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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , sabato 29 novembre 2008 19.56
Di solito non faccio pubblicità,

ma quando si è presi per la gola...!!

Guarda i prodotti dell' Officina del Cioccolato
L'oggetto che più si addice alla mia personalità:
eccolo!

di donma , sabato 29 novembre 2008 6.21
Il tasso di menzogna di chi scrive mail sarebbe del 50% più alto rispetto a chi comunica con la lettera tradizionale
Quanto è facile mentire via email. "Più bugie di chi scrive su carta"
Doppio studio scientifico presentato a un congresso in California
Vi ha dichiarato amore eterno via email? Chiedete la prova. Quel messaggio ha molte possibilità di essere una bugia. Secondo lo studio condotto da un team di ricercatori americani, chi usa la posta elettronica tende a mentire il doppio di chi scrive a penna. (...) Insomma, quella che puo' sembrare un'ovvietà - alzi la mano chi è sempre stato sincero dialogando dietro lo schermo protettivo della rete - è stata dimostrata in laboratorio. Carta canta, e vedremo anche perché.
(...) I ricercatori ritengono che questa differenza di atteggiamenti potrebbe essere giustificata dal fatto che i documenti scritti a mano o su cartaceo continuano a mantenere, agli occhi di molte persone, una valenza legale più forte. Una lettera scritta a penna, insomma, sarebbe più difficile da cancellare o far sparire. Ecco dunque, che in qualità di documento e testimonianza, è preferibile affidare alla carta i sentimenti più veri. La email, ancora vista come un documento fluttuante, nonostante oggi anche i supporti digitali siano sempre più difficili da cancellare o controllare, favorirebbe quindi la menzogna. (...)
Lo studio rispecchierebbe, secondo i ricercatori, la crescente preoccupazione legata agli ambienti di lavoro nei quali le comunicazioni, partire dal 1994 circa, vengono veicolate soprattutto via mail e senza alcun tipo di regolamentazione. "La posta elettronica evita di mostrare qualsiasi tipo di segnale comportamentale o non verbale che il nostro corpo potrebbe emettere durante una conversazione verbale, ma anche nell'ambito di una lettera scritta a mano, e favorisce quindi comportamenti ingannevoli che difficilmente possono essere scovati".
Del resto gli studi più recenti sull'argomento confermano che, comparando l'email ad altri mezzi di comunicazione, la posta elettronica viene associata spesso a comportamenti spiacevoli: da una scarsa fiducia interpersonale ad atteggiamenti negativi, fino ad una tendenza più spiccata all'invio di messaggi dai contenuti offensivi, imbarazzanti e violenti.
di donma , sabato 29 novembre 2008 6.13

Il foglietto della Messa: solo per distrarre i bambini?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 6 luglio 2008

C’è chi pensa che il foglietto della Messa sulle panche della Chiesa sia per il bambino piccolo, così sta tranquillo: lo stropiccia, lo butta in terra, lo straccia, anche se ogni tanto distrae la mamma («non in bocca!»). Qualche ragazzo si esibisce negli origami: ne fa una barchetta o un’ochetta. La signora là in fondo lo usa come ventaglio, in certe afose domeniche «che non si respira». C’è chi trova utile il foglietto perché, ripreso in mano a un certo punto, segnala al predicatore che è tempo di concludere la predica. Alcuni pensano che potrebbe servire, ma - accipicchia! - dimenticano sempre a casa gli occhiali. Qualche parroco trova che il foglietto sia una spesa. Ha calcolato che le fotocopie costano meno e, messe da parte, si usano ancora tra tre anni. Adesso però cambia il lezionario...
Invece la vecchia maestra lo usa bene il foglietto. Prima della Messa si prepara alla preghiera e poi può seguire meglio le letture: i lettori hanno talora un’interpretazione bizzarra della punteggiatura e, per di più, lei è un po’ dura d’orecchi. Dopo la Messa torna volentieri su una parola, una preghiera, un canto: si porta via una frase, come viatico per la settimana.
di donma , venerdì 28 novembre 2008 10.40

