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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , domenica 30 agosto 2009 6.17
Chiesa-Lega la posta è il territorio
di Franco Garelli
L’aspro dibattito pubblico seguito alla tragedia in mare degli immigrati eritrei indica che siamo forse a un punto di svolta dei rapporti della Chiesa con la Lega Nord, che su questi temi può coinvolgere anche l’esecutivo di cui essa fa parte o di cui sembra essere la padrona. Da entrambe le parti sono volate parole grosse, che hanno portato il Vaticano e la Cei a dire che nel Mediterraneo si sta consumando una nuova Shoah.
Che l’Occidente finge di non vedere; e con lo stato maggiore leghista che ha reagito a muso duro, accusando i Vescovi di dire «parole senza senso», di «inventarsi nuovi comandamenti», di lanciare messaggi che alimentano i viaggi in mare dei clandestini che poi finiscono in tragedie. Dalla Padania è persino giunta la minaccia di rivedere il Concordato, anche se Bossi a questo punto ha smorzato la polemica, ricordando che «la Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro». Ma al di là dei toni più o meno forti, è del tutto evidente che quella che si sta concludendo è una delle settimane di maggior passione e scontro tra la Lega Nord e la Chiesa, per la distanza che ormai separa - in tema di politiche migratorie e sociali - i due mondi.
Oggetto della contesa, dunque, non è la politica globale del governo in carica, che su vari aspetti valorizza la presenza della Chiesa nel paese; ma uno dei suoi punti qualificanti, rappresentato da quell’insistenza sui temi dell’ordine e della sicurezza che - a detta dei vescovi - produce la chiusura del Paese verso gli immigrati e alimenta l’indifferenza verso quanti cercano di emigrare per sfuggire alla fame, alla guerra, a condizioni disumane. La Chiesa non intende disgiungere legalità e solidarietà, ma richiama il governo e la nazione a non vivere solo di ordine pubblico e di respingimenti; così come vorrebbe che le forze politiche che si richiamano all’identità cattolica accettassero le indicazioni della sua dottrina sociale Il nuovo braccio di ferro tra Lega e Chiesa indica almeno tre cose.
Anzitutto che l’unica voce critica sui temi sociali e dell’immigrazione che preoccupa la Lega Nord è quella della Chiesa cattolica, nonostante che nel Paese vi siano molte altre forze sociali, politiche e religiose che da tempo protestano contro le scelte del governo e dei leghisti in questo campo. Proprio perché la considera come la spina nel fianco più ostica per attuare il suo no ad un’Italia multietnica, il Carroccio riconosce alla Chiesa una capacità di mobilitazione pubblica sui temi sociali ben superiore a quella su cui possono contare gli stessi partiti dell’opposizione. A più riprese la Lega si è contrapposta agli appelli del card. Tettamanzi, che auspicava la nascita a Milano di nuove moschee e un rapporto più sereno con l’islam; mentre ha sempre reagito con fastidio alle forti proteste della Cei per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina nel pacchetto sicurezza varato dal governo.
In secondo luogo emerge che la Lega Nord ritiene di avere una posizione così forte nel Paese e nell’arena politica da usare con i vescovi toni pesanti, persino ricattatori. Per parare la critica di essere l’anima di una politica migratoria senz’anima, Bossi sfida paradossalmente il Vaticano ad aprire le sue porte ai clandestini, ricordando che proprio la città del Papa è quella che ha le mura più spesse e gli accessi più riservati; in ciò dimenticando tutti i gruppi religiosi e le parrocchie che operano sul territorio per far fronte alle varie emergenze sociali, tra cui quelle dei nuovi flussi migratori.
