Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

di donma ,
lunedì 30 marzo 2009 16.32
Bisogna saper distinguere da caso a caso
Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»
Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche
(...) A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società. Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.
Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo (per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarlo. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono a stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami.
Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata».
Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile. A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.
Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali .
Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè... si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.
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lunedì 30 marzo 2009 9.41
L'anaffettività
a cura di Marianna Pasquini
In psicologia l'anaffettività consiste nell'incapacità da parte dell'individuo di provare o produrre affetti e si manifesta attraverso la difficoltà di esprimere sentimenti ed emozioni; generalmente si accompagna ad una barriera corporea molto pesante: la persona anaffettiva è anche poco propensa ai contatti corporei, fino a provare disagio nell’essere abbracciata.
In psicopatologia l’anaffettività è un sintomo (non una sindrome) presente nell'anoressia mentale, in alcune forme di psicosi e in misura minore nelle nevrosi ossessive e in alcuni disturbi di personalità.
Viene anche considerato come un distacco emotivo spesso difensivo che si manifesta contestualmente alla presenza di emozioni troppo forti o che fanno paura; può anche rappresentare una fase transitoria di diversi disturbi di personalità, tra cui quello bipolare.
Inoltre é sicuramente possibile che se per una persona “amare” in passato è risultato doloroso e frustrante, più o meno consapevolmente possa iniziare a ritenerlo un comportamento da evitare o comunque da fuggire, si presenta così una reale difficoltà nel creare e sostenere rapporti che implichino intimità. Sono di solito abbastanza casuali i fattori della remissione di questo sintomo: a volte basta un incontro importante e la personalità di un soggetto cambia notevolmente.
Magari a questa persona potresti consigliare dei colloqui (non una psicoterapia) con uno psicologo, che la aiutino a far luce sulle sue difficoltà.
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lunedì 30 marzo 2009 9.14
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domenica 29 marzo 2009 18.08
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domenica 29 marzo 2009 18.03
Londra
Cellulari: allarme giovani
Otto su dieci sono «dipendenti»
Uno studio inglese denuncia l'uso smodato da parte dei teenager: sei ore al giorno al telefonino
È allarme cellulari in Inghilterra, dopo la pubblicazione dello studio della «Health Protection Agency» sullo smodato utilizzo dei telefonini da parte dei teenager d’Oltremanica. Stando ai dati, rilevati grazie a un sondaggio del sito di ricerca youngpoll.com su un campione di 2000 ragazzini fra i 6 e i 17 anni, in un giorno un bambino inglese medio spedisce 19 sms, ne riceve 15 e fa 8 telefonate, restando, in pratica, attaccato al cellulare per più di 6 ore, parlando, messaggiando o ascoltando musica.
Ecco perchè 8 teenager su 10 si considerano ormai «telefonino-dipendenti»: una condizione confermata dal fatto che almeno la metà degli intervistati ha ammesso di dormire con il cellulare a fianco del letto e tre quarti di loro ha detto di controllare le chiamate perse o i messaggi ricevuti durante la notte come prima azione della giornata. E tutto questo a dispetto di una recente ricerca svedese, condotta dal professor Lennart Hardell dell’Università dell’Ospedale di Orebro, che ha dimostrato come l’eccessiva esposizione alle radiazioni dei dispositivi mobili quintuplichi il rischio di cancro al cervello fra gli under 20.
