Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

di donma ,
giovedì 30 luglio 2009 15.43
Vacanza:
tempo in cui il tempo ha i suoi tempi;
luoghi contemplati nella loro sorprendente bellezza;
cibi mangiati col loro gusto;
parole assaporate nel loro senso;
affetti risollevati alla loro dolce dignità;
materia benedetta attraverso la sua santità;
lavoro riposante grondante il suo sudore.
Vita divina in terra,
sicut erat in principio, et nunc et semper.
don Chisciotte
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di donma ,
giovedì 30 luglio 2009 5.46
«È significativo che nell'ebraico biblico le parole che designano le varie parti del corpo abbiano un primo significato letterale, cui se ne accompagna un secondo, latente, di carattere etico e spirituale. 'Ezem, "osso", è espresso attraverso una radice che indica anche "ciò che è proprio", "personale", e designa dunque l'autonomia del singolo, la sua indipendenza; rechem, "utero", indica anche la misericordia, la capacità di con-soffrire e di accogliere in sé la vita e la sofferenza di un altro; pè, "bocca", è utilizzato anche per designare il "comandamento", a dire che la bocca dell'uomo deve essere ispirata dalla parola di Dio. Insomma, secondo la visione biblica il corpo è il luogo di culto e di preghiera, il luogo in cui si vive appieno la relazione con Dio. Se l'ebreo prega dondolando il corpo, è per esprimere la sua partecipazione totale alla lode divina: "tutte le mie ossa fremono" (Sal 6,3). D'altra parte, è a questa stessa realtà che Paolo allude quando, rivolgendosi ai cristiani di Corinto, dice loro: "Non sapete che siete tempio di Dio?" (1Cor 3,16) e: "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo?" (1Cor 6,19). Il corpo è un tabernacolo e ogni mattina l'ebreo, alzandosi, inizia le sue preghiere ringraziando Dio per il suo corpo, per la salute, per la buona disposizione degli orifizi del suo corpo4 e solo dopo rende grazie per l'anima che il Signore ha insufflato in lui e confessa la sua fede nel Dio che risuscita i corpi. Così ogni mattino viene ripetuto ritualmente il processo della creazione in Genesi: prima viene costituito il corpo (ecco dunque la benedizione per il corpo), quindi viene insufflato nel corpo il soffio di vita (ecco il ringraziamento per l'anima)».
Luciano Manicardi, Il corpo, 32-33
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di donma ,
giovedì 30 luglio 2009 5.20
Gates, Schmidt e il tempo risucchiato in rete
Quando l’accesso diventa eccesso
Il troppo è troppo, anche per il mago dei computer: assillato dalle richieste di sconosciuti che volevano diventare suoi amici, Bill Gates si è ritirato da 'Facebook', la rete sociale più popolare, che pochi giorni fa ha superato i 250 milioni di iscritti. Ormai sono molte le persone che si sentono 'iper-irretiti', cioè ostaggi di Internet, in particolare dei social network. A questo punto conviene fare alcune considerazioni. In primo luogo la tecnologia della comunicazione penetra in profondità nelle nostre abitudini e nel modo stesso in cui vediamo il mondo. Ma la cosa più importante è che l’uso degli strumenti informatici comporta un investimento di tempo e poiché il tempo è una risorsa limitata e irrecuperabile dobbiamo decidere se vivere una vita reale, intessuta di rapporti umani, con tutti i problemi e le gioie che ciò comporta, oppure se rifugiarci nella virtualità facile e accattivante della Rete, che, moltiplicando le nostre identità possibili, ci dà l’illusione di essere uno e centomila. Poi la facilitazione dei rapporti comunicativi offerta dalla Rete comporta una sorta di assuefazione e una spinta compulsiva alla sfrenatezza cui è difficile sottrarsi. Basta pensare alle piccole crisi di astinenza che sperimentiamo quando per qualche ora non possiamo controllare la posta elettronica... Non voglio