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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci

Noi ti adoriamo, o santo Spirito di Dio,
mentre con il meglio delle nostre forze tentiamo di scrutare chi Tu sei per noi.
Ti chiamiamo con nomi umani, con umane parole, per non dover tacere.
Ti apriamo il nostro cuore per accoglierti e per capire come,
profondamente, anche non visto, ovunque sei presente.
Sei l'aria che respiriamo, la lontananza che scrutiamo,
lo spazio che ci è toccato in parte.
Tu sei la dolce luce che ci rende attraenti gli uni agli altri.
Tu sei il dito di Dio con il quale Egli ha ordinato l'universo.
Sei l'amore squisito con il quale Dio tutti ci ha creati.
A tutto ciò che vive Tu dai forza, Tu agisci in modo strano e inafferrabile,
nascosto nel profondo di ciascuno come un fermento, come un seme di fuoco.
Tu sei la nostra volontà di vita,
l'amore che ci attacca a questa terra e che ci lega al nostro Dio.
Tu ci sproni ad andare fino in fondo disposti a sopportare qualunque cosa,
sperando sempre come l'amore spera.
Noi ti preghiamo, Spirito di Dio che tutto crei, da' compimento all'opera iniziata;
previeni il male che possiamo fare, muovici al bene, fa' che siamo fedeli e pazienti,
accendi nel nostro cuore l'amicizia per tutto ciò che vive e dacci gioia per ciò che è umano e buono.
Sei l'anima delle nostre preghiere, che cosa non potremmo aspettarci da te?
Saggezza per capirci gli uni gli altri, abilità nel dare aiuto, ovunque e sempre.
Sei il Dono fattoci da Dio Padre: sii dunque il Presente qui in mezzo a noi. Amen.

tratta da H.Oosterhuis

“Vivi e muori per la Chiesa, come ha fatto Cristo. Non credere che sia solo il morire per la Chiesa che richiede sacrificio: anche il vivere per la Chiesa ne richiede molto”.
Van Thuan, Cinque pani e due pesci. Dalla sofferenza del carcere una gioiosa testimonianza di fede, 73

La generazione indecisa 
Chat, sms e social network: le relazioni “leggere” dei giovani ipertecnologici
di Francesco Rigatelli
Un ragazzo mi ha lasciato un messaggio in ufficio, allora io l’ho chiamato a casa, e poi lui mi ha scritto sul Blackberry, e allora io gli ho mandato un sms, e lui mi ha risposto all’email privata. Così, ho completamente perso il filo! Ho nostalgia dei tempi in cui avevamo un numero di telefono e una segreteria telefonica, e quella segreteria aveva una cassetta, e quella cassetta o conteneva un messaggio del tizio che ti piaceva o non lo conteneva, mentre adesso devi passare il tempo a correre da un portale Internet all’altro solo per potere essere rifiutata da un potenziale partner attraverso sette diverse tecnologie. È sfibrante!». (...)
Perché è vero che il web favorisce ormai un matrimonio su cinque, ma social network e messenger istantanei rischiano di rimanere l’unico sfogo per i desideri, sentimentali come politici, delle nuove generazioni. «L’aver perso peso nella società ha reso i giovani sempre più attratti da Internet», spiega Davide Bennato, docente a La Sapienza di Roma. La conseguenza è che «i ragazzi - come ha scritto Enrico Marchetto, docente allo Iulm di Milano - non conoscono le pause (se non hanno qualcosa da fare se lo trovano); non sanno cosa significhi stare in coda (abituati all’acquisto veloce su Internet); non stanno mai soli (spegnere pc e telefonino è un’opzione ormai inconcepibile)». Avrebbe insomma ragione John Naish, che nel suo libro «Basta!», riferendosi alla crisi economica ma anche sociale sintetizza: «L’eccesso è la causa di ogni male, perché pur avendo tutto continuiamo a volere di più». E pure uno dei blogger italiani più famosi, Massimo Mantellini, ha dichiarato che «passare di continuo da uno stimolo all’altro innesca una sorta di schizofrenia: dopo pochi minuti di concentrazione su una cosa, si avverte il bisogno di fare altro. Occorre trovare un equilibrio, e vale anche per me: ero un appassionato di saggi, oggi fatico a leggere testi lunghi e impegnativi». E se questa tendenza al disimpegno valesse anche per i rapporti sentimentali? Secondo Mirta Martinato, che studia cinese vicino a Shanghai e grazie a Skype parla a costo zero con mamma e tramite Facebook si aggiorna sulle vicissitudini di centinaia di amici lasciati a Milano, «i mezzi tecnologici, anche se superficialmente, rispondono alla voglia di conoscere tutti e in fretta, però generalmente posticipano gli incontri reali, perché travolti dai grandi numeri si rimanda sempre». Del resto anche il sociologo Zygmunt Bauman sostiene che «il consumo sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio».

