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Bollettino per i naviganti Minimize
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Minimize

Chiesa-Lega la posta è il territorio
di Franco Garelli
L’aspro dibattito pubblico seguito alla tragedia in mare degli immigrati eritrei indica che siamo forse a un punto di svolta dei rapporti della Chiesa con la Lega Nord, che su questi temi può coinvolgere anche l’esecutivo di cui essa fa parte o di cui sembra essere la padrona. Da entrambe le parti sono volate parole grosse, che hanno portato il Vaticano e la Cei a dire che nel Mediterraneo si sta consumando una nuova Shoah.
Che l’Occidente finge di non vedere; e con lo stato maggiore leghista che ha reagito a muso duro, accusando i Vescovi di dire «parole senza senso», di «inventarsi nuovi comandamenti», di lanciare messaggi che alimentano i viaggi in mare dei clandestini che poi finiscono in tragedie. Dalla Padania è persino giunta la minaccia di rivedere il Concordato, anche se Bossi a questo punto ha smorzato la polemica, ricordando che «la Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro». Ma al di là dei toni più o meno forti, è del tutto evidente che quella che si sta concludendo è una delle settimane di maggior passione e scontro tra la Lega Nord e la Chiesa, per la distanza che ormai separa - in tema di politiche migratorie e sociali - i due mondi.
Oggetto della contesa, dunque, non è la politica globale del governo in carica, che su vari aspetti valorizza la presenza della Chiesa nel paese; ma uno dei suoi punti qualificanti, rappresentato da quell’insistenza sui temi dell’ordine e della sicurezza che - a detta dei vescovi - produce la chiusura del Paese verso gli immigrati e alimenta l’indifferenza verso quanti cercano di emigrare per sfuggire alla fame, alla guerra, a condizioni disumane. La Chiesa non intende disgiungere legalità e solidarietà, ma richiama il governo e la nazione a non vivere solo di ordine pubblico e di respingimenti; così come vorrebbe che le forze politiche che si richiamano all’identità cattolica accettassero le indicazioni della sua dottrina sociale Il nuovo braccio di ferro tra Lega e Chiesa indica almeno tre cose.
Anzitutto che l’unica voce critica sui temi sociali e dell’immigrazione che preoccupa la Lega Nord è quella della Chiesa cattolica, nonostante che nel Paese vi siano molte altre forze sociali, politiche e religiose che da tempo protestano contro le scelte del governo e dei leghisti in questo campo. Proprio perché la considera come la spina nel fianco più ostica per attuare il suo no ad un’Italia multietnica, il Carroccio riconosce alla Chiesa una capacità di mobilitazione pubblica sui temi sociali ben superiore a quella su cui possono contare gli stessi partiti dell’opposizione. A più riprese la Lega si è contrapposta agli appelli del card. Tettamanzi, che auspicava la nascita a Milano di nuove moschee e un rapporto più sereno con l’islam; mentre ha sempre reagito con fastidio alle forti proteste della Cei per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina nel pacchetto sicurezza varato dal governo.
In secondo luogo emerge che la Lega Nord ritiene di avere una posizione così forte nel Paese e nell’arena politica da usare con i vescovi toni pesanti, persino ricattatori. Per parare la critica di essere l’anima di una politica migratoria senz’anima, Bossi sfida paradossalmente il Vaticano ad aprire le sue porte ai clandestini, ricordando che proprio la città del Papa è quella che ha le mura più spesse e gli accessi più riservati; in ciò dimenticando tutti i gruppi religiosi e le parrocchie che operano sul territorio per far fronte alle varie emergenze sociali, tra cui quelle dei nuovi flussi migratori.
Infine occorre notare che al centro della contesa tra i vescovi e la Lega Nord vi è la competizione tra due diverse visioni della realtà che passano anche attraverso la questione migratoria. I vescovi italiani, soprattutto quelli del Nord Italia, sono ben consapevoli di quanto la Lega sia radicata sul territorio e della sua capacità di interpretare il sentire di quelle popolazioni. Vent’anni fa i vescovi e i preti della Lombardia e del Veneto, hanno del tutto sottostimato la capacità di penetrazione delle idee leghiste su territori che erano politicamente bianchi, ritenendo che la Dc e i gruppi ecclesiali fossero in grado di interpretare il sentire comune. Oggi Lega e Chiesa invece si contendono il territorio, le domande della gente, la capacità di rappresentare il mondo locale. I preti e i vescovi di alcune aree del Nord sanno che se nelle omelie insistono troppo sui temi della solidarietà verso gli immigrati la gente comincia a rumoreggiare in chiesa; ma sono anche consapevoli che se non tengono alto il loro messaggio sociale e religioso disperdono il senso stesso della proposta cristiana.
La tregua tra Lega Nord e Chiesa sembra dunque sul punto di rompersi. La prima, pur caratterizzandosi perlopiù per un’anima laica, ha da tempo adottato la religione cattolica come una sacra volta per difendere i valori della tradizione contro la presenza multietnica, dell’islam in particolare. Dal canto suo, la Chiesa anche grazie all’ossequio leghista al cattolicesimo ha visto maggiormente riconosciuto il suo ruolo nel paese, certificato dai provvedimenti a suo favore varati dalla maggioranza di governo. Si tratta di un equilibrio destinato a infrangersi se i leghisti chiedono alla Chiesa di occuparsi soltanto delle questioni di sacrestia (lasciando a loro libertà di azione sui temi emergenti) e se la Chiesa non intende rinunciare a giocare in senso forte la sua anima più solidale.

Diminuiscono nettamente le donazioni alle organizzazioni non governative
Ma dalla Val d'Aosta vengono proposte, come i titoli destinati all'aiuto del prossimo
La crisi frena gli aiuti umanitari. E si propongono i "titoli solidali"
di Eugenio Occorsio
Donazioni e contributi di solidarietà in frenata: la crisi economica sta facendo sentire i suoi effetti sul delicatissimo "terzo settore" e così rischiano di incepparsi progetti umanitari, di tutela delle minoranze, di ricerca scientifica che hanno assolutamente bisogno di questo tipo di entrate.
L'allarme lo lancia l'Istituto italiano di donazione, un organismo privato di controllo e consulenza che certifica l'effettivo utilizzo ai fini statutari delle donazioni. Sono 106 le Ong iscritte all'Istituto, dall'Associazione per la ricerca sul cancro (Airc) a quella delle leucemie (Ail), dalla Fondazione ambrosiana per la vita al Pontificio istituto per le missioni estere, e ancora dall'Amref all'Intersos che coordinano i medici in Africa. "L'adesione al nostro istituto è volontaria - spiega il presidente Maria Guidotti - ed è una garanzia per il corretto e trasparente utilizzo delle donazioni. Abbiamo rilevato che nel primo semestre del 2009 il 34% delle organizzazioni a noi aderenti registra un flusso di donazioni inferiore sia all'anno precedente che alle aspettative. E' un dato preoccupante: all'inizio dell'anno solo il 22% delle organizzazioni si aspettava un 2009 in calo". (...) A soffrire in particolare saranno le organizzaioni di minori dimensioni, soprattutto nei settori della salute e della cooperazioni internazionale. (...)

"Le ideologie ci separano, i sogni e le angosce ci riuniscono".