certo negare gli enormi vantaggi della comunicazione elettronica: immediatezza dello scambio, costo praticamente nullo, allargamento senza limiti del numero dei corrispondenti, per non parlare dell’accesso istantaneo al Web, la più vasta enciclopedia concepibile. Ma proprio questi benefici possono trasformarsi in svantaggi: la perdita dei filtri tradizionali, dovuti essenzialmente al costo, fa sì che chiunque possa esprimere qualunque cosa, dai pensieri più raffinati ai borborigmi mentali più inconsistenti: in rete il rumore di fondo è elevatissimo. In terzo luogo, le innovazioni si susseguono incalzanti e l’offerta supera di gran lunga la domanda, inducendo bisogni artificiali che subito diventano essenziali per poi, spesso, rivelarsi illusori e delusori, ma lasciando comunque una traccia e magari una nostalgia nelle abitudini quotidiane di vaste moltitudini. Ma gli entusiasmi che le innovazioni accendono sono sempre più marginali e, con l’uso prolungato, si trasformano in fiacche spinte gregarie e imitative. Vige infatti una sorta di legge di Weber e Fechner psicologica: per produrre lo stesso effetto lo stimolo deve crescere e quindi per appassionare i dispositivi devono essere sempre più mirabolanti, mentre le grandi invenzioni sono rare anche perché si susseguono piccoli miglioramenti incrementali e modeste variazioni sul tema che impediscono i grandi salti. Insomma se è vero che le reti sociali rappresentano un’importante conquista democratica e liberatoria, è anche vero che quando l’accesso si trasforma in eccesso esse diventano rapidamente tossiche. Anche Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, esorta a spegnere computer e cellulari rinunciando alla comunicazione virtuale e dislocata per riscoprire le persone che ci stanno accanto. Non bisogna tuttavia dimenticare che prima di convertirsi Bill Gates ed Eric Schmidt si sono immersi nella Rete fino al midollo. Secondo lo psicologo di Harvard George Vaillant, ciò che conta nella vita sono i rapporti con gli altri; ma spesso tali rapporti sono velenosi se non assenti: allora forse è meglio crearsi un’identità appagante e presentarsi (su Facebook) a una marea di 'amici' sconosciuti. Fino a capire, e a ricambiare orizzonte.
Avvenire, 29.07.09, p. 2
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mercoledì 29 luglio 2009 9.31
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di donma ,
mercoledì 29 luglio 2009 7.47
«Sento di poter osare, di dover osare, prima ancora di sapere se vi riuscirò. Non è giusto che m'impoverisca, tagliandomi fuori dalla realtà col pretesto di star meglio. Non son quaggiù per star bene, ma per crescere e divenire uomo. E se altri, con la scusa di darmi agi e tranquillità, mi rinchiude nella stretta prigione dei sensi e m'impedisce di pensare che c'è spazio oltre il mio passo breve, orizzonti oltre il mio sguardo, che la vita continua anche quando qualche cosa di mio si dissolve, che ci sto a fare quaggiù così addomesticato, anche se l'addomesticamento mi viene lautamente pagato? Che povera moneta di cambio! Ora, nella nostra religione (e questo mi par di capirlo proprio oggi, festa del Pane) oltre la dottrina, c'è qualcosa di afferrabile e di ineffabilmente sensibile che ci salva dalla tentazione di chiuderci nel materiale, con la scusa che, limitandoci, si conosce e si domina meglio la natura. L'eucaristia è il momento più efficace di questa educazione salutare dell'uomo, nei riguardi del mistero che ci circonda e ci preme. (...) Io non sono contento né di quello che faccio né di quello che vedo fare nel mondo. Vorrei mutarmi e mutare. Se mi ci provo, se mi metto contro per una ragione non d'interesse, ma di coscienza, quasi tutti mi giudicano un pazzo e mi suggeriscono di scavarmi una trincea per ripararmi dal fuoco divoratore dell'egoismo altrui».
