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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , lunedì 29 giugno 2009 5.08
Quelli che non scelgono
di Massimo Gramellini   
Giuro che non è il prossimo film di Christian De Sica, non ancora. Prima scena, Reggio Emilia: alla vigilia del matrimonio un trentenne si rimette con la ex fidanzata e le propone di seguirlo in viaggio di nozze, ovviamente all’insaputa della moglie. Seconda scena, atollo delle Maldive: tutte le mattine il neo-marito deposita la sposina in spiaggia per andare, dice lui, a scuola di sub. In realtà si precipita dall’altra parte dell’isola, dove la ex - non ex - quasi ex lo aspetta sotto le coperte di un bungalow per le immersioni di rito. Terza scena, di ritorno in Italia: la sposa si scola un termos di caffè e finalmente si sveglia. Esplora il cellulare del marito e vi trova più tracce di quelle lasciate da Pollicino. Dopo consultazione con mammà, partono la richiesta di divorzio e la terapia intensiva presso lo psicologo (suggerirei anche un oculista). Morale sui titoli di coda: che tristezza. Nel marito fedifrago qualcuno vedrà solo un mascalzone, qualcun altro la vittima delle leggi che impediscono ai sultani nati in Padania di praticare la bigamia. Io vedo il campione di una categoria sempre più diffusa: l'indecisionista. Un conservatore spaventato che non procede per scelte ma per accumulazioni. Uno che non sa se ama ancora la ex oppure no e nel dubbio ci si rimette insieme, non sa se rompere il fidanzamento con la futura moglie oppure no e nel dubbio la sposa lo stesso, non sa se liberarsi della ex tornata in auge oppure no e nel dubbio la porta al seguito, non sa se mollare la moglie appena sposata oppure no e nel dubbio si fa mollare da lei. È un disperato e magari si sentirà un figo.
di donma , domenica 28 giugno 2009 4.48
La valigia con lo spago. Immigrati in TV
di Marco Tosatti
Quattro puntate su Rai Uno, in seconda serata (ore 23.25), a partire da lunedì 29 giugno. Per conoscere flussi migratori, legislazioni, e nuove schiavitù. Testi e regia di Luca De Mata, con la supervisione di Mauro Piacenza, e la collaborazione di Nicola Bux e Massimo Cenci.
Quattro puntate in televisione per dare voci e figure a uno dei fenomeni più discussi del nostro tempo. Dice Luca De Mata: "L’idea di fondo di questa inchiesta è ricordarci che dietro ogni donna, uomo, qualunque sia la sua condizione c’è una Persona. E mai come in questo caso il ragionamento si allarga ad un fenomeno planetario che ci sta coinvolgendo tutti e ci sta cambiando tutti. Non possiamo più voltare la testa da un’altra parte. Il mondo è cambiato, e noi siamo cambiati? Quali leggi possono fermare uno tsunami umano di disperazione e miseria che infila in una città come Roma bambini a dormire dentro i cunicoli della strada. Quando si viene dal nulla anche un cunicolo diventa una reggia, ma quanti di noi possono accettare tutto questo? Ed anche se nessuno sa la soluzione reale del problema una risposta dobbiamo trovarla. L’emigrazione non può continuare ad essere l’ennesimo affare per le criminalità organizzate del pianeta".
Il titolo è evocativo di un passato che ci ha visti protagonisti: "La valigia con lo spago e subito, d’istinto, pensi alle immagini dei milioni di emigranti: Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi che, all’inizio dell’800 e ancora fino agli anni ’50 del secolo scorso, si spostarono da un continente all’altro, con le loro valige legate, tenute sulle spalle, in fuga dalla miseria. Donne, uomini, adolescenti spesso analfabeti che, con caparbietà, sacrifici, volontà sono stati mattoni reali che hanno contribuito alla costruzione della ricchezza dell’Occidente. Masse. Milioni di individui oggi integrati, figlie e figli di quelle valige di cartone difficili da distinguere, ormai, da chi in quelle stesse terre era arrivato solo un secolo prima in fuga dalle miserie e dalle persecuzioni, quando non deportati con la forza. Ed oggi? Ed oggi ancora i tanti arrivi di immigrati nel mondo hanno le stesse regole? Gli stessi modi degli ultimi due secoli? No! Oggi si arriva senza valigia. Senza nulla. Milioni di ombre. I clandestini, scivolano lungo montagne e coste per raggiungere un sogno, che più spesso è risveglio in una miseria che è più della stessa miseria da cui sono fuggiti. Ombre scivolano lungo le coste. Ombre senza valigia perché nella barca non c’è spazio. Ombre senza valigia per meglio attraversare sentieri di monti e precipizi. E se troppo pesanti, ombre lasciate affogare, rotolare nei burroni. Ombre che non devono lasciare tracce sui sentieri e rotte dei mercanti della carne. Pagamento anticipato. La valigia è la tua ombra. Lo spago è attorno al tuo collo e ti stringe, ti stringe, ti mozza il fiato. Spago di criminali, ricattatori, strozzini senza pietà: quando non i soliti fanatici del terrore. Tu devi pagare ed ubbidire. Tu devi diventare un'ombra perché ti porti di là! La valigia? Sei tu! Ombre quando legalizzate solo in Italia hanno versato alle casse dello Stato 6 miliardi di Euro, con cui sono state pagate pensioni a centinaia di migliaia di Italiani".
di donma , sabato 27 giugno 2009 18.15
«Io non sono contento né di quello che faccio né di quello che vedo fare nel mondo. Vorrei mutarmi e mutare. Se mi ci provo, se mi metto contro per una ragione non d'interesse, ma di coscienza, quasi tutti mi giudicano un pazzo e mi suggeriscono di scavarmi una trincea per ripararmi dal fuoco divoratore dell'egoismo altrui...e che il mondo si perda! (...)
La mia Comunione di stamane è il Cristo operante contro il mio tentativo di fuga di fronte al male travolgente. Un mistero di bene contrapposto al mistero del male: un mistero attivo, operante senza stanchezza, senza sfiducia, senza tornaconto, senza un voltarsi indietro per vedere se qualche cosa cresce, se qualcuno ci segue! (...)
E com'è fermento di bene, è pure ravvivamento e restaurazione di ogni ideale. Qualche cosa ogni giorno s'oscura nella chiarezza della mia visione spirituale: l'esperienza mi consuma e mi brucia la freschezza degli inizi. Si invecchia precipitosamente, e nessun specifico vale a fermarci sulla china di una decadenza che è dello spirito come del corpo.
Il mistero di oggi e di tutti i giorni è la novità di oggi e d'ogni giorno; un riaffacciarsi dell'effimero sull'eterno, del mortale nell'immortale, la primavera divina sull'inverno del tempo; la presenza dello Spirito che ricrea ogni cosa restituendola alle ingenue proporzioni del pensiero divino.
Dio nelle sue creature, l'ideale sempre vivo nella nostra impotenza quotidiana, è il dono di una giornata che si chiude con le tenebre del Getsemani, vinte dalla luce inconfondibile del pane appena spezzato sopra una tavola divenuta l'altare di tutti gli olocausti e di tutte le ascensioni, sotto lo sguardo stupito degli apostoli che, senza capire, si son trovati impegnati nella più grande battaglia del bene che conosca la storia.
Primo Mazzolari, Dietro la croce, 25
di donma , sabato 27 giugno 2009 18.07