La Chiesa torna in fabbrica
di Franco Garelli
Non si vive solo di ordine pubblico o di respingimenti, in un’epoca in cui molti stranieri bussano al nostro Paese per cercare un’ancora di salvezza. Oltre a ciò, la Chiesa deve trovare nuove forme di presenza nel mondo del lavoro, per essere vicina a quanti vivono sulla propria pelle una crisi economica senza precedenti. Non è detto che si ritorni alla formula dei «preti operai», che avevano scelto di condividere il lavoro e la vita della gente comune negli anni ruggenti. Tuttavia, i preti e le parrocchie devono inventarsi qualcosa di nuovo, per stare dalla parte di chi oggi soffre maggiormente la crisi occupazionale.
Sono questi i due più importanti e inattesi messaggi contenuti nella prolusione con cui ieri il presidente della Cei ha aperto i lavori della 59ª Assemblea dei vescovi italiani. Entrambi i segnali sembrano indicare che è in atto una svolta nella presenza pubblica della Chiesa in Italia.
Che da alcuni anni a questa parte si è molto impegnata per difendere i valori «cari ai cattolici», con le battaglie sui temi della vita, della famiglia, della bioetica, delle limitazioni alla scienza, della difesa dell’antropologia cristiana. Oggi, con il discorso del cardinale Bagnasco, il vertice ecclesiale pare rimettere la questione sociale al centro dell’impegno dei cattolici, riabilitando quel cattolicesimo sociale che ha vissuto un po’ ai margini la recente svolta identitaria e culturale della Chiesa italiana.
Come accade in queste occasioni, il presidente della Cei opera un’analisi a tutto campo della situazione, atta a focalizzare i nodi cruciali del periodo, le sfide che più interpellano la Chiesa. (...) Il messaggio più forte che monsignor Bagnasco ha voluto consegnare agli ambienti ecclesiali e a tutto il Paese è stato l’invito a riscoprire i nuovi termini della questione sociale, l’urgenza di un impegno che ha sempre fatto parte della sua storia e che è oggi sollecitato da nuove sfide.
La prima emergenza è individuata nelle conseguenze della crisi economica che si sta vivendo, i cui costi più pesanti sono pagati dall’anello più debole della popolazione, con l’aumento dei licenziamenti, l’inquietudine della cassa integrazione, la fine del lavoro anche per i molti precari di cui sin qui si sono servite molte aziende. Non poche imprese, osserva il cardinale, azionano sbrigativamente la leva occupazionale per far fronte alla crisi in atto, come se si trattasse di «alleggerire la nave di una futile zavorra». Di qui l’invito non soltanto ai responsabili pubblici perché individuino valide soluzioni alla crisi, ma anche alle parrocchie e ai preti di farsi più prossimi a chi vive nel mondo del lavoro, accostando le persone là dove esse lavorano, ascoltandole, dando loro sostegno concreto. E ciò attraverso modi diversi, dalla creazione di sussidi economici all’aiuto nel pagamento dei mutui e delle utenze, dal potenziamento di esperienze di micro-credito all’istituzione di fondi di solidarietà e di garanzia per le famiglie in difficoltà.
La seconda emergenza riguarda la questione migratoria e il disegno legge sulla sicurezza, temi su cui il vertice Cei continua a manifestare la sua contrarietà per le soluzioni che si stanno delineando. Perché impedire - entro certi limiti - a chi è in cerca di sopravvivenza la libertà di emigrare? Che cosa fanno l’Italia e l’Europa per prevenire il fenomeno, per evitare che i figli dei Paesi poveri non siano costretti ad affrontare rischi mortali pur di coltivare una speranza di vita? Qual è il nostro impegno nella cooperazione internazionale? Perché discriminare gli immigrati che possiamo accogliere, invece di favorire una loro adeguata integrazione nelle nostre città?
L’anima più sociale della Chiesa pare dunque riattivarsi in questo momento storico, anche esponendosi con coraggio su questioni che dividono il Paese.

Secondo me quelli della C.C. lo sapevano di prenderci in giro quando hanno fatto uno spot così. Spero che nessuno creda che le cose stiano veramente come dice lo spot (non è mai così - proprio mai - negli spot... e non solo!). Se poi ci scappasse anche il boicottaggio della C.C. io non piangerei di certo!
 E - dalla serie "Chi la fa l'aspetti" - potete andare a vedere un contro-spot molto carino. don Chisciotte

  

"Questioni morali ce ne sono tante. La nostra attenzione è a tenerle vive tutte, non andando a esprimere giudizi ogni piè sospinto su questo e quello". Così il segretario della Cei Mariano Crociata ha risposto alle pressanti domande dei giornalisti che volevano una presa di posizione sulle vicende personali del premier. "Ognuno - ha scandito Crociata - ha la sua capacità di giudizio. Ed è inutile pronunciarsi su singoli comportamenti perchè le coscienze formate di ciascuno sanno cosa sia giusto".

Avvenire

I fondamenti (per farlo) si trovano nella tradizione della dottrina sociale cristiana; basta risvegliarli dal loro sonno di bella addormentata nel bosco e applicarsi con decisione a tradurli in pratica. Questa dottrina sociale della Chiesa ha assunto a lungo nei riguardi del capitalismo, impressionata dai suoi indiscutibili successi, un atteggiamento piuttosto difensivo e lo ha criticato su punti specifici invece di metterlo in discussione in quanto tale. L’attuale evidente crollo del capitalismo a causa della sua espansione illimitata e quasi sregolata può, e dovrebbe, permetterle una sua radicale contestazione.
Per questo il magistero sociale può richiamarsi nientemeno che al papa Giovanni Paolo II, il critico più lucido ed energico del capitalismo dopo Karl Marx. Già nella sua prima enciclica egli ha intrapreso una valutazione del sistema in quanto tale, delle strutture e dei meccanismi che, nel campo delle finanze e del valore del denaro, della produzione e del commercio, dominano l’economia mondiale; a suo avviso, essi si sono dimostrati incapaci di rispondere alle sfide e alle esigenze etiche del nostro tempo.
L’uomo «non può diventare schiavo delle cose, schiavo dei sistemi economici, schiavo della produzione, schiavo dei suoi propri prodotti». Ma il nuovo orientamento solidaristico e la trasformazione di un esteso sistema d’azione economico che, come abbiamo mostrato, non tiene conto della natura e della vocazione dell’uomo, e anzi le contraddice, non avviene da sé. Richiede un potere statale in grado di agire e decidere, che oltrepassi la mera funzione di garanzia dello sviluppo del sistema economico e di accertamento del parallelogramma delle forze, ma assuma efficacemente la responsabilità del bene comune mediante la limitazione, l’orientamento e anche il rifiuto del perseguimento del potere economico, cercando continuamente di ridurre al tempo stesso le disuguaglianze sociali. È impossibile realizzare una tale trasformazione con semplici interventi di coordinamento. Ma dove si trova oggi una tale statualità? Di fronte all’intreccio economico mondiale la forza dello stato nazionale non è più sufficiente; sarà sempre sconfitta dalle forze economiche che operano a livello mondiale. D’altra parte, è impossibile organizzare una statualità a livello mondiale, sotto forma di stato planetario; lo si può fare solo per e in aree limitate, che sono in relazione fra loro e collaborano. L’appello è rivolto quindi anzitutto all’Europa. Ma essa avrà la volontà e la forza per farlo?