Dagli «Opuscoli» di san Tommaso d'Aquino, sacerdote
(Sul Credo: Opuscula theologica 2, Torino 1954, pp. 216-217)

Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel Credo si chiude con le parole: “Vita eterna. Amen”.
La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: “Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà molto grande” (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12).
La vita eterna inoltre consiste nella somma lode come dice il profeta: “Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode”” (IS 51,3).
Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà di più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te”.
I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt. 25,21); e Agostino aggiunge: “tutta la gioia non entrerà nei beati ma tutti i beati entreranno nella gioia”; ed anche: “Egli sazia di beni il tuo desiderio”. Tutto quello che può procurare felicità là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo più assoluto godimento, perché si tratta del ben supremo, cioè di Dio: “dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal. 15,11).
La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.
di donma , venerdì 28 novembre 2008 9.51
Lo faranno forse solo perché è gratis;
lo faranno forse solo perché diverte;
lo faranno forse solo perché "così fan tutti";
lo faranno forse senza sapere bene il perché
lo faranno forse ancora per poco...
ma a me ricorda tanto un' altra processione quotidiana,
dove altre persone vanno a ricevere gratis
un piccolo pezzo di pane.
don Chisciotte

Fata Prosciutto
di Massimo Gramellini

Ogni giorno alle 13 e 40 la signora Kathy, titolare con il marito Rocco del banco di carni e salumi in un famoso mercato di Torino, riceve la visita di un gruppo di adolescenti in libera uscita da una scuola media poco distante. Ogni giorno scende dal predellino e rivolge loro le stesse due domande: come state e quanti siete. Col tempo la seconda domanda è diventata sempre più importante, perché il numero dei ragazzini è in aumento. A ciascuno Kathy offre un sorriso e una fetta di prosciutto. Non sa nemmeno lei perché lo fa. Ha cominciato e si è scordata di smettere.
L’aspetto più straordinario di questo racconto, del quale sono venuto a conoscenza dalla mamma di uno dei beneficiati, è la sua assoluta gratuità. Una fetta di prosciutto non basta a sfamare neppure Fassino e i dodicenni che la ricevono in omaggio non appartengono alla schiera dei bisognosi. Il gesto di Kathy non possiede quindi alcuna utilità pratica o rilevanza sociale. Eppure ogni giorno alle 13 e 40 sembra che al mercato stia per succedere qualcosa. I frequentatori abituali cominciano a chiedersi: ma i ragazzi quando arrivano? E quando arrivano, perché arrivano sempre, e ogni volta più numerosi, il rito della fetta di prosciutto si ripete, per la soddisfazione incomprensibile di tutti. È come se in un mondo dominato dallo scetticismo dei pensieri tristi, quel siparietto quotidiano di assurda bontà fungesse da balsamo e da ripasso universale. Per ricordarci, nel caso gli affanni della vita ce lo avessero fatto dimenticare, chi siamo e cosa potremmo essere davvero.
di donma , giovedì 27 novembre 2008 15.13

Senza dubbio lo faranno con coraggio e generosità
- più di quelli di coloro che hanno messo le mine -
ma purtroppo sarà anche per necessità.

Confine tra Siria e Giordania. Terra al centro di conflitti dove le mine formano un tappeto invisibile di morte. E proprio qui si cimenta un piccolo esercito di donne coraggiose tra i 20 e i 36 anni. Sono le "cacciamine". Il loro compito è scoprire e neutralizzare gli ordigni. Un lavoro complicatissimo e pericolosissimo che queste donne svolgono con meticolosità e perizia.

di donma , mercoledì 26 novembre 2008 8.56
di donma , mercoledì 26 novembre 2008 8.52

Quanti prodotti da piazzare con l'etichetta "cattolico"
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 21 settembre 2008