“Attesa” è la matrioska più grande che custodisce la bambolina più piccola, ma meglio decorata, la più fine, la più preziosa, il nocciolo: la speranza.

don Chisciotte
di donma , venerdì 26 giugno 2009 7.45
Gente da urlo
di Massimo Gramellini
Ero un turista che chiacchierava in un parco di Parigi, circondato da carovane di bambini con mamme e badanti, e stavo inerpicandomi nel racconto di qualche scemenza quando mia moglie mi ha rivolto uno sguardo carico di riprovazione: «Abbassa la voce! Perché urli?». Ho serrato la bocca e mi sono messo in ascolto. I tanti bambini di quel parco producevano un brusio di sottofondo, qua e là increspato da frasi brevi e assertive delle madri. Il più molesto della combriccola ero decisamente io. Ma mi è bastato rientrare in Italia per sentirmi di nuovo afono.
Qui urliamo tutti. Impariamo da piccoli, di solito dai genitori, che suppliscono con i decibel alla carenza di carisma (gli strilli sono manifestazioni di stanchezza e di impotenza). Il resto lo apprendiamo davanti alla tv, dove chi urla di più ottiene di essere inquadrato più a lungo, e politici e «tronisti» hanno messo a punto la tecnica del «disco rotto», che consiste nell’urlare all’infinito la stessa frase, così da impedire agli altri di rispondere. Cresciuti a questa scuola, da grandi siamo pronti per scendere in strada e partecipare alle gare di urlo, particolarmente in voga durante il periodo estivo, quando la gente ha il pessimo vizio di dormire con le finestre aperte. E qui si ritorna alla domanda di mia moglie. Perché urli? Perché urliamo? Per farci sentire. Perché nessuno ci ascolta. O forse perché non vogliamo ascoltare. Ma soprattutto per liberare quella rabbia compressa e senza bersagli definiti, figlia della solitudine e dello smarrimento, che nessuna tastiera di computer riuscirà mai a sfogare.
di donma , venerdì 26 giugno 2009 5.33