Con le mani
di Massimo Gramellini
Ho una pessima notizia da darmi. Con la crisi tornano in auge i lavori manuali. Chi non può più permettersi di accendere un mutuo per pagare un idraulico strappa alle ragnatele il libretto di istruzioni in tedesco e riprende contatto con la spigolosa fisicità della sua lavatrice. È il rilancio della civiltà della concretezza. È il recupero dell’autosufficienza e dell’autostima. È il disastro per chi, come me, non sopravvivrebbe più di due ore a un camping con i boy scout di Franceschini. Forse un giorno scriverò «Lo zen e l’arte del rammendo del calzino», ma intanto dovrei smetterla di dissanguarmi l’indice ogni volta che tento di infilare il filo nella cruna dell’ago. Siamo all’inizio di una nuova selezione naturale e so di figurare nella lista dei brontosauri. Se avessi una figlia di diciotto anni, anziché la velina le suggerirei di fare la sartina: c’è maggior richiesta e minore concorrenza.
Nei Paesi anglosassoni il fai-da-te è già un filone televisivo: dal grande fratello al piccolo chimico. Non mi avranno come finalista. Mi consolo con le avventure altrui: ho un amico con due lauree che ha impiegato tre ore e ventotto minuti per collegare il «decoder» al televisore. Quando cominciava a sentirsi un inutile agglomerato di libri, ha tirato una botta contro l’apparecchio e quello, inopinatamente, si è messo in azione. Mi ha confessato di essere stato pervaso da una sensazione molto maschia. La stessa che provò il mio antenato a Neanderthal nell’istante in cui, dopo aver ustionato tre mogli e altrettante suocere, riuscì finalmente ad accendere il fuoco.

"Siamo cosi abituati a cammuffarci agli occhi degli altri che alla fine ci camuffiamo ai nostri occhi".

Francois De La Rochefoucauld

«... Ho un vecchio amico che sta per partire e stanotte ritorna via. E' il momento dei baci, dei saluti ed abbracci e gli auguri di buona fortuna. Niente lacrime prego, che c'è altro da fare e stasera non piange nessuno. Io mi ungo la gola e preparo il bicchiere in onore del vecchio Bob...»

L'italiano ai tempi degli sms

di Antonio D'Orrico

Vent’anni fa la minaccia erano il burocratese odiato da Italo Calvino e l’anglitaliano che storpiava tutto. Ora l’allarme è più sottile: scrittori che inseguono il parlato e un dialogo fatto di consonanti, in formato telefonino

Se permettete inizio questa inchiesta sulla lingua italiana 2008 (come sta e dove va) dal mio nuovo telefonino che, quando suona la sveglia, mi propone due alternative: “Stop” o “Posponi”. La prima volta sono rimasto confuso o, come direbbe il commissario Montalbano (mia massima autorità linguistica), imparpagliato. “Posponi”? Poi ho capito che si trattava della seconda persona singolare del presente indicativo di posporre (mettere dopo, differire, posticipare): io pospongo, tu posponi, egli pospone... In redazione, facendomi le raccomandazioni di rito prima di cominciare l’inchiesta, mi avevano detto: «Stai attento ai telefonini, agli sms, è lì che sta nascendo l’italiano del futuro, è lì che scoprirai qualcosa di nuovo». E, invece, il “posponi” del mio telefonino mi ha riportato al passato, a vent’anni fa esatti quando, facendo un’altra inchiesta sulla lingua italiana, avevo scoperto che l’italiano correva due pericoli. Il primo era il burocratese, la lingua con cui lo Stato (o chi ne fa le veci) si rivolge ai cittadini. Il burocratese per me era simboleggiato da un cartello che avevo letto alla stazione di Firenze: “Questo sportello rimane impresenziato dalle 13 alle 15”. Ma non era più semplice dire che lo sportello rimaneva chiuso? No, il burocratese si spezza ma non si spiega. Aggiungo, anche se non c’entra nulla (apparentemente), che lo sportello in questione era risultato impresenziato anche a mezzogiorno e mezza. Il secondo pericolo per l’italiano del 1988 era racchiuso nelle due parole dell’insegna di un ottico milanese (“Occhial House”) e sintetizzava maccheronicamente il difficile rapporto con l’inglese. Vuoi vedere che, tra “posponi” e “Occhial House” (vent’anni dopo, l’insegna lampeggia ancora su viale Abruzzi a Milano), i problemi dell’italiano sono rimasti gli stessi di allora?

E il burocratese non muore

Ho sottoposto (e non posposto) i miei timori a due tra le massime autorità della linguistica italiana: i professori Gianluigi Beccaria e Luca Serianni. Beccaria, «il professore di italiano che tutti avremmo voluto avere», come dice Aldo Grasso, ha appena ripubblicato da Garzanti il suo indispensabile «Per difesa e per amore (La lingua italiana oggi)». Per quanto riguarda il burocratese il professore scuote la testa. La battaglia contro l’antiligua, così chiamava il burocratese Italo Calvino, è difficile da vincere. Il burocratese avanza. Conoscete qualcosa di meno burocratico della cioccolata? Bene, anche lei è stata colonizzata dall’antilingua. Il professore racconta di Gobino, il negozio di cioccolatini («il migliore che ci sia») vicino a casa sua a Torino: «Sembra di entrare in gioielleria, il negozio è di gran gusto, e mentre sei lì che aspetti e ammiri, e ti pare di essere in un altro mondo, vedi che, appiccicato al vetro del bancone, c’è scritto: “per chi vuol conoscere l’ingredientistica”. Ingredientistica?». Il professore è uscito di corsa dal negozio ma l’incubo non è finito. Perché, girato l’angolo, si è imbattuto in un distributore di sacchetti per “deiezioni canine”, poi in una “Scarpoteca”, quindi in una “Frullateria” e infine in un bar che reclamizzava: “Si effettuano panini”.