Eugène Ionesco

Cento cose per vivere posson bastare
Michael Bruno vuole dimostrare che si può vivere con poco
La sfida di un manager americano: tagliare il superfluo e resistere con pochi oggetti.
Sul Web si è scatenato il dibattito: nella vita di oggi, che cosa è davvero indispensabile?
di Bruno Ventavoli
E’più o meno a metà del cimento. E per il momento pare resistere. L'imprenditore americano Michael Bruno, annunciò lo scorso anno, (e cominciò davvero il 12 novembre) che avrebbe vissuto un anno intero con sole 100 cose essenziali. E' la mia sfida al consumismo, disse, lanciando una moda neominimalista che ha raccolto adepti, imitatori, fiancheggiatori critici. Paginate sui giornali. Interviste. Guardatevi intorno, disse, siamo sommersi da oggetti inutili, compriamo compulsivamente oggetti inutili, gli oggetti non sono più strumenti per vivere, ma feticci che adoriamo senza nemmeno rendercene conto. Dobbiamo amare gli esseri umani, non gli oggetti. Perfetto. Dalle battaglie contro i vitelli d'oro combattute qualche millennio fa, fino al moderno marxianesimo, passando per anacoreti, San Francesco, mistici d’ogni fede, e psicoanalisi, sono tanti i precursori che hanno dichiarato guerra alla materialità della vita. Bruno lo fa per semplice sfida personale, per liberarsi dal consumismo folle, avido, egoista.
Il primo problema è stato decidere quali oggetti portare nel suo anno da «Lost» in California. S’è consultato on line con i partecipanti al suo forum. E s'è dato sette comandamenti. Solo cose di stretto uso personale. Letto, tavolo o sedie, sono cose «usate» con la famiglia (qui c’è un po’ puzza di trucco), quindi fuori dal computo. Gran parte dei ricordi sono stati accantonati. Niente oggettini madidi di ricordi proustiani. Figurine di Harry Potter, collezione di trenini Marklin sono finiti in garage, e probabilmente saranno venduti. Via i vecchi diari, solo un Moleskine pronto per l’uso. Per salvare la faccia con la moglie, s’è tenuto anche la fede nuziale, altrimenti 13 anni di matrimonio rischiavano seriamente di incrinarsi.
I libri erano una rogna spinosa. Che fare della biblioteca così ricca di volumi che gli hanno ispirato la sua svolta anticonsumista? Dibattito in rete. Tenerne solo uno, o considerarli come categoria, quindi salvarne svariati? Shakespeare o Seneca? Il solito dilemma dei bibliofili. Bruno dichiara ufficialmente tre Bibbie (una delle quali regalata dal padre). Ma ammette un «cheat»: per scoprire l’«inganno» rimanda alla lettura del suo futuro libro «La sfida delle 100 cose».
Col guardaroba è stato draconiano. Una ventina tra camicie, t-shirt, bermuda, una cintura, due paia di jeans, una cravatta (!), flip flops, e persino 6 magliette della salute (che molti, invece, avrebbero considerato esteticamente superflue). Un berretto di lana (che la moglie definisce «orrendo»). Sul capitolo biancheria intima probabilmente c’è stata un’insurrezione dei famigliari, terrorizzati dalle conseguenze per il loro olfatto. Mutande e calzini sono stati ritenuti «un solo oggetto», ovvero se n’è tenuti, una decina. «L’obiettivo è resistere al consumismo, non abdicare all’igiene».
Per svago e tempo libero, vero nutrimento dell’anima, non ha badato a economie. Nella lista c’è un po’ di tutto, dalla tavola da surf, all’attrezzatura per campeggio, dal sacco a pelo alla bottiglia d’acqua per lavarsi dopo una giornata tra le onde, alle scarpette per arrampicare. Niente iPhone, né Blackberry, ma iMac, stampante, orologio, un paio di macchine fotografiche, una vecchia automobile Mazda 929 di 16 anni.
La vita minimale procede. Cento oggetti possono bastare. Decine di persone lasciano messaggi, discutono nel forum. Chi entusiasta, chi critico, chi rilancia al ribasso proponendo una «Sfida delle 50 cose». D’altronde c’è qualche miliardo di persone al mondo che sopravvive con anche meno. Einstein, ricorda un individuo, sosteneva di poter vivere relativamente con poco, un violino, una penna, un orologio solare e una giacca di pelle (tutti regali di compleanno della sua seconda moglie). E i buddhisti, per liberarsi dalla legge del possesso, consentono solo otto cose: tre «Civara» (l’abito), una scodella per la questua, il rasoio, l’ago per cucire, il filo, il rosario, lo zaino, e un altro oggetto che dipende dalle scuole. Ma la loro è una sfida diversa. Bruno, sul piano dell’igiene, s’è adeguato più o meno adeguato, oltre al rasoio buddhista, ha salvato solo spazzolino, e trimmer per tagliare i peli nel naso e nelle orecchie.
Bruno ha lanciato la sfida delle 100 cose proprio mentre la crisi economica esplodeva in tutta la sua virulenza. Migliaia di americani hanno dovuto fare, obtorto collo, quel che ha fatto lui per scelta. Tante immagini abbiamo visto di gente sfrattata da case pignorate e di manager licenziati, che se ne andavano mesti con qualche scatolone contenente ciò che potevano e volevano tenere con sé. Se il suo manuale fosse già stato stampato, avrebbero potuto attingere consigli per riempire i box di cartone.

Vostra eccellenza
di Lietta Tornabuoni
Chissà chi ha introdotto nel nostro linguaggio ufficiale, già tanto deplorevole, la parola «eccellenza». Un tempo, nel Seicento e oltre, destinata alle persone (governatori, arcivescovi, presidenti), «eccellenza» è passata ora alle cose: uva e vini, affettati, Università (che pure sono tra le peggiori d’Europa), pomodori pelati, imbarcazioni, Grotta Azzurra caprese (nonostante i miasmi) e altri paesaggi naturali. Bisognerebbe tagliare la lingua a chi la adopera, questa espressione «eccellenza italiana» (a volte, in caso di necessità, anche plurale: «eccellenze»). E’ falsa. Trovare cose eccellenti da noi è molto raro; risulta più facile trovare cose alterate, manipolate, rovinate per incuria o per farci più soldi, oppure cose che non funzionano affatto. E’ un’espressione ridondante, un esempio di linguaggio-maschera che serve a occultare una situazione miserevole e a tenersi su a forza di chiacchiere. E’ un’espressione invadente: da quando è stata introdotta, viene applicata a qualunque sciocchezza, son diventati eccellenti pure l’aspirina, le creme di bellezza piene d’acqua a confronto con quelle straniere di pari marca e volume; le cipolle rosse al mercato, i vini «famigliari» dai nomi illusori. Insomma, «eccellenza» è un’espressione ridicola e fuori posto, da tempi di crisi (...). Eppure, a irritare non è soltanto la sua enfasi e il suo uso: piuttosto, il disprezzo per la normalità che nasconde. Che nostalgia, invece, per una normalità in cui i bagagli dei viaggiatori non vengano saccheggiati o perduti, gli aerei non tardino minimo due ore, il pane e la mozzarella non siano gonfi d’aria, i panorami non offrano veleni, i turisti non vengano sistematicamente derubati, nessuno pretenda torvamente mance e mazzette, la gente non venga ammazzata in mezzo alla strada. Che sollievo sarebbe, la normalità. (...)

