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Bollettino per i naviganti Riduci
Questo sito non è un sito. Questo blog non è un blog. Non vuole "piazzare" nulla e non svela nessuna intimità. E' un'antologia di pezzi scritti e di immagini incrociate, che rimandano ad ascolti, profumi, sapori, tocchi, visioni. Ogni giorno uno-due-tre colpi di carboncino e di sanguigna, che tratteggiano per il lettore fedele lo schizzo tutt'altro che indefinito di una vita che sorprende dall'interno colui che la vive. Altre vite si sono ritrovate in questi bytes e amano riprenderne i contenuti. Non chiedete a queste pagine più di quanto possano dare; non chiedete loro altro da quello che vogliono dare; aiutatele a dare sempre meglio. Buon approdo!
don Chisciotte

Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione Riduci
di donma , giovedì 30 ottobre 2008 17.41

La vera bellezza
Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili.
Per avere uno sguardo amorevole, cerca il lato buono delle persone.
Per avere un aspetto magro, condividi il tuo cibo con l'affamato.
Per avere capelli bellissimi, lascia che un bimbo li attraversi con le proprie dita una volta al giorno.
Ricorda, se mai avrai bisogno di una mano, le troverai alla fine di entrambe le tue braccia.
Quando diventerai anziana, scoprirai di avere due mani, una per aiutare te stessa, la seconda per aiutare gli altri.
La bellezza di una donna aumenta con il passare degli anni.
La bellezza di una donna non risiede nell'estetica, ma la vera bellezza in una donna è riflessa nella propria anima. E' la preoccupazione di donare con amore, la passione che essa mostra.

Audrey Hepburn
di donma , giovedì 30 ottobre 2008 6.03

Lo studio dell'Accademia Italiana della Cucina
Il pranzo della domenica? Un rito per 8 milioni di italiani
Solo il 5% degli italiani preferisce il ristorante, mentre l'imperativo è: tutti a casa in famiglia

Per otto milioni di famiglie il pranzo della domenica è un rito intramontabile: lo sostiene uno studio dell'Accademia Italiana della Cucina, presentato a Milano, che ha toccato tutte le regioni d'Italia, coinvolgendo le 280 delegazioni dell'Aic e producendo ben 1.834 questionari. Sembra, infatti, che tutte le domeniche il 52% delle famiglie italiane si sieda a tavola per gustare un menu che è lo stesso di 50 anni fa: antipasto di salumi misti, pasta asciutta o ripiena, arrosto, patate e torta di mele. Almeno per un giorno trionfa il tipico e il territorio, dicendo no ai piatti pronti e a quelli surgelati. Solo il 5% degli italiani preferisce il ristorante, mentre l'imperativo è: tutti a casa in famiglia.
Nouvelle cuisine, happy hour, finger food, fast food e cucina molecolare. Quindi vent'anni di sperimentazioni e mode alimentari non sono riusciti a intaccare il rito, tradizionalissimo, del pranzo della domenica. «Sono ben felice - afferma Giovanni Ballarini, presidente dell'Accademia Italiana della Cucina - che la ricerca confermi che il pranzo della domenica è un cerimoniale amato e diffuso. Che non solo resiste alle nuove tendenze alimentari ma rappresenta il più solido presidio della tradizione gastronomica italiana, il baluardo più autentico contro i fast food e il rito attraverso il quale recuperare l'antica tradizione del desco familiare». Ed è il Sud il presidio del pranzo della domenica. Un appuntamento che per i cittadini del meridione rappresenta il momento della condivisione familiare (73%) in misura maggiore rispetto a quelli del Centro (61%) e del Nord (56%). Ma non solo. Al sud il pranzo della domenica rappresenta un appuntamento costante: 6 italiani su 10 lo effettuano ogni settimana contro il 50% dei cittadini del Centro e il 45% di quelli del Nord. Al di là del significativo valore gastronomico le famiglie si incontrano per riaffermare il valore della famiglia e lo spirito di convivialità (63%). Quanto alle ricette, l'82% degli italiani ama gustare piatti strettamente locali, preparati con ingredienti freschi: il 65% non fa uso di surgelati e l'85% ha abolito i piatti pronti. I piatti più consumati? Tra gli antipasti trionfano gli affettati (28%), a seguire crostini (15%) e antipasti di mare (5%). Tra i primi vittoria al fotofinish di pastasciutta (17%) e dei tortellini (16,5%), poi lasagne (12%) e risotto (11%). È il classico arrosto, invece, a dominare tra i secondi (24%). Tra i contorni più presenti le patate (30%), seguite dall'insalata (26%). Ma un pranzo della domenica che si rispetti si conclude con un dolce. Il preferito dagli italiani è la torta (15%) seguita dalla crostata (12%), dalla piccola pasticceria (8%) e dal gelato (7%).
di donma , mercoledì 29 ottobre 2008 21.50
È finita con un pareggio, 1-1 in amichevole con la Giordania, la prima partita in casa della nazionale palestinese, a Gerusalemme, finora costretta a giocare solo in trasferta per colpa della tensione a Gaza e Cisgiordania. Per 48 minuti la Palestina è stata in vantaggio, entusiasmando i 6.500 spettatori allo stadio e gli altri piazzati sui tetti delle auto o sui balconi delle case. (nella foto Afp, la preghiera prima del calcio d'inizio).
di donma , mercoledì 29 ottobre 2008 18.04