E la sindrome Occhial House come procede? Qui il peggioramento è netto. Ormai tutto si pronuncia all’inglese. Il catalogo, raccolto negli anni dal professore, è esilarante (e un po’ preoccupante). Troviamo steig per il francese stage, Thomas Men, per il tedesco Thomas Mann (e Walter Bengiamin, per Walter Benjamin, Bitoven per Beethoven), absaid per abside (di una chiesa), sain dai per sine die. Tutto ascoltato in tramissioni radiotelevisive e, purtroppo, anche in aule universitarie. Dice Beccaria: «Ogni manager o persona in carriera usa anglismi a gogò perché altrimenti potrebbe essere tacciato di scarsa professionalità. E anglismi snobistici e inutili si usano spesso coi sottoposti, fanno più professional». Il professor Luca Serianni sta lavorando con la società Dante Alighieri a un progetto ambizioso: un museo della lingua italiana. (…) Calcio, tv, canzonette e romanzi rosa hanno reso possibile il passaggio del testimone linguistico nazionale dalle mani di Dante (e di Boccaccio e di Manzoni) alle nostre. Così è andata, senza falsi moralismi, assicura Serianni. Ma ora così non va più. Il professore lancia un allarme, oltre a quelli sul burocratese e sull’anglitaliano del collega Beccaria, che riguarda l’impoverimento del lessico: «Aggettivi come “faceto” o “inane” rischiano di essere ignoti a una parte consistentemente alta di giovani».
 Meglio i giornalisti che gli scrittori
 (…) «Questa volta il problema è diverso. Allora, parlo degli anni Cinquanta e Sessanta, si trattava di conquistare un italiano di base, un italiano minimamente condiviso di fronte all’uso diffusissimo e spesso esclusivo del dialetto. Ora quell’italiano di base ce l’abbiamo». Capisco, professore, adesso il problema è che quell’italiano è un po’ anemico, carente lessicalmente. Ma in questi casi il rimedio classico non è quello di leggersi un buon romanzo nazionale? «Gli scrittori non sono più modelli linguistici. (…). Gli scrittori non inseguono più un modello letterario, cercano di aderire al parlato». E quindi non abbiamo più modelli? «Secondo me i modelli ci sono ancora e io li consiglio spesso agli stranieri che vogliono migliorare il loro italiano». E cosa consiglia? «Di leggere i buoni giornalisti. Un fondo di Alberto Ronchey è perfetto in questo senso». Grazie professore, finalmente una buona notizia, finalmente una cosa in cui i giornalisti non sono colpevoli ma addirittura additati a modello. (…)
 Non è l’italiano, come lingua, che sta male, nonostante gli sportelli impresenziati, i panini effettuati, i sain dai e gli Occhial House. A stare male è l’italiano come popolo. Ma questo lo sapete benissimo. Io avrei finito, dal punto di vista linguistico. I professori Beccaria e Serianni mi hanno tranquillizzato. La salute dell’italiano è accettabile. (…)
 Le vignette che ironizzano sul computerese, sul telefoninese, sull’smsese. Sul lessico elettronico. Prendete la vignetta di Francesco Natali che ha per protagonisti un figlio e una mamma. Figlio: «Mamma esco… Se mi cerchi mandami un sms, oppure loggati con Skype… il mio nick è parakul68, vado a postare un clip su Youtube… See you later!». Riflessione sconsolata della mamma: «Una volta si diceva solo: Mamma che palle!». Altra vignetta, questa volta di Migneco e Amio. Due ragazzi. Lui dice a lei: «Ieri ti ho cercata su Google». Lei: «E invece ero a casa di Gianna». Vignetta di Maramotti. Padre dà la buonanotte alla figlioletta che ha appena messo a letto (lei ha il computer poggiato sulle ginocchia): «Buonanotte… Se hai bisogno di un bicchier d’acqua mi trovi su www.cameradeigenitori.it!». Ma l’allarme generale lo lancia la Gialappa’s Band con una splendida (a suo modo geniale) lettera aperta al popolo degli sms. Eccola: «Amc di Smmrnd, ma sprtt amch d Smmrnd, the “msg 4 u” è: basta, non se ne può più! Ci avete sfinito con i vostri messaggini (sms, mms, msn…) fatti solo di consonanti: cmq per dire “comunque”, tt per dire “tutto” e xk per dire “perché”. Anzi: ci avt prpr frntmt i cgln!!! Che fine farà la nostra lingua? Non solo quella aulica di Dante e Manzoni, ma persino quella più prosaica e vernacolare di Totti e Di Pietro? Dobbiamo rassegnarci a tentare di decifrare comunicazioni più simili a codici fiscali che a frasi di senso compiuto?! Ebbene no: riprendiamoci la lingua, e quindi le vocali».
 Dalla parte delle vocali
 La difesa e l’elogio delle vocali è il cuore politico (ma sì!) della lettera aperta della Gialappa’s: «Perché le vocali (forse non ci avete mai fatto caso) sono calde, prorompenti, esprimono gli stati d’animo: sono le gioie e i dolori. Mentre le consonanti sono fredde, meccaniche, e capaci solo di esprimere pensiero, astrazioni». Con foga da comizio la Gialappa’s continua: «Le vocali sono tipiche dell’uomo (non è un caso che la parola uomo contenga 3 vocali e una sola consonante); mentre le consonanti sono tipiche del robot (3 consonanti e 2 vocali, e non sarà un caso nemmeno questo)». L’elogio delle vocali diventa l’elogio dei sentimenti: «Provate un po’ a pensare che suoni emettete, istintivamente, quando provate dolore (“ahia!”, “ohiohi!”, etc.), e quando vi divertite (“ahahahah!” e “wow!”, che si scrive così ma si pronuncia “uau!”); quando ce l’avete con qualcuno (“aòh!” se siete romani, “uhei!” se siete milanesi) e quando siete piacevolmente sorpresi (“oeuh!”, oppure “ahàa!”) (…).