«Se dovessi dirvi cos'è che più importa per noi che vogliamo credere ad un Cristianesimo che veramente incida sulla vita moderna, vorrei dire che il grande atteggiamento è la vittoria sulla paura. Perché non prego? Perché ho paura di perdere tempo, perché ho paura dell'aridità. Ciò che è chiesto a noi dallo Sposo divino è di essere fedeli nell'attesa di lui che viene. E quel Dio che viene verso di noi. E noi dobbiamo essere preparati ad attenderlo, ma con la convinzione che ci porterà sempre una novità.
La freschezza della Chiesa, è quella di credere nella novità di Dio. La Chiesa di oggi non subisce, per caso, la tentazione della paura? Dio è novità. E quando vedo una Chiesa che ha paura della novità posso sorridere. La Chiesa non sta in piedi perché io sono bravo o non sono bravo. La Chiesa sta in piedi perché ha lo Spirito. L'atteggiamento di chi vuole affrontare la contemplazione nella vita è proprio questa sicurezza in Dio. E questa testimonianza che fa gridare alla nostra fede: «Cristo risorto è la nostra forza!». Ed è per questo che, direi particolarmente oggi, dobbiamo dare l'impressione proprio nella Chiesa stessa, di non volere delle sicurezze. E proprio nel coraggio di non volere sicurezze e di fidarsi non dell'organizzazione, non della mia - direi - preghiera di ieri, ma di gettarmi con grande fiducia nel potere di Cristo risorto, nell'azione dello Spirito Santo in me che mi abita e nella fiducia infinita in un Padre che mi dà la vita, in questo trovo la mia pace e quindi la mia contemplazione».
Carlo Carretto, Ogni giorno, 4 gennaio

Milano, mancano chiese in 3 quartieri e luoghi di preghiera per i musulmani
Non è più dilazionabile l’urgenza di trovare anche per la comunità islamica di Milano luoghi di preghiera. Esiste anche una carenza di luoghi di culto e di aggregazione cattolici in alcuni quartieri della periferia milanese. Ne parla mons. Erminio De Scalzi, vicario episcopale per la città di Milano
Nel discorso alla città dello scorso dicembre, il cardinale Tettamanzi parlava della necessità di creare luoghi per il dialogo e l’incontro, con se stessi e con gli altri. Tettamanzi precisava che “in tante zone della Città mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città”. (...)
Tettamanzi proseguiva il discorso alla città aggiungendo che “ne hanno un bisogno ancora più urgente (di luoghi di preghiera) le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam”. È cambiata, da dicembre a oggi, la condizione di preghiera degli islamici a Milano?
Anche gli islamici, a Milano, hanno diritto ad avere un luogo di culto. È un diritto che la nostra Costituzione riconosce a tutte le religioni. Le grandi città europee hanno una o più moschee. Sento che è giunto il momento – non più dilazionabile – di trovare, anche per la comunità islamica di Milano, una soluzione a questo problema. Questo creerebbe una possibilità di dialogo più disteso tra le religioni, eviterebbe l’illegittima e fastidiosa occupazione di suolo pubblico – come ora avviene in viale Jenner – e, ogni anno, non saremmo sempre daccapo a cercare soluzioni per la preghiera del Ramadan. Purchè sia “un vero luogo di culto” e non altro. All’autorità civile spetterà il compito di vigilare e ottenere garanzie in tale senso. Agli islamici l’onere di assumersi i costi – come fa ogni nostra parrocchia – di tale costruzione.
Il cardinale concludeva poi dicendo: “Una Città amica sa offrire questi tempi, questi spazi, queste opportunità”. Milano è “città amica”? Qual è il ruolo della città nella gestione degli spazi di preghiera?
A quest’ultima domanda vorrei rispondere così: la gente vive con apprensione il passaggio di Milano da città monoreligiosa a multireligiosa. Mentre da un lato i fedeli allentano i propri legami con i dettami della fede di appartenenza, quella cattolica, noto che essi si mostrano molto guardinghi e a volte impauriti di fronte all’eventualità di doversi misurare e confrontare con un’altra religione. Come vescovo, sento la responsabilità che ha la Chiesa di Milano di costruire un clima di maturazione e confronto reciproco, dentro il quale, senza svendere le nostre rispettive identità, si possa però imparare a riconoscersi e a stimare i rispettivi cammini di fede e di preghiera. Ma questo richiederebbe a noi cristiani, per primi, uno slancio un pochino più convinto nel modo di vivere e praticare la nostra fede.
Filippo Magni

Non mi interessa che queste interviste siano state fatte al Meeting; credo che un'evidente confusione regni tra i cattolici in quanto tali. Nemmeno le parole-chiave tengono; nemmeno la Parola del Signore affiora che criterio unico di giudizio. In questo caso cerchiamo di salvare capre e cavoli... dimenticando le parole del Maestro rispetto a chi cerca di salvare la propria vita (o società, o partito, o interesse...).

don Chisciotte

Ma che bravi quei cristiani che appoggiano la Lega...

A scuola i bambini giocano allo spaccio
In una elementare bustine «originali», accendini portati da casa e gomme sbriciolate per fare la polvere
Lo facevano per­fino meglio degli adulti, che senza saperlo, o non volendo vedere, glielo avevano insegna­to. Quarta classe di una scuola elementare: tiri tu o tiro io che giochiamo alla droga? Simula­zione di spaccio di cocaina, confezionata con i reali arnesi del mestiere e una certa mae­stria. Una pellicola di cellopha­ne, di quelle per contenere gli alimenti da frigo, e un accendi­no per sigillare, dosando il giu­sto la fiamma. Falsa era solo la polvere bianca, una gomma per cancellare sbriciolata e infi­lata nel cellophane. All’interval­lo, i bimbi si riunivano: chi vendeva, chi comprava, chi of­friva sconti.
Le indagini sono state com­pletate, la scuola ha preso prov­vedimenti. «Darete la colpa a noi, direte che non abbiamo vi­sto, non ci siamo accorti», si piange addosso una maestra. L’allarme l’ha dato una mam­ma. Un giorno che preparava una torta, in cucina s’è visto il figlioletto inventarsi chimico. Lì, sul tavolo. Le bustine, l’ac­cendino, la gomma... Allora ha domandato, lui ha raccontato che è iniziato per quel compa­gno, che ha portato la novità, tutti l’hanno prima invidiato, quindi ammirato, infine gli so­no andati dietro, cercando di superarlo. Dice un poliziotto, uno che arrestandoli anche quattro vol­te nell’arco di trent’anni, ha vi­sto ragazzini diventare adole­scenti, padri e nonni — tutto subito, in fretta, intervallato dalla galera —, dicevamo, rac­conta il poliziotto che ha avvi­cinato un bambino, e ha do­mandato: «Mi spieghi cosa fai?». «L’ho imparato da papà. Lo fa ogni sera».
È una Milano che si bagna la bocca con l’Expo e si sporca sempre più il naso con la cocai­na. La coca si abbassa di prez­zo, si svende, esonda, ma «tan­to non importa, è accettata, tol­lerata», è il ritornello di certi investigatori, che, dicono, ri­mangono «inascoltati». Cosa volete, replica qualcheduno: sa­rà che i fari sono puntati altro­ve, di questi tempi fanno cassa altre battaglie, del resto «pippa­no tutti», e i vicini di casa e i colleghi e l’amico. E poi, in fondo, se è vero che ogni emergenza ha il suo tempo per il clamore, magari la cocaina ha già perso il treno e buonanotte: viene da sintetiz­zare così, con un certo freddo, rassegnato (metropolitano?) realismo, il colloquio con due genitori, con i quali siamo stati fuori dalla scuola, «e per fortu­na è chiusa, a me a pensare a settembre mi viene la nausea» dice la mamma. La donna indi­ca una finestra, «la classe è quella». Il marito la cinge con un abbraccio, lei non lo rifiuta, anzi; sembra di star davanti a una perdita, che si piange e rimpiange. (...)
Andrea Galli