Gli strofinacci della signora Gina
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7- 02.03.08

«Bisognerebbe farle un monumento», diceva spesso il don Luigi. Da vent’anni la signora Gina tiene in ordine la chiesa, si cura delle pulizie, toglie i fiori appassiti. Sempre disponibile, la signora Gina. La signora Gina, però, è anche un po’ bisbetica e, mentre spolvera panche e balaustre, borbotta di quelle che parlano e parlano, «ma se provi a chiedere loro un aiuto, allora si ricordano di essere proprio di fretta!». La signora Gina è anche un po’ fissata: ha i suoi orari, ha i suoi metodi, ha i suoi strofinacci ben sistemati, tra detersivi e smacchiatori, scope e palette. Don Luigi azzarda una proposta: «Signora Gina, lei merita un monumento! Però adesso possiamo cercare chi l’aiuta e possa un domani sostituirla». «Ti dico io - confida tutta offesa la Gina alla sua amica - se dopo tanti anni mi deve trattare così. Cosa sono? Un ferrovecchio?». Gli strofinacci della signora Gina dicono che anche un servizio può diventare un potere, e chi è generoso può finire per pretendere di essere inamovibile. Che si tratti di strofinacci o dell’organo, della segreteria dell’oratorio o del comitato della festa. Disponibili a tutto, non però a collaborare o a farsi da parte.
di donma , mercoledì 29 ottobre 2008 16.43
La nostra tv si fonda sul sadismo
Ricetta per sconfiggerlo: portare gli spettacoli di seconda serata in prima, anche correndo il rischio della noia
di Aldo Grasso
Domenica, verso le 19.20, mentre Pippo Baudo come e più di un commesso viaggiatore tentava di piazzare l'ultimo film dell'ultima figlia di Tognazzi (ma le colpe dei figli ricadono sul padre?), sulla prima rete della tv svizzera, Michele Fazioli intervistava Umberto Eco (Controluce, TSI1). L'occasione era l'assegnazione del Premio Manzoni, a Lecco. Eco naturalmente ha parlato di Manzoni (l'analista di linguaggi, il regista cinematografico ante litteram, lo psicologo sociale...), di tecniche narrative, di ipotiposi (figura retorica che consiste nel rappresentare una scena con la parola ma in modo così vivido da offrirne l'immagine visiva), del triangolo più o meno amoroso che si instaura tra autore, testo e lettore, di Proust e del suo amore per le canzonette, di tante altre cose. Coi baffi e senza barba, Eco sembra un'altra persona, così il suo interlocutore ha osato ancora stuzzicarlo sulla famosa fenomenologia di Mike Bongiorno.
Eco se l'è cavata con quella che dovrebbe essere la premessa di ogni critica tv: si parla del personaggio non della persona. Ma poi non ha resistito ad alcune considerazioni sulla nostra tv, il cui modello dominante sarebbe La corrida. Il dilettante allo sbaraglio (e per esteso il non famoso, lo sconosciuto che accede alla ribalta, l'anonimo mediocre...) e le peripezie dell'inferiore mettono a nudo il nostro sadismo. La nostra tv si fonda sul sadismo. Per sconfiggere il quale basterebbe una piccola inversione in stile Bbc: portare gli spettacoli di seconda serata in prima, anche a rischio di noia. L'intervista è stata molto interessante anche perché Eco non aveva alcun libro da promuovere. Per questo, come corollario all'avanzamento della seconda serata, vorrei proporre una moratoria: per almeno sei mesi, a tutti gli ospiti che vanno in tv è fatto divieto di promuovere una loro opera, di qualsiasi genere. Senza promozioni, la Vanna Marchi che alberga in tanti presentatori verrebbe infine umiliata.
di donma , martedì 28 ottobre 2008 10.04