«Altri costruiscano chiese, innalzino imponenti colonne, ornino le porte d'avorio e d'argento, e impreziosiscano di gemme gli altari. Io non condanno nessuno. Ognuno segua la sua opinione. D'altra parte è meglio spendere così piuttosto che custodire avaramente la propria ricchezza...
Ma altro è il tuo compito : vestire Cristo nei poveri, visitarlo negli ammalati, nutrirlo negli affamati, accoglierlo in quelli che non hanno un tetto».
s. Girolamo

«Come penetrare allora in questa conoscenza dell’uomo che non è disgiunta dalla rivelazione di Dio? Certo non attraverso la scienza, nel senso delle nostre «scienze umane», che riconosceremo e approveremo, ma attraverso la conoscenza cristiana che consiste in una conoscenza nella fede, una conoscenza in cui l’organo non è una facoltà separata ma l’uomo nella sua intierezza, una conoscenza che inizia e progredisce con la contrizione. Sarebbe più esatto dire, con il Vangelo ed i Padri greci, metanoia, nel significato di capovolgimento della nostra consapevolezza di esistere, di passaggio copernicano dal geocentrismo dell’io (individuale o collettivo) all’eliocentrismo che rivela, nella profondità degli esseri e delle cose, il sole divino».
Olivier Clément, Riflessioni sull’uomo, 10

Un anno fa, il 21 maggio, moriva mons. Luca Milesi.
Lo vogliamo ricordare
con una rassegna di foto
e con uno dei testi con cui i fedeli eritrei hanno inteso far memoria
dei suoi ultimi giorni e delle celebrazioni in suo onore.


Sua Eccellenza il Vescovo Luca Milesi di anni 84, che era un prete cappuccino, fondatore degli Istituti Secolari e primo Vescovo della Diocesi di Barentu, è morto mercoledì 21 maggio 2008 alle I0.00 della sera. Il suo funerale ebbe luogo il martedì 27 maggio 2008 nella cattedrale di Santa Croce nella città di Barentu.
Sua Eccellenza il Vescovo Luca Milesi continuando le consuete attività giornaliere, circa alle 9.30 del mattino del 20 maggio, aveva lasciato Asmara per Dekemhare e aveva pranzato con le sorelle della comunità dell’Eucarestia. Dopo il pranzo mentre stava chiacchierando e ridendo con le sue amatissime giovani postulanti della comunità, sentì un acuto dolore che non aveva mai sperimentato prima. Subito andò in bagno e vi rimase qualche tempo; le ragazze erano molto preoccupate per il suo attardarsi e quando bussarono alla porta non ci fu risposta, questo è il momento nel quale lo trovarono molto affranto per un grande dolore.
Subito dopo lui fu portato all’Asmara.
All’incirca verso le 7.00 della sera fu accolto nell’ospedale Sembele. Poi con l’aiuto dei dottori, e noi crediamo con l’aiuto della preghiere, si è ripreso rapidamente.
I suoi ragazzi, membri degli Istituti Secolari, furono molto felici quando ricominciò a scherzare e chiacchierare con loro ancora una volta.
Effettivamente, essi e lui stesso pensarono che questa era la fine del suo male.
Sfortunatamente, il giorno dopo intorno alle sei del pomeriggio il dolore ricominciò di nuovo.
E’ stata questa la volta che Sua Eccellenza disse: “ora la morte è venuta”.
I dottori e le infermiere fecero del loro meglio per salvargli la vita.
Egli ricevette gli ultimi sacramenti da Sua Eccellenza il Vescovo Mengistaab Tesfamariam della Diocesi di Asmara e dopo di lui il Vescovo Emerito Zekarias Yohans.
In breve entrò in coma. Alle dieci della sera se ne andò in pace, mentre era circondato da tutti quelli che lo amano, pregando e piangendo. Possa la sua anima riposare nella pace eterna!
A mezzanotte il suo corpo venerato fu portato all’ospedale Oarota National Referral per essere custodito fino a che fossero completati i preparativi per il funerale.
Aspettando il giorno del funerale... (prosegui la lettura tra i Testi)

C'è mamma al telefono
di Massimo Gramellini
Non stupisce che una mamma sia stata condannata a 360 euro di multa per «stalking», dopo che per due anni e mezzo aveva perseguitato il figlio con una media di 49 telefonate al giorno. Non stupisce che l’amore di una mamma travolga qualsiasi bolletta e trovi nuove opportunità espressive nel progresso tecnologico: il telefonino, per esempio, che le consente di tenere sotto controllo il pupo a intervalli regolari (ogni quarto d’ora, calcolando che lo chiamasse anche durante il sonno). Non stupisce nemmeno che la mamma in questione abbia 73 anni e suo figlio intorno ai 40. Le mamme non vanno mai in pensione.
E a 40 anni i figli hanno appena superato il periodo dello svezzamento per accingersi a muovere i primi e incerti passi verso l’adolescenza: periodo affascinante ma irto di pericoli, che solo una mamma con la testa sul collo e la cornetta all’orecchio è in grado di sventare. Ecco, semmai stupisce che sia stato lui, il figlio, a denunciarla. Ma sicuramente dietro quella decisione ingenerosa si nasconderà la mano di una nuora intirizzita dalla gelosia. In realtà l’unico particolare che stupisce, in questa storia, è la nazionalità della mamma. Austriaca. Ma forse c’è una spiegazione anche qui: le mamme italiane, avendo i figli di 40 anni ancora in casa, non hanno alcun bisogno di perseguitarli sul telefonino.

Il confronto con lo sport non è forse più calzante per l'oggi,
ma la passione, l'istanza e la profezia ci sono tutte!