Chiaramente Maria era spinta da qualcosa e infatti il testo continua: «raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1,39). Commenta Ambrogio: «Nescit tarda molimina Spiritus sancti gratia», la grazia dello Spirito Santo non sopporta ritardi. Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell'uscire dalle abitudini. Forse per questo l'evangelista ha precisato la fretta. Proviamo a parlare con Maria e a interrogarla: che cosa ti fa muovere con tanta rapidità? che cosa significa «in fretta»? Io credo che entrando un po' di più nel cuore di Maria, oltre all'azione dello Spirito che le infonde scioltezza, libertà, creatività, possiamo cogliere anche il desiderio di vedere il segno che le avrebbe confermato il suo mistero. L'annuncio dell'angelo costituiva un segreto pesantissimo da vivere, un segreto difficile da comunicare e si ha l'impressione che non lo avesse comunicato a nessuno. Da qui il suo bisogno di confrontarsi e di trovare conferma dell'indicazione datale, nel solco della volontà di Dio. Evidentemente in Maria era vivo pure il desiderio del servizio, dell'aiuto all'anziana cugina. Già iniziano a emergere i motivi di una relazione umana vera e profonda, e sono motivi di reciprocità. Ella vuole dare aiuto e insieme riceverlo. Maria può offrire aiuto perché capisce ciò che è avvenuto in Elisabetta, sa interpretarlo come un evento divino, mentre i circostanti penserebbero a un'anomalia biologica (Luca stesso scrive che Elisabetta tenne nascosta la gravidanza). Tuttavia Maria spera anche di essere capita. In una relazione autentica, si comprende l'altro e si è compresi a fondo. È da questa reciprocità nella relazione che sgorgherà, a mio parere, il Magnificat.
Carlo Maria Martini, Il vangelo di Maria, 31-32

 

Non condivido il sarcasmo dell'autrice sul valore della vita del concepito o della persona non più cosciente, ma sento doveroso il suo richiamo a non usare due pesi e due misure, non certo per rispettare la verità, ma per interesse politico. E se questo "giochetto interessato" lo fa anche Repubblica, purtroppo non è la sola, anzi - come sottolinea l'autrice - è ancora più odioso se visto fare da chi dice di ispirarsi ad una precisa antropologia e ad una sana morale.
don Chisciotte

La doppia etica della vita
di Chiara Saraceno
Il Bossi che se la piglia con le parole di condanna del Vaticano sulla crudeltà dei respingimenti è lo stesso che parla di identità cristiana-cattolica e di valori cristiano-cattolici quando vuole contrapporre il "noi" italiano (e meglio ancora padano) al "loro" dei migranti. Giovanardi che dichiara che parlare di Shoah nel caso delle centinaia (migliaia) di migranti che muoiono lungo le vie della migrazione - nei deserti, nelle prigioni libiche, in mare - è lo stesso che non fa una piega quando papa e vescovi parlando dell’aborto come assassinio, che si è scatenato contro la pillola Ru486, che parla degli embrioni appena fecondati come fossero esseri umani da proteggere (purché italiani, ovviamente). Insieme al governo e alla maggioranza di cui fanno parte, ed anche con l’attivo sostegno di una parte dei cattolici dell’opposizione, hanno sostenuto le posizioni della Chiesa in difesa della "vita nascente" e perché si continuino a mantenere artificialmente in vita corpi che hanno ormai perduto ogni traccia di vita umana. Hanno promosso leggi "in difesa della vita". E sempre "in difesa della vita" si sono opposti e si oppongono fino allo spasimo vuoi a sentenze dei tribunali, vuoi a pareri dei medici e delle comunità scientifiche.
Apparentemente va bene difendere gli embrioni (italiani) e accanirsi su corpi impotenti (italiani) in nome della vita e dell’etica cristiana, chiamando assassini coloro che invece cercano di distinguere tra esseri umani e esseri che non lo sono ancora o non più. Quando si tratta di immigrati invece cadono tutti i principi, tutte le norme di difesa della vita e della dignità della persona. Gli immigrati sono vite impunemente spendibili, senza valore, meno umani di un embrione al primo stadio e di un corpo da cui si è allontanato ogni barlume di coscienza e di capacità di vita (respirare, nutrirsi) autonoma.
E' questa siderale distanza nel valore attribuito alla vita umana che deve dare scandalo, non il fatto, in sé del tutto legittimo, di reagire anche duramente ad un giudizio della Chiesa cattolica. Non soccorrere chi è in pericolo, rimandare, come si sta facendo, chi arriva sulle nostre coste nei Paesi da cui provengono senza contestualmente preoccuparsi dei rischi per la loro vita che in molti casi questo comporta - è uno scandalo in sé, a prescindere dalle idee che si hanno su aborto e fine vita. Ma diventa intollerabile, inaccettabile, se queste azioni sono promosse da chi, quando si tratta di aborto, fecondazione assistita, fine vita e testamento biologico, dichiara di aderire al concetto di vita umana proposto dalla Chiesa cattolica e lo impone per legge a tutti.
Per una volta, verrebbe da dire finalmente, la Chiesa cattolica ha usato nei confronti delle morti tra i migranti per mancanza di soccorso e solidarietà umana termini simili a quelli che normalmente riserva a chi decide di abortire o di porre fine a una vita solo artificiale.
A mio parere si tratta di situazioni assolutamente incomparabili.
E l’accusa di esagerazione, rivolta da Bossi e Giovanardi alle parole del vescovo Vegliò, presidente della Pontificia Opera per i migranti, dovrebbe riguardare piuttosto l’accusa ricorrente di assassinio per le donne che abortiscono e per chi pietosamente sospende le cure a chi non può vivere più. Non il fatto di denunciare le responsabilità politiche e umane di chi abbandona al proprio destino di morte i disperati delle migrazioni, impaurendo e minacciando di sanzioni anche chi vorrebbe aiutarli.
Non è il laicismo che sta corrodendo le basi morali della nostra società. È piuttosto l’uso strumentale della religione per scatenare campagne amico-nemico, noi-loro, buoni-cattivi, salvo poi rivendicare ogni possibile eccezione quando serve, nei comportamenti privati come nelle politiche pubbliche.

Repubblica, 24.08.2009, pp. 1 e 21

 

L'ex colonia e i nostri doveri di dare asilo
(...) Se c’è un popolo che noi italiani abbiamo il dovere storico e morale di soccorrere, è il popolo eritreo. Perché della storia e dell’identità italiana, di cui finalmente si discute senza pregiudizi, gli eritrei fanno parte da oltre un secolo; così come noi apparteniamo alla loro, al punto da averla plasmata. Il nome stesso - Mar Eritreo era per i greci il Mar Rosso - fu suggerito a Francesco Crispi da Carlo Dossi, capofila della scapigliatura lombarda e collaboratore dello statista siciliano. Ma l’Eritrea è se possibile qualcosa di più della prima colonia italiana; senza l’intervento del nostro esercito e della nostra amministrazione, forse non sarebbe mai esistita come unità politica e culturale, e le tribù che abitavano l’altopiano sarebbero rimaste per sempre alla mercé dell’impero abissino.
Proprio questo legame particolarissimo consentì agli eritrei di godere solo dell’aspetto positivo del colonialismo - il centro dell’Asmara è una vetrina dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, mentre la ferrovia Massaua-Asmara fu distrutta dai bombardamenti inglesi -, e di evitare le pagine nere, dalla repressione in Libia ai bombardamenti sull’Etiopia. Ma è soprattutto la fratellanza d’armi ad aver coniato tra i due popoli un vincolo di solidarietà, che in questi giorni dovrebbe morderci la coscienza. I prigionieri di Adua, cui il negus fece tagliare il piede destro e la mano sinistra in quanto sudditi ribelli, rei di aver combattuto accanto agli italiani. I centinaia di militi ignoti sepolti nel cimitero di guerra di Cheren, dove avevano resistito agli attacchi britannici. Il libro di Montanelli, intitolato appunto XX battaglione eritreo. Il sacrificio di migliaia di ascari, da quelli del 1896 ai loro nipoti che ancora dopo la resa del Duca d’Aosta all’Amba Alagi continuarono a combattere nelle bande irregolari di Amedeo Guillet, l’ultimo eroe d’Africa. E la traccia che di tutto questo è rimasta nella cultura collettiva: gli acquerelli di Caccia Dominioni, i fez rossi sulle copertine della Domenica del Corriere, le fotografie degli sciumbasci— gli ufficiali indigeni — in gita premio nella Roma del 1912, accolti alla stazione Termini dalla folla entusiasta (e rivisti nella recente mostra al Vittoriano). Una memoria che non va confusa con le disavventure del regime fascista, ma affonda le sue radici nell’Italia risorgimentale e porta frutti ancora oggi.
Basta sbarcare all’Asmara per toccare con mano il profondo legame che ancora unisce gli eritrei all’Italia, dai caffè ai modi di dire, dall’urbanistica alla toponomastica, che celebra nomi in Italia dimenticati, i testimoni antichi del nostro mal d’Africa cui erano dedicati i battaglioni eritrei: il primo, contrassegnato dal colore rosso, intitolato a Turitto; il secondo, azzurro, a Hidalgo; il terzo, cremisi, a Galliano; il quarto, nero, a Toselli. Da quasi vent’anni, come ha documentato sul Corriere Massimo A. Alberizzi, l’Eritrea è schiacciata dal tallone di Afeworki, l’uomo che parve un liberatore e si è rivelato un aguzzino del suo popolo, sfiancato da una guerra impari con l’Etiopia. È normale che, alla ricerca di un Paese d’asilo, gli eritrei guardino all’Italia, dove già vive una comunità molto attiva. (...)
Aldo Cazzullo

