano ad occidente; qui una comunità ancora virginale, con radici antichissime, con scarse contaminazioni culturali, dà vita a tutt’oggi a un fenomeno linguisticamente unico: sono infatti molti a parlare, oltre all’arabo, l’aramaico, l’antica lingua di Gesù e dei suoi discepoli, diffusa nella Palestina di duemila anni fa. I glottologi sostengono che le variazioni rispetto al modello originario sarebbero minime; e – fatto ancor più eccezionale – i vecchi del villaggio riescono a intessere dialoghi in questo idioma arcano, non limitandosi a usarlo nella liturgia e nella recitazione di preghiere.
Sì, perché Malula è il simbolo per eccellenza della religione cristiana nell’intera Siria, nazione moderna, che può essere presa a modello quale esempio di convivenza pacifica tra due religioni, troppo spesso in altri Paesi mediorientali (ad iniziare dall’Egitto) in drammatico conflitto tra loro. Malula infatti, quasi vivacizzata da un simile unicum linguistico, si innerva e riposa tutta sulla profonda fede, che sgorga pura dai due monasteri, posti alla sommità del borgo, quasi a sua protezione. San Sergio e Bacco è sede di una confraternita di monaci di cristallina spiritualità, ma non isolati, anzi molto attivi – com’è secolare tradizione delle esperienze cenobite di queste regioni – nel dialogo col mondo e nell’accoglienza e nel mutuo scambio di opinioni con pellegrini, a loro volta affascinati del profondo sentimento di fede, che promana da simili luoghi arcani e selvaggi. (...)
Aristide Malnati
di donma , domenica 27 settembre 2009 6.24

L'atteggiamento esteriore rivela il mondo interiore

La modestia dev'essere conservata anche nel portamento, nel gesto, nell'incedere: nell'atteggiamento del corpo appare la virtù dell'animo. Da questo l'uomo che sta nascosto dentro di noi viene giudicato o troppo leggero, spavaldo, torbido o, al contrario, serio, costante, limpido e maturo. Si può dire perciò che il nostro atteggiamento sia la voce dell'anima. (...)

Vi sono anche coloro che, camminando lentamente, imitano l’andatura degli istrioni e quasi le portantine delle processioni e l'incedere oscillante delle statue, sicché, dovunque muovano i passi, sembrano osservare determinati ritmi. Non giudico decoroso camminare frettolosamente, a meno che non lo richieda qualche pericolo o una legittima necessità. Infatti per lo più coloro che vanno in fretta stravolgono la faccia ansimanti. Se manca loro un giusto motivo per affrettarsi, cadono in un difetto giustamente riprovato. Non intendo parlare di quelli che camminano frettolosi per un valido motivo, ma di quelli per i quali la fretta, che non conosce sosta, diventa una seconda natura. Non approvo nei primi l'incedere come statue di numi, nei secondi il precipitarsi come saette. Merita approvazione anche un incedere che riveli serietà e autorevolezza e sia indizio d'un animo sereno, purché non vi siano ricercatezza e affettazione, ma il movimento risulti naturale e spontaneo: l'artificio non piace mai. Il movimento sia regolato dalla natura; se in essa v'è qualche difetto, un impegno attento lo corregga. in modo però che sia escluso l'artificio e non manchi la correzione.

Dal trattato su “I doveri” di sant'Ambrogio
di donma , sabato 26 settembre 2009 7.04

Se uno che insegue il vento e spaccia menzogne dicesse:
«Ti profetizzo in virtù del vino e di bevanda inebriante»,
questo sarebbe un profeta per questo popolo.

dal libro del profeta Michea 2,11
di donma , sabato 26 settembre 2009 5.33
Due anni fa, con questo post, cominciava la pubblicazione regolare quotidiana su quello che allora era "solo" un blog. Ogni giorno, dopo aver pubblicato uno o due post, benedico per aver fatto cadere quel paio di goccioline d'acqua ristorante.
don Chisciotte