Infine occorre notare che al centro della contesa tra i vescovi e la Lega Nord vi è la competizione tra due diverse visioni della realtà che passano anche attraverso la questione migratoria. I vescovi italiani, soprattutto quelli del Nord Italia, sono ben consapevoli di quanto la Lega sia radicata sul territorio e della sua capacità di interpretare il sentire di quelle popolazioni. Vent’anni fa i vescovi e i preti della Lombardia e del Veneto, hanno del tutto sottostimato la capacità di penetrazione delle idee leghiste su territori che erano politicamente bianchi, ritenendo che la Dc e i gruppi ecclesiali fossero in grado di interpretare il sentire comune. Oggi Lega e Chiesa invece si contendono il territorio, le domande della gente, la capacità di rappresentare il mondo locale. I preti e i vescovi di alcune aree del Nord sanno che se nelle omelie insistono troppo sui temi della solidarietà verso gli immigrati la gente comincia a rumoreggiare in chiesa; ma sono anche consapevoli che se non tengono alto il loro messaggio sociale e religioso disperdono il senso stesso della proposta cristiana.
La tregua tra Lega Nord e Chiesa sembra dunque sul punto di rompersi. La prima, pur caratterizzandosi perlopiù per un’anima laica, ha da tempo adottato la religione cattolica come una sacra volta per difendere i valori della tradizione contro la presenza multietnica, dell’islam in particolare. Dal canto suo, la Chiesa anche grazie all’ossequio leghista al cattolicesimo ha visto maggiormente riconosciuto il suo ruolo nel paese, certificato dai provvedimenti a suo favore varati dalla maggioranza di governo. Si tratta di un equilibrio destinato a infrangersi se i leghisti chiedono alla Chiesa di occuparsi soltanto delle questioni di sacrestia (lasciando a loro libertà di azione sui temi emergenti) e se la Chiesa non intende rinunciare a giocare in senso forte la sua anima più solidale.
di donma , domenica 30 agosto 2009 6.13
Diminuiscono nettamente le donazioni alle organizzazioni non governative
Ma dalla Val d'Aosta vengono proposte, come i titoli destinati all'aiuto del prossimo
La crisi frena gli aiuti umanitari. E si propongono i "titoli solidali"
di Eugenio Occorsio
Donazioni e contributi di solidarietà in frenata: la crisi economica sta facendo sentire i suoi effetti sul delicatissimo "terzo settore" e così rischiano di incepparsi progetti umanitari, di tutela delle minoranze, di ricerca scientifica che hanno assolutamente bisogno di questo tipo di entrate.
L'allarme lo lancia l'Istituto italiano di donazione, un organismo privato di controllo e consulenza che certifica l'effettivo utilizzo ai fini statutari delle donazioni. Sono 106 le Ong iscritte all'Istituto, dall'Associazione per la ricerca sul cancro (Airc) a quella delle leucemie (Ail), dalla Fondazione ambrosiana per la vita al Pontificio istituto per le missioni estere, e ancora dall'Amref all'Intersos che coordinano i medici in Africa. "L'adesione al nostro istituto è volontaria - spiega il presidente Maria Guidotti - ed è una garanzia per il corretto e trasparente utilizzo delle donazioni. Abbiamo rilevato che nel primo semestre del 2009 il 34% delle organizzazioni a noi aderenti registra un flusso di donazioni inferiore sia all'anno precedente che alle aspettative. E' un dato preoccupante: all'inizio dell'anno solo il 22% delle organizzazioni si aspettava un 2009 in calo". (...) A soffrire in particolare saranno le organizzaioni di minori dimensioni, soprattutto nei settori della salute e della cooperazioni internazionale. (...)
di donma , sabato 29 agosto 2009 9.22

