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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , mercoledì 29 aprile 2009 6.59
Un adolescente su cinque si mostra in versione «nature». «Morale in pericolo»
Autoscatti osè, nuova moda dei teenager
Polemica negli Usa per la diffusione del «Sexting»: le immagini scambiate con cellulari o diffuse via web
E’ polemica in America sul «Sexting», un termine nuovo, la trasmissione on line, via cellulare ma non solo, dei propri nudi e seminudi. Da un sondaggio del 2008 risulta che un adolescente americano su cinque, maschi e femmine dai 13 ai 19 anni, si mostra a tutti in versione «nature» o discinta, talora ai limiti della pornografia. Lo scambio di queste foto, una forma di esibizionismo sessuale, è in aumento, tanto che le autorità si chiedono se e come fermarlo.
«E’ un fenomeno molto preoccupante - ammonisce Bill Albert della Campagna di prevenzione delle gravidanze minorili - che dall’America si diffonde nel mondo. (...)». L’America si è divisa in due. Parte del pubblico crede che, con le sue immagini titillanti, il «Sexting» sia un rischio per la morale familiare; ma un'altra parte contesta il sondaggio del 2008, che a suo giudizio avrebbe «gonfiato» il fenomeno. David Finkelhor, un sociologo che si occupa di crimini contro i bambini, nota a esempio che il sondaggio fu condotto solo on line: «E’ probabile che vi abbiano risposto gli esibizionisti, i cow boys e le cow girls dell’internet, sessualmente liberi, e non rifletta la condotta della massa».
La Teenage research unlimited di Chicago, che ha svolto il sondaggio, sostiene che sia attendibile. «E’ vero che ci hanno risposto on line, ma i quasi 1.300 adolescenti da noi interpellati erano stati reclutati anche al telefono» ha dichiarato la portavoce Becky Wu. «Al telefono sono molto più reticenti - ha aggiunto - perché, soprattutto se in casa, i genitori o altri potrebbero sentirli. On line si lasciano andare. Teniamo anche conto che comunicano più su internet che in famiglia». Parlando delle teenagers, Becky Wu ha inoltre precisato che il «Sexting» è molto più comune tra quelle dai 16 ai 19 anni, il 22 per cento, che tra le più giovani, «più pudiche», l’11 per cento.
Per David Finkelhor, il punto più debole del sondaggio è la mancata distinzione tra nudi e seminudi: «Il topless femminile sui media è ormai una cosa normale - osserva -, le teenager si limitano a copiare». Ma per Bill Albert della Campagna di prevenzione delle gravidanze minorili, per quanto riguarda le ragazze, nudi e seminudi sono la stessa cosa: «Se scoprissero certe parti in pubblico, la polizia le fermerebbe. Il loro obbiettivo è di essere provocanti. Non a caso in Pennsylvania un procuratore ha minacciato di processare per pornografia una quindicenne e meno che non ritirasse la foto in cui appare seminuda». Il guaio, lamenta Jeanne Pascoe della Università di Berkeley, è che, reclamizzato dalla polemica, il «Sexting» prenderà sempre più piede. Cristo Sims, un suo ricercatore, ha riscontrato una impennata nelle trasmissioni di foto spinte ai computer e ai cellulari degli adolescenti: «Non mi sorprenderei se fossero davvero il 20 per cento o anche di più. E’ un problema che bisognerà affrontare come quello più generale della regolamentazione di internet».
di donma , martedì 28 aprile 2009 13.26
I conti in tasca al vescovo. A Como.
Il Settimanale della diocesi pubblica tutti i conti finanziari relativi al titolare, monsignor Coletti. Che esorta i colleghi a fare altrettanto.
L’operazione trasparenza voluta da monsignor Coletti nelle ultime settimane a proposito dei guadagni del clero è stata compiuta con molta serietà. Al punto che chiunque, oggi, è in grado non soltanto di sapere quanto prenda di stipendio il vescovo, ma anche l’ammontare dei risparmi bancari e dei versamenti per il fondo supplementare previdenziale versati dal presule.
"Dopo quasi 44 anni di servizio - scrive monsignor Coletti sul numero del Settimanale pubblicato oggi - i miei risparmi non raggiungono i 40mila euro che considero sufficienti a coprire le spese del mio funerale e a fare qualche elemosina (segnalata con cura nel mio testamento). Ancora per qualche anno, fino al 2011, verserò poi “di tasca mia” una cifra di circa 4mila euro annui per costituire un fondo pensione integrativo, senza il quale finirei per dipendere dalla Diocesi - se sopravviverò a lungo dopo il 75esimo anno - in un modo che ritengo eccessivo. Come recita il contratto di tale fondo integrativo: “in caso di premorte la somma raggiunta sarà destinata all’erede designato”, che nel mio caso è la stessa Diocesi". Lunghissima vita al vescovo, augura un giornale locale, dopo aver letto le parole di monsignor Coletti. Anche per la schiettezza e la sincerità utilizzate per mettere in piazza i propri (piccolissimi) affari. Ma il punto forte della “confessione” del prelato riguarda lo stipendio, inferiore ai 1.800 euro lordi al mese.