«Non sarà per caso contro la scuola cattolica!», aggredisce il parroco la segretaria di un istituto nuovo che chiede uno spazio sulla bacheca parrocchiale. «Noi siamo cattolici: se non ci aiutiamo tra noi finirà che governeranno gli anticlericali!», protesta il candidato contro il parroco che nega la sala parrocchiale per una riunione in vista delle elezioni. «La gente ha bisogno di messaggi forti e di parole chiare! Se non le trova in chiesa dove le troverà?», imbecca risentita la devota che si è sentita dire di no mentre esponeva in fondo alla chiesa messaggi della Madonna che invita alla preghiera. «La nostra associazione ha ricevuto l’approvazione del vescovo di qui e del cardinale di là. Un piccolo aiuto per un’opera buona: non le chiediamo un grande sforzo», insiste l’incaricato con tanto di cartellino. Insomma - pensa il parroco - ciascuno ha un suo prodotto da piazzare e allora diventa utile anche la parrocchia e l’etichetta di "cattolico". È quando la parrocchia chiede un aiuto, senza fare pubblicità a nessuno, che associazioni, santuari, onorevoli hanno la risposta pronta: «Ci spiace, ma - lei capisce - non rientra nei nostri scopi...».
di donma , martedì 25 novembre 2008 18.17

Non poche donne moderne criticano la Chiesa in quanto potere maschile, le parole chiave sono: invisibilità delle donne e legame tra donna e peccato. Cosa ne pensa lei, che ha lavorato e vissuto per tutta la vita con la Bibbia?

In questo discorso la Bibbia può essere d'aiuto, per quanto alcune colleghe e colleghi fondino il rimprovero femminista anche sul testo biblico. Essendo stato scritto da uomini, affermano, il racconto pone gli uomini in primo piano, le donne sullo sfondo. È vero, erano altri tempi. Eppure nella Bibbia le donne meritano più attenzione che in passato: occorre una grande e scrupolosa attenzione per apprezzarne le tracce. In effetti sono stati commessi errori, probabilmente da uomini, per esempio quando Maria di Magdala viene degradata a peccatrice o prostituta, sebbene nel testo non figuri nulla di tutto questo. Una peccatrice di cui non conosciamo il nome bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, li bacia e li cosparge di olio profumato. Non è Maria di Magdala. Farne una peccatrice non è giustificato. Era senz'altro affetta da un male o da un disturbo psichico, posseduta da sette demoni, si diceva nel linguaggio biblico. Gesù l'ha guarita e ne è nato un rapporto profondo tra loro.
Incontriamo Maria di Magdala nella più ristretta cerchia delle donne intorno a Gesù. Lei gli resta fedele sotto la croce insieme a sua madre; è la prima persona a incontrare Gesù risuscitato, che le si rivolge chiamandola per nome, Miriam, e lei gli risponde con affetto e riverenza: «Rabbunì». Un appellativo ancora più confidenziale di rabbi, maestro. È un rapporto di amore, pieno di bellezza e di fedeltà, una relazione che guarisce e rafforza, che illumina ed è aperta alla comunità, in cui Maria di Magdala divenne una figura centrale dopo l'ascensione in cielo di Gesù. Posso comprendere che romanzi e film abbiano tentato, fino ai tempi più recenti, di rendere scandaloso questo intenso rapporto. A volte vi si riversano desideri e fantasie umani. Quel che sappiamo e quel che credo è che Maria di Magdala è il prototipo di una credente, perché ama fino all'eccesso. Non in maniera mediocre o soltanto ragionevole, ma in modo completo. Attraverso la guarigione e l'amicizia, Gesù le ha aperto gli occhi all'amore. Maria di Magdala era una donna sensibile. L'eccesso esiste nel bene come nel male. Maria di Magdala rappresenta l'amore a cui sono chiamati un cristiano e una cristiana, completo e senza limiti nel bene. Per Gesù era una «persona autentica».
Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini. Guardo, con speranza alle donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure. Le donne sono compagne fin dal principio: Dio creò l'essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non «donnicciole» mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora.
Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione. Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida.
Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito un'importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osserviamo l'albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne e aiuta la Chiesa ad andare avanti.


Come si va avanti? E in che direzione?