Il giusto, come il legno di sandalo, profuma la scure che lo colpisce.

detto orientale
postato 1 novembre 2007
di donma , martedì 28 ottobre 2008 5.39

E' uscito in Italia il nuovo libro-intervista

al card. Carlo Maria Martini

di donma , lunedì 27 ottobre 2008 11.09
Commento di don Matteo Panzeri su Radio Marconi
“Prima di tutto: il vangelo del giorno”.
Lunedì 27 Ottobre: Lc 10, 13-17
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Come avremmo reagito noi di fronte a questa scena? Gesù ha appena sciolto le giunture di una donna immobilizzata da diciotto anni.
Luca ha molta cura nel farci intravvedere il lungo e travagliato calvario di questa donna: ci dice infatti che la sua malattia ha 18 anni; che era inferma; che era curva, cioè ferita nella sua stessa dignità, quella che fa stare a testa alta, costretta nel suo stesso corpo ad una posa innaturale; inoltre, il Vangelo ci dice che proprio “in nessun modo” poteva drizzarsi, quasi a suggerire una definitività formidabile di questo male che la tiene prigioniera .
Gesù si è appena mostrato come via di salvezza per questa donna. Il capo della sinagoga invece sembra non percepire nemmeno ciò che è appena accaduto. E’ strano perché fa quasi compassione la sua formidabile meschinità; ci viene da dire: “poveretto, ma di fronte a questo straordinario evento, lui non sa far altro che lamentarsi per una prescrizione formale trasgredita?”.
E’ il cuore gretto di quest’uomo il vero oggetto della compassione di Gesù, manifestata così mirabilmente nei confronti di questa donna. Potremmo quasi cogliere un parallelo: come il corpo di questa donna era bloccato in una posa innaturale, e in nessun modo poteva essere restituito alla sanità così il cuore di un uomo tanto misero non può che rimanere bloccato nella sua piccineria, nella sua visione limitata, gretta e incapace di rendersi conto delle grandi meraviglie che Dio opera.
Anche oggi noi ci imbattiamo spessissimo in persone dal cuore così misero e così limitato che nonostante ci facciano del male noi quasi abbiamo compassione di loro perché capiamo che se sono capaci di essere così velenosi è perché il loro cuore è talmente bloccato, avvelenato, da farli diventare veri e propri serpenti con gli altri.
Intuiamo, in qualche modo, che la malvagità che intride i loro atti e le loro parole deriva dalla miseria interiore, dalla paura che blocca, svuota e poi essicca il loro cuore.
Come dunque la malattia della donna è un simbolo efficace della malattia di questo capo della sinagoga, così la guarigione della donna è segno eloquente di quanto Gesù è in grado di fare anche nei cuori più meschini.
Come suoi discepoli dunque, siamo chiamati anzitutto a non disperare: anche i cuori più meschini, anche le anime più inguaribili possono essere sanate dallo Spirito che Gesù dona a tutti. E così sarà. (...)
di donma , lunedì 27 ottobre 2008 9.05
Si sono svolti i funerali di don Gian Paolo Gastaldi.
Lo ricordiamo con questo articolo