"Come campa un vescovo italiano", si chiede lo stesso articolista del Settimanale. Semplice: campa con uno stipendio medio-basso, “arricchito” nel caso di Coletti da una mini-pensione cumulata negli ultimi anni dopo aver raggiunto l’età per il collocamento a riposo. "Posso parlare soltanto per me - scrive il successore di Maggiolini - ma questa è più o meno la condizione di tutti i miei fratelli vescovi. La mia remunerazione, che è calcolata su dodici mensilità (niente tredicesima, quindi, ndr), è costituita in media, con scarse oscillazioni in più o in meno, da 680 euro provenienti dall’Istituto Sostentamento Clero e da 651 euro provenienti dall’amministrazione diocesana. A questi si aggiungono da qualche mese 450 euro di pensione che viene sommata alla remunerazione perché fino a 75 anni, se Dio vuole, continuerò a lavorare". A conti fatti, il vescovo si mette in tasca tutti i mesi 1.781 euro lordi. Con i quali provvede a tutto ciò di cui ha bisogno.
"Mi viene offerto gratis l’alloggio e la spesa della bolletta energetica - spiega il capo della Diocesi lariana - così che, non avendo mogli e figli a carico, devo spendere soltanto per il vitto e il vestiario, stipendiare regolarmente la domestica e mantenere efficiente, assicurata e rifornita la macchina che mi porta in giro per la Diocesi sulla lunghezza di 20-30mila chilometri ogni anno". "Su questi soldi - aggiunge monsignor Coletti nel lungo articolo del Settimanale - pago regolarmente le tasse. Non ne ho merito, perché sono trattenute alla fonte. E sono contento che sia fatto". Ovviamente, un vescovo riceve dai fedeli offerte e donazioni. Monsignor Coletti non fa eccezione, ma spiega: "Ho preso da tempo l’abitudine di tenere conto di tutto ciò che mi viene offerto da singoli e da comunità come dono o ringraziamento per vari servizi, in modo da destinarlo a interventi di sostegno ad attività pastorali diocesane, ai poveri, alle missioni, alle vocazioni e al seminario".
di donma , martedì 28 aprile 2009 5.04
La casa è un bene primario. Per tutti
L’appello del cardinale Tettamanzi il Venerdì Santo: «Chi non ha da tempo un’abitazione dignitosa per sé e la propria famiglia, si sente umiliato nel vedere sorgere esclusive residenze e palazzi di lusso nei quali mai potrà abitare perché troppo costosi»
di Pino Nardi
«Milano ha bisogno di un segno molto forte sulla questione casa. Ma non mi sembra che il Comune sia nelle condizioni di poterlo dare: non ha la volontà, le possibilità e in questo momento non mi pare un soggetto sensibile su questo tema». Lo sostiene Gabriele Rabaiotti, ricercatore presso il Dipartimento di architettura e pianificazione al Politecnico e collaboratore con l’area politiche urbane dell’Istituto per la ricerca sociale. Da oltre un anno è l’ispiratore di quel progetto, sollecitato dai parroci milanesi, della creazione di un’agenzia che consenta di dare garanzie ai proprietari per affitti a prezzo calmierato. Un proposta ben vista dal cardinale Tettamanzi, che l’architetto rilancia come strada per sbloccare un mercato ingessato. Un tema, quello dell’emergenza-casa, rilanciato anche dall’Arcivescovo nell’omelia del Venerdì Santo. Il Cardinale ha sottolineato che una famiglia non riesce a sostenere un affitto e neanche un mutuo, perché i prezzi sono troppo alti. La soluzione è costruire più case, oppure fare in modo che vengano affittate o vendute quelle che già ci sono?
In Italia non c’è un problema di quantità, perché abbiamo 130 case ogni cento famiglie. Nelle città, c’è una media del 10% di sfitto, che non è poco. Quindi la questione è più redistributiva che non espansiva: cioè serve capire in quali modi riuscire a portare oggi il patrimonio non utilizzato verso l’uso socialmente più utile, piuttosto che non costruire nuove case. Abbiamo una città di case senza abitanti e abitanti senza una casa. Il mercato va avanti da anni a costruire e a lasciarle vuote.
Perché?
Perché la casa è un investimento, non è un bene d’uso. Per chi costruisce e chi compra è un investimento, alternativo all’andare in Borsa ad acquistare azioni. Ecco perché poi la casa resta vuota: siccome si ha un’aspettativa di remunerazione, non si affitta a costi contenuti.
Ma quando si tiene una casa sfitta non la si lascia “morire”?