Primo Mazzolari, Dietro la croce, 24-25
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di donma ,
mercoledì 29 luglio 2009 7.32
Un mito che non tramonta. Icona del pacifismo e della non violenza. Sessanta foto originali provenienti dal museo di Nuova Dehli. Per la prima volta in Italia, a Parma da mercoledì 29 luglio (fino al 31 agosto) alla biblioteca internazionale "Ilaria Alpi", la mostra sul Mahatma Gandhi organizzata dal console generale dell'India Sarvajit Chakravarti. "La mia vita è il mio messaggio" questo il titolo della rassegna.
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di donma ,
martedì 28 luglio 2009 15.29
Se un mezzo di comunicazione ha bisogno di tornare più volte sull'argomento per farsi capire dai suoi affezionati lettori, mi sa che non si è espresso molto bene. E visto che non siamo in pochi a non aver trovato sul quotidiano quanto era lecito aspettarsi (e che anche il direttore conferma)... non sottolineando abbastanza che oltre a trattare l'argomento, bisogna anche vedere come lo si è trattato!) credo che qualcosa di vero nelle nostre critiche ci sia. Se - alla luce di quanto scrive il direttore - quella era la volontà di Avvenire, ne sono contento. Ma la ricostruzione non mi pare completa. Comunque spero serva per essere più espliciti da oggi in avanti. E circa lo "spirito comunitario", non possiamo dimenticare ben altro stile da crociata (senza gioco di parole) su altre questioni. Non mi convince, direttore.
don Chisciotte
Niente «silenzi di convenienza», parole appropriate
Caro Direttore,
è da un po’ di giorni che sento tanta amarezza nel mio animo, amarezza che a volte sfocia in rabbia. Sono un sacerdote e vostro abbonato da tanti anni, ma da sempre compero quotidianamente il giornale Avvenire. Vi ringrazio di tutto quello che fate perché si combatta e non ci si adatti alla cultura corrente, di massa, di profondo egoismo e di banalità sconcertante che si estende e domina cuori e menti di tanti giovani. Vi ringrazio delle vostre battaglie su tantissimi temi. Ma sono deluso dal vostro atteggiamento circa quello che da settimane riempie alcuni giornali: la vita privata del presidente del Consiglio. Quale spazzatura, quale disgusto, quale miseria. Aveva ragione la moglie dicendo «Aiutatelo, è ammalato». E lui ora non nega lo squallore, ma lo indica come performance, come capacità, come virtù… Afferma: «Non sono un santo e gli italiani mi vogliono così». Ma quale falsità! Tanta è la mia sofferenza per il vostro atteggiamento di silenzio, di attesa di verifiche certe,, di… come il Tg! Ma perché non una parola chiara su quello squallore? Perché anche i Vescovi non sono così chiari e precisi come su tanti altri temi di morale? Perché, senza condannare il peccatore, non si dice quasi nulla di questo peccato d’immoralità? E lui se ne fa un vanto! Quanta sofferenza, quanta amarezza nel vedervi così quasi servili, così poco decisi e precisi a condannare una moralità così squallida che purtroppo inficia menti e cuori di tante persone, di tanti giovani. Dov’è la parola chiara, precisa, puntuale che condanna? E questo atteggiamento di prudenza (che io definisco di convenienza), non c’è solo su atteggiamenti di morale sessuale ma anche del dovere di accoglienza delle persone che fuggono dall’inferno e chiedono aiuto. Dov’è la tolleranza cristiana? Né sul suo giornale né nelle parole di tanti Vescovi c’è stata una condanna precisa, chiara, evangelica. Solo il mio vescovo , il cardinale Dionigi Tettamanzi e i Vescovi lombardi sono stati precisi sul dovere dell’accogliere. E li ringrazio di cuore. Ma non certamente la Cei né il quotidiano Avvenire. C’è tanta amarezza in me. Grazie dell’ospitalità per questo sfogo e grazie se risponderà e pubblicherà.