"Le ideologie ci separano, i sogni e le angosce ci riuniscono".

Eugène Ionesco
di donma , sabato 29 agosto 2009 9.16
Cento cose per vivere posson bastare
Michael Bruno vuole dimostrare che si può vivere con poco
La sfida di un manager americano: tagliare il superfluo e resistere con pochi oggetti.
Sul Web si è scatenato il dibattito: nella vita di oggi, che cosa è davvero indispensabile?
di Bruno Ventavoli
E’più o meno a metà del cimento. E per il momento pare resistere. L'imprenditore americano Michael Bruno, annunciò lo scorso anno, (e cominciò davvero il 12 novembre) che avrebbe vissuto un anno intero con sole 100 cose essenziali. E' la mia sfida al consumismo, disse, lanciando una moda neominimalista che ha raccolto adepti, imitatori, fiancheggiatori critici. Paginate sui giornali. Interviste. Guardatevi intorno, disse, siamo sommersi da oggetti inutili, compriamo compulsivamente oggetti inutili, gli oggetti non sono più strumenti per vivere, ma feticci che adoriamo senza nemmeno rendercene conto. Dobbiamo amare gli esseri umani, non gli oggetti. Perfetto. Dalle battaglie contro i vitelli d'oro combattute qualche millennio fa, fino al moderno marxianesimo, passando per anacoreti, San Francesco, mistici d’ogni fede, e psicoanalisi, sono tanti i precursori che hanno dichiarato guerra alla materialità della vita. Bruno lo fa per semplice sfida personale, per liberarsi dal consumismo folle, avido, egoista.
Il primo problema è stato decidere quali oggetti portare nel suo anno da «Lost» in California. S’è consultato on line con i partecipanti al suo forum. E s'è dato sette comandamenti. Solo cose di stretto uso personale. Letto, tavolo o sedie, sono cose «usate» con la famiglia (qui c’è un po’ puzza di trucco), quindi fuori dal computo. Gran parte dei ricordi sono stati accantonati. Niente oggettini madidi di ricordi proustiani. Figurine di Harry Potter, collezione di trenini Marklin sono finiti in garage, e probabilmente saranno venduti. Via i vecchi diari, solo un Moleskine pronto per l’uso. Per salvare la faccia con la moglie, s’è tenuto anche la fede nuziale, altrimenti 13 anni di matrimonio rischiavano seriamente di incrinarsi.
I libri erano una rogna spinosa. Che fare della biblioteca così ricca di volumi che gli hanno ispirato la sua svolta anticonsumista? Dibattito in rete. Tenerne solo uno, o considerarli come categoria, quindi salvarne svariati? Shakespeare o Seneca? Il solito dilemma dei bibliofili. Bruno dichiara ufficialmente tre Bibbie (una delle quali regalata dal padre). Ma ammette un «cheat»: per scoprire l’«inganno» rimanda alla lettura del suo futuro libro «La sfida delle 100 cose».
Col guardaroba è stato draconiano. Una ventina tra camicie, t-shirt, bermuda, una cintura, due paia di jeans, una cravatta (!), flip flops, e persino 6 magliette della salute (che molti, invece, avrebbero considerato esteticamente superflue). Un berretto di lana (che la moglie definisce «orrendo»). Sul capitolo biancheria intima probabilmente c’è stata un’insurrezione dei famigliari, terrorizzati dalle conseguenze per il loro olfatto. Mutande e calzini sono stati ritenuti «un solo oggetto», ovvero se n’è tenuti, una decina. «L’obiettivo è resistere al consumismo, non abdicare all’igiene».
Per svago e tempo libero, vero nutrimento dell’anima, non ha badato a economie. Nella lista c’è un po’ di tutto, dalla tavola da surf, all’attrezzatura per campeggio, dal sacco a pelo alla bottiglia d’acqua per lavarsi dopo una giornata tra le onde, alle scarpette per arrampicare. Niente iPhone, né Blackberry, ma iMac, stampante, orologio, un paio di macchine fotografiche, una vecchia automobile Mazda 929 di 16 anni.
La vita minimale procede. Cento oggetti possono bastare. Decine di persone lasciano messaggi, discutono nel forum. Chi entusiasta, chi critico, chi rilancia al ribasso proponendo una «Sfida delle 50 cose». D’altronde c’è qualche miliardo di persone al mondo che sopravvive con anche meno. Einstein, ricorda un individuo, sosteneva di poter vivere relativamente con poco, un violino, una penna, un orologio solare e una giacca di pelle (tutti regali di compleanno della sua seconda moglie). E i buddhisti, per liberarsi dalla legge del possesso, consentono solo otto cose: tre «Civara» (l’abito), una scodella per la questua, il rasoio, l’ago per cucire, il filo, il rosario, lo zaino, e un altro oggetto che dipende dalle scuole. Ma la loro è una sfida diversa. Bruno, sul piano dell’igiene, s’è adeguato più o meno adeguato, oltre al rasoio buddhista, ha salvato solo spazzolino, e trimmer per tagliare i peli nel naso e nelle orecchie.
Bruno ha lanciato la sfida delle 100 cose proprio mentre la crisi economica esplodeva in tutta la sua virulenza. Migliaia di americani hanno dovuto fare, obtorto collo, quel che ha fatto lui per scelta. Tante immagini abbiamo visto di gente sfrattata da case pignorate e di manager licenziati, che se ne andavano mesti con qualche scatolone contenente ciò che potevano e volevano tenere con sé. Se il suo manuale fosse già stato stampato, avrebbero potuto attingere consigli per riempire i box di cartone.
di donma , venerdì 28 agosto 2009 5.30
Vostra eccellenza
di Lietta Tornabuoni