Certo. Nei Paesi d’Europa l’affitto è mediamente al 40% rispetto al patrimonio immobiliare. Da noi è al 20% e sta continuamente diminuendo, perché noi ci appoggiamo alle rendite passive: compriamo e aspettiamo che il bene si valorizzi nel tempo. Se affittassimo, invece, avremmo già messo in tasca un terzo di quell’investimento. Il problema è anche culturale.
Quale contributo potrebbero dare il Comune e le altre istituzioni pubbliche?
Potrebbero sviluppare due linee, tentate in altre città. Il Comune di Torino, per fare in modo che venisse spostato il patrimonio inutilizzato o affittato a costi molto alti, si è introdotto in un mercato calmierato con un assegno di 1.500 euro (l’anticipo della cauzione per i primi sei mesi) dato ai proprietari che accettano affitti concordati a canoni contenuti. È un incentivo, ma a Milano questo non è accaduto. Inoltre nella metropoli lombarda dal 1999 non si aggiorna il canone concordato. Se non lo si fa, nessuno lo applicherà mai.
È troppo basso, insomma...
Esatto. I sindacati inquilini e i proprietari immobiliari sembra che non abbiano interesse ad aggiornare questo canone. I primi perché continuano così a sostenere che servono case popolari; i secondi perché hanno interesse a mantenere i contratti di affitto molto alti e se rendono praticabile il canone concordato è evidente che c’è anche un terzo mercato che sfugge al controllo delle rendite più speculative. Dunque, un interesse congiunto per bloccare la questione.
E l’altra linea di impegno?
Il secondo esempio è che il Comune di Milano ha messo a bando - chiuso qualche mese fa - otto aree pubbliche di sua proprietà destinate a standard e servizi e rese edificabili, a detta del Comune stesso, per massimizzare l’offerta di case in locazione a basso costo. Ebbene, se si guardano i risultati, hanno vinto imprese che hanno proposto meno case in affitto di altre. Allora forse serviva più a dare nuove aree ai costruttori tradizionali - una lobby molto forte a Milano - che non a sviluppare veramente il patrimonio in locazione a basso costo in una città che non ne ha.
I cattolici possono fare qualcosa?
Certo. Il patrimonio di mezzo è fatto anche delle tante case che chi frequenta le parrocchie è riuscito a realizzare, grazie a tempi più fortunati, magari per i propri figli, che però sono oggi in altre città a lavorare. Un patrimonio che resta sfitto o affittato sul mercato in forma speculativa. Un uso più sociale di questo investimento immobiliare, legittimo e giustificato, può però trovare un campo più utile e interessante per essere praticato. Allora perché non proporre di mettere queste case in locazione a costi contenuti?.
Come ha proposto il Cardinale nel Percorso pastorale...
Bisognerebbe realizzare un’iniziativa come il piano nuove chiese. Abbiamo costruito le chiese in periferia, ma lì ci sono anche le case. Serve un bel piano di comunicazione, un’uscita pubblica importante e l’agenzia ipotizzata diventa uno strumento per farlo. Abbiamo le possibilità per dare un segno forte a questa città. Ma bisogna avere più coraggio.

Casa popolare? Come vincere la "lotteria".
Bisogna costruire nuove case popolari a Milano? «Su questo le posizioni sono diverse. Ritengo che se non sviluppiamo l’offerta di mezzo tra quella pubblica (case popolari) e quella privata (il mercato), non usciamo da questa crisi - risponde Gabriele Rabaiotti -. La questione è riuscire a muovere le famiglie che vent’anni fa hanno avuto la casa popolare - perché c’è altra gente che ne ha più bisogno -, accedendo a un mercato calmierato in affitto a costi contenuti, ma non così bassi. Mediamente abbiamo una famiglia su quattro che non ha più i requisiti di reddito per restare in quelle case, ma nessuno le sposta anche perché non c’è l’alternativa. Dove le portiamo, sul mercato? Quindi restano lì e la casa viene ereditata dal figlio. Delle 60 mila case a Milano, tra patrimonio Aler e comunale, togliamo il 25% di chi non ha più diritto, abbiamo 12 mila alloggi che sono quelli che servono per le nuove domande che arrivano sistematicamente ogni sei mesi ai bandi. Ma la mobilità non esiste, perché non c’è un’offerta di case nuove in locazione a costi contenuti». E quindi? «Bisogna avere una visione delle politiche promozionale e non assistenziale. La casa popolare è per i primi 12 mila fortunati e non la prenderà più nessuno. È come vincere la lotteria. Questo non può funzionare, tenendo presente che non ci sono le risorse per farne altre 12 mila. Il Comune, attraverso leggi regionali, ha ripreso la vendita delle case popolari e si sa che ogni tre vendute ne farà una. Altro che costruirne di nuove, stiamo perdendo anche quelle che esistono».
di donma , lunedì 27 aprile 2009 10.15
«Quand'alzo il pane, esalto la carità di Dio e la fatica dell'uomo: porto nel cuore del Signore, che le ricovera e le riposa, le opere del mio popolo laborioso.