Il coraggio di don Gianpaolo: «Noi andiamo avanti»

L’11 luglio 2003 l'auto del parroco della Comasina, parcheggiata nel cortile della chiesa di San Bernardo, venne incendiata da alcuni sconosciuti. Un grave gesto intimidatorio (poi ripetutosi nel gennaio 2006) perpetrato da chi, evidentemente, si sentiva infastidito dalle attività della parrocchia. Riproponiamo l’articolo pubblicato sul settimanale “Il nostro tempo di Milano” del 20 luglio 2003

«Mentalità mafiosa» e «desolazione civile». Per don Gian Paolo Gastaldi sono questi due gli ingredienti all’origine della miscela esplosiva che ha portato all’attentato incendiario nelle prime ore di venerdì 11 luglio, quando, nel cortile della parrocchia, sconosciuti hanno dato fuoco all’auto di don Gian Paolo, di quella di sua sorella e di quella del viceparroco. Don Gian Paolo è alla Comasina da circa 20 anni ed è parroco di San Bernardo da una decina. Conosce bene dunque la storia e le persone di questo quartiere a nord ovest di Milano. Un quartiere che è stato spesso al centro di tante cronache dei giornali, per gli scontri fra clan malavitosi, per lo spaccio di droga, per la banda Vallanzasca (anche se in realtà il bandito Vallanzasca alla Comasina aveva solo la fidanzata). Come spesso accade, la realtà di un quartiere è molto più complessa, la vita va ben oltre la cronaca nera. E quindi la sinistra fama della Comasina non fa giustizia a chi per tanti anni ha combattuto perché un quartiere di periferia fosse più vivibile. E una di queste realtà è la parrocchia, con decine di genitori, giovani e anziani che si impegnano in una miriade di iniziative di carattere sociale ed educativo a servizio di tutto il quartiere. Rimane però il fatto che qualcuno ha voluto punire i preti e la parrocchia con un attentato. Ed è quindi importante cercare di capire come ciò sia potuto accadere. Forse è il campanello d’allarme che segnala problemi più gravi e ampi.
A distanza di alcuni giorni dall’attentato, quale idea si è fatto delle cause che possono esserne state all’origine? Si è parlato di proteste di alcuni cittadini per il rumore causato dai bambini dell’oratorio feriale, oppure del fatto che abbiate dato fastidio a qualche spacciatore di droga...
Di una cosa sono certo. Il gesto nasce da una cultura mafiosa, ma non perché chi l’ha compiuto è mafioso, ma perché ha una mentalità mafiosa. Quindi dietro questo attentato c’è probabilmente una questione che è diversa dai riferimenti che alcuni hanno fatto alla criminalità organizzata della Comasina.
Si spieghi meglio...
Il problema che sta dietro questo fatto è grave. Questa cultura che potremmo definire violento-mafiosa spinge a compiere gesti con conseguenze più gravi di quanto siano le ragioni che li fanno scaturire. Quindi se uno mi deve dei soldi e non me li dà, lo uccido. Un altro mi offende e io lo accoltello. Ragioni futili, insomma, portano però a gesti gravi. Così penso sia accaduto nel nostro caso. L’oratorio e la parrocchia mi danno fastidio, o perché fanno troppo rumore o per altri motivi, e io brucio le auto dei preti. Il danno che provoco, però, è maggiore rispetto a quello che poteva essere la mia pretesa di giustizia. E questa cultura è alimentata anche dall’assenza delle istituzioni. C’è una completa paralisi delle forze dell’ordine e della giustizia, innanzitutto. È un fatto evidente e ha le sue gravi conseguenze, specialmente sulla microcriminalità. La gente non va neanche più a denunciare danni e furti che subisce. Sia ben chiaro, non sto criticando gli uomini delle forze dell’ordine, che anche qui in quartiere ogni giorno cercano con ogni mezzo di far fronte alle emergenze. Ma il problema è che non vengono dotati degli strumenti necessari e sono sempre troppo pochi rispetto alle esigenze. Ci troviamo in una situazione in cui mancano a livello territoriale le istituzioni: dalle forze dell’ordine, alla scuola, agli uffici comunali o sanitari. In quartiere non è possibile fare un certificato, bisogna andare in Bovisa, ma poi alla Bovisa, come è capitato a me, si trovano gli uffici chiusi per ferie e allora bisogna andare in altri distaccamenti del Comune in altri quartieri. Quel poco che c’era anni fa è stato man mano smantellato. Anche in campo sanitario: in quartiere si possono fare solo prelievi del sangue. E la popolazione del quartiere sta invecchiando. Ma come si fa a pretendere che gli anziani per qualsiasi cosa debbano prendere l’autobus e recarsi in altre parti della città?
E secondo lei questo può spiegare un attentato incendiario alle auto dei sacerdoti?
È il contesto in cui possono maturare gesti così. Di fronte alla mancanza di prevenzione, di fronte al senso di impunità, di fronte alla frustrazione che si prova quando ci si rivolge alle istituzioni per avere giustizia o un servizio quale un banale certificato, la gente è indotta a risolvere i problemi con altri mezzi. Viviamo in un contesto di desolazione civile, che è il terreno ideale in cui possono attecchire una mentalità violenta e mafiosa.
Si è parlato anche del vostro impegno contro la droga...
Il nostro lavoro è di tipo preventivo. Ed è un lavoro quotidiano, attraverso le varie iniziative educative della parrocchia, attraverso l’attenzione verso gli adolescenti. Non abbiamo fatto crociate, ma proponiamo ai giovani un progetto educativo chiaro e fermo, nel quale la droga non ha spazio. È evidente che è un lavoro che può dare fastidio, perché sottraiamo clienti potenziali agli spacciatori. Comunque noi andremo avanti, serenamente come sempre abbiamo fatto.
di donma , domenica 26 ottobre 2008 21.55