don Angelo Gornati, Limbiate
Caro don Angelo, la sua lettera è giunta sul mio tavolo lo stesso giorno in cui un grande quotidiano nazionale titolava in prima pagina: «Berlusconi, spuntano altre ragazze / e il giornale dei vescovi lo attacca». E anche ieri lo stesso giornale è tornato ad argomentare con solerzia ancora in prima pagina e sempre a partire da ciò che su Avvenire era stato pubblicato. Lei mi dice che è sgomento per il nostro silenzio, mentre altri, prendendo al volo le nostre parole, ci fanno addirittura gridare. A chi devo credere? Per come sono fatto, credo a lei, e cerco di capire che cosa mi vuol dire. Non mi costa farlo, e non mi costa immaginare che cosa passa per la mente dei nostri preti in una stagione in cui la scena pubblica offre spettacoli niente affatto confortanti. Sono loro in trincea e più di tutti sanno quanto costa rappresentare alla gente le esigenze della vita cristiana. Eppure, proprio perché mi immedesimo nella sua delusione, don Angelo, non posso rinunciare a dirle come vedo le cose. E cioè che Avvenire non è stato zitto. Ha parlato sul tema a più riprese: con un fondo di Rossana Sisti, con un secondo fondo di Gianfranco Marcelli, con un terzo intervento di Piero Chinellato, infine con una mia risposta collettiva ad alcune lettere, che è il testo da cui ha attinto Repubblica per fare il titolo di cui dicevo. Vede, per i media nazionali la posizione di Avvenire è inequivocabile, glielo posso assicurare. E lo stesso mi sento di dire per i nostri Vescovi: sia il presidente cardinal Bagnasco sia il segretario generale monsignor Crociata hanno colto le occasioni pastorali che si sono presentate per prendere posizione in modo netto sul piano dei contenuti come della prassi. Chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire: alla comunità cristiana tocca tenere alto il contenuto della fede, e non cedere a compromessi. Avvenire ha dato puntualmente conto di entrambe le loro prese di posizione. Per questo, pur con tutto il garbo possibile, non me la sento di accogliere la sua accusa di «convenienza». Non solo mi sembra ingenerosa, ma anche ingiusta. Provi a immaginare che cosa avrebbe fatto lei se nel Comune in cui opera si fosse presentata una situazione moralmente critica come quella nazionale. Avrebbe parlato chiaro, da prete, o avrebbe organizzato la dissidenza? Immagino che avrebbe fatto fino in fondo il prete. Che è, se ci pensa bene, esattamente la linea seguita dai Vescovi. Quanto agli immigrati, lei loda il pronunciamento dell’episcopato lombardo e ringrazia il suo arcivescovo, il cardinale Tettamanzi. E fa bene. Se, poi, avesse tenuto presente quanto il presidente della Cei aveva articolatamente detto a proposito della politica migratoria in occasione dell’assemblea generale dei Vescovi, non avrebbe colto divaricazioni. La cultura è naturalmente la stessa e anche l’approccio pastorale alla questione è il medesimo. Avvenire è stato zitto anche su questa tematica? Davvero difficile da sostenere e da dimostrare. Forse non s’è pronunciato in termini 'da scomunica' verso quanti operano in direzione opposta all’accoglienza. Ma lei crede che le parole grosse aiutino a convincere chi condivide e asseconda certe battaglie della Lega? Si sbaglia, don Angelo. Noi, rispetto ai problemi che pone l’immigrazione, dobbiamo parlare e muoverci in maniera da non perdere per strada la nostra gente, e non regalarla a posizioni culturali di chiusura. Dobbiamo invece con lucidità e lungimiranza continuare a tessere quello spirito comunitario che, per natura sua, è anche e necessariamente inclusivo. La saluto.
Dino Boffo, direttore di Avvenire
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di donma ,
martedì 28 luglio 2009 7.54
La Parola di Dio di oggi: dal Vangelo secondo Luca (10, 13-14)
Gesù disse: «Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!».
L'osservazione di Gesù è valida in ogni tempo e per diverse situazioni: dalla bontà provvidente di Dio Padre abbiamo ricevuto tanto, tutto... e siamo stati resi consapevoli di questa grazia. Spesso, comunque, abbiamo risposto senza gratitudine, senza entusiasmo, senza gesti di conversione; con più grave responsabilità rispetto a coloro che non hanno fatto esperienza del Dio di Gesù Cristo.