Non a caso, in Francia le pubblicità che invitano i ragazzi al di sotto dei 12 anni ad usare i telefonini sono state bandite, mentre in Inghilterra tale preoccupazione non sembra essere stata ancora recepita dal governo e, di conseguenza, i ragazzi inglesi non avvertono il pericolo insito nell’uso esagerato dei cellulari, visto che per l’81% di loro il telefonino è il bene più importante di tutti e addirittura uno su tre dice di sentirsi perso senza, mentre 6 su 10 sostengono di non riuscire a fare nulla se il prezioso oggetto viene loro rubato. Non solo. Numeri alla mano, 9 sedicenni su 10 ne possiede almeno uno e la stessa cosa vale per oltre il 40% degli allievi delle elementari. E i telefonini spuntano spesso anche durante le lezioni, come conferma il dato secondo cui un quarto degli studenti è stato beccato almeno una volta a mandare messaggini dal banco. «Occorre assolutamente scoraggiare i giovani all’uso dei telefonini per sei-sette ore al giorno come misura preventiva», ha spiegato al «Daily Express» un portavoce della «Health Protection Agency», mentre un suo collega della Youngpoll.com ha sottolineato come i cellulari rappresentino ormai il modo più veloce e più facile per comunicare fra i ragazzi. «Adesso con i dispositivi mobili i giovanissimi fanno davvero di tutto. Basta premere un tasto e possono andare online, giocare o ascoltare musica e così facendo il tempo passa in fretta ed è complicato trovare il giusto compromesso».
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sabato 28 marzo 2009 14.05
Caro confratello,
che il Padre del cielo ti doni quel riposo
che quelli che avrebbero dovuto essere tuoi "padri" terreni
non ti hanno saputo dare.
Che il Figlio Gesù ti sussurri quelle parole affettuose
che una parte della Chiesa non ha saputo dirti.
Che il Consolatore si prenda carico delle tue buone opere,
che chi avrebbe dovuto ricordare ha dimenticato.
Che in Cielo tu possa trovare una autentica Famiglia!
don Chisciotte
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sabato 28 marzo 2009 12.57
Sintesi
Non avrai altro io all'infuori di me.
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sabato 28 marzo 2009 7.45
Tra le tombe i pensieri della signora Teresa
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 7 settembre 2008
La signora Teresa va spesso al cimitero. «Conosco più gente di là che di qua», dice. A dire la verità conosce anche abbastanza gente di qua per fermarsi a chiacchierare con tutti quelli che incontra. Chiacchiere, messaggi e rimproveri. «Come sono tristi quelle tombe senza neppure un segno religioso! Possibile che neppure la morte faccia pensare al Signore?». Passando davanti a tombe che sembrano piuttosto serre di fiori esotici commenta: «Che sperpero? Ma sarà per onorare i genitori o per esibire la ricchezza?». Su qualche tomba nota la foto di un cane o il modellino di una moto: «Sarà stato anche un cacciatore appassionato, sarà stato anche un motociclista spericolato, ma possibile che tutta una vita si riduca a un hobby?».
La signora Teresa ne ha per tutti, tra un requiem e un cenno di saluto semina critiche e consolazioni. Ma davanti alla tomba dei preti si ferma a lungo, in silenzio: come per ascoltare una confidenza, per ricordare una parola che, gridata dal pulpito o suggerita in confessionale, ha incoraggiato una scelta, ha dissolto un’angoscia, restituito il sorriso. È vero, cara signora Teresa, non basta la morte a spegnere l’eco di una voce amica che ci ha fatto del bene.
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venerdì 27 marzo 2009 6.22
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giovedì 26 marzo 2009 17.30
Qui i link dei tre filmati
in cui è raccolto il monologo di Roberto Saviano,
ieri sera a "Che tempo che fa",
tratti direttamente dal sito della Rai.
Una delle rarissime volte
in cui possedere un televisore ha un senso.
parte prima
parte seconda
parte terza
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giovedì 26 marzo 2009 9.27
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giovedì 26 marzo 2009 8.03
"L'uomo può dire: 'Voglio morire',
ma è incapace di realizzare il contrario: 'Io non voglio morire'".
T. Spidlik, "Maranathà". La vita dopo la morte, 99
postato il 12.12.07
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di donma ,
mercoledì 25 marzo 2009 15.18
Un libro descrive un fenomeno che non riguarda solo la sfera della emozioni
Secondo gli esperti, l'isolamento indebolisce l'organismo e complica la vita
Solitudine in aumento. Un danno per la salute
C'è quella di chi detesta gli altri, quella di chi non ha più niente da dire, quella voluta e quella sofferta, quella che rilassa e quella che fa impazzire. La solitudine possiamo incontrarla dappertutto, anche in mezzo alla gente. E secondo le ultime statistiche riguarda quasi 4 milioni di italiani e il 20% della popolazione mondiale. Il professor John T. Cacioppo, docente di psicologia della University of Chicago, studia questa condizione umana da anni (...) Le sue pagine descrivono una società nella quale i momenti di socializzazione sono rarissimi, concentrata più sul mondo virtuale che sulla realtà, e denunciano anche gli effetti che questa situazione provoca sulla salute.