Chissà chi ha introdotto nel nostro linguaggio ufficiale, già tanto deplorevole, la parola «eccellenza». Un tempo, nel Seicento e oltre, destinata alle persone (governatori, arcivescovi, presidenti), «eccellenza» è passata ora alle cose: uva e vini, affettati, Università (che pure sono tra le peggiori d’Europa), pomodori pelati, imbarcazioni, Grotta Azzurra caprese (nonostante i miasmi) e altri paesaggi naturali. Bisognerebbe tagliare la lingua a chi la adopera, questa espressione «eccellenza italiana» (a volte, in caso di necessità, anche plurale: «eccellenze»). E’ falsa. Trovare cose eccellenti da noi è molto raro; risulta più facile trovare cose alterate, manipolate, rovinate per incuria o per farci più soldi, oppure cose che non funzionano affatto. E’ un’espressione ridondante, un esempio di linguaggio-maschera che serve a occultare una situazione miserevole e a tenersi su a forza di chiacchiere. E’ un’espressione invadente: da quando è stata introdotta, viene applicata a qualunque sciocchezza, son diventati eccellenti pure l’aspirina, le creme di bellezza piene d’acqua a confronto con quelle straniere di pari marca e volume; le cipolle rosse al mercato, i vini «famigliari» dai nomi illusori. Insomma, «eccellenza» è un’espressione ridicola e fuori posto, da tempi di crisi (...). Eppure, a irritare non è soltanto la sua enfasi e il suo uso: piuttosto, il disprezzo per la normalità che nasconde. Che nostalgia, invece, per una normalità in cui i bagagli dei viaggiatori non vengano saccheggiati o perduti, gli aerei non tardino minimo due ore, il pane e la mozzarella non siano gonfi d’aria, i panorami non offrano veleni, i turisti non vengano sistematicamente derubati, nessuno pretenda torvamente mance e mazzette, la gente non venga ammazzata in mezzo alla strada. Che sollievo sarebbe, la normalità. (...)
di donma , venerdì 28 agosto 2009 5.27
«Se dovessi dirvi cos'è che più importa per noi che vogliamo credere ad un Cristianesimo che veramente incida sulla vita moderna, vorrei dire che il grande atteggiamento è la vittoria sulla paura. Perché non prego? Perché ho paura di perdere tempo, perché ho paura dell'aridità. Ciò che è chiesto a noi dallo Sposo divino è di essere fedeli nell'attesa di lui che viene. E quel Dio che viene verso di noi. E noi dobbiamo essere preparati ad attenderlo, ma con la convinzione che ci porterà sempre una novità.
La freschezza della Chiesa, è quella di credere nella novità di Dio. La Chiesa di oggi non subisce, per caso, la tentazione della paura? Dio è novità. E quando vedo una Chiesa che ha paura della novità posso sorridere. La Chiesa non sta in piedi perché io sono bravo o non sono bravo. La Chiesa sta in piedi perché ha lo Spirito. L'atteggiamento di chi vuole affrontare la contemplazione nella vita è proprio questa sicurezza in Dio. E questa testimonianza che fa gridare alla nostra fede: «Cristo risorto è la nostra forza!». Ed è per questo che, direi particolarmente oggi, dobbiamo dare l'impressione proprio nella Chiesa stessa, di non volere delle sicurezze. E proprio nel coraggio di non volere sicurezze e di fidarsi non dell'organizzazione, non della mia - direi - preghiera di ieri, ma di gettarmi con grande fiducia nel potere di Cristo risorto, nell'azione dello Spirito Santo in me che mi abita e nella fiducia infinita in un Padre che mi dà la vita, in questo trovo la mia pace e quindi la mia contemplazione».
Carlo Carretto, Ogni giorno, 4 gennaio
di donma , giovedì 27 agosto 2009 15.45
Milano, mancano chiese in 3 quartieri e luoghi di preghiera per i musulmani
Non è più dilazionabile l’urgenza di trovare anche per la comunità islamica di Milano luoghi di preghiera. Esiste anche una carenza di luoghi di culto e di aggregazione cattolici in alcuni quartieri della periferia milanese. Ne parla mons. Erminio De Scalzi, vicario episcopale per la città di Milano
Nel discorso alla città dello scorso dicembre, il cardinale Tettamanzi parlava della necessità di creare luoghi per il dialogo e l’incontro, con se stessi e con gli altri. Tettamanzi precisava che “in tante zone della Città mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città”. (...)
Tettamanzi proseguiva il discorso alla città aggiungendo che “ne hanno un bisogno ancora più urgente (di luoghi di preghiera) le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam”. È cambiata, da dicembre a oggi, la condizione di preghiera degli islamici a Milano?
Anche gli islamici, a Milano, hanno diritto ad avere un luogo di culto. È un diritto che la nostra Costituzione riconosce a tutte le religioni. Le grandi città europee hanno una o più moschee. Sento che è giunto il momento – non più dilazionabile – di trovare, anche per la comunità islamica di Milano, una soluzione a questo problema. Questo creerebbe una possibilità di dialogo più disteso tra le religioni, eviterebbe l’illegittima e fastidiosa occupazione di suolo pubblico – come ora avviene in viale Jenner – e, ogni anno, non saremmo sempre daccapo a cercare soluzioni per la preghiera del Ramadan. Purchè sia “un vero luogo di culto” e non altro. All’autorità civile spetterà il compito di vigilare e ottenere garanzie in tale senso. Agli islamici l’onere di assumersi i costi – come fa ogni nostra parrocchia – di tale costruzione.
Il cardinale concludeva poi dicendo: “Una Città amica sa offrire questi tempi, questi spazi, queste opportunità”. Milano è “città amica”? Qual è il ruolo della città nella gestione degli spazi di preghiera?
A quest’ultima domanda vorrei rispondere così: la gente vive con apprensione il passaggio di Milano da città monoreligiosa a multireligiosa. Mentre da un lato i fedeli allentano i propri legami con i dettami della fede di appartenenza, quella cattolica, noto che essi si mostrano molto guardinghi e a volte impauriti di fronte all’eventualità di doversi misurare e confrontare con un’altra religione. Come vescovo, sento la responsabilità che ha la Chiesa di Milano di costruire un clima di maturazione e confronto reciproco, dentro il quale, senza svendere le nostre rispettive identità, si possa però imparare a riconoscersi e a stimare i rispettivi cammini di fede e di preghiera. Ma questo richiederebbe a noi cristiani, per primi, uno slancio un pochino più convinto nel modo di vivere e praticare la nostra fede.
Filippo Magni
di donma , giovedì 27 agosto 2009 15.18