Ovunque nella Chiesa si può constatare che le donne assumono sempre più compiti direttivi. Ammetto che questa evoluzione positiva è nata più dalla necessità che da una convinzione del clero. Ma è uno sviluppo promettente. Nella Bibbia vi sono donne che dirigono comunità: penso a Lidia di Filippi e alle molte collaboratrici di Paolo a capo delle sue comunità. Nel Nuovo Testamento incontriamo le diaconesse, presenti nella Chiesa primitiva e fino al Medioevo. Negli ultimi anni le teologhe hanno scoperto l'importanza di queste donne per la Chiesa.
Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti. Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo uniformare le diverse tradizioni.

C.M.Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, 106-109
di donma , martedì 25 novembre 2008 10.01

In Inghilterra è allarme tacchi alti: "36 milioni di danni per le ragazze"
Londra alle prese con le sexy scarpe

Fanno sembrare più alte, più magre, in una parola più belle. Eppure le scarpe col tacco alto, a volte vertiginoso, possono provocare danni anche gravi ai piedi delle donne, costrette a correre ai ripari, come avverte il detto che "chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire".
Nel Regno Unito, per esempio, una ricerca condotta su mille ragazze dai 15 anni in su da una marca di calzature rivela che ogni anno vengono spesi 29 milioni di sterline, circa 36 milioni di euro, per sottoporsi a interventi di "raddrizzamento" delle dita dei piedi, di estrazione di calli e di unghie incarnite e di "sblocco" di nervi danneggiati dall’andatura incerta e innaturale che si assume con 12 centimetri di altezza artificiale in più. (...)
In rapida diffusione sono poi gli interventi di chirurgia estetica per "riempire" con uno speciale filler il tallone e rendere la falcata più confortevole anche con un tacco 20.
Il consiglio degli esperti, contrari a queste esagerazioni, è senz’altro quello di alternare il più possibile scarpe alte con calzature da ginnastica, morbide e di gomma e in grado di far rilassare il piede e di compensare gli sforzi effettuati dalla schiena.
di donma , martedì 25 novembre 2008 9.57

Le nuove piaghe sociali
60 milioni di spose bambine. Hanno tra gli 8 e i 14 anni

Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. "Perché nutrire una mucca che non è tua?", mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti (...)
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. (...)
Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.
di donma , martedì 25 novembre 2008 9.48

Uno spot significativo sulla violenza psicologica sulle donne.

di donma , lunedì 24 novembre 2008 8.10
Sabato mattina prima neve al Sacro Monte di Varese,
stanotte prima neve a Venegono:
ci sono ancora le stagioni di una volta!
di donma , lunedì 24 novembre 2008 6.57
Commovente la profondità di questo Papa
e la sua passione vera per gli uomini e per la Chiesa