Guai a te, Marco. Guai a voi, cristiani. Guai a te, Chiesa.
don Chisciotte
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di donma ,
martedì 28 luglio 2009 7.35
«Molti mi hanno scritto sul tema della menzogna, sottolineandone l’importanza e la complessità. Anche per questo scelgo di rispondere a diverse lettere con un discorso d’insieme. Una società è tale in quanto ha dei valori in comune; quanto più essi sono numerosi e profondi, tanto è più coesa, è più forte la società. Perciò la menzogna diviene particolarmente distruttiva quando a causa di essa si diffondono la sfiducia e la paura di essere ingannati a proposito di tali valori. Sono quei casi in cui, come si esprime un lettore «è d’uopo la verità, o ci si aspetta la verità». Non è necessario che essa sia sempre espressa in modo verbale. La società familiare, che è una delle più forti, sta o cade a misura della lealtà con cui si accettano e si vivono i grandi valori comuni, anche senza verbalizzarli. Su di essi si fondano quel rispetto e quella confidenza reciproca che sono alla base del vivere quotidiano. Alcuni degli interventi sottolineano le grandi diversità che intercorrono tra le diverse modalità del comunicare umano. La favola, l’apologo, la parabola ecc... sono perfettamente legittimi, anche se inventati di sana pianta. C’è poi quella bugia che i moralisti chiamano giocosa e quella detta officiosa . A proposito della bugia officiosa mi ricordo di un professore tedesco di filosofia, che si era fatto costruire nel suo giardino un piccolo chalet di legno, dove si ritirava a studiare, così che la moglie potesse dire tranquillamente ai seccatori: «Il professore non è in casa». «Qualche volta è opportuno arrotondare la verità»? Certamente, non ogni verità va detta tutta subito. C’è un riserbo e una gradualità che sono segno di buona educazione. Sono contento che un politico mi dica, nella prima delle lettere citate, che oggi non approverebbe più questo «arrotondamento della verità». Molti mi scrivono per lamentarsi dei silenzi della Chiesa ufficiale su questioni di moralità politica. È possibile che in vari casi ci sia reticenza o paura a dire ciò che andrebbe detto. Ma è anche vero che ci sono molti pulpiti per le prediche, da quello più alto fino a quelli più riservati, che in certi casi sono più efficaci. La chiesa ufficiale non suole fare nomi di singole persone, perché diventerebbe facilmente una parte politica. Può e deve protestare contro comportamenti rovinosi e immorali, che siano in contrasto col bene comune e deve usare cautela nel ricevere o nell’onorare certi personaggi. Ma ciò non è sempre facile da stabilire e può darsi che in certi periodi si pecchi per difetto e in altri per eccesso».
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di donma ,
lunedì 27 luglio 2009 16.09
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di donma ,
lunedì 27 luglio 2009 4.25
«Quello che mi interessa è la differenza tra pensanti e non pensanti. Voglio che tutti voi siate pensanti. Poi ascolteremo le ragioni di chi non crede e quelle di chi crede».