Per lui prete la scuola era il mezzo per colmare quel fossato culturale che gli impediva di essere capito dal suo popolo quando predicava il Vangelo; lo strumento per dare la parola ai poveri perchè diventassero più liberi e più eguali, per difendersi meglio e gestire da sovrani l’uso del voto e dello sciopero. Con quella tenacia di cui era capace quando era convinto di avere intuito una verità andò a cercare uno ad uno tutti i giovani operai e contadini del suo popolo. Entrò nelle loro case, sedette al loro tavolo per convincerli a partecipare alla sua scuola perchè l’interesse dei lavoratori, dei poveri non era quello di perdere tempo intorno al pallone e alle carte come voleva il padrone, ma di istruirsi per tentare di invertire l’ordine della scala sociale. "Voi – diceva – non sapete leggere la prima pagina del giornale, quella che conta e vi buttare come disperati sulle pagine dello sport. E’ il padrone che vi vuole così perchè chi sa leggere e scrivere la prima pagina del giornale è oggi e sarà domani dominatore del mondo". Aveva una dialettica e una capacità di leggere dentro straordinaria. Riusciva in ognuno a toccare e far vibrare la corda più sensibile.
Nella sua scuola raccolse giovani operai e contadini di ogni tendenza politica, presenza che mantenne e ampliò perchè dimostrò di servire la verità prima di ogni altra cosa: "Vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio unicamente per darvi una istruzione e che vi dirò sempre la verità di qualunque cosa, sia che serva alla mia ditta, sia che la disonori, perchè la verità non ha parte, non esiste il monopolio come le sigarette", disse ai suoi giovani uno dei primi giorni di scuola a Calenzano; una scuola dove l’impegno sindacale e quindi l’impegno sociale era considerato come un preciso dovere a cui un lavoratore cristiano non poteva sottrarsi. Attraverso la scuola ed i suoi giovani conobbe i veri problemi del popolo. Entrò nelle famiglie come uno di loro pronto a dare un aiuto su qualunque questione. Quando licenziarono Mauro da una tessitura di Prato, non avevano licenziato solo uno del popolo, ma il "suo" Mauro del quale per mezzo della scuola e le discussioni che venivano fatte ogni sera fino a tarda notte, conosceva tutto: famiglia, problemi, gioie e disperazioni. Così a quel licenziamento reagì con tutto il peso del suo pensiero e della sua parola. Per giorni interi si discusse a scuola con sindacalisti, magistrati e ispettori del lavoro su come reagire, come impedire una ingiustizia così grave.
Operava per far prendere coscienza ai giovani operai sulla necessità che divenissero protagonisti del loro futuro rifuggendo da schieramenti preconcetti, ma distinguendo sempre il vero dal falso. Ragionando sempre con la propria testa. Era rigido per sé e richiedeva ai giovani coerenza tra idee, parole e comportamento pratico, senza mai rinunciare alla gioia di dire sempre la verità e di vivere senza nessun formalismo.
La sua scuola accoglieva solo operai e contadini, perchè intendeva eliminare la differenza culturale che esisteva tra questi e altri strati sociali. Per questo la definiva scuola classista, nel senso cioè di scelta dei poveri.
Questo suo schieramento, sempre giustificato alla luce del Vangelo, era un aspetto costantemente presente nella sua attività scolastica e pastorale che trapelava continuamente. Un giorno un ragazzo di solida famiglia cattolica gli disse: "Ma lei insegna anche a lui che è comunista e dichiarato nemico della Chiesa?". "Io gli insegno il bene – rispose - gli insegno a essere un uomo migliore, e se poi continua a rimanere comunista, sarà un comunista migliore".