Il dimezzatore
di Massimo Gramellini
Mi sono ripromesso di non parlare mai più di B, se non per tesserne gli elogi. Ed è proprio ciò che intendo fare oggi, avvolgendo in una coperta di evviva la sua ultima dichiarazione calcistica: bisogna dimezzare gli ingaggi dei calciatori. Bravo. Ad alcuni di loro (per esempio a quelli che senza fare una piega hanno lasciato inabissare la squadra per cui tifo) li azzererei addirittura. Ma la mia totale adesione alla campagna moralizzatrice del B non può farmi dimenticare chi fu il primo in Italia a gonfiare il prezzo dei mercenari del pallone: B medesimo, quando nel 1992 prelevò Gigi Lentini con un elicottero e lo strappò al Toro (e al ventricolo destro del mio cuore) per almeno 18 miliardi e mezzo di lire. Una cifra che adesso farà ridere, ma all’epoca fece piangere e anche un po’ arrabbiare parecchia gente: Gianni Agnelli lo ribattezzò ironicamente «il calmieratore».
Solo gli stupidi non cambiano mai idea, ci mancherebbe. Ma solo i furbi riescono sempre a indossare l’idea più intonata alle loro convenienze del momento, convincendo gli altri che sia quella giusta. In questo genere di ginnastica verbale B è un autentico maestro. Quando entrò in politica si lamentò giustamente perché al suo partito appena nato veniva concesso meno spazio che ai partiti già grandi e grossi, quindi meno bisognosi di farsi conoscere dagli elettori. E qualche anno dopo si lamentò, sempre giustamente, che i partiti appena nati pretendessero di avere in tv lo stesso spazio di un partito grande e grosso come il suo.

Gli svizzeri in Italia a 190 all’ora. E nessuno li punisce
Gli Stati stranieri non sono obbligati a fornire le generalità
Gli svizzeri sono poi così corretti (segreto bancario a parte)? Noi italiani siamo davvero ingovernabili? Gli stereotipi nazionali vanno presi, smontati e stu­diati. Solo allora possono rivelarsi istruttivi. All’inizio di agosto, qui sul Corriere, avevo raccontato la sorpresa autostradale dell’estate 2009: auto italiane pre­occupate del Sistema Tutor, e in genere rispettose dei limiti; auto straniere ben più disinvolte, spesso oltre i limiti. Il turbofanatico — quello che ti piomba alle spalle con gli abbaglianti, a 190 km/h, e chiede strada per la sua prepotenza — è spesso un forestiero. Di targa, almeno. Parecchi svizzeri, avevo notato. Qualche tedesco. Alcuni olandesi. francesi, romeni, croati e residenti di Montecarlo. Le multe non gli arrivano? mi ero domandato. Oppure arrivano e vengono ignorate? Per saperne di più, ho scritto al Ministero dell’Interno, che mi ha girato all’ufficio legale della Polizia Stradale, dalla quale è emersa questa stupefacente realtà.
Copio e incollo:
A) «Non esiste un meccanismo uni­forme e condiviso di notifica internazionale dei verbali relativi alla violazione delle regole della circolazione stradale. Fatta eccezione dei casi in cui c’è un accordo bilaterale (come per l’Austria), non esiste un obbligo per lo Stato di residenza dello straniero di comunicare all’Italia l’intestatario del veicolo che ha commesso la violazione. Anzi, alcuni Paesi si oppongono fermamente a que­sta operazione»;
B) «Non esiste un sistema di esecuto­rietà delle sanzioni nei confronti degli utenti che, avendo commesso violazio­ne in uno Stato estero, non abbiano provveduto al relativo pagamento. In tal modo le infrazioni stradali restano spesso impunite se commesse a bordo di un veicolo immatricolato in un altro Stato. Chi paga lo fa, sostanzialmente, per buona volontà». Buona volontà! Tanti svizzeri, evidentemente, la perdono per strada, quando scendono in Italia. Scrive un lettore di Zurigo, Dino Nardi: «Da inizio 2008, ben 85.000 automobilisti svizzeri sono debitori di 1,4 milioni di euro per pedaggi non pagati in Italia. La Società Au­tostrade, per incassare quei soldi, ha incaricato una società svizzera specializza­ta nel recupero crediti». Ho indagato. Secondo il Touring Club svizzero, si tratta di carte di credito scadute, mancanza di contante e passaggi indebiti nella corsia Telepass. Conclude amaro il signor Nardi: «Evidentemente gli automobilisti svizzeri (compresi noi stranieri che qui abitiamo), in genere disciplinati e ossequiosi del codice della strada, non prendono seriamente l’Italia e le sue leggi. Confidano nella trasandatezza dell’applicazione. Se ciò accadesse a parti invertite, altro che impunità: farsi individuare in Svizzera, anche dopo anni, dalle autori­tà di polizia (magari in un controllo o un pernottamento) significa pagare caro, molto caro, il mancato pagamento di una multa, o altro. Provare per credere!».
Diciamolo, sarebbe sorprendente se i transalpini, dentro di sé, la pensassero ancora come i loro antenati del Grand Tour: l’Italia è attraente perché tutto è permesso. Ai tempi erano peccatucci sessuali, aborriti dalla morale protestante; oggi può essere un’Audi lanciata a 200 km/h su un’autostrada trafficata, alla faccia delle regole, della sicurezza e delle multe. Giacomo Leopardi — uomo di Recanati, ma ha potuto evitare la A14 — aveva capito tutto: «Oggidì i viaggi più curiosi e più interessanti che si possono fare in Europa, cioè nel pae­se incivilito, sono quelli de’ paesi meno inciviliti». Un sospetto, quindi: è l’ambiente che crea il comportamento. Siamo animali sociali, imitiamo quelli che ci stan­no intorno. Non esiste una predisposi­zione alla sciatteria civile, anche se in Italia ci fa comodo pensarlo. Chi viaggia, lo sa: gli italiani nel mondo rispettano regole che ignorano in patria (dal fisco all’ufficio, dall’università alla stra­da). Che gli svizzeri, amici e vicini, facciano il contrario è culturalmente e antropologicamente interessante (neces­sità di una pausa civica? voglia di vacanza morale?). Ma è inaccettabile. Aiutiamoli a correggersi, regaliamo loro i beati giorni del castigo. Ci saranno riconoscenti, dai Grigioni all’Appenzello.