Norberto Bobbio
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di donma ,
lunedì 27 luglio 2009 4.22
Can che abbaia disturba sempre, anche in "aperta campagna"
Mettergli la "sordina" se supera la normale tollerabilità, pena il pagamento di una multa
La Cassazione, riconoscendo il «danno da latrato», suggerisce ai proprietari di cani particolarmente vivaci di mettere loro la "sordina" se l’abbaiare va oltre la «normale tollerabilità». Forte di questo principio, la Prima sezione penale ha convalidato una multa di 200 euro per disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone (ai vicini è stato riconosciuto anche il danno per avere sopportato i latrati) nei confronti di una cinofila di Trento, Germana B., che, in aperta campagna accudiva, dietro autorizzazione e in maniera gratuita, un certo numero di cani. I latrati degli animali, rileva la sentenza 29375, spesso anche in ora notturna, avevano provocato le lamentele di due delle tre famiglie che abitavano nella zona. Da qui la multa di 200 euro (oltre al risarcimento danni) inflitta a Germana B. dalla Corte d’appello di Trento, nel settembre 2008, sulla base del fatto che gli ululati si avvertivano a distanze di 25-100 metri. Contro la condanna, Germana B. ha fatto ricorso in Cassazione, facendo leva sul suo amore per gli animali che la portava ad accudirli gratuitamente e sul fatto che ci si trovava in aperta campagna. La difesa non ha fatto breccia. Infatti piazza Cavour ha respinto il ricorso della cinofila sostenendo che l’amore per gli animali «non discrimina la condotta». Il fatto poi che si trattasse di «zona rurale», dice la Cassazione, «resta irrilevante poichè anche le persone che abitano in campagna hanno diritto al rispetto del riposo e chi vuole tenere dei cani nei pressi di altre abitazioni, sia in città che in campagna, deve usare gli accorgimenti necessari per evitare il disturbo dei vicini, come ha esattamente rilevato la sentenza impugnata». Come fare dunque per sapere quando i latrati del proprio cane superano la ’normale tollerabilità? «Il criterio - spiegano gli "ermellini" - va riferito alla media sensibilità delle persone che vivono nell’ambiente ove i rumori fastidiosi vengono percepiti, mentre è irrilevante la eventuale assuefazione di altre persone che abbiano giudicato non molesti i rumori».
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di donma ,
domenica 26 luglio 2009 5.28
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di donma ,
domenica 26 luglio 2009 5.20
«Il pudore è quel sentimento che difende l’individuo dall’angoscia di naufragare nella genericità animale e, rinunciando a se stesso, percepirsi come semplice funzionario della specie. Non è quindi vero che il pudore limita la sessualità, il pudore la individua, sottraendola a quella genericità in cui si celebra il piacere nel misconoscimento dell’individuo. Per questo c’è un rifiuto a concedersi sessualmente finché l’amore non è certo e provato. E questo soprattutto nella donna, in cui il legame con il corpo e con la pulsione riproduttiva è più forte di quanto non lo sia nell’uomo. E quindi più incerto il confine del riconoscimento di sé come quella certa individualità da non confondere con le altre. Il pudore allora non è una faccenda di vesti, sottovesti o intimo abbigliamento, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro. Si può infatti essere nudi senza nulla concedere, senza aprire all’altro neppure una fessura della propria anima. La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla sulla nostra disponibilità all’altro. Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e dallo sguardo degli altri irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. E qui l’intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che se «essere in intimità con un altro» significa «essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro», nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità che a quel punto non è più disponibile neppure per noi».
Umberto Galimberti, Repubblica, 04.08.2004
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di donma ,
sabato 25 luglio 2009 5.29
Diversi lettori di Avvenire hanno scritto al direttore con le stesse domande, perplessità, inquietudini che avevamo presentato anche in questo blog. Di seguito riportiamo la risposta del direttore: accanto a espressioni chiare, ha comunque il tono dell'ennesimo tentativo di equilibrismo, ricordando principi generali (dice "ovvio", "evidentemente", "raggirato"... ciò che oggi non è più così) che non riescono mai a trovare la concretezza di una ferma denuncia morale (dice "leggermente" e lascia i punti interrogativi). La riprova è la modalità di riferire le parole del min. Frattini e dell'avv. Ghedini a p. 8 dell'edizione di ieri.