Non mi interessa che queste interviste siano state fatte al Meeting; credo che un'evidente confusione regni tra i cattolici in quanto tali. Nemmeno le parole-chiave tengono; nemmeno la Parola del Signore affiora che criterio unico di giudizio. In questo caso cerchiamo di salvare capre e cavoli... dimenticando le parole del Maestro rispetto a chi cerca di salvare la propria vita (o società, o partito, o interesse...).

don Chisciotte
di donma , giovedì 27 agosto 2009 15.13

Ma che bravi quei cristiani che appoggiano la Lega...

di donma , mercoledì 26 agosto 2009 4.18
A scuola i bambini giocano allo spaccio
In una elementare bustine «originali», accendini portati da casa e gomme sbriciolate per fare la polvere
Lo facevano per­fino meglio degli adulti, che senza saperlo, o non volendo vedere, glielo avevano insegna­to. Quarta classe di una scuola elementare: tiri tu o tiro io che giochiamo alla droga? Simula­zione di spaccio di cocaina, confezionata con i reali arnesi del mestiere e una certa mae­stria. Una pellicola di cellopha­ne, di quelle per contenere gli alimenti da frigo, e un accendi­no per sigillare, dosando il giu­sto la fiamma. Falsa era solo la polvere bianca, una gomma per cancellare sbriciolata e infi­lata nel cellophane. All’interval­lo, i bimbi si riunivano: chi vendeva, chi comprava, chi of­friva sconti.
Le indagini sono state com­pletate, la scuola ha preso prov­vedimenti. «Darete la colpa a noi, direte che non abbiamo vi­sto, non ci siamo accorti», si piange addosso una maestra. L’allarme l’ha dato una mam­ma. Un giorno che preparava una torta, in cucina s’è visto il figlioletto inventarsi chimico. Lì, sul tavolo. Le bustine, l’ac­cendino, la gomma... Allora ha domandato, lui ha raccontato che è iniziato per quel compa­gno, che ha portato la novità, tutti l’hanno prima invidiato, quindi ammirato, infine gli so­no andati dietro, cercando di superarlo. Dice un poliziotto, uno che arrestandoli anche quattro vol­te nell’arco di trent’anni, ha vi­sto ragazzini diventare adole­scenti, padri e nonni — tutto subito, in fretta, intervallato dalla galera —, dicevamo, rac­conta il poliziotto che ha avvi­cinato un bambino, e ha do­mandato: «Mi spieghi cosa fai?». «L’ho imparato da papà. Lo fa ogni sera».
È una Milano che si bagna la bocca con l’Expo e si sporca sempre più il naso con la cocai­na. La coca si abbassa di prez­zo, si svende, esonda, ma «tan­to non importa, è accettata, tol­lerata», è il ritornello di certi investigatori, che, dicono, ri­mangono «inascoltati». Cosa volete, replica qualcheduno: sa­rà che i fari sono puntati altro­ve, di questi tempi fanno cassa altre battaglie, del resto «pippa­no tutti», e i vicini di casa e i colleghi e l’amico. E poi, in fondo, se è vero che ogni emergenza ha il suo tempo per il clamore, magari la cocaina ha già perso il treno e buonanotte: viene da sintetiz­zare così, con un certo freddo, rassegnato (metropolitano?) realismo, il colloquio con due genitori, con i quali siamo stati fuori dalla scuola, «e per fortu­na è chiusa, a me a pensare a settembre mi viene la nausea» dice la mamma. La donna indi­ca una finestra, «la classe è quella». Il marito la cinge con un abbraccio, lei non lo rifiuta, anzi; sembra di star davanti a una perdita, che si piange e rimpiange. (...)
Andrea Galli
di donma , martedì 25 agosto 2009 7.33
Chiaramente Maria era spinta da qualcosa e infatti il testo continua: «raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1,39). Commenta Ambrogio: «Nescit tarda molimina Spiritus sancti gratia», la grazia dello Spirito Santo non sopporta ritardi. Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell'uscire dalle abitudini. Forse per questo l'evangelista ha precisato la fretta. Proviamo a parlare con Maria e a interrogarla: che cosa ti fa muovere con tanta rapidità? che cosa significa «in fretta»? Io credo che entrando un po' di più nel cuore di Maria, oltre all'azione dello Spirito che le infonde scioltezza, libertà, creatività, possiamo cogliere anche il desiderio di vedere il segno che le avrebbe confermato il suo mistero. L'annuncio dell'angelo costituiva un segreto pesantissimo da vivere, un segreto difficile da comunicare e si ha l'impressione che non lo avesse comunicato a nessuno. Da qui il suo bisogno di confrontarsi e di trovare conferma dell'indicazione datale, nel solco della volontà di Dio. Evidentemente in Maria era vivo pure il desiderio del servizio, dell'aiuto all'anziana cugina. Già iniziano a emergere i motivi di una relazione umana vera e profonda, e sono motivi di reciprocità. Ella vuole dare aiuto e insieme riceverlo. Maria può offrire aiuto perché capisce ciò che è avvenuto in Elisabetta, sa interpretarlo come un evento divino, mentre i circostanti penserebbero a un'anomalia biologica (Luca stesso scrive che Elisabetta tenne nascosta la gravidanza). Tuttavia Maria spera anche di essere capita. In una relazione autentica, si comprende l'altro e si è compresi a fondo. È da questa reciprocità nella relazione che sgorgherà, a mio parere, il Magnificat.
Carlo Maria Martini, Il vangelo di Maria, 31-32
di donma , lunedì 24 agosto 2009 7.43

 

Non condivido il sarcasmo dell'autrice sul valore della vita del concepito o della persona non più cosciente, ma sento doveroso il suo richiamo a non usare due pesi e due misure, non certo per rispettare la verità, ma per interesse politico. E se questo "giochetto interessato" lo fa anche Repubblica, purtroppo non è la sola, anzi - come sottolinea l'autrice - è ancora più odioso se visto fare da chi dice di ispirarsi ad una precisa antropologia e ad una sana morale.
don Chisciotte