 

di donma , giovedì 25 giugno 2009 8.29
Se la Chiesa è in strada
di don Luigi Ciotti
La strada ha una sua spiritualità. E’ un patrimonio di volti, storie, sguardi. Il confronto con la strada non è per noi una scelta possibile tra le altre. E’ un percorso obbligato. La strada deve tornare a essere il riferimento simbolico e operativo di ogni esperienza cristiana. Non è il solo luogo dovere vivere un’esperienza cristiana. Ma è il luogo in cui si esprime tanto la povertà delle persone (non solo materiale, anche di sensi, significati e valori) quanto la liberazione. La strada esige fedeltà e lealtà. Ci chiede di leggere i cambiamenti e le trasformazioni. Ci chiede, ieri come oggi, di esserci. Di impastarci con la storia, uscire dai nostri recinti, nicchie troppo protette. Ci educa all’autenticità, ad accogliere l’altro e riconoscerlo.
In questi giorni, a Torino, la strada è il luogo della festa. Ma ogni giorno è anche il luogo della povertà, dei bisogni, delle domande in costante trasformazione. Stare indica abitare, e in questo starci c’è un invito a ritrovare le ragioni del nostro impegno di Chiesa al fianco di chi è più fragile, debole e meno garantito.
Poi c’è un altro elemento. Sulla strada si impara. Non s’insegna, o s’insegna poco. Nel 1972, l’arcivescovo padre Michele Pellegrino, ordinandomi sacerdote, mi affidò il popolo della strada. Mi affidò la parrocchia della strada. E per me è stato un grande privilegio e un dono. Padre Pellegrino non mi ha mandato a insegnare a chi è sulla strada, ma a imparare che la Chiesa deve saper riconoscere i volti delle persone. La strada è il luogo dove ogni sapere cozza contro i suoi limiti. E’ un luogo di educazione permanente. Richiede conoscenza. Ma diffidate di chi crede di aver capito tutto. La strada ci impone un continuo ascoltare e interrogarci.
Oggi vedo un grande peccato: la mancanza di profondità. Troppe parole non vere, senza verifica e senza controllo. L’informazione è povera, e invece c’è bisogno di una volontà di sapere che sappia scendere in profondità.
Perché se si scende in profondità si sale in altezza. Abbiamo bisogno di più conoscenza e più verità. E di più denuncia. Mi farebbe piacere se i vescovi avessero un po’ di coraggio in più. Lo diceva il cardinale Ballestrero, che da presidente della Cei ebbe il coraggio di tacitare il Papa a Loreto: «Siamo chiamati non solo a un’accoglienza pura e semplice, ma anche a una ricerca intraprendente: andare dove ci sono quelli che da noi non vengono».
La strada ci chiama tutti per nome. I princìpi non possono essere un alibi per tentennare. Guai se in nome di un principio non si accolgono le persone. Purtroppo invece, oggi, i pregiudizi resistono. Non vergogniamoci di camminare con Dio: con gli immigrati, le ragazze sfruttate, i carcerati, i disabili. La strada ci ricorda che gli altri siamo noi. E l’incontro con gli altri non è fatalità né caso. E’ un dono.
Intervento al 33° Convegno nazionale delle Caritas diocesane
di donma , mercoledì 24 giugno 2009 7.41

«... con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l’"immunità morale". La morale è uguale per tutti: più alta è la responsabilità, più si ha il dovere del buon esempio. E della coerenza, che è ancora una virtù, e dà credibilità alle persone e alle loro azioni. (...) La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese. Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia. I cristiani (come dismostrano le lettere dei nostri lettori) sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell’Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione etica meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare» (d.a. - don Antonio Sciortino).

Lettere al padre e intervento completo di don Sciortino.

di donma , mercoledì 24 giugno 2009 6.08

Provate a digitare "settimanale Chi" su un motore di ricerca di immagini online
e avrete conferma della "qualità" dell'autorevole pulpito,
esperto soprattutto in futilità, corpi esposti, gossip, chimere...
proprio ciò di cui si sta parlando in questi giorni.