Beppe Severgnini

Aborrisco la violenza e non capisco proprio come si faccia ad andare in discoteca apposta per vedere simili personaggi, ma non trattengo una certa soddisfazione a sentire che c'è qualcosa per cui non si sopporta più... e si chiamano le cose (e le persone) col loro nome.
P.S. Pietosa la figura del povero dj che tenta delle frasi senza senso... come colui che l'ha preceduto al microfono.

don Chisciotte
Corona contestato: scappa via
Ospite al lido Blu Marine di Marina di Gioiosa Jonica, in Calabria. Ma arriva con 4 ore di ritardo. oveva arrivare a mezzanotte, si è presentato alle 4 del mattino. La folla grida "scemo, scemo", lui comincia a scaldarsi: "Ci vediamo dopo fuori, appena finisce l'ospitata...". Così la situazione precipita. Lancio di oggetti e cori contro il fotografo che deve lasciare il locale di corsa per non essere pestato.

"Basta sacro business"
"Chiesa non sia supermarket e lasci affari ai laici", raccomanda il super-visore vaticano degli affari economici
di Giacomo Galeazzi
Gli enti ecclesiastici quando indicono un appalto non possono guardare a logiche fondate puramente su profitto ma devono essere attenti al profilo etico, in particolare al rispetto dei diritti dei lavoratori: in generale la Chiesa e i cattolici nelle attività economiche devono guardare ai risvolti sociali e di solidarietà delle loro imprese. Inoltre per la Chiesa è meglio lasciare la gestione degli ’affari' ai laici per evitare di trasformarsi in un supermarket. È quanto afferma all«Osservatore romano», l’economista coreano Thomas Hong-Soon Han, dal novembre scorso Revisore internazionale della Prefettura degli Affari Economici, l’organismo a cui spettano la vigilanza e il controllo sulle amministrazioni che dipendono dalla Santa Sede. «Bisogna sempre porsi un interrogativo di fondo - spiega l’economista -  qual è lo stile di vita che vogliamo portare in queste attività? È chiaro che come cristiani non possiamo seguire soltanto la logica del profitto più alto al più basso costo possibile». «Poniamo il caso che un ente ecclesiastico indica un appalto per costruire un edificio - prosegue Hong-Soon Han - Io dico che le offerte non devono essere valutate soltanto in base alla convenienza economica. Bisogna vedere che cosa c’è dietro i costi di realizzazione proposti da una determinata ditta: quali sono le condizioni di lavoro, qual è il livello dei salari, insomma come viene realizzata concretamente la giustizia nell’organizzazione dell’attività produttiva«. Quindi «se per esempio si verificano situazioni di sfruttamento dei lavoratori, è evidente che accettare l’offerta vorrebbe dire per la Chiesa rendersi corresponsabile, sia pure solo indirettamente, di quella logica ingiusta». «Perciò - spiega - un’offerta del genere va bocciata. Del resto, questo è l’unico mezzo di pressione che abbiamo per convincere i responsabili di un’impresa a rispettare le condizioni della giustizia e della carità». Il Revisore degli affari economici della Santa Sede ricorda poi che in passato «i comportamenti dei cristiani non sono stati sempre inappuntabili. È facile cedere alla tentazione di ottenere anzitutto condizioni favorevoli dal punto di vista economico. A volte questo viene giustificato in nome delle esigenze della carità: il risparmio in un settore, si dice, può significare maggiore disponibilità per altre attività sociali e umanitarie. Però si dimentica che in ogni caso ’la carità esige la giustizia', come scrive il Papa nella Caritas in veritate». Quindi l’economista illustra le caratteristiche del suo lavoro: «La Prefettura ha un collegio internazionale dei revisori composto da cinque laici di vari Paesi del mondo, che si riuniscono due volte all’anno. Il nostro compito principale è quello di esaminare bilanci preventivi e consuntivi della Santa Sede e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per offrire indicazioni in vista di una migliore gestione economica e patrimoniale. E se pure le indicazioni del del collegio di revisori non sono vincolanti, devo riconoscere che la Prefettura è sempre molto attenta alle nostre osservazioni».«Non ci sono limiti al nostro giudizio - spiega ancora il revisore economico della Santa Sede - del resto, un bilancio non è solo uno strumento tecnico: è il risultato di un modo di intendere e di gestire i beni economici. E noi dobbiamo dire la nostra anche su questo, altrimenti rischiamo di fermarci alla superficie delle cose». « ’Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale' ricorda Benedetto XVI nella sua enciclica sociale», rileva l’economista coreano. «Con una battuta, direi che valutare le cose unicamente in termini di efficienza non è molto efficiente». Alla Chiesa Thomas Hong-Soon Han suggerisce «due cose». Anzitutto di lasciare gestire le attività economiche «a professionisti laici. E poi di evitare la tentazione di ampliarle sempre di più: il rischio è che una parte della struttura ecclesiastica finisca per trasformarsi in una sorta di ente commerciale, per non dire in un grande supermarket».

Signore Gesù,

che dalla casa del Padre sei venuto a piantare la tua tenda in mezzo a noi;

tu che sei nato nell'incertezza di un viaggio

ed hai percorso tutte le strade,

quella dell'esilio,

quella dei pellegrinaggi,

quella della predicazione:

strappami all'egoismo ed alla comodità,

fa’ di me un pellegrino.

Signore Gesù,

che hai preso così spesso il sentiero della montagna,

per trovare il silenzio e ritrovare il Padre;

per insegnare ai tuoi apostoli e proclamare le beatitudini;

per offrire il tuo sacrificio, inviare i tuoi apostoli e far ritorno al Padre:

attirami verso l'alto,

fa’ di me un pellegrino della montagna.

Come San Bernardo,

devo ascoltare la tua parola,

devo lasciarmi scuotere dal tuo amore.

A me, continuamente tentato di vivere tranquillo,

domandi di rischiare la vita,

come Abramo, con un atto di fede;

a me, continuamente tentato di sistemarmi definitivamente,

chiedi di camminare nella speranza,

verso di te, cima più alta, nella gloria del Padre.

Signore,

mi creasti per amore, per amare:

fa ch'io cammini, ch'io salga, dalle vette, verso di te,

con tutta la mia vita,

con tutti i miei fratelli,

con tutto il creato

nell'audacia e nell'adorazione.

Così sia.