Diverse persone, diverse reazioni
Dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate
(Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 1-2: PG 88, 1695-1699)
La ragione di ogni turbamento è che nessuno accusa se stesso
Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa soprattutto derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l'avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge. Qual è, mi domando, la causa di questa differenza? Questo fatto ha una sola o più spiegazioni? Io mi rendo conto che vi sono molte spiegazioni e motivi, ma ve n’è una che sta avanti alle altre e che genera tutte le altre, secondo quanto disse un tale: Questo deriva dalla particolare condizione in cui talora qualcuno viene a trovarsi. Chi infatti si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratello. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza.
Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti.
Da tutto questo può derivare il fatto, come ho detto, che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengono dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello.
Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po’ di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all'infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo costatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tulle le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi.
Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l'uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano.

di donma , sabato 26 settembre 2009 5.26

Virginia Cucchi ha 17 anni, parmigiana, vive in Malesia da dodici anni coi genitori. Ha pubblicato in quel Paese un libro fotografico ("When the bamboo sings"), immagini di bimbi, quasi suoi coetani, per aiutare il missionario padre Mauro Bazzi che sta realizzando un progetto per i minorenni abbandonati. Ecco alcune immagini  di Virgy scattate in questi anni (articolo). Il sito del progetto è www.raggiodisperanza.com

di donma , venerdì 25 settembre 2009 8.21

"Accoglienza necessaria"
L'Europa «presenta già un volto multietnico, multireligioso e multiculturale» e «negare la metamorfosi che sta avvenendo» «non è solo un'assurdità, ma anche una scelta pericolosa e irresponsabile, denuncia il Vaticano
di Giacomo Galeazzi

L’Europa «presenta già un volto multietnico, multireligioso e multiculturale»  e «negare la metamorfosi che sta avvenendo» «non è solo un’assurdità, ma anche una scelta pericolosa e irresponsabile»: lo afferma il presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò, in un’intervista all’Osservatore romano. In questo «i governi - dice Vegliò - devono essere in prima linea, soprattutto legiferando e adottando opportuni provvedimenti». Prima di tutto - spiega - rispettando il diritto d’asilo e il diritto alla vita, ma anche evitando «un’eccessiva chiusura delle frontiere» che, invece di aumentare il grado di sicurezza degli autoctoni, finisce per creare emarginazione e sacche di malavita. «Non compete al magistero della Chiesa valutare le scelte politiche in questo campo, ma certo non posso eludere una considerazione generale, indirizzata a tutte le persone di buona volontà, che domanda conto alla retta coscienza del dovere di solidarietà verso coloro che vivono condizione di maggiore vulnerabilità, come rifugiati e migranti». Come pure - aggiunge il presidente del Pontificio consiglio - «anziani, disabili e malati terminali, nei confronti dei quali non possiamo tollerare che si avvallino tentativi che vanno contro il diritto alla vita».
di donma , venerdì 25 settembre 2009 5.38
Altro che maggiore «elasticità»: il multitasking «fa male»
Chi fa una cosa alla volta dimostra maggiori capacità di concentrazione e organizzazione
Che il multitasking, inteso come gestione simultanea di più strumenti comunicativi, fosse deleterio per l’umore e fosse foriero di un’altissima dose di stress, era risaputo. Anche senza bisogno di studi e ricerche è intuibile che parlare al telefono mentre si manda una mail e guardare un programma televisivo chattando con una vecchia amica non favorisce né la concentrazione né uno stato d’animo rilassato. Per contro si poteva pensare che l’abitudine a quella che gli esperti chiamano concentratio interrupta (ovvero la disattenzione suscitata dal perenne bombardamento mediatico) incoraggiasse una certa velocità e un’elasticità mentale, aiutando alcune abilità. Niente di più sbagliato. Lo sostiene uno studio della Stanford University, pubblicato su Proceedings ot the National Academy of Sciences, in cui i ricercatori hanno osservato due gruppi di studenti, uno abituato a utilizzare simultaneamente internet, televisione, telefono e l’altro low multitasker, ovvero, per dirlo con parole povere, abituato a fare una cosa alla volta.
Gli studenti multi e mono tasking sono stati sottoposti dagli esperti a tre tipi di test psicologici per misurare l’attenzione e la memoria e in tutti i casi gli studenti mono-tasking sono risultati i più capaci. Nella prima prova è stato chiesto ad entrambi i gruppi una performance riguardante l’abilità nell’ignorare le informazioni irrilevanti o, se si vuole girare il discorso, la capacità di cogliere i dati significativi di un problema. Nel secondo esperimento si è cercato di misurare l’organizzazione mnemonica dei partecipanti, chiedendo loro di individuare al volo le lettere mostrate che si ripetevano. Infine il terzo problema concerneva proprio la capacità di organizzare contemporaneamente più compiti.
Il gruppo abituato a fare una cosa per volta ha dimostrato di avere più memoria e più concentrazione, di avere una maggior intelligenza sintetica e, dato ancor più significativo e sconcertante, di essere meglio degli high-multitaskers persino nella loro specialità, ovvero quella di fare tante cose contemporaneamente. Insomma la tendenza un po’ schizofrenica del multitasking peggiora le performance cognitive e non fa bene al cervello, che non è nato per svolgere più attività contestualmente. E allora si ribella.
Emanuela Di Pasqua
di donma , venerdì 25 settembre 2009 5.28