L'uomo si è incontrato con Te nel pane, ancor prima che Tu lo facessi per noi nel Pane di vita eterna. Tu celebrasti con lui sotto il sole un primo sponsale: lo volesti compagno nel campo prima che sull'altare. I miei contadini non s'accorgono, allorché seminano, zappano, mietono, delle invisibili braccia che hanno vicino e che lavorano senza tregua, prima e più di loro, anche quando essi dormono o son stanchi e malati.
Il pane eucaristico porta il segno di tutte le comunioni naturali, suggerisce tutte le riconoscenze, è compendio e memoria di tutti i doni».
don Primo Mazzolari, Dietro la croce, 27
di donma , lunedì 27 aprile 2009 8.35
«Che intende fare, padre abate?».
«Cercheremo di compensare la maggiore prudenza che dovremo esercitare in avvenire con un impegno più continuo ed efficace. Si sbagliano se pensano d'intimidirci. Dove si combatte per una causa giusta, non possiamo mancare... O, più umilmente, più in tono con la nostra piccolezza, cercheremo d'usare un po' meglio quella grande facoltà che spesso, purtroppo, ignoriamo; voglio dire la fantasia».
«La fantasia... — riprese l'arciprete come fra sé — La fantasia non ci fa mai stancare della vita perché la riveste sempre di colori nuovi. Che dovremmo dire di Dio? Oh, se nella chiesa si fosse dato più credito alla fantasia, i tempi della nostra giovinezza non si sarebbero richiusi come un gorgo su di noi, vero padre abate? Dio ci visita continuamente col suo amore inventivo, e noi non ce ne accorgiamo...».
«Forse perché abbiamo confuso la fantasia coi fantasmi», aggiunse sorridendo l'abate.
Luisito Bianchi, La messa dell'uomo disarmato, 603
di donma , domenica 26 aprile 2009 20.08
Nessun simbolo alle pareti. Il direttore generale: «A disposizione di tutte le fedi e anche di chi non crede»
Una cappella «laica», la sfida dell'ospedale
Alle Molinette una stanza del silenzio. Minacce alla vigilia dell'inaugurazione
La «Stanza del silenzio» (...) «È semplicemente una stanza che dà la possibilità a chiunque, anche a chi non crede, di ritrovarsi nello spirito», spiega Galanzino, sicuro che il progetto funzionerà, e senza intoppi. (...) La sua «stanza silenziosa», ricorda, «è stata realizzata con pochi soldi e con la disponibilità assoluta del cardinale Poletto». La diocesi ha messo a disposizione la cappella del vecchio ospedale dermatologico, quasi mai usata perché alle Molinette è in funzione una chiesa ben più grande. Ed è nella chiesa che hanno trovato posto la madonnina, i crocefissi e gli altri simboli cattolici spostati dall'ormai ex cappella per far posto a pareti con diverse sfumature di azzurro, colore scelto con un sondaggio fra i rappresentanti delle diverse religioni. Scartati all'unanimità il giallo, l'arancio e il rosso, escluso l'affresco dei muri con scene panoramiche («cose che non favoriscono la meditazione»), vietati i simboli di ogni confessione perché nessuna possa prevalere sulle altre. Accesso consentito a tutti, degenti, parenti, amici, personale ospedaliero. Unica concessione ai simboli: i libri sacri dei vari culti, a disposizione in un armadietto all'ingresso della sala. Accanto ai libri anche un registro per scrivere impressioni e suggerimenti, «un modo — dice Galanzino — per monitorare il gradimento di questa iniziativa che è anche la prima, nel nostro Paese, in un ospedale pubblico». A giudicare dalle telefonate arrivate ieri in amministrazione dai vari reparti l'interesse sembra assicurato. Ci scommettono anche le decine di consulenti spirituali da un anno al lavoro, proprio alle Molinette, per garantire «l'assistenza dell'anima» a tutti, musulmani, ebrei, evangelisti, buddhisti, cattolici, ortodossi, induisti...
di donma , domenica 26 aprile 2009 19.52
A rischio «binge drinking»: più di sei bevande alcoliche in un'unica occasione
Istat: «Otto milioni e mezzo gli italiani a rischio alcol»
Ed è allarme giovani: oltre il 17% degli under 15 ha consumato almeno una bevanda alcolica nel 2008
Consumi giornalieri non moderati, «binge drinking» (più di sei bevande alcoliche in un'unica occasione), bevute fuori pasto. Sono quasi otto milioni e mezzo gli italiani a rischio alcol, che bevono più di tre unità alcoliche al giorno (per gli uomini) e più di due (per le donne), secondo il rapporto Istat 2008 su Uso e abuso di Alcol in Italia. Ed è allarme giovani: oltre il 17% degli under 15 ha consumato almeno una bevanda alcolica nel 2008, in particolare il 19,7% dei maschi e il 15,3 delle femmine, mentre già a partire dai 18-19enni i valori di consumo sono prossimi alla media della popolazione, cioè il 74,7% dei maschi e il 58% delle donne.