La doppia etica della vita
di Chiara Saraceno
Il Bossi che se la piglia con le parole di condanna del Vaticano sulla crudeltà dei respingimenti è lo stesso che parla di identità cristiana-cattolica e di valori cristiano-cattolici quando vuole contrapporre il "noi" italiano (e meglio ancora padano) al "loro" dei migranti. Giovanardi che dichiara che parlare di Shoah nel caso delle centinaia (migliaia) di migranti che muoiono lungo le vie della migrazione - nei deserti, nelle prigioni libiche, in mare - è lo stesso che non fa una piega quando papa e vescovi parlando dell’aborto come assassinio, che si è scatenato contro la pillola Ru486, che parla degli embrioni appena fecondati come fossero esseri umani da proteggere (purché italiani, ovviamente). Insieme al governo e alla maggioranza di cui fanno parte, ed anche con l’attivo sostegno di una parte dei cattolici dell’opposizione, hanno sostenuto le posizioni della Chiesa in difesa della "vita nascente" e perché si continuino a mantenere artificialmente in vita corpi che hanno ormai perduto ogni traccia di vita umana. Hanno promosso leggi "in difesa della vita". E sempre "in difesa della vita" si sono opposti e si oppongono fino allo spasimo vuoi a sentenze dei tribunali, vuoi a pareri dei medici e delle comunità scientifiche.
Apparentemente va bene difendere gli embrioni (italiani) e accanirsi su corpi impotenti (italiani) in nome della vita e dell’etica cristiana, chiamando assassini coloro che invece cercano di distinguere tra esseri umani e esseri che non lo sono ancora o non più. Quando si tratta di immigrati invece cadono tutti i principi, tutte le norme di difesa della vita e della dignità della persona. Gli immigrati sono vite impunemente spendibili, senza valore, meno umani di un embrione al primo stadio e di un corpo da cui si è allontanato ogni barlume di coscienza e di capacità di vita (respirare, nutrirsi) autonoma.
E' questa siderale distanza nel valore attribuito alla vita umana che deve dare scandalo, non il fatto, in sé del tutto legittimo, di reagire anche duramente ad un giudizio della Chiesa cattolica. Non soccorrere chi è in pericolo, rimandare, come si sta facendo, chi arriva sulle nostre coste nei Paesi da cui provengono senza contestualmente preoccuparsi dei rischi per la loro vita che in molti casi questo comporta - è uno scandalo in sé, a prescindere dalle idee che si hanno su aborto e fine vita. Ma diventa intollerabile, inaccettabile, se queste azioni sono promosse da chi, quando si tratta di aborto, fecondazione assistita, fine vita e testamento biologico, dichiara di aderire al concetto di vita umana proposto dalla Chiesa cattolica e lo impone per legge a tutti.
Per una volta, verrebbe da dire finalmente, la Chiesa cattolica ha usato nei confronti delle morti tra i migranti per mancanza di soccorso e solidarietà umana termini simili a quelli che normalmente riserva a chi decide di abortire o di porre fine a una vita solo artificiale.
A mio parere si tratta di situazioni assolutamente incomparabili.
E l’accusa di esagerazione, rivolta da Bossi e Giovanardi alle parole del vescovo Vegliò, presidente della Pontificia Opera per i migranti, dovrebbe riguardare piuttosto l’accusa ricorrente di assassinio per le donne che abortiscono e per chi pietosamente sospende le cure a chi non può vivere più. Non il fatto di denunciare le responsabilità politiche e umane di chi abbandona al proprio destino di morte i disperati delle migrazioni, impaurendo e minacciando di sanzioni anche chi vorrebbe aiutarli.
Non è il laicismo che sta corrodendo le basi morali della nostra società. È piuttosto l’uso strumentale della religione per scatenare campagne amico-nemico, noi-loro, buoni-cattivi, salvo poi rivendicare ogni possibile eccezione quando serve, nei comportamenti privati come nelle politiche pubbliche.

Repubblica, 24.08.2009, pp. 1 e 21

 