«Senta, signor parroco. Constatiamo prima di tutto un fatto. La nostra gioventù non ha perduto l’interesse né la passione verso le cose belle, benché tali inclinazioni si dispongano al momento verso obiettivi che noi non consideriamo meritevoli di passione.
Perché ciò che noi si stima degno non scalfisce punto la fresca anima giovanile?
Segno qui tre spiegazioni a titolo di ipotesi. O i giovani di oggi sono così diversi da noi e così guasti che non avvertono più il sapore dello spirituale; o gli ideali che noi presentiamo sono finiti; o noi presentiamo questi ideali in modo che non interessano.
Escludo la prima ipotesi senza discuterla. I nostri figliuoli sono come noi. Sentono vivamente i richiami del corpo, ma non sono insensibili alla vita dello spirito. Ogni generazione ha una propria fisionomia, la quale però si staglia da uno sfondo di umanità, che rimane perenne e immutabile. Ogni generazione ha pure un proprio fascino o sogno o innamoramento, giudicato sempre follia dall’età precedente. Senza volerla confessare, esiste una gelosa rivalità fra la generazione che sale e quella che tramonta. Essa si sfoga in reciproche incomprensioni, in reciproci rimproveri, ai quali non bisogna dare molto peso.
La seconda ipotesi l’ho messa fuori per scrupolo di sincerità, per rispondere a un momento di tentazione, che può sorprendere anche il più solido dei credenti, senza scuoterlo. L’irriflessione è un fenomeno di superficialità. Gli spiriti profondi riescono a vivere con passione anche i momenti difficili e a cavarne beneficio.
Il problema riguarda il modo di presentare l’ideale, e lo sport è la protesta quasi inconsapevole dei giovani contro chi, possedendo tesori, non li sa far amare.
Perché la gioventù si appassiona unicamente dello sport?
«È un divertimento - lei mi risponde - e i divertimenti attraggono facilmente».
Glielo concedo; ma sotto il divertimento i nostri giovani, inconsapevolmente forse, amano qualcos’altro. Lo sport è un’evasione dalla durezza della vita attuale, per avvicinarsi in qualche modo a soddisfare quel bisogno istintivo di libertà, che non esclude la disciplina.
Ogni imposizione suscita ribellione. In certi tempi essa è sfrontatezza, devastazione, persecuzione; in altri, come ora, indifferenza o passività. Il giovane evade oggi dai nostri metodi più che dalle nostre realtà, le quali non lo interessano nel modo con cui soltanto egli vorrebbe e potrebbe essere interessato.
Se don Bosco tornasse, attraverso lo sport c’insegnerebbe la strada per arrivare ai giovani. Il che non vuol dire fare dello sport, ma cogliere i bisogni eterni dello spirito attraverso le espressioni mutevoli di esso.
Non si è ancora accorto, signor parroco, che lo sport è l’unica evasione dal grigiore e dall’uniformità schiacciante dell’epoca?
L’arte è sotto un’irruzione barbarica, che avrà forse in un tempo lontano la sua libera e piena espressione; il lavoro, quando c’è, è tecnica e incontra dappertutto la macchina, cioè una barriera, sia pure una barriera d’intelligenza concentrata; la politica è di pochi; la religione è senza fervore.
Soltanto nel mondo dello sport la fantasia e la potenza creatrice del giovane si sbizzarriscono a piacimento, creando e distruggendo i propri idoli con volubilità prepotente. Egli è attore anche quando è spettatore: folla, giudice, arbitro, ribelle... Lo stadio è il nuovo parlamento; e lo sport la nuova liturgia di una religione che sembra rinnegare ogni religione, perché nessuna viene offerta come respiro dell’anima.
Chi ha cura d’anime e preoccupazioni educative dovrebbe riconoscere che tra le varie attività quella sportiva è l’unica forse che lascia all’individuo, anche al più modesto e insignificante, l’illusione di una maggiore libertà personale.
Essa non è soltanto il passatempo o il diversivo dei disoccupati dello spirito o delle superiori attività della vita; è la sostituzione di una sciocchezza, ma di una sciocchezza - se lei così vuole chiamarla - propria, personale; è la caserma, l’uniformità, il grigiore che cedono davanti a una fiammata, in cui io, chiunque, anche il più stupido, ha un sentimento, un’opinione, un’approvazione.
Lei capisce bene, signor parroco; scrivendole così, non voglio dire che approvo ciò che constato e non posso non constatare. Questa non è la verità che i cattolici devono predicare. Ma la verità, nell’ordine morale, non dipende unicamente dai princìpi, ma anche dalle situazioni particolari, alle quali essi si debbono applicare. Anche i fatti sono verità, dolorose verità, delle quali bisogna tenere conto se si vuole agire sugli uomini.
La storia è piena di idee false che, presentate con forza, hanno prodotto formidabili realtà in eguale misura, se non di più delle idee vere.
L’errore, dal momento che si impone, diviene un fatto, come la verità, e anche più di una verità che non riesce a farsi ascoltare.
Io credo che nessuno sia dispensato dal guardare in faccia simili realtà che non si distruggono, né con deplorazioni né con condanne».
don Primo Mazzolari, Lettere al mio Parroco, 85-88.
Gli originali sono degli anni ‘30.

Parlare di tutto
per non parlare di nulla.
Cfr "Il Gattopardo"

L'inglese dei furbi
di Massimo Gramellini

Ieri telefona un tipo e con la voce gorgogliante di uno che si è appena inghiottito la boccetta del dopobarba dice: «Salve, mi occupo di fund raising per alcuni importanti social events». «Complimenti», rispondo. E intanto prendo tempo, cercando di sondarlo con domande laterali. Alla fine capisco che si tratta di un disperato che chiede denaro per finanziare iniziative di beneficenza in tempi di crisi. Però, vuoi mettere: fund raiser. Ha un suono da Guerre Stellari, benché significhi «procacciatore di grano». Solo dei maestri di ipocrisia potevano riuscire a trasformare la lingua più diretta del mondo in un ennesimo travestimento. E noi, modestamente, siamo quei maestri. Un’altra espressione anglo-furba è peace-keeping. Letteralmente vuol dire «tenere la pace», ma in realtà la si adopera per fare la guerra. Anche gli americani la usano, sia pure con più prudenza e imbarazzo. I nostri invece ne parlano in tono giulivo, come se peace-keeppare fosse un’attività ginnica da consigliare a chiunque sia un po’ sovrappeso.