Per valutare in generale il grado di rischio connesso all'assunzione di bevande alcoliche, oltre a prendere in considerazione il consumo giornaliero non moderatoepisodi di ubriacatura concentrati in singole occasioni (binge drinking), che comportano comunque un assunzione di quantità eccessive di alcol. Nel 2008 gli italiani con almeno un comportamento a rischio (consumo giornaliero non moderato o binge drinking) sono 8 milioni e 449 mila, di cui 6 milioni e 531 mila maschi (25,5%), mentre le femmine sono 1 milione 910 mila persone (7%). Se nell'indicatore di rischio si comprende anche l'assunzione di alcolici fuori pasto una o più volte la settimana il numero di persone con almeno un comportamento a rischio salirebbe a 9 milioni e 868 mila, pari al 18,6% della popolazione di 11 anni e più. Di questi 906 mila in età 18-24 anni, 658 mila minori e 3 milioni e 103 mila anziani.
Le differenze maggiori tra i due indicatori si concentrerebbero maggiormente tra i giovani e gli adulti. Le fasce di popolazione in cui i comportamenti a rischio sono più diffusi sono: gli anziani di 65 anni e più (il 46% degli uomini contro l'11,2% delle donne), per un totale di 3 milioni 37 mila ; i giovani di 18-24 anni (il 23,7% dei maschi e 6,8% delle femmine), per un totale di 643 mila; i minori di 11-17 anni (il 18,2% dei maschi e il 12,2% delle femmine), pari a 635 mila persone. Il modello di consumo degli anziani, si legge nel rapporto Istat, è di tipo essenzialmente tradizionale, caratterizzato cioè dal bere vino durante i pasti. Per questo motivo, in queste fasce di popolazione il tipo di comportamento a rischio prevalente è pressoché coincidente con un consumo giornaliero non moderato (45% degli uomini e 10,6% delle donne), soprattutto durante il pasto (64,6% degli uomini e 84,1% delle donne).
I giovani di 18-24 anni rappresentano il segmento di popolazione, dopo gli anziani, in cui la diffusione di comportamenti a rischio è più alta. In particolare il modello di consumo dei giovani vede un elevato peso del binge drinking (22,1% dei maschi e 6,5% delle femmine), che rappresenta la quasi totalità del rischio complessivo. L'OMS raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni. Per questo motivo, per i minori di 11-15 anni viene considerato come comportamento a rischio già il consumo di una sola bevanda alcolica durante l'anno. In quest'ottica, le quote di popolazione a rischio sono molto rilevanti e con differenze di genere meno evidenti che nel resto della popolazione: 19,7% dei maschi e 15,3% delle femmine. Anche tra i ragazzi di 16-17 anni il quadro della diffusione di comportamenti di consumo a rischio è piuttosto critico: 14,9% dei ragazzi e 6,8% delle ragazze ne dichiara almeno uno. Inoltre, già a questa età il binge drinking raggiunge livelli prossimi a quelli medi della popolazione: rispettivamente 10,6% per i maschi e 3,9% per le ragazze. L'abitudine al consumo non moderato di bevande alcoliche da parte dei genitori, inoltre, sembra influenzare il comportamento dei figli. Infatti, è potenzialmente a rischio il 22,7% dei ragazzi di 11-17 anni che vivono in famiglie dove almeno un genitore adotta comportamenti a rischio nel consumo di bevande alcoliche. Tale quota, invece, scende al 15% tra i giovani che vivono con genitori che non bevono o che comunque bevono in maniera moderata.
di donma , venerdì 24 aprile 2009 15.45

Diverse voci del mondo cristiano si levano scandalizzate quando la Festa religiosa del Natale, Nascita di Cristo, è stravolta, facendola diventare "festa della bontà", "giorno delle dolcezze", "zucchero filato degli affetti pseudo-familiari", "segno della pace", "bambolotto per carezze", "gran vetrina degli acquisti", "nascita di Babbo Natale", ecc. ecc. Orbene, ci siamo lasciati fregare il copyright della data, così come anticamente l'abbiamo soppiantata alla festa del dio Sole.
Ora accade lo stesso per il 25 aprile: da Festa della Liberazione vogliono trasformarla in festa di tutto, affinché ciò che è stato il suo specifico sia sommerso, annacquato, annegato dal resto. Io non lo farei.
Come per la memoria della Nascita di Cristo, preferirei che fosse tolta dal calendario civile e che la "cultura" festeggi "altro" (che non è poi lontano da Cristo, ma è "altro", diverso dalla sua persona), se lo ritiene utile, con l'appoggio simpatico dei credenti in Cristo per quel tanto che lo ritengono degno dell'uomo.