Tra il risotto di Attilio e il brasato di Maria...

di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 13 luglio 2008
Il risotto dell’Attilio è famoso ed è un piatto tradizionale per la festa patronale. Chi incontra l’Attilio per strada non risparmia elogi. E a lui basta per sentirsi ricompensato di giorni di frenesia e di fatica. La polenta e brasato della Maria è una squisitezza, non può mancare per la festa patronale. Anche per lei abbondano complimenti e gratitudine. Due piatti famosi e due cuochi apprezzati: che cosa si può desiderare di meglio? Eppure, chi sa perché, quando si avvia la macchina dei preparativi si comincia a percepire una tensione: quali fornelli toccano a me? Che cosa si serve per primo? Dove si preparano gli ingredienti? Succede che cuochi e collaboratori si schierano, talora le parole diventano aspre. Il parroco stenta a convincere che si può fare tutto per bene e in pace, che importante è stare insieme, che non è il caso di minacciare dimissioni perché manca un pentolino. Se gli capita di sbagliare una parola o di uscire con una battuta infelice, rischia di scatenare una guerra. Finita la festa, lavati i piatti, ringraziati cuochi e camerieri, il parroco, pregando compieta, si domanda se tra tante discussioni il patrono sia stato contento della festa patronale.
di donma , domenica 26 ottobre 2008 5.40
Non lo conoscevo e non so nulla di lui oltre a quello che dice questo articolo.
Ma riporto questa morte come "portavoce" di tante altre simili,
che lasciano senza voce.
don Chisciotte