Canonico Gratien Volluz, Priore dell'Ospizio del Sempione
Questo e altri testi nella sezione Preghiere

Sulle rotte dei disperati
Chi non vuole vedere e chi muore
Sono arrivati in cinque. Erano ischeletriti, cotti dal sole che martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il bar­cone, era grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di migranti, su bar­che così. Affastellati uno sull’altro co­me bidoni, schiena a schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che penzolano sull’acqua. E dunque quel barcone vuo­to, con cinque naufraghi appena, è sta­to il segno della tragedia. Laggiù a 12 miglia da Lampedusa, ai margini estre­mi dell’Europa, un relitto di fantasmi. Cinque vivi e forse più di settanta mor­ti, in venti giorni di peregrinazione cie­ca nel Mediterraneo.
Decine e decine di eritrei inabissati come una povera za­vorra di ossa in fondo a quello stesso mare in cui a Ferragosto incrociano na­vi da crociera, traghetti, e gli yacht dei ricchi. È questo il dato che raggela an­cor più. Perché in venti giorni, nelle acque della Libia e di Malta, e in mare aperto, qualcuno avrà pure incrociato, o almeno intravisto da lontano quel barcone; ma lo ha lasciato andare al suo destino. Solo da un peschereccio, hanno detto i superstiti, ci hanno da­to da bere. Come dentro a una spieta­ta routine: eccone degli altri. E non ci si avvicina. Non si devia dalla rotta tracciata, per un pugno di miserabili in alto mare.
Noi non sappiamo immaginare davve­ro. Come sia immenso il mare visto da un guscio alla deriva; come sia spaven­toso e nero, la notte, senza una luce.
Come picchi il sole come un fabbro sulle teste; come devasti la sete, come scar­nifichino la pelle le ustioni. Noi del mon­do giusto, che su quelle stesse acque d’a­gosto ci abbronziamo, non sappiamo quale spaventevole nemico siano le on­de, quando il motore è fermo, e l’oriz­zonte una linea vuota e infinita. Non possiamo sapere cosa sia assistere all’a­gonia degli altri, impotenti, e gettarli in acqua appena dopo l’ultimo respiro. 'Altri' che sono magari tuo marito o tuo figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo per piangere. Perché quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i vivi, vogliono vivere. Noi non sappiamo com’è il Mediterra­neo visto da un manipolo di poveri cri­sti eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai trafficanti, messi in mare con un po’ di carburante e vaghe indicazioni di u­na rotta.
Ma c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della immigrazio­ne consente a una comunità interna­zionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una leg­ge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai trattati. E questa leg­ge ordina: in mare si soccorre. Poi, a ter­ra, opereranno altre leggi: diritto d’asi­lo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano. E invece quel barcone vuoto – non il pri­mo arrivato come un relitto di morte al­la soglia delle nostre acque – dice del farsi avanti, tra le coste africane e Mal­ta, di un’altra legge. Non fermarsi, tirar dritto. (Pensate su quella barca, se avvi­stavano una nave, che sbracciamenti, che speranza. E che piombo nel cuore, nel vederla allontanarsi all’orizzonte).
La nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quan­do, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo, ci chiedia­mo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il tota­litarismo e il terrore, a far chiudere gli oc­chi. Oggi no. Una quieta, rassegnata in­differenza, se non anche una infastidi­ta avversione, sul Mediterraneo. L’Oc­cidente a occhi chiusi. Cinque naufra­ghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nel­lo stesso mare delle nostre vacanze. U­na tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minac­cia le stesse nostre radici. Le fonda­menta. L’idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale.
Marina Corradi

Ma... oltre ad una doverosa riconoscenza, è o non è una questione di affetto?!
don Chisciotte

Uno studio della Camera di commercio milanese sul valore dell'aiuto fornito in casa dagli anziani
Famiglie, il sostegno dei nonni fa risparmiare 50 miliardi
Dal ruolo di babysitter alle faccende domestiche così la rete parentale riduce la spesa per i servizi
I nonni sono anche una risorsa per far quadrare i conti familiari. Il loro impegno come baby sitter, nell'aiuto alle pulizie di casa, a lavare e stirare, nei piccoli lavori di cucito o in cucina porta ogni anno un risparmio di circa 50 miliardi alle famiglie italiane. Ben 5 miliardi solo considerando l'occasione di allungare le vacanze estive offerta dai nonni ai più piccoli, quando i genitori sono impegnati al lavoro. Sono le elaborazioni della Camera di Commercio di Milano sui dati Istat 2008 e il registro delle imprese 2009. Oltre al prezioso aiuto portato alle famiglie dai nonni, da questi dati emerge comunque una società in grande trasformazione. Le imprese che si dedicano all'assistenza sociale, residenziale e non, in Italia sono 11.998, con una crescita del 7,7% tra il 2008 e il 2009. Nelle città, tra le famiglie con i bambini piccoli, quelle in cui entrambi i genitori lavorano superano oramai abbondantemente quelle in cui c'è la madre casalinga. I servizi più richiesti sono allora la baby-sitter, l'assistenza domiciliare e la collaborazione domestica. Avere una rete parentale di supporto riduce in modo drastico il ricorso a tali servizi, così come avere contatti quotidiani con i nonni; cruciale è anche il reddito a disposizione: dove gli stipendi non bastano i nonni sono una risorsa indispensabile. I nonni fanno da baby sitter, aiutano nelle pulizie di casa, a lavare e stirare, nei piccoli lavori di cucito o in cucina. Il conto dei 50 miliardi di risparmi corrisponde a quanto sarebbe necessario per stipendiare altrettante colf e baby-sitter per ogni bambino. In Italia sono 8 milioni quelli con meno di 14 anni. Tra le città, sono prime per risparmi Roma (2 miliardi e mezzo), Milano (oltre un miliardo), Torino (quasi 900 milioni) e Napoli (quasi 800 milioni).

I dati del dipartimento della Gioventù
Generazione «né-né»: settecentomila giovani «inattivi convinti»
Hanno da 15 a 35 anni: niente lavoro, niente studio
«Mi chiamo Maria Elena Crespi, Malena per i miei quattro amici, ho 23 anni, vivo alle porte di Milano, non studio e non lavoro. Provo vergogna per questo? Io no». Malena è un nome e cognome, un viso acqua e sapone, e una storia di disillusioni e non impegno convinto che gli spagnoli catalogano sotto l'insegna Generación «ni-ni»: ni estudia ni trabaja: generazione «né» studio «né» lavoro. Adolescenti e giovani. Spagnoli e italiani, inglesi e americani. Tanti. Sempre di più. Anche se non la maggioranza. In Italia il fenomeno non ha un'etichetta, non ancora, ma sociologi e psicologi lo conoscono bene. E i dati inediti del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del ministro della Gioventù Gorgia Meloni, sembrano certificarlo. Ancor più quando vengono incrociati con le anticipazioni dell'indagine Istat sulla Forza lavoro 2008. Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%): la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50 mila perché della loro inattività ne fanno una scelta; 11 mila, poi, proprio perché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»).
Stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e 35 anni: un milione e 900 non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 25%). Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione (ma tra loro c'è chi dice di non cercare bene perché è «scoraggiato» o perché «tanto il lavoro non c'è»). Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti»: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo. È stato calcolato che se avessimo tassi occupazionali pari a quelli dei Paesi Bassi (capolista nella classifica Ue, 81,3% nella fascia d'età tra i 15 e i 39 anni), il nostro Pil guadagnerebbe 1-2 punti in percentuale. Ma il fenomeno «né-né» è qualcosa che va oltre i numeri. In Spagna, dice una recente indagine di Metroscopia pubblicata su El País in occasione del battesimo massmediatico della Generación «ni-ni», il 54% dei giovani tra i 18 e i 35 anni dichiara di «non avere un progetto su cui riversare il proprio interesse o le proprie illusioni».
Il leitmotiv: «Lo studio? tempo perso, non mi apre le porte al futuro. Il lavoro? Non lo cerco perché tanto non lo trovo». E la crisi sembra aver accentuato la rinuncia a qualsiasi impegno. Soddisfatti della loro vita privata (lo è l'80%), i giovani spagnoli si sentono in preda a una «devastazione lavorativa». E anche chi alla fine sceglie di studiare, lo fa senza prospettive. «Appena si rendono conto di cosa li aspetta continuano a formarsi, viaggiano, lavorano magari come camerieri per pagarsi un master mentre mamma e papà a casa li aspettano». Stesse tonalità per la fotografia scattata ai giovani «né-né» nostrani: coccolati dalla società e iperprotetti in famiglia come i «bamboccioni» ma troppo consapevoli delle loro scelte per finire sotto l'etichetta; apatici e un po' disarmati come i figli della «generazione x» ma anagraficamente troppo giovani per essere loro apparentati; circondati da fratelli e amici icona della «generazione mille euro» ma troppo disillusi per provare a loro volta a infilarsi, prima o dopo, nella stessa realtà. «Non lavorano perché la famiglia li mantiene e un impiego non si trova; non studiano o studiano meno di una volta per i programmi più leggeri, la mancanza di selezione», dice la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris. «Se poi il modello è quello alla Grande Fratello (basta andare in tv per guadagnare) passa il concetto che per riuscire non serve impegnarsi. E ci si lascia vivere fino a 30 anni senza un progetto. Le motivazioni, invece, si coltivano fin dall'infanzia. Insieme al concetto che la realtà è anche lotta e sacrificio. E per questo è bella».
Malena, nella sua stanza tappezzata di libri, annuisce: «Vero. Ma io lotto per quello che va a me. E per ora sto bene così. Forse un po' meno i miei genitori, la mia vecchia prof di lettere che ha sempre visto per me un futuro "promettente" (che parolaccia). E forse anche la società che non accetta quelli che cercano una strada diversa dai mille e 120 euro al mese di mia sorella laureata-dottorata». «Ci fosse però quella strada — aggiunge Daniele, dietro un nome di fantasia — me l'hanno rubata. Mio fratello ha fatto di tutto per fare contento il mondo e s'è trovato senza un lavoro e senza se stesso. Io a me non rinuncio, ma così sto male». Enrico B., 26 anni, non studia, non lavora, ma ha una compagna e un figlioletto a cui badare: «Il mio lavoro? Per mesi è stato cercare un lavoro. Adesso prendo quello che viene». E al bimbo chi pensa? «Mia madre e mio padre. Per ora viviamo con loro, poi si vedrà».
Alessandra Mangiarotti