Lo stesso faccia il popolo italiano: se - con saggezza e discernimento (se ne troveranno ancora?!) vorrà far memoria di "altro", lo faccia in altra data, ma tenga giù le mani dagli eventi che, insieme ad altri, fondarono la nostra democrazia.
don Chisciotte

di donma , venerdì 24 aprile 2009 10.14
Alzo la mano per una domanda:
se il risparmio è di "soli" 220 milioni di euro,
a quanto ammonta la spesa complessiva
per un vertice del G8?!
Ma ne vale veramente la pena?!
don Chisciotte
di donma , venerdì 24 aprile 2009 10.01
Il segreto del "no" dei bimbi? Fanno scorta di informazioni
I piccoli di tre anni mettono da parte le indicazioni per riassociarle poi alle esperienze dirette. Nulla di ciò che diciamo viene perso ma immagazzinato e utilizzato in un secondo momento
di Sara Ficocelli
Provare per credere: tutte le volte che si dice a un bambino molto piccolo di fare o non fare una cosa, lui (o lei) fa il contrario. La scienza ha però una buona notizia da dare ai genitori dei piccoli testardi. In realtà le vostre parole non passano da un orecchio all'altro senza lasciare traccia, ma vengono "messe da parte" per il futuro. Questa la conclusione cui è giunto uno studio condotto dall'università del Colorado. (...)
Per condurre la ricerca lo psicologo Munakata e colleghi hanno utilizzato un videogioco per l'infanzia e una tecnica conosciuta con il nome di "pupillometria", che misura il diametro della pupilla per determinare lo sforzo cerebrale. (...) "Probabilmente - spiega lo psicologo Maurizio Brasini - si tratta di differenze quantitative che si trasformano in differenze qualitative. Differenze che riguardano la maturazione del sistema nervoso centrale e in particolare della corteccia prefrontale, preposta alla pianificazione delle azioni. Ma anche differenze che riguardano la quantità di esperienze registrate in memoria, e le modalità di accesso ad esse".
La misurazione con il pupillometro ha poi dimostrato che i bambini di 3 anni non riuscivano né a concentrarsi sul futuro né a vivere completamente il presente. Richiamavano però alle mente il passato tutte le volte che il cervello ne aveva bisogno. Il dottor Chatham spiega questo meccanismo con un esempio molto chiaro: "Prendiamo il caso che fuori faccia freddo e tu dica a un bambino molto piccolo di andare a prendere la giacca nella sua camera e preparasi per uscire. A quel punto ti aspetti che egli rifletta sulla situazione e in un certo senso pianifichi il futuro, facendo la cosa più conveniente. Ma non è questo ciò che accade nel suo cervello. Piuttosto, è più facile che corra fuori, si renda conto personalmente di quanto fa freddo e solo a quel punto rientri in casa e ripensi alle parole che voi gli avete detto poco prima, andando a prendere la giacca esattamente dove gli avevate detto voi".
In pratica, nulla di ciò che dicono i genitori si perde, ma tutto viene immagazzinato e riutilizzato dai bambini in un secondo momento, associando le indicazioni ricevute all'esperienza diretta. La scoperta, che uscirà sul prossimo numero della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, secondo gli studiosi potrebbe aiutare psicologi e pediatri a sviluppare terapie di sostengo a bambini in difficoltà e percorsi educativi modellati in base alle diverse fasi di crescita.
"E' completamente sbagliato pretendere che un bambino ci ascolti semplicemente ripetendo una, due, tre volte lo stesso comando - conclude Munakata - Sarebbe semmai più efficace provare a scatenare in loro una reazione. La cosa migliore è fare in modo che le azioni che vengono chieste non richiedano uno sforzo mentale particolare, ma un confronto pratico con la realtà". Secondo lo psicologo bisogna insomma dire una frase del tipo "So che non vuoi prendere e indossare il tuo cappotto adesso, ma quando tra cinque minuti avrai freddo, ricordati che potrai trovarlo nella tua cameretta". Cinque minuti senza cappotto, specialmente in certe serate d'inverno, possono scatenare un raffreddore. Ma il cammino verso la crescita vale almeno qualche starnuto.
di donma , venerdì 24 aprile 2009 7.49
"Ricordate che in tutti i tempi ci sono stati tiranni e assassini e che per un certo periodo sono sembrati invicibili... ma alla fine, cadono sempre... sempre".
Gandhi
di donma , giovedì 23 aprile 2009 14.28

Come al solito, in caso di emergenza in qualche modo i miliardi si trovano.
A volte tagliando spese superflue, a volte portando via dove già c'è poco.
Ma si trovano. Ne sono felice.
Anche per il concertone si sono trovate...
Però... - sarò senz'altro semplificante - mi domando:
perché non si sono trovati dei miliardi (non le briciole)
- perché la scuola pubblica abbia insegnanti e strutture

per salvaguardare il nostro maggiore patrimonio, l'educazione, i figli, il futuro?
- perché chi combatte le mafie (che bloccano una parte considerevole del Paese) abbia uomini e mezzi?