In primo luogo perché ci abbrutiamo tra sigarette e pasti consumati fissando il pc. E poi perché la solitudine distrugge la nostra capacità di parlare e di muoverci, rende più coriaceo il guscio che ci separa dal resto del mondo e ci indebolisce. Anche fisicamente. "Non è solo una sensazione - spiega Cacioppo - ma una minaccia: ha effetti devastanti, ad esempio, su coloro che soffrono di pressione alta". Chi vive da solo e si sente un po' giù di corda difficilmente fa sport, più spesso si rifugia nel cibo, nella tv, nell'alcol o nelle sigarette. (...) Tra il 1985 e il 2004 la General Social Survey americana ha stilato una serie di statistiche basate su 1500 interviste a cittadini americani, facendo loro delle domande molto semplici: quanti amici hai? Con quante persone ti puoi confidare? La maggior parte degli intervistati ha risposto in modo vago, molti addirittura non sapevano cosa dire. (...)
"La solitudine è un segnale di dolore che spesso la società non recepisce - continua - Per intensità e carica devastante, potremmo paragonarla alla rabbia o alla sete". Lo psicologo precisa inoltre che la società guarda più alla quantità che alla qualità delle cose, e che questo criterio spesso viene adottato nelle relazioni sociali. "Pochi ma buoni: la quantità spesso va a scapito della qualità: è quello che ripeto ai miei pazienti". (...)
Pasolini scriveva che "bisogna essere molto forti per amare la solitudine": le tragedie di ogni giorno ci ricordano che tanto forti non siamo.
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mercoledì 25 marzo 2009 8.23
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martedì 24 marzo 2009 17.49
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martedì 24 marzo 2009 17.33
Se pensate che celebrare un matrimonio (civile o religioso che sia)
indichi sempre una sana volontà di amare,
fatevi una scorpacciata di bestiate
legate al "giorno più bello della vita".
Senza pessimismo, ma onestamente.
don Chisciotte
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martedì 24 marzo 2009 15.29
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lunedì 23 marzo 2009 19.34

«La preghiera è l'unico legame con la realtà
- se per "preghiera" si intende semplicemente
un'attenzione massima e non preoccupata di alcun risultato,
un'attenzione così pura che chi la esercita non sa di esercitarla».
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 59
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lunedì 23 marzo 2009 11.42
Costringete gli uomini a stare sdraiati per giorni e giorni: là dove guerre e slogan hanno fallito riuscirebbero i divani. Perché le operazioni della noia superano in efficacia quelle delle armi e delle ideologie.
Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza
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lunedì 23 marzo 2009 10.58
La «fede» di House
Non vogliamo santificare House: è dichiaratamente ateo, a tratti flirta con l’idea dell’eutanasia o dell’aborto, e questo non lo condividiamo. Ma sarebbe così stupefacente sentirlo scagliarsi contro la droga o il sesso incestuoso – come avviene con discrezione e ironia in certe puntate –, se fosse un Santo da "immaginetta"? Se avesse l’aureola non colpirebbe lo spettatore quando si fa interrogare dalla manina del feto che sbuca dall’utero aperto, e gli abbraccia il dito della mano, restando poi incantato ore e ore a riguardare quel dito e domandarsi il mistero di una vita nascosta ma presente.
È un lavoro in corso, quello che avviene nell’animo di House, e sollecita lo spettatore ad un lavoro proprio perché offre un approccio sofferente e empatico che non dà risposte preconfezionate. A differenza di quanto accade troppo spesso nella realtà, qui il medico non è il “fornitore di un servizio” cui ogni richiesta è equivalente, ma sa riconoscere una buona da una cattiva risposta, sa trovare la forza di non fornire la seconda. House intuba e rianima il jazzista nonostante tutti abbiano paura di trasgredire il suo testamento biologico che chiede di lasciarlo morire.