Ma là dove il nostro stravolgimento dell’inglese raggiunge vette di puro e surreale sadismo è nella parola «governance». Appena vedete qualcuno assumere un tono grave e affermare: «In questa azienda esiste un problema di governance», toccatevi la sedia sotto il sedere perché è iniziata l’opera di falegnameria. Segare la poltrona di un altro prima che lui la seghi a te: questa è governance. Ma se nei proverbi degli avi comandare era meglio che fare sesso, esercitare la governance mi sembra un formidabile antidoto al viagra.

«Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.
Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi».
1 Lettera di Giovanni, 1,5-10

Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Atti degli apostoli 10,34-35

Dieci anni fa, alla PUG di Roma, discutevo la tesi di dottorato.
Ecco le parole di ringraziamento con cui concludevo la presentazione.

 

 
Rispettoso della dinamica simbolica che ho creduto di rintracciare negli Autori che mi hanno guidato in questa ricerca, mosso dallo Spirito vorrei concludere con un’operazione squisitamente simbolica, del simbolismo realista di cui Solov’ëv mi è stato maestro.
Vedo mia mamma, mio papà, mio fratello e mia sorella, insieme agli altri miei parenti e benedico il Padre che ha voluto il sacramento del matrimonio e che ci ha donato di essere famiglia cristiana, a cui sono aperti futuri di bene.
Vedo p. Rupnik e benedico il Padre per avermi fatto accostare un modo profondo ed entusiasmante di contemplare la realtà creata, in un intreccio per me ormai indispensabile di teologia, antropologia, relazioni e carità.
Vedo p. Rosato e p. Brodeur e benedico il Padre che mi ha fatto incontrare col mondo stimolante della PUG, e per l’impressione enorme che suscita in me l’incontro con tanti professori e con gli immensi scaffali della Biblioteca.
Vedo don Diego e don Sandro e benedico il Padre che mi ha fatto trovare un tetto e un letto (nonché un tavolo e un campo da calcetto!) dove vivere i cinque anni romani.
Vedo don Gianfranco e don Franco Giulio e benedico il Padre che ha donato lo spirito di discernimento sulla mia storia e di saggezza alla riflessione teologica del mio Seminario.
Vedo don Francesco, don Carlo, don Roberto, don Andrea e un sacco di altri don e benedico il Padre per il dono della mia vocazione e dell’amicizia con loro, fonte perenne della crescita del mio essere persona in relazione.
Vedo i fratelli e le sorelle del mio paese d’origine, S. Vittore Olona, e benedico il Padre per la cura con cui ha accompagnato la ferialità della mia crescita.
Vedo gli amici della Parrocchia di Milano S.Luca e benedico il Padre per il ministero e per l’affetto di cui sono circondato.
Vedo gli amici del Gruppo Scout Roma 122 (e non solo!) e benedico il Padre che mi ha introdotto in questo mondo affascinante e mi ha educato, attraverso di loro, ad essere giovane prete.
Vedo che non vedo con gli occhi fisici tutti, ma li raggiungo con i sensi spirituali e benedico il Padre che mi ha concesso, anche in questa maniera, di stare vicino alle altre creature del sesto giorno.
Benedico il Padre per tutte le persone che con me hanno vissuto in modo intenso, sereno e casto il loro eros, e mi hanno così sussurrato la necessità, la possibilità e la plausibilità di un tale lavoro teologico.
Attraverso voi vedo realmente il volto della Trinità e per questo benedico il Padre che ha creato agli uomini e le donne, figli suoi.
Amen.

«Possiamo perdonare un bambino che ha paura del buio. La vera tragedia della vita e' quando gli uomini hanno paura della luce».
Platone