- perché chi promuove cultura, solidarietà, socializzazione, sia riconosciuto e sostenuto?
- perché chi non ha la casa abbia l'opportunità di un'edilizia popolare qualificata?
- perché...

Perché le macerie di un sisma del terreno si vedono
e quelle degli animi e di una società non si vedono?
don Chisciotte

di donma , giovedì 23 aprile 2009 11.28
Il 25 aprile e la trappola della "memoria condivisa"
di Walter Barberis
E’ ormai frequente, in occasione di anniversari che riconducano a momenti critici e controversi della nostra storia nazionale, sentire il richiamo a una memoria condivisa. Sembrano confondersi, tuttavia, in questo invito istanze diverse, sulle quali vale la pena riflettere. E in primo luogo per una questione assai semplice: che il termine memoria è ambiguo per definizione. Connota il giusto intento di trasmettere alle generazioni più giovani il patrimonio di esperienza di coloro che le hanno precedute. E, generalmente, indica l’esigenza di tenere viva la lezione che si presume ci abbiano lasciato avvenimenti tragici che hanno lacerato la nostra società. Ma la memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. Perché un partigiano dell’Ossola o della Langa dovrebbe rimodellare il suo ricordo per accordarlo con un reduce della Monterosa o della X Mas che gli fu nemico in quei mesi di scontri mortali fra il ’43 e il ’45? O viceversa. E quale memoria potrebbero condividere un italiano del Sud e uno del Nord rispetto a quegli avvenimenti?
Si deve intendere il termine memoria come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato: con la concessione ai «vinti» di qualche risarcimento morale e di un conseguente restauro di immagine, e con la richiesta ai «vincitori» di una qualche forma di abiura e di cessione valoriale. Si potrebbe discutere sull’opportunità di una simile operazione; il fatto è che con tutta evidenza non funziona. Perché ogni guerra civile, dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha sempre lasciato dietro di sé una scia di recriminazioni, di rese dei conti, di riscritture degli avvenimenti e una molteplicità di memorie differenti e antagoniste. Esattamente com’è successo in Italia.
La questione è ancora attuale, ma nasce nel profondo della nostra civiltà, quando la guerra del Peloponneso scosse la Grecia del V secolo a.C. Perché era successo - si chiesero i contemporanei - che Greci avessero combattuto altri Greci? Tucidide, sulle orme di Erodoto, mise a punto una procedura che pareva soddisfare quella richiesta di spiegazioni: si doveva fare un’inchiesta, to historein, cioè fare storia. Si doveva procedere a una ricostruzione degli avvenimenti capace di rispondere onestamente alle domande di verità; fornire un’interpretazione sorretta da prove certe. Allo stesso modo di un’indagine giudiziaria, o medica. È ancora questo di cui ha bisogno una qualunque comunità: una buona storia, non manipolata a scopi propagandistici, non piegata dallo spirito di parte.
La storia italiana è tutta segnata da elementi di frattura e dagli scontri di fazione. Non a caso il Foscolo, esordiva sulla cattedra di eloquenza all’università di Pavia, nel 1809, con queste parole: «O Italiani, io vi esorto alle storie, poiché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare». E aggiungeva, come rimedio: «Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi fra di voi, ed assumere il coraggio della concordia». Parrebbero parole sensate anche oggi: condividere buoni studi e un’onesta ricostruzione dei fatti potrebbe corroborare la riconciliazione nazionale, dare prospettiva al Paese senza patteggiamenti pelosi su come ricordare il nostro passato.
Sappiamo bene che la Resistenza non ha accomunato gli italiani; è stata un’esperienza di pochi, geograficamente limitata; nonostante la vulgata comunista, non è stata solo una guerra di liberazione dallo straniero tedesco, ma anche e talvolta prevalentemente una guerra civile; non ha visto protagonisti soltanto partigiani comunisti, ma una pluralità di soggetti culturali e politici. E come tutte le guerre civili, ha trascinato dietro di sé uno sciame di vendette, di storie private confuse a storie pubbliche. Ma ha avuto un senso preciso e un ruolo decisivo nella vita nazionale. Ed è di questo che oggi devono ragionare gli italiani, ben oltre le loro memorie personali o familiari; e di là da ogni bisogno di partito. L’Italia che guarda al futuro ha bisogno di una storia condivisa.