di donma , lunedì 24 agosto 2009 5.00
L'ex colonia e i nostri doveri di dare asilo
(...) Se c’è un popolo che noi italiani abbiamo il dovere storico e morale di soccorrere, è il popolo eritreo. Perché della storia e dell’identità italiana, di cui finalmente si discute senza pregiudizi, gli eritrei fanno parte da oltre un secolo; così come noi apparteniamo alla loro, al punto da averla plasmata. Il nome stesso - Mar Eritreo era per i greci il Mar Rosso - fu suggerito a Francesco Crispi da Carlo Dossi, capofila della scapigliatura lombarda e collaboratore dello statista siciliano. Ma l’Eritrea è se possibile qualcosa di più della prima colonia italiana; senza l’intervento del nostro esercito e della nostra amministrazione, forse non sarebbe mai esistita come unità politica e culturale, e le tribù che abitavano l’altopiano sarebbero rimaste per sempre alla mercé dell’impero abissino.
Proprio questo legame particolarissimo consentì agli eritrei di godere solo dell’aspetto positivo del colonialismo - il centro dell’Asmara è una vetrina dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, mentre la ferrovia Massaua-Asmara fu distrutta dai bombardamenti inglesi -, e di evitare le pagine nere, dalla repressione in Libia ai bombardamenti sull’Etiopia. Ma è soprattutto la fratellanza d’armi ad aver coniato tra i due popoli un vincolo di solidarietà, che in questi giorni dovrebbe morderci la coscienza. I prigionieri di Adua, cui il negus fece tagliare il piede destro e la mano sinistra in quanto sudditi ribelli, rei di aver combattuto accanto agli italiani. I centinaia di militi ignoti sepolti nel cimitero di guerra di Cheren, dove avevano resistito agli attacchi britannici. Il libro di Montanelli, intitolato appunto XX battaglione eritreo. Il sacrificio di migliaia di ascari, da quelli del 1896 ai loro nipoti che ancora dopo la resa del Duca d’Aosta all’Amba Alagi continuarono a combattere nelle bande irregolari di Amedeo Guillet, l’ultimo eroe d’Africa. E la traccia che di tutto questo è rimasta nella cultura collettiva: gli acquerelli di Caccia Dominioni, i fez rossi sulle copertine della Domenica del Corriere, le fotografie degli sciumbasci— gli ufficiali indigeni — in gita premio nella Roma del 1912, accolti alla stazione Termini dalla folla entusiasta (e rivisti nella recente mostra al Vittoriano). Una memoria che non va confusa con le disavventure del regime fascista, ma affonda le sue radici nell’Italia risorgimentale e porta frutti ancora oggi.
Basta sbarcare all’Asmara per toccare con mano il profondo legame che ancora unisce gli eritrei all’Italia, dai caffè ai modi di dire, dall’urbanistica alla toponomastica, che celebra nomi in Italia dimenticati, i testimoni antichi del nostro mal d’Africa cui erano dedicati i battaglioni eritrei: il primo, contrassegnato dal colore rosso, intitolato a Turitto; il secondo, azzurro, a Hidalgo; il terzo, cremisi, a Galliano; il quarto, nero, a Toselli. Da quasi vent’anni, come ha documentato sul Corriere Massimo A. Alberizzi, l’Eritrea è schiacciata dal tallone di Afeworki, l’uomo che parve un liberatore e si è rivelato un aguzzino del suo popolo, sfiancato da una guerra impari con l’Etiopia. È normale che, alla ricerca di un Paese d’asilo, gli eritrei guardino all’Italia, dove già vive una comunità molto attiva. (...)
Aldo Cazzullo
di donma , domenica 23 agosto 2009 5.27
Il dimezzatore
di Massimo Gramellini
Mi sono ripromesso di non parlare mai più di B, se non per tesserne gli elogi. Ed è proprio ciò che intendo fare oggi, avvolgendo in una coperta di evviva la sua ultima dichiarazione calcistica: bisogna dimezzare gli ingaggi dei calciatori. Bravo. Ad alcuni di loro (per esempio a quelli che senza fare una piega hanno lasciato inabissare la squadra per cui tifo) li azzererei addirittura. Ma la mia totale adesione alla campagna moralizzatrice del B non può farmi dimenticare chi fu il primo in Italia a gonfiare il prezzo dei mercenari del pallone: B medesimo, quando nel 1992 prelevò Gigi Lentini con un elicottero e lo strappò al Toro (e al ventricolo destro del mio cuore) per almeno 18 miliardi e mezzo di lire. Una cifra che adesso farà ridere, ma all’epoca fece piangere e anche un po’ arrabbiare parecchia gente: Gianni Agnelli lo ribattezzò ironicamente «il calmieratore».
Solo gli stupidi non cambiano mai idea, ci mancherebbe. Ma solo i furbi riescono sempre a indossare l’idea più intonata alle loro convenienze del momento, convincendo gli altri che sia quella giusta. In questo genere di ginnastica verbale B è un autentico maestro. Quando entrò in politica si lamentò giustamente perché al suo partito appena nato veniva concesso meno spazio che ai partiti già grandi e grossi, quindi meno bisognosi di farsi conoscere dagli elettori. E qualche anno dopo si lamentò, sempre giustamente, che i partiti appena nati pretendessero di avere in tv lo stesso spazio di un partito grande e grosso come il suo.
di donma , domenica 23 agosto 2009 5.20
Gli svizzeri in Italia a 190 all’ora. E nessuno li punisce
Gli Stati stranieri non sono obbligati a fornire le generalità