Il "personalismo invadente" nel vivere la liturgia non è tentazione solo di chi vuole "inventare qualcosa di nuovo a tutti i costi", ma anche di chi - dichiarando di aderire ai modi "antichi" - vuole comunque assecondare i propri gusti, celandoli dietro la norma liturgica. In entrambi i casi si fa violenza ai protagonisti dell'atto liturgico: il Signore e il suo popolo.
Con una dedica particolare per tutti quei fedeli che - occupandosi sanamente di liturgia nelle nostre parrocchie - hanno a che fare con preti skizzati in un senso o nell'altro.

don Chisciotte

«San Carlo ci ricorda che in questa delicata opera educativa, l'intelligente obbedienza alla ecclesiastica disciplina non sarà certo condizione sufficiente perché la nostra pastorale liturgica sia veramente efficace e feconda, ma può rivelarsi senz'altro condizione necessaria. Da sola infatti, come abbiamo già osservato, essa può ridursi a vuoto formalismo, e come tale non può assicurare in maniera meccanica e automatica la fecondità del nostro ministero liturgico; ma se manca, anche le più brillanti iniziative e la più geniale creatività rischiano di apparire estrosità gratuita, stranezza incomprensibile se non ad una ristretta cerchia di iniziati, modo incongruo per suscitare nei fedeli non lo stupore religioso davanti al mistero di Dio che salva e si fa presente, ma lo stupore sorpreso e disorientato davanti alle invenzioni e alle sperimentazioni arbitrarie di un prete.
«Populi institutio, depravata!»: la formazione del popolo di Dio ne risulta distorta! Le parole di s. Carlo sono severe e possono sembrarci sinceramente eccessive: ci ricordano tuttavia che il ministero liturgico non è un campo privato da coltivare a proprio piacimento, perché attraverso di esso si tesse un delicato rapporto con i fedeli, ed il prete deve rispettare il loro diritto a partecipare e a con-celebrare ad una liturgia regolata dalle norme della Chiesa e dal buon senso, non dal gusto personale o dalle fantasie del ministro. Infatti, in molti casi, si comincia con il protestare contro il legalismo della Chiesa e si finisce con l'imporre ai fedeli un legalismo peggiore, quello dei propri arbitri e delle proprie invenzioni; e così in nome di una supposta libertà si ricade in una specie di nuovo clericalismo, quello delle vedute proprie o di qualche gruppo elitario».

Marco Navoni, Il ministero sacerdotale in san Carlo Borromeo, 90

 