Non furono sagge le parole di De Gaulle, quando in omaggio a un impettito nazionalismo, per evitare alla Francia un serio esame di coscienza sul suo passato collaborazionista, nel 1969 disse: «Il nostro Paese non ha bisogno di verità. Ciò che gli occorre è la speranza, un po’ di coesione, uno scopo». Suonano stonati gli echi di quelle parole, quando si è alle prese in Francia come altrove con atteggiamenti razzisti e rigurgiti antisemiti. Abbiamo viceversa un gran bisogno di verità, cioè di una storia plausibile, rigorosa nei suoi metodi di ricerca. E abbiamo bisogno della sua morale. Che in questo caso è assai semplice e può essere tranquillamente condivisa: nella storia mondiale del Novecento, ma si potrebbe dire sempre, la democrazia, per quanto imperfetta, si è rivelata il sistema politico migliore. Chi ha combattuto per la democrazia merita rispetto e gratitudine. Chi ha combattuto per regimi totalitari, in Italia come in Ungheria, in Argentina come in Cambogia, merita una riflessione, talvolta comprensione, ma non una postuma assoluzione.
di donma , mercoledì 22 aprile 2009 8.03

Il Vangelo della Liturgia di oggi:

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò dal Signore Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto» (Giovanni 3,1-7).
"Rinascere" è la grande chance che ci viene offerta.
"Rinascere" è una necessità.
"Rinascere" è un dovere.
Ci viene offerta la possibilità,
ne sentiamo il bisogno,
ci viene richiesto un impegno
perché dall'Alto, dal Capo, daccapo,
ri-nasca ognuno di noi che ha ricevuto il battesimo da neonato,
ri-nasca la Chiesa.
don Chisciotte
di donma , martedì 21 aprile 2009 14.42
Secondo il Wall Street Journal hanno superato categorie come pompieri e baristi
Su 2 milioni, 1,7 ne ricavano reddito e per oltre 400.000 è il primo lavoro
Professione blogger, l'anno del boom: guadagnare con un post online
NY - Professione blogger. Che negli ultimi due-tre anni ci fosse stato il boom era risaputo, ma che in America la categoria di chi si guadagna da vivere "postando" online fosse più numerosa dei programmatori di computer, dei pompieri o dei baristi (tanto per citare molto diversi tra loro) e alla pari con gli avvocati - anche se questi ultimi guadagnano sicuramente di più - nessuno lo immaginava. Lo ha scoperto il Wall Street Journal che in un articolo (sul sito online) - mettendo insieme gli studi, le analisi e le statistiche disponibili - è arrivato al sorprendente risultato. Tra gli oltre 20 milioni di blogger presi in esame in America (tutti quelli che lo fanno per passione, per informare, per gioco o per qualsiasi altro motivo) ce ne sono 1,7 milioni che ci guadagnano sopra. E per 452mila di costoro quei soldi sono la prima fonte di stipendio.
"Siamo diventati la nazione più noisily ostinated (traducendo alla lettera "rumorosamente ostinata nelle opinioni") sulla faccia della terra", ironizza il Wsj. Arrivando ad ipotizzare che nella "Information Age", l'era dell'informazione, che ha prodotto così tante nuove professioni, il blogging potrebbe essere quella che avrà il maggiore impatto e le maggiori conseguenze "sulla nostra cultura". Se i giornalisti erano "il quarto potere, i blogger stanno diventando il quinto".
Un'attività iniziata come "forum di discussione" sulla politica e le nuove tecnologie si è allargata rapidamente a tutti i campi immaginabili della vita, "dalla maternità alla sanità, dalle arti alla moda, fino alla odontoiatria". Quello che era iniziato "come un hobby o uno sbocco per volontari" sta diventando un "big business" per i nuovi siti emergenti, per le società che da questi vengono giudicate e per tutti coloro che lavorano "in questa nuova industria".
Viene anche fornito l'identikit del blogger. Molto istruiti (tre quarti sono laureati in un college), la maggioranza bianchi che guadagnano sopra la media. Un giovane americano su tre fa il "blogger" (nel senso più esteso) e tra questi chi ci guadagna per vivere è il due per cento. In che modo? Secondo i calcoli del Wsj con centomila visitatori unici al mese un sito può guadagnare 75mila dollari all'anno. Per un buon "post" i blogger possono prendere da 75 a 200 dollari, qualcuno può fare addirittura lo 'spokeblogger', pagato dai pubblicitari per "bloggare" un prodotto.
Considerato che è un lavoro che non prevede spese di trasporti, che ha costi iniziali bassi (ma un orario tra le 50 e le 60 ore settimanali) è naturale che attiri tantissimi giovani. I professionisti, quelli che sono assunti e lavorano per una società, sono pagati tra i 45mila e i 90mila dollari l'anno, una piccola percentuale raggiunge anche i 200mila.
Mentre il numero dei blogger cresce, il numero dei professionisti dell'informazione tradizionale diminuisce significativamente. Solo a Washington - la città più "blogged" d'America e forse del mondo - rispetto a pochi anni fa è diminuito del 79 per cento il numero dei giornalisti che lavorano nei tradizionali giornali di carta. Del resto i siti online al top della graduatoria già oggi hanno introiti considerevoli e a un certo punto "non ci sono dubbi che l'Huffington Post varrà più del Washington Post".
di donma , martedì 21 aprile 2009 5.34

Volete misurare la prontezza dei vostri riflessi?!
Provate a fermare le velocissime pecore di questo giochino!!

  

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