Dall'Udienza di Paolo VI
- 25 settembre 1968

A Noi basta ora fare un’osservazione d’indole generale, una Nostra contestazione (se così vi piace) circa la diagnosi dell’animo giovanile, alla quale abbiamo testé accennato; ed è questa: quella diagnosi è incompleta, estremamente incompleta; la potremmo dire «globalmente» falsa, se essa pretende darci una descrizione integrale e onesta della gioventù degli anni sessanta (o settanta se più vi piace); sarà parzialmente esatta, forse, ma non è corrispondente alla realtà, a tutta la realtà giovanile odierna.
Perché? perché trascura alcune caratteristiche importantissime del giovane d’oggi; caratteristiche, che, inquadrate nel disegno fedele del suo volto autentico, ci danno di lui, del giovane d’oggi, un’immagine molto diversa. Anche qui, a volere studiare bene le cose, troppo vi sarebbe da dire. Accenniamo appena, quasi ad esempio, con qualche domanda.
Non è forse vero che oggi la gioventù è appassionata di verità, di sincerità, di «autenticità» (come ora si dice); e ciò non costituisce un titolo di superiorità? Non vi è forse nella sua inquietudine una ribellione alle ipocrisie convenzionali, di cui la società di ieri era spesso pervasa? E nella reazione, che sembra inesplicabile ai più, che i giovani scatenano contro il benessere, contro l’ordine burocratico e tecnologico, contro una società senza ideali superiori e veramente umani, non vi è forse un’insofferenza verso la mediocrità psicologica, morale e spirituale, verso l’insufficienza sentimentale, artistica e religiosa, verso l’uniformità impersonale
E perciò non vi è in questa insoddisfazione giovanile un segreto bisogno di valori trascendenti, il bisogno d’una fede nell’Assoluto, nel Dio vivente? Ancora: è poi vero che i giovani d’oggi sono individualisti ed egoisti, quando non sanno più vivere se non in compagnia d’altri giovani, quando hanno un istinto, perfino eccessivo, dell’associazione, del conformismo collettivo? E chi oserà sostenere che i nostri giovani sono incapaci di abnegazione e di amore per il prossimo, quando sono proprio essi che spesso, nei momenti di pubblico bisogno, o nelle situazioni socialmente insostenibili, danno lezione a tutti di prontezza, di dedizione, di eroismo, di sacrificio? Non conoscono i giovani coloro che non vedono quale capacità di rinuncia, di coraggio, di servizio, di eroico amore essi hanno nel cuore; e oggi forse più di ieri. E che cos’è quella loro impazienza d’entrare subito, e come uomini adulti non come fanciulli minorenni, nell’arringo della vita reale, se non una rispettabile e spesso encomiabile ansia di partecipazione alle comuni responsabilità?
Dunque l’esame dello spirito giovanile contemporaneo è da rifare; esso è delicato e complesso; e a Noi offre fin d’ora questa certezza: il rapporto fra gioventù e Chiesa, al quale accennavamo, non è affatto un rapporto definitivamente negativo, non è un rapporto d’opposizione, di estraneità; è un rapporto positivo; quello di una scuola, dove la verità e lo spirito si aprono, si svelano e s’incontrano; quello d’una comunità organica, dove l’unità non crea oppressione, né uniformità, ma reciprocità, rispetto ed amore; quello d’una singolare pienezza, d’una impensata felicità; la pienezza degli autentici valori umani e spirituali; la felicità della certezza, della carità; quello d’un incontro prodigioso e stupendo, l’incontro con Uno, il Quale sta tra la Chiesa che lo introduce e la gioventù che lo scopre, anzi che vi scopre l’unico vero amico, l’unico vero maestro, l’unico vero e sommo eroe, l’unico vero prototipo di Uomo, che valga la pena di cercare e di integrare per sempre alla propria vita; voi capite Chi è; è Cristo, è Dio fatto uomo. È il segreto, è il dono della Chiesa. Esso lo offre alla Gioventù!
il testo completo nella sezione Testi
di donma , lunedì 24 novembre 2008 6.27
Ramona for president
di Massimo Gramellini
L’attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni (i rapporti con gli uzbeki sono congelati in attesa di trovare un’attrice di madre lingua). La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull’onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un’esperienza parlamentare.
Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l’ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.
di donma , sabato 22 novembre 2008 23.13

Un brano che mi piace sempre,

con la speranza che qualcosa cambi!

di donma , sabato 22 novembre 2008 23.09

Oggi, esattamente 40 anni dopo il sottoscritto,
è nato questo bambino.
C'è futuro per il mondo!