di donma , giovedì 24 settembre 2009 7.42
Terrasanta calvario cristiano
Intervista del Servizio Informazione Religiosa al Patriarca latino, Fouad Twal.
Oggi il Calvario è una guerra che dura da 60 anni, l’occupazione militare, la disoccupazione, la depressione economica. Oggi si costruiscono muri senza accorgersi che così facendo ci chiude dentro. Ma in questa Terra non servono muri ma dialogo. Bisogna tagliare le cause della paura che ci allontanano dall’altro, chiedersi perché abbiamo paura l’uno dell’altro”. A raccontare al Sir il Calvario delle comunità cristiane di Terra Santa, che attendono Benedetto XVI a maggio, è il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal. “I politici - dice - devono cambiare, convertirsi, avere coraggio per scelte difficili ma necessarie per il bene di tutta la popolazione”. Un monito attuale data la situazione politica israeliana e palestinese, con i primi impegnati nella formazione di un Governo di unità nazionale ed i secondi intenti in una difficile riconciliazione tra le due anime più forti, Hamas, che controlla Gaza e Fatah, maggioritario in Cisgiordania.
“A Gaza è stata fatta l’ennesima guerra - continua il presule di origini beduine giordane - ma con quali risultati? Nessuno. Se qualcuno mi dimostra, fatti alla mano, che la guerra è servita a qualcosa, io stesso, come patriarca, invocherò nuove incursioni militari. Semini occupazione, raccogli resistenza. L’occupazione deve finire”.
Twal parla anche di umiliazioni quando “molti ci chiedono: ma voi cristiani cosa fate? Cosa fa il Papa, per fermare la guerra? Io rispondo: dialoghiamo, educhiamo alla convivenza, alla tolleranza, al rispetto dei diritti. I frutti di questo lavoro non si raccolgono subito, quelli dell'odio, purtroppo sì e lo vediamo. Fra 20 anni ci sarà qualcuno dei nostri giovani che, divenuto politico, avrà il coraggio della pace. Adesso però è il tempo della denuncia, di alzare la voce, come fece Giovanni il Battista”. “Ecco la prossima visita del Papa servirà ad incoraggiare le comunità cristiane, a far capire loro che essere cristiani qui è una vocazione, che devono resistere alle tentazioni di andare via. I musulmani in molti casi vivono in condizioni peggiori dei nostri fedeli eppure non pensano a lasciare questa Terra, vi rimangono, resistono. Qui fanno nascere i loro figli. A volte - conclude - penso che coccoliamo troppo i nostri cristiani”.
di donma , giovedì 24 settembre 2009 7.38
Lo studio dell'università Bocconi di milano
Ufficio, humour alleato prezioso
Dai temi tabù alle battute più frequenti, ecco come si ride al lavoro. In Italia il buon umore con giri di parole
Paese che vai battuta che trovi. Già perché non tutti scherziamo allo stesso modo. Soprattutto in ufficio. Dalla Russia agli Stati Uniti. Dalla Francia alla Germania. Dovunque si lavori, è importante farlo con il buonumore. Ha un impatto positivo sul gruppo e potenzia la coesione. E in Italia scarseggia il politicamente corretto. Si ride sulle differenze culturali e per le parolacce. E poi ancora sulle religioni e per le differenza tra i sessi.
«Lo humour è uno strumento importante sul lavoro», spiega Marco Sampietro docente della Scuola di direzione aziendale dell'Università Bocconi. Il suo studio ha coinvolto 1860 persone. Dai dati emerge che in Europa e Stati Uniti lo humour è utilizzato con una buona frequenza dal 98 per cento degli intervistati, dal 95 per cento in Russia e dal 92 per cento in Giappone dove la cultura nazionale e aziendale percepisce il lavoro in modo maggiormente serioso. Il 99 per cento in Europa e USA dichiarano poi di apprezzare l’umorismo durante le ore lavorative. E non solo, perché il buon umore aiuta a smorzare le tensioni. Non mette in discussione la leadership. Migliora il clima lavorativo e riduce lo stress. Ma non sempre è tutto positivo. «Bisogna stare attenti all’utilizzo di questi risultati sulla performance. Un conto infatti è notare come lo humour possa avere degli effetti positivi, un altro è pensare ad una strategia di miglioramento delle performance basata su una sorta di terapia dello humour». Senza contare che bisogna usare il sorriso con le dovute attenzioni. «lo humour tende ad abbassare la percezione del rischio e dunque per una decisione veramente critica è meglio lasciare da parte l’ilarità. E in ambito internazionale bisogna fare attenzione: alcuni argomenti potrebbero essere tabù e portare a risultati opposti rispetto alle intenzioni».
Bisogna stare attenti, soprattutto se ci troviamo a fare delle battute che all'estero proprio non piacciono. In italia lo scherzo sembra (quasi sempre) scorretto. Dalle battute a sfondo sessuale alla imprecazioni e parolacce. «Il valore dello humour sembra veramente essere un fenomeno universale, sebbene in modalità differenti», spiega Sampietro. Ed ecco perché ogni paese ha la sua battuta.

  

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