Immigrati urla e silenzi
di Barbara Spinelli
Nel dichiarare guerra agli immigrati clandestini e alla tratta di esseri umani, il governo è sicuro di una cosa: dalla sua parte ha un gran numero di italiani, almeno due su tre. Ne è sicura la Lega, assai presente nel territorio. Ne è sicuro Berlusconi, che scruta in quotidiani sondaggi l’umore degli elettori. Non ci sono solo i sondaggi, d’altronde: indagini e libri (per esempio quello di Marzio Barbagli, Immigrazione e sicurezza in Italia, Mulino 2008) confermano che la paura - in particolare la paura della crescente criminalità tra gli immigrati - è oggi un sentimento diffuso, che il politico non può ignorare. A questo sentimento possente tuttavia i governanti non solo si adeguano: lo dilatano, l’infiammano con informazioni monche, infine lo usano. È quello che Ilvo Diamanti chiama la metamorfosi della realtà in iperrealtà.
Negli ultimi vent'anni l’iperrealismo ha caratterizzato tre guerre, fondate tutte sulla paura: la guerra al terrorismo mondiale, alla droga e alla tratta di esseri umani. Le ultime due son condotte contro mafie internazionali e italiane (la tratta di migranti procura ormai più guadagni del commercio d’armi) i cui rapporti col terrorismo non sono da escludere. Sono lotte necessarie, ma non sempre il modo è adeguato: contro il terrorismo e i cartelli della droga, la guerra non ha avuto i risultati promessi.
George Lakoff, professore di linguistica, disse nel 2004 che la parola guerra - contro il terrore - era «usata non per ridurre la paura ma per crearla». La guerra alla tratta di uomini rischia insuccessi simili. Le tre guerre in corso sono spesso usate dal potere politico, che nutrendosene le rinfocola.
Roberto Saviano lo spiega da anni, con inchieste circostanziate: ci sono forme di lotta alla clandestinità votate alla sconfitta, perché trascurano la malavita italiana che di tale traffico vive. Ed è il silenzio di politici e dei giornali sulle nostre mafie a trasformare l’immigrato in falso bersaglio, oltre che in capro espiatorio. Lo scrittore lo ha ripetuto in occasione dei respingimenti in mare di fuggitivi. Le paure hanno motivo d’esistere, ma per combatterle occorrerebbe andare alle radici del male, denunciare i rapporti tra mafie straniere e italiane: le prime non esisterebbero senza le seconde, e comunque la malavita viaggia poco sui barconi. Saviano dice un’altra verità: se ci mettessimo a osservare le condotte dei migranti, la paura si complicherebbe, verrebbe controbilanciata da analisi e sentimenti diversi. Una paura che si complica è già meno infiammabile, strumentalizzabile.
Saviano elenca precise azioni di immigrati nel Sud Italia. Negli ultimi anni, alcune insurrezioni contro camorra e ’ndrangheta sono venute non dagli italiani, ormai rassegnati, ma da loro. È successo a Castelvolturno il 19 settembre 2008, dopo la strage di sei immigrati africani da parte della camorra. È successo a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dopo l’uccisione di lavoratori ivoriani uccisi perché ribelli alla ’ndrangheta, il 12 dicembre 2008. Ma esistono altri casi, memorabili. Il 28 agosto 2006, all’Argentario, una ragazza dell’Honduras, Iris Palacios Cruz, annega nel salvare una bambina italiana che custodiva. L’11 agosto 2007 un muratore bosniaco, Dragan Cigan, annega nel mare di Cortellazzo dopo aver salvato due bambini (i genitori dei bambini lasciano la spiaggia senza aspettare che il suo corpo sia ritrovato). Il 10 marzo 2008 una clandestina moldava, Victoria Gojan, salva la vita a un’anziana cui badava. Lunedì scorso, due anziani coniugi sono massacrati a martellate alla stazione di Palermo, nessun passante reagisce tranne due nigeriani, Kennedy Anetor e John Paul, che acciuffano il colpevole: erano giunti poche settimane fa con un barcone a Lampedusa. Può accadere che l’immigrato inoculi nella nostra cultura un’umanità e un senso di rivolta che negli italiani sono al momento attutiti (Saviano, la Repubblica 13 maggio 2009).
Questo significa che in ogni immigrato ci sono più anime: la peggiore e la migliore. Proprio come negli italiani: siamo ospitali e xenofobi, aperti al diverso e al tempo stesso ancestralmente chiusi. Sono anni che gli italiani ammirano simultaneamente persone diverse come Berlusconi e Ciampi. Oggi ammirano Napolitano; anche quando critica il «diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia». Son rari i popoli che hanno di se stessi un’opinione così beffarda come gli italiani, ma son rari anche i popoli che raccontano, su di sé, favole così imbellite e ignare della propria storia. L’uso che viene fatto della loro paura consolida queste favole. Nel nostro Dna c’è la cultura dell’inclusione, dicono i giornali; non c’è xenofobia né razzismo. Gli italiani non si credono capaci dei vizi che possiedono: il nemico è sempre fuori. Non vivono propriamente nella menzogna ma in una specie di bolla: in un’illusione che consola, tranquillizza, e non per forza nasce da mala fede. Nasce per celare insicurezze, debolezze. Nasce soprattutto perché il cittadino è molto male informato, e la mala informazione è una delle principali sciagure italiane. È vero, la criminalità tra gli immigrati cresce, ma cresce in un clima di legalità debole, di mafie dominanti, di degrado urbano. Un clima che esisteva prima che l’immigrazione s’estendesse, spiega Barbagli. Se la malavita italiana svanisse, quella dei clandestini diminuirebbe.
La menzogna viene piuttosto dai governanti, e in genere dalla classe dirigente: che non è fatta solo di politici ma di chiunque influenzi la popolazione, giornalisti in prima linea. Tutti hanno contribuito alla bolla d’illusioni, al sentire della gente di cui parla Bossi. Tutti son responsabili di una realtà davanti alla quale ora ci si inchina: che vien considerata irrefutabile, immutabile, come se essa non fosse fatta delle idee soggettive che vi abbiamo messo dentro, oltre che di oggettività. I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela. La realtà dei fatti è che ogni mafia, le nostre e le straniere, si ciba di morte, di illegalità, di clandestinità. La realtà è un’Italia multietnica da anni. Il pericolo non è solo l’iperrealtà: è la manipolazione e la mala informazione.
Per questo è un po’ incongruo accusare di snobismo o elitismo chi denuncia le attuali politiche anti-immigrazione. Quando si vive in una realtà manipolata, chi si oppone non dice semplicemente no: si esercita ed esercita a vedere i fatti da più lati, non solo da uno. Rifiuta di considerare, hegelianamente, che «ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale». Che ciò che è popolare è giusto, e ciò che è impopolare ingiusto o cervellotico. Bucare la bolla vuol dire fare emergere il reale, cercare le verità cui gli italiani aspirano anche quando s’impaurano rintanandosi. Accettare le loro illusioni aiuta poco: esalta la loro parte rinunciataria, lusinga le loro risposte provvisorie, non li spinge a interrogarsi e interrogare.
Lo sguardo straniero sull’Italia è prezioso, in tempi di bolle: ogni articolo che viene da fuori erode la mala informazione. Non che gli altri europei siano migliori: nelle periferie francesi e inglesi l’esclusione è semmai più feroce. Ma ci sono parole che lo straniero dice con meno rassegnazione, meno cinismo. Ci sono domande e moniti che tengono svegli. Per esempio quando Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, ci chiede come mai accettiamo tante cose, dette da Berlusconi, manifestamente false. O quando Perry Anderson chiede come mai l’auto-ironia italiana non abbia prodotto una discussione sul passato vasta come in Germania (London Review of Books, 12-3-09). O quando l’Onu ci rammenta le leggi internazionali che stiamo violando.

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