di donma , venerdì 21 novembre 2008 8.27
Il calendario metaforico
di Massimo Gramellini
Dopo le guerre, le tette restano la passione di cui i maschi si vergognano di più. Quando vogliono fare una guerra dicono di voler esportare la democrazia. E quando vogliono mostrare una tetta dicono che è una metafora della crisi o un messaggio di attenzione dell’uomo verso la natura, per usare le parole con cui Tronchetti Provera ha illustrato a Berlino il nuovo calendario Pirelli, dove modelle nude si rotolano nella savana e dondolano appese alle zanne di un elefante.
Non mi sfugge l’importanza del superfluo, purché non sia trucido, e in questo caso non lo è, trattandosi di foto d’autore. Ma trovo stucchevole la necessità, comune a molti, di rivestire le tette di nobili intenzioni, attribuendo loro significati simbolici. L’unico riferimento alla crisi che intravedo nelle modelle del calendario è la loro sconfortante magrezza. Quanto alle altre metafore, fra zanne e proboscidi me ne vengono in mente solo di ridicole o volgari, invece sento dire che quelle donne discinte e quegli elefanti esterrefatti sarebbero lì per lanciare un allarme in difesa dell’ambiente. La difesa dell’ambiente è l’ultima sottoveste alla moda con cui si coprono tutte le vergogne: fra un po’ la useranno persino i petrolieri. Io mi accontenterei di lanciare un allarme in difesa del linguaggio: «Abbiamo realizzato un calendario di tette d’artista perché agli acquirenti piacciono le tette e il particolare che siano d’artista consente loro di appenderle alla parete senza morire d’imbarazzo». Che mondo sarebbe il mondo, se fosse così sincero. Una metafora del paradiso.
di donma , giovedì 20 novembre 2008 21.05
Due milioni di cause per sei miliardi di euro. Sei italiani su cento sono in lite col vicino
Spesi tre miliardi di euro l'anno. Schiamazzi e rumori notturni principale causa di litigio
Condominio, carissimo nemico. Cronaca di una battaglia quotidiana
Quel tac-tac degli zoccoli alle cinque del mattino. Quel parcheggio usurpato nel cortile. Quel cane che non smette di abbaiare. Quell'odore di broccoli che invade le scale. Quel maleducato che lascia aperto il portone. Quel principiante che strimpella "Per Elisa" all'infinito. Quei bambini che schiamazzano. Quelle cicche che piovono sul prato.
Altro che casa, dolce casa: da quando l'italiano è diventato un condomino, la sua vita quotidiana è tormentata, oppressa e inacidita dalle battaglie rancorose e sorde che si nascondono sotto l'ipocrisia del buongiorno-e-buonasera davanti all'ascensore, da quelle beghe tra vicini di casa che cominciano con una telefonata all'amministratore, esplodono nell'assemblea del palazzo e finiscono con gli insulti in tribunale, sul più affollato terreno di scontro di questo terzo millennio: la trincea del condominio.
Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Tre miliardi di euro spesi ogni anno per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato.
Chiunque si sia trovato a vivere in un appartamento anche solo per una stagione sa bene che una scala può diventare un campo minato, un pianerottolo può trasformarsi nel ring dei dispetti quotidiani, un androne può mutarsi nel teatro di un dramma. Micro-conflittualità di caseggiato, la chiamano i sociologi. E sbagliano, perché non è micro per niente.
Non solo perché c'è chi arriva a uccidere, per un cane che abbaia o per un rumore di tacchi - quelli che dopo il delitto i carabinieri catalogano immancabilmente come "futili motivi" - ma perché il rancoroso litigio tra condomini è all'origine di una valanga di cause civili e di processi penali.
Ma qual è la scintilla che accende lo scontro? Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell'Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. A Roma, per esempio, un condomino ha denunciato il vicino per rumori molesti perché "tirava ripetutamente lo sciacquone nelle ore notturne, nonostante fosse stato debitamente avvertito che il rumore dello scarico svegliava la famiglia del piano sottostante".
Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni, che ormai rappresentano per il genere umano quello che per i gatti sono le zuffe per il dominio del territorio. Che diritto ha l'inquilino del terzo piano di parcheggiare il suo furgone al centro del cortile? Perché la signora dell'attico ha piazzato una scala a chiocciola per arrivare al terrazzo condominiale? Come si è permesso il ragioniere del pianterreno di piantare un albero nel giardino comune?
Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali: bimbi che tirano il pallone contro la saracinesca, meccanici che sgasano motori rombanti, portieri che tagliano l'erba alle sei del mattino, magazzinieri che scaricano le bombole del gas. Qualche anno fa il nuovo proprietario di un appartamento all'ultimo piano scoprì che gli altri condomini avevano piazzato le loro autoclavi proprio sopra la sua camera da letto, e dunque il suo sonno era fatto di brevi pause tra il botto di una pompa e quello di un'altra. Andò dall'amministratore, andò dai vigili, andò dal pretore, andò persino in tv (alla trasmissione "Mi manda Lubrano"), ma sempre con lo stesso risultato: zero.
L'acqua che piove dal balcone del piano di sopra è al quarto posto: una volta quello che nei regolamenti condominiali è chiamato "stillicidio" prendeva la forma dei panni che gocciolavano o del filo d'acqua che scendeva giù dai vasi appena innaffiati.
Oggi, purtroppo, l'avvento degli irrigatori automatici ha aperto un nuovo fronte: c'è chi è convinto di avere un diritto naturale a lasciarli aperti a manetta per tutta la notte, e non prende neanche in considerazione le proteste della signora del piano di sotto che si ritrova il balcone allagato e il muschio sulle pareti.
Al quinto posto, il braccio di ferro sugli animali domestici. Il pastore tedesco che lascia le sue impronte sull'ascensore, il randagio che fa la pipì sulle macchine posteggiate, il dobermann che scende sempre le scale senza museruola, la gattina adottata dal condominio che fa paura alla signora del quarto piano, per non parlare del rottweiler del colonnello che ha sbranato il chiuhaua della professoressa. L'anno scorso, un ingegnere portò al magistrato le foto della sua auto, il cui parafango era stato addentato - e deformato - dai denti di un pitbull (nulla potè però la giustizia, perché l'animale si era nel frattempo dato alla latitanza).
Tutto questo senza entrare nel contenzioso che tocca il portafogli: il distacco dalla caldaia condominiale, l'errore nella tabella millesimale, l'annullamento dell'assemblea che deliberò il rinnovo della facciata, la contestazione delle quote per l'acqua e via impugnando. Si arriva, dicevamo, a due milioni di cause.
Questo fiume livido e aspro di dispetti e di ritorsioni sfocia nelle aule di tribunale occupando la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma c'è un'intera sezione del Tribunale (la quinta) che si occupa solo di contenzioso condominiale. È al terzo piano del palazzo di viale Giulio Cesare, una lunghissima serie di stanze disadorne nelle quali un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno.
Ma il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete.
Ma ci riescono davvero, poi? "Noi dobbiamo emettere una sentenza - ammette Osvaldo Jacobelli, giudice di pace della sezione penale - ma è molto difficile che la giustizia riesca a risolvere il problema pratico che assilla il querelante, dal ticchettio dei tacchi allo sciacquone notturno". Certo, se sono volati gli insulti le cose cambiano.
"Intanto però ci vogliono dei testimoni - spiega Francesco Malpica, anche lui giudice di pace - altrimenti è la tua parola contro la mia. E poi i rapporti sociali si sono così imbarbariti che le parolacce sono diventate un fatto ordinario, al punto che la stessa Cassazione ha stabilito che non offendono più il decoro e l'onore del destinatario. La verità è che nelle cause di condominio affiorano tutte le frustrazioni dell'essere umano: ci vorrebbe uno psicologo, accanto al giudice". Conferma Roberta Odoardi, direttore generale dell'Anammi: "Una volta i vicini erano degli amici. Oggi sono degli sconosciuti, verso i quali prevale spesso l'intolleranza. Prima si citofonava, adesso si va direttamente dall'avvocato".
I magistrati, comunque, vedono solo la cima di un albero assai più grande di quanto non dicano le statistiche del ministero. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati.
I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto. "A chi si lamenta del cane del vicino, io dico che in 32 anni di carriera non ho mai letto una sentenza di sfratto per un cane" racconta l'avvocato Stefano Giove. "Certo, a volte la causa è inevitabile - prosegue - Ma chi la avvia deve sapere che i nostri giudici non sono come quelli americani, che possono ingiungere al condannato una concretissima soluzione. In Italia si intrecciano norme lacunose, limiti procedurali e giudizi lunghissimi, fino a otto anni, durante i quali le liti con l'altro condomino si fanno spesso ancora più aspre".
Sulla trincea del condominio, dunque, lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde. Servirebbero un codice speciale, processi lampo e nuovi poteri per i giudici. Ma né l'uno né l'altro sono all'ordine del giorno di questo Parlamento, indizio non minore di quanto poco sappiano i nostri legislatori delle angosce quotidiane degli italiani. Per i quali, una volta varcato il cancello condominiale, vale ancora una sola regola: la legge del più forte.

  

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