La collega dottoressa Cuddy non è da meno: alla richiesta di House di un’iniezione di morfina, in realtà gli inietta un placebo, sapendo che la droga non è la risposta al dolore e alla solitudine. Anche nei passaggi più inquietanti, quando House indulge verso aborto o eutanasia, non possiamo non restare turbati, ma sentiamo la sproporzione tra ciò che House vorrebbe e quello che, assediato dalla sua solitudine, riesce a fare; in fondo l’uomo solo non può che dare risposte incomplete.
Quando finisce la storia di una ragazza stuprata che è arrivata ad abortire, i colleghi cercano di rasserenare House (che ha certo preso parte alla decisione) e gli chiedono perché si preoccupa, in fondo «ha fatto il suo lavoro», ma lui d’improvviso ha un gesto di stizza violento e grida: «Adesso ci raccontiamo che l’abbiamo aiutata... Noi ci sentiamo tanto bravi, ma abbiamo solo fatto piangere una ragazza». House va anche dalla maestra depressa che non vuol più farsi curare e insiste con tutti gli argomenti possibili, fino alle urla, perché non ceda alla tristezza e alla solitudine. Non lo fa perché questa stenda un “testamento biologico”, ma per risvegliare in lei (e in sé!) l’amore alla vita. House sa stupirsi: sbaglia, digrigna i denti, ma sa riconoscere l’umano quando lo incontra.
L’idea che le storie di House contengano un messaggio esistenzialmente profondo, viene chiarita dalle parole del suo autore, David Shore: «C’è un sottofondo filosofico nello show, un’opportunità di parlare della vita e di come viverla. Penso che i buoni show debbano trattare di dilemmi etici e di questioni di etica. Le storie di successo gettano il personaggio in situazioni in cui giri a destra o a sinistra. E qualcosa di brutto accadrà se vai a destra, ma accadrà qualcosa di brutto anche se vai a sinistra: quale soluzione è la peggiore? Questa serie ha molti di questi momenti, ed è una grande opportunità, ma produce anche delle nuove possibilità per la mia personale visione del mondo». È una sorpresa quando il protagonista (l’eroe) di una fiction è un tipo decisamente cinico.
Qui sta la genialità di chi ha creato la serie di House: non essere scontato ma proporre un itinerario eticamente buono usando le parole, le immagini, e anche le debolezze umane che normalmente veicolano ben altro tipo di messaggi. Perché “una strana morale”? Perché è una morale che “non fa la morale”. Con i suoi aforismi, i suoi apologhi, con le sue idiozie e le battute dei colleghi di House, questa serie riafferma dei valori forti e fermi, pur con le sue contraddizioni, col suo cinismo e il suo ateismo urlato (ma solo per darsi un tono, molto probabilmente). In fondo la morale non è solo escatologia, ma anche riaffermare la verità sull’uomo.
Attenzione, comunque: House è un “cattivo”, è cinico. Ci è richiesto uno sforzo per superare l’impatto con questi comportamenti negativi, per arrivare a capire il messaggio principale della fiction, non fermarsi a quello che si vede, ma fissare il punto decisivo: il cambiamento e lo stupore di una mente cinica. Certo, se volessimo sintetizzare in una frase il pensiero di House non potremmo altro che ripetere il suo famoso aforisma: «Tutti mentono». Ma dovremmo anche capire che dalla serie emerge la spiegazione a questa frase: «tutti mentono» perché tutti hanno paura. E il telefilm invece di essere un elogio alla bugia è una pietra scagliata contro la paure, perché ne mostra limiti e orride conseguenze patologiche. David Shore, creatore e sceneggiatore della serie, usa House a questo fine.
Qualche volta usa House, altre volte le forti condanne della paura vengono da altri personaggi della serie, come quando di fronte al cinismo di House, una ragazza stuprata grida «Ogni vita è sacra!», o quando la collega, cui domandano a proposito di una bambina che perderà un braccio «che qualità di vita avrà», risponde «la vita ha sempre delle qualità».
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