Quasi quasi il prossimo articolo di teologia
lo faccio pubblicare su Topolino!
don Chisciotte

di donma , martedì 23 giugno 2009 21.09

"Nessuno ha bisogno di una vacanza, quanto uno che ci e' appena stato".

Elbert Hubbard
di donma , martedì 23 giugno 2009 14.52

«Bimbo, prendi il fucile e spara». Guardateli con attenzione perchè rappresentano l'altra faccia di un dramma. Sono occhi che hanno visto l'inferno e misurato la vita e la morte. Sono i protagonisti della mostra (in corso a Roma) "Bambini di guerra: l'infanzia spezzata", un viaggio tra i bambini soldato coinvolti e sfruttati nelle parti di mondo dove sono in corso i conflitti. Unadramma che passa troppo spesso inosservato ma che è al centro dell'interesse delle organizzazioni umanitarie.

di donma , lunedì 22 giugno 2009 19.26
Il sorpasso: per gli italiani Internet indispensabile più del telefono
Il dato emerge da indagine globale sulle abitudini online
È il dato di fondo che emerge dal nuovo Norton Online Living Report, l’indagine globale sulle abitudini online condotta dal 13 ottobre al 5 dicembre 2008 da Harris Interactive per conto di Symantec in 12 paesi. Messa di fronte a una lista di oggetti e alla richiesta di scegliere a quale di questi non possa fare a meno, la maggioranza degli italiani ha indicato nell’ordine Internet (55%), il cellulare (54%) e la macchina (47%). L’indagine è stata condotta intervistando 6.427 adulti dai 18 anni in su e 2.614 giovani dagli 8 ai 17 anni, che si connettono per una o più ore al mese. Sette adulti su 10 affermano che Internet ha migliorato le loro relazioni personali. E infatti gli intervistati hanno una media di circa 41 amici virtuali e il 49% ha un profilo su un social network. Anche i ragazzi usano Internet per socializzare, e dichiarano di connettersi per il doppio delle ore credute dai genitori. Peraltro, i genitori spesso sono all'oscuro delle attivita' che svolgono online i loro figli.  Sebbene la metà degli utenti sia consapevole delle attività da svolgere per una totale sicurezza in Rete, raramente effettuano scansioni di virus o hanno una protezione adeguata alle minacce che provengono da Internet. Circa 1 genitore su 5 ha poi rimproverato i propri figli per comportamenti inappropriati in Rete, ma emerge nel 90% dei genitori la consapevolezza della propria responsabilità per la protezione dei figli nell’utilizzo di Internet.
di donma , lunedì 22 giugno 2009 16.50
«Garelli nota che le nuove generazioni di preti hanno dei riferimenti culturali diversi da quelli consolidati e questo desta preoccupazione. Si domanda: "È in grado questo clero che tende ad invecchiare e che è oberato da molti compiti, di interpretare la nuova stagione sociale e religiosa? Prevale tra i preti il rimpianto dell'egemonia e dei modelli del passato o essi sono capaci di ridefinire il loro ruolo in un'epoca non facile per le sorti della fede?".
Lo studioso riconosce che nel nostro clero convivono modelli di formazione e modi di affrontare il compito pastorale che riflettono diverse epoche della Chiesa. Alcuni si occupano di pastorale ordinaria, limitandosi al contatto quotidiano con la gente comune; altri sono spinti, magari anche dal loro carisma, a impegnarsi in situazioni particolari, come nel campo della carità, della giustizia sociale, della legalità ecc.
È evidente che questi modi diversi di intendere il compito pastorale modificano anche il rapporto preti-laici e così si ridistribuiscono le responsabilità ed i compiti.
Diventa quindi necessario pensare un nuovo modo di essere preti e la domanda di Garelli non è inopportuna: "Quanto i preti italiani sono pronti a svolgere un ruolo di 'direttori d'orchestra' di una comunità che si compone di molti carismi?".
Si tratta di una domanda fondamentale proprio perché nella Chiesa di domani i preti, tra loro e con i laici, dovranno necessariamente collaborare in sfide pastorali complesse. La situazione dei preti italiani dopo il Concilio "è marcata da una difficile transizione che è della Chiesa tutta, ma che coglie soprattutto il clero: il turbine dell'accelerazione rende la situazione instabile ed espone la vita del prete ad una serie, anche contraddittoria, di sollecitazioni"».
G. Frausini, Il presbiterio. Non è bene che il vescovo sia solo, 28

  

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