«Forse avrete notato che ieri nella prima pagina di Avvenire non c’era alcun cenno alle ultime spiegazioni avanzate da Silvio Berlusconi. Quelle per intendersi sul «non sono un santo» o «nelle mie dimore passano anche i leader politici del mondo». Ne riferivamo, com’è ovvio, all’interno del giornale, in sede di cronaca, e la notizia era pure presente sul nostro sito; ma «in vetrina» abbiamo preferito sorvolare. Un modo per esprimere disagio rispetto al coinvolgimento di termini di qualche delicatezza per la sensibilità dei nostri lettori. E un modo per prendere le distanze pure dal seguito di una vicenda che non solo non ci convince (com’è ovvio), ma che – per quanto ci è dato di capire – continua a piacere poco o punto a larga parte del Paese reale. Le «rivelazioni» – non sappiamo quanto autentiche –, che si succedono, a disposizione di chi ha la curiosità di continuare a leggerle o ad ascoltarle, non aggiungono (probabilmente) nulla a uno scenario che già era apparso nella sua potenziale desolazione. Nel constatarlo non ci muove alcun moralismo, ma il desiderio forte e irrinunciabile che i nostri politici siamo sempre all’altezza del loro ruolo. Chiarezza per ora non è venuta, ed è un fatto evidentemente non apprezzabile, ma non è questo francamente quel che oggi ci preoccupa di più. Non ci piace che determinati comportamenti siano messi a confronto con un consenso – emergente dai sondaggi – che di per sé è qualcosa di inafferrabile, quasi che da questi possa venire l’avallo a scelte poco consone; così come non ci piace che sull’intera vertenza gravi il sospetto di una strumentalità mediatica, inevitabile forse ma non liberante, circa il punto di vista da cui si muovono le accuse. C’è davvero per la classe politica, ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso? E che va fatto valere nelle situazioni ordinarie come in quelle straordinarie? Ecco, solo se una simile consapevolezza dovesse ad un certo punto emergere dal dibattito, si potrà allora dire che questa tornata ha paradossalmente avuto una sua, per quanto amara, utilità. Diversamente il Paese, che si è scoperto vieppiù attonito, potrebbe sentirsi anche leggermente raggirato».
Il direttore di Avvenire
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di donma ,
sabato 25 luglio 2009 5.19
Una provocatoria canzone di Bob Geldof (di cui riportiamo la traduzione) nella versione dialettale dei Modena City Ramblers, con la loro grinta e graffiante simpatia!
The Great Song Of Indifference - Bob Geldof
Tradotta: La Magnifica Canzone Dell'indifferenza
Non mi importa se te ne vai / non mi importa se te la prendi con calma
non mi importa se mi dici si o no / non me ne frega proprio niente
Non mi importa se sei vivo o morto / Me ne importa ancor meno se ridi o piangi
non mi importa se cadi o voli / non me ne frega proprio niente
Non mi importa se vai o vieni / non mi importa se mi dici no
Me ne importa ancor meno tesoro lascia perdere / perchè non me ne importa proprio niente
Na na na, ...
Non mi importa se nuoti o affoghi / Chiudimi fuori o fammi entrare
dove sto andando o dove sono stato / non me ne frega proprio niente
Non mi importa se il governo crolla / se approva leggi inutili
non mi importa se lo stato temporeggia / e non me ne importa proprio niente
non importa se abbattono gli aberi / non sento un brivido caldo
annego nella polvere di mari che muoiono / e non me ne importa proprio niente
Na na na, ...
Non mi importa se la cultura si frantuma / non mi importa se la religione inciampa
non riesco a sentire gli oratori mugugnare / e non me ne importa proprio niente
non mi importa se il terzo mondo frigge / fa più caldo qui e non ne sono sorpreso
tesoro non posso restare a guardare tutte le nazioni morire / e non me ne importa proprio niente
Non me ne importa non me ne importa non me ne importa non me ne importa
non me ne importa non me ne importa / non me ne importa proprio niente
Na na na, ...
Non me ne importa delle paure della gente / L'autorità non ci sente a lungo
Mandate un assistente sociale / e non me ne importa proprio niente
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di donma ,
sabato 25 luglio 2009 5.07
Anche dedicarsi a queste situazioni, a queste persone è "difendere la vita" e creare le condizioni affinché nessuno possa desiderare di togliersela.