Gli svizzeri sono poi così corretti (segreto bancario a parte)? Noi italiani siamo davvero ingovernabili? Gli stereotipi nazionali vanno presi, smontati e stu­diati. Solo allora possono rivelarsi istruttivi. All’inizio di agosto, qui sul Corriere, avevo raccontato la sorpresa autostradale dell’estate 2009: auto italiane pre­occupate del Sistema Tutor, e in genere rispettose dei limiti; auto straniere ben più disinvolte, spesso oltre i limiti. Il turbofanatico — quello che ti piomba alle spalle con gli abbaglianti, a 190 km/h, e chiede strada per la sua prepotenza — è spesso un forestiero. Di targa, almeno. Parecchi svizzeri, avevo notato. Qualche tedesco. Alcuni olandesi. francesi, romeni, croati e residenti di Montecarlo. Le multe non gli arrivano? mi ero domandato. Oppure arrivano e vengono ignorate? Per saperne di più, ho scritto al Ministero dell’Interno, che mi ha girato all’ufficio legale della Polizia Stradale, dalla quale è emersa questa stupefacente realtà.
Copio e incollo:
A) «Non esiste un meccanismo uni­forme e condiviso di notifica internazionale dei verbali relativi alla violazione delle regole della circolazione stradale. Fatta eccezione dei casi in cui c’è un accordo bilaterale (come per l’Austria), non esiste un obbligo per lo Stato di residenza dello straniero di comunicare all’Italia l’intestatario del veicolo che ha commesso la violazione. Anzi, alcuni Paesi si oppongono fermamente a que­sta operazione»;
B) «Non esiste un sistema di esecuto­rietà delle sanzioni nei confronti degli utenti che, avendo commesso violazio­ne in uno Stato estero, non abbiano provveduto al relativo pagamento. In tal modo le infrazioni stradali restano spesso impunite se commesse a bordo di un veicolo immatricolato in un altro Stato. Chi paga lo fa, sostanzialmente, per buona volontà». Buona volontà! Tanti svizzeri, evidentemente, la perdono per strada, quando scendono in Italia. Scrive un lettore di Zurigo, Dino Nardi: «Da inizio 2008, ben 85.000 automobilisti svizzeri sono debitori di 1,4 milioni di euro per pedaggi non pagati in Italia. La Società Au­tostrade, per incassare quei soldi, ha incaricato una società svizzera specializza­ta nel recupero crediti». Ho indagato. Secondo il Touring Club svizzero, si tratta di carte di credito scadute, mancanza di contante e passaggi indebiti nella corsia Telepass. Conclude amaro il signor Nardi: «Evidentemente gli automobilisti svizzeri (compresi noi stranieri che qui abitiamo), in genere disciplinati e ossequiosi del codice della strada, non prendono seriamente l’Italia e le sue leggi. Confidano nella trasandatezza dell’applicazione. Se ciò accadesse a parti invertite, altro che impunità: farsi individuare in Svizzera, anche dopo anni, dalle autori­tà di polizia (magari in un controllo o un pernottamento) significa pagare caro, molto caro, il mancato pagamento di una multa, o altro. Provare per credere!».
Diciamolo, sarebbe sorprendente se i transalpini, dentro di sé, la pensassero ancora come i loro antenati del Grand Tour: l’Italia è attraente perché tutto è permesso. Ai tempi erano peccatucci sessuali, aborriti dalla morale protestante; oggi può essere un’Audi lanciata a 200 km/h su un’autostrada trafficata, alla faccia delle regole, della sicurezza e delle multe. Giacomo Leopardi — uomo di Recanati, ma ha potuto evitare la A14 — aveva capito tutto: «Oggidì i viaggi più curiosi e più interessanti che si possono fare in Europa, cioè nel pae­se incivilito, sono quelli de’ paesi meno inciviliti». Un sospetto, quindi: è l’ambiente che crea il comportamento. Siamo animali sociali, imitiamo quelli che ci stan­no intorno. Non esiste una predisposi­zione alla sciatteria civile, anche se in Italia ci fa comodo pensarlo. Chi viaggia, lo sa: gli italiani nel mondo rispettano regole che ignorano in patria (dal fisco all’ufficio, dall’università alla stra­da). Che gli svizzeri, amici e vicini, facciano il contrario è culturalmente e antropologicamente interessante (neces­sità di una pausa civica? voglia di vacanza morale?). Ma è inaccettabile. Aiutiamoli a correggersi, regaliamo loro i beati giorni del castigo. Ci saranno riconoscenti, dai Grigioni all’Appenzello.

Beppe Severgnini
di donma , sabato 22 agosto 2009 18.04

Aborrisco la violenza e non capisco proprio come si faccia ad andare in discoteca apposta per vedere simili personaggi, ma non trattengo una certa soddisfazione a sentire che c'è qualcosa per cui non si sopporta più... e si chiamano le cose (e le persone) col loro nome.
P.S. Pietosa la figura del povero dj che tenta delle frasi senza senso... come colui che l'ha preceduto al microfono.

don Chisciotte
Corona contestato: scappa via
Ospite al lido Blu Marine di Marina di Gioiosa Jonica, in Calabria. Ma arriva con 4 ore di ritardo. oveva arrivare a mezzanotte, si è presentato alle 4 del mattino. La folla grida "scemo, scemo", lui comincia a scaldarsi: "Ci vediamo dopo fuori, appena finisce l'ospitata...". Così la situazione precipita. Lancio di oggetti e cori contro il fotografo che deve lasciare il locale di corsa per non essere pestato.

  

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