 

Qui la mappa completa.

Mboli, storia di un rifugiato in Congo
«Ogni mattina 25 frustate per colazione». Lui è tra i 250 mila sfollati che hanno dovuto abbandonare le loro case
«Ogni mattina ci svegliavano con 25 frustate. Era la nostra colazione». Mboli ha 16 anni. Lui, come il fratello Muka, e tanti suoi coetanei, è stato rapito dal suo villaggio nella Repubblica Democratica del Congo dalla Lord's Resistance Army (LRA), un gruppo di ribelli ugandese. Storie che si intrecciano in un'Africa martoriata dalla guerre civili. Dalle lotte intestine. E dalle torture e dai soprusi che ogni giorni devono subire i civili. Donne e bambini. Anziani e uomini. Nessuno escluso. Ed ecco quindi la testimonianza di Mboli, raccolta da Medici senza frontiere. Un ragazzo tra tanti. Uno dei 250 mila congolesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Essere divisi dalla famiglia. E vivere nel terrore. Perché i soldati della LRA arrivano anche dove si cerca un rifugio. Come nel Sud Sudan e negli stati del Central e Western Equitoria al confine sudanese.
Per tre giorni Mboli e il fratello hanno dovuto camminare con i ribelli. Costretti a essere testimone di atrocità e violenze. «Hanno ucciso le persone a cui passavamo accanto sulla strada, proprio davanti a me. Li colpivano con bastoni, con le baionette e gettavano i loro corpi nel fiume. Temevo che se mi fossi fermato per prendere fiato, anche io sarei stato ucciso, perciò ho marciato a lungo sotto il peso di quella grande sacca», ha raccontato Mboli. E alla fine l'hanno lasciato andare. Solo lui, però, perché il fratello è rimasto con i soldati. È tornato a casa, dove ad aspettarlo c'era la sua famiglia. Insieme sono partiti. Fuggiti da una nuova ondata di violenza attraverso la foresta pluviale che unisce il Congo e il Sud Sudan. Condannati a scappare non solo dai ribelli, ma anche dagli animali feroci. A nutrirsi di radici nella giungla, nella speranza di arrivare «alla salvezza».
Una volta arrivati in Sudan, i rifugiati cercano riparo nei campi oppure si costruiscono rifugi temporanei. Restano vicino alle strade nella speranze di ricevere notizie dei propri cari. Insomma, cercano riparo in un Paese altrettanto difficoltoso. Violenza e povertà sono all'ordine del giorno. Una vita precaria che la squadra di Medici senza frontiere cercano di migliorare. Un equipe di psicologi organizza sessioni individuali e di gruppo. «La violenza ha distrutto molte vite», spiega Francesca Mangia coordinatrice del progetto. E l'incertezza del futuro pesa su ognuno di loro, anche su chi, come Mboli, è riuscito a sopravvivere.

Parole di Benedetto XVI su frère Roger, mercoledì 17 agosto 2005. Alla fine dell’udienza generale a Castelgandolfo, il Papa ha parlato della morte di frère Roger:
Abbiamo parlato insieme di tristezza e di gioia. In realtà, ho ricevuto stamattina una notizia molto triste, drammatica.
Durante i vespri di ieri sera, il caro Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizé, è stato accoltellato e ucciso, probabilmente da una squilibrata.
Questa notizia mi colpisce tanto più perché proprio ieri ho ricevuto una lettera di Frère Roger molto commovente, molto amichevole. In essa scrive che nel fondo del suo cuore intende dirmi che "noi siamo in comunione con Lei e con coloro che sono riuniti in Colonia".
Poi scrive che, a causa delle sue condizioni di salute, purtroppo non sarebbe potuto venire personalmente a Colonia, ma sarebbe stato presente spiritualmente insieme con i suoi fratelli.
Alla fine mi scrive in questa lettera che ha il desiderio di venire quanto prima a Roma per incontrarmi e per dirmi che "la nostra Comunità di Taizé vuole camminare in comunione con il Santo Padre". E poi scrive di proprio pugno: "Santo Padre, Le assicuro i miei sentimenti di profonda comunione. Frère Roger di Taizé".
In questo momento di tristezza possiamo solo affidare alla bontà del Signore l’anima di questo suo fedele servitore. Sappiamo che dalla tristezza - come abbiamo sentito adesso nel Salmo - rinascerà la gioia.
Frère Schutz è nelle mani della bontà eterna, dell’amore eterno, è arrivato alla gioia eterna. Egli ci ammonisce e ci esorta ad essere fedeli lavoratori nella Vigna del Signore sempre, anche in situazioni tristi, sicuri che il Signore ci accompagna e ci darà la sua gioia.


rassegna di foto di frère Roger

La morte fisica di alcuni giovani durante feste, rave, ecc. è solo la punta dell'iceberg: migliaia vomitano (non è "naturale" vomitare), centinaia hanno bisogno di lavande gastriche, decine rimangono feriti negli incidenti stradali, miriadi quelli che restano segnati nel cervello dagli acidi, infiniti quelli comunque e pervicacemente convinti di essere in vita così.
don Chisciotte

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E' appena uscito in libreria:

IL CRISTIANO NEL MONDO.
Introduzione
alla teologia morale.
Teologia per Laici
.

Interventi di
Cucchetti, Fumagalli
Monti, Paleari,
Tettamanzi.

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SPIRITUALITA'
Carlo Maria Martini, Il coraggio della passione, pp. 165

LETTERATURA
Christian Bobin, L'inesperée, pp. 116

SAGGISTICA
Jean-Luc Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286
Serena Zoli, Storie di ordinaria risurrezione (e non). Fuori dalla depressione e altri "mali oscuri", pp. 406

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Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio
papa Giovanni XXIII
Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
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Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta
card. Danneels
Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario
Orwell
Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida
Gandhi
L'amore è molto di più che l'amore
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Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
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Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
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Ma per noi non si tratta semplicemente di sogni. O se proprio si vuole, dei sogni di Dio, più lucidi di qualsiasi veglia.
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