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di donma ,
venerdì 24 luglio 2009 7.33
I bambini e il gioco dello spacciatore
L’illusione della droga «buona» che inquina i sogni dei figli
(..) Il gioco infantile non è più tale quando diventa piatta imitazione, riproduzione accurata nei dettagli di ciò che si vede, anzi si subisce, nella realtà quotidiana in casa o nel proprio quartiere. Bambini che interpretano papà e mamma che litigano, si insultano, si picchiano non stanno giocando. Bambini che confezionano finte dosi di cocaina non stanno giocando. Piccoli avviati al peggiore degli apprendistati che prevede una precoce uscita dall’infanzia e un altrettanto prematuro ingresso in una infinita adolescenza. Il tutto, a proposito di cocaina, in un periodo in cui è ancora diffusa la ingiustificata illusione che questa droga sia, per così dire, diversa dalle altre. Da droga dei ricchi, come la si riteneva un tempo, è diventata sostanza sempre più facilmente disponibile per quasi tutte le borse. I numeri sono allarmanti ma ancora più allarmante è la percezione di minore pericolosità di questa droga, quasi una supina accettazione della sua normalità. Se la usano in tanti, qualcuno può pensare, vuol dire che non è altro che un efficace «aiutino» a superare le difficoltà della vita. Non ci si può meravigliare se, in questa diffusa ignoranza sui gravissimi danni dell’uso di cocaina, prosperino Paesi produttori, intermediari e spacciatori, per non parlare di quei poveri bambini che confezionano finte dosi imitando ciò che vedono in casa o nel quartiere e ai quali non si può chiedere che si rendano conto di cosa stanno imparando da chi, per denaro, è pronto a togliere loro anche l’infanzia.
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di donma ,
venerdì 24 luglio 2009 6.07
Stamattina l'emergenza è il fuoco in Sardegna: nei giorni scorsi non c'erano roghi e sono scoppiati tutti ieri?
E oggi dov'è finita l'emergenza pandemica?
Forse l'emergenza vera è un'altra ancora e non ce lo dicono...
don Chisciotte
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di donma ,
venerdì 24 luglio 2009 5.31
«Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi».
Gilbert Keith Chesterton
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Giuseppe Colombo, Un'isola teologica. La teologia di Carlo Colombo, pp.140
SPIRITUALITA'
Carlo Maria Martini, Il coraggio della passione, pp. 165
Carlo Maria Martini, Il Dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, pp. 176
LETTERATURA
Adriana Zarri, Quaestio 98. Nudi senza vergogna, pp. 440
SAGGISTICA
Jean-Luc Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286
Serena Zoli, Storie di ordinaria risurrezione (e non). Fuori dalla depressione e altri "mali oscuri", pp. 406
Abbiamo scritto...

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A causa di un disguido nel backup del sito, invece di ripristinare la versione del 1 maggio, è stata ripristinata quella del 1 aprile 2011. Sono quindi andati perduti tutti i post del mese di aprile (quaresima e pasqua). Ci scusiamo con i naviganti. Cercheremo di riproporre alcuni dei materiali nei prossimi giorni.
News

Abbiamo aderito al progetto Zero Impact Web
Nonostante abbia fatto già molto per ridurre le emissioni di CO2, anche Internet inquina. Secondo un rapporto di Greenpeace, con il tasso di crescita di oggi, nel 2020 i data center e le reti di telecomunicazione consumeranno circa 2.000 miliardi di kilowattora di elettricità, oltre il triplo del loro consumo attuale. Ecco perché abbiamo deciso di aderire a Zero Impact Web e fare la nostra piccola parte per contrastare il riscaldamento globale. Le emissioni derivanti dalle vostre visite verranno compensate attraverso la creazione e tutela di foreste in crescita. E' una piccola azione che se fatta da molti aiuta a creare consapevolezza e fare del bene all’ambiente. E soprattutto vi permette di navigare tra queste pagine in piena tranquillità! Le emissioni generate da questo sito sono compensate dalla creazione e tutela di foreste in crescita in Costa Rica.
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Promemoria

Le risposte del card. Martini
ai lettori del Corriere della Sera,
ogni ultima Domenica del mese.
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