L'azzurro era ancora in campo domenica scorsa. Poi un malore
Una carriera di successo, e il coinvolgimento nelle scommesse truccate
Tennis, morto Federico Luzzi, 28 anni, leucemia fulminante
Il mondo del tennis è sotto choc per la scomparsa improvvisa di Federico Luzzi: a soli 28 anni, l'ex azzurro della racchetta è stato stroncato da una leucemia fulminante. Solo domenica scorsa, a Olbia, era sceso in campo, nonostante un mal di testa insistente, per regalare un punto buono alla sua squadra, quella del Tc Parioli. Ricoverato in ospedale, gli era stata diagnosticata in un primo tempo una polmonite: giovedì, però, controlli più approfonditi avevano dato un responso più grave. Prime cure, poi il coma, da cui Luzzi non si è più svegliato.
Era stato il giovane più promettente del vivaio italiano, illuminato prima dalla ribalta della Davis con la scalata della classifica Atp fino al 92esimo posto, macchiato poi dalla squalifica per lo scandalo delle scommesse.
Nato ad Arezzo il 3 gennaio 1980, inizia a giocare a 3 anni e a 10 comincia la carriera juniores. E' campione del mondo under 14 ed europeo under 16, ma colleziona anche diversi titoli italiani. Passa al professionismo nel '99 e nel 2000 ottiene il suo primo risultato di rilievo nel torneo Atp di Kitzbuhel, qualificandosi agli ottavi battendo Guillermo Coria e Fernando Vicente, allora 34/o al mondo. (...)
Meno di una settimana fa era in campo in Sardegna nonostante le condizioni di salute avessero già dato segnali preoccupanti. Eppure Luzzi aveva detto ai compagni che se ci fosse stato bisogno avrebbe stretto i denti dando una mano nel doppio. E solo martedì aveva mandato al capitano della squadra del Parioli una foto di lui a letto con la flebo, ma con un messaggio confortante: "Sto guarendo e se ce la faccio torno in campo presto", aveva scritto. La leucemia invece non gli ha dato scampo, e dopo due giorni di coma l'ex azzurro se n'è andato. (...)
di donma , sabato 25 ottobre 2008 7.08
"Il Signore dice: Chi di voi vuole essere il primo e il più grande, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (cfr Mc 9,35). Chi accetta questo criterio deve servire gratuitamente, sottomettersi a tutti e dare le sue prestazioni come il debitore che restituisce un prestito ad alto tasso. Coloro poi che esercitano una autorità hanno un onere ancor maggiore degli altri. Il loro servizio è più impegnativo di quello dei sudditi. Devono dare l'esempio di saper servire umilmente gli altri, considerando i fratelli come un deposito loro affidato da Dio.
san Gregorio di Nissa, La vita cristiana, PG 46,295ss
postato il 22 ottobre 2007
di donma , sabato 25 ottobre 2008 7.05

La luce degli schermi blocca la sintesi di melatonina: il 45 per cento dei teen dorme male
Ci sono anche i casi di privazione volontaria del sonno. Gli esperti: seguire il proprio ritmo
Aumenta l'insonnia tra i ragazzi: colpa di computer, cellulari e tv

Il rapporto tra giovani e tecnologia è forse il più più interessante fenomeno sociologico del nuovo millennio, meltin' pot tra i misteri dell'adolescenza e le infinite possibilità del web. Ma anche i rapporti più oliati nascondono insidie, e in questo caso la spina nel fianco si chiama insonnia. Secondo studi recenti a decurtare le sette ore di sonno consigliate da ogni medico sono pc, tv, telefonini e play station, che interferiscono con la secrezione endogena di melatonina, l'ormone che regolarizza il sonno. "In Italia circa il 45% dei ragazzi al di sotto dei 20 anni dorme in media 4 o 5 ore a notte, il 25% ne dorme appena 6 e solo il 10% riposa abbastanza e con regolarità", spiega il neurologo Luigi Ferini Strambi, docente psicologia generale presso l'università "Vita e salute" del San Raffaele di Milano.
Queste percentuali sono lo specchio di una situazione diffusa in tutto il mondo. Paesi come la Francia stanno già affrontando il problema: l'Unione nazionale delle associazioni familiari e l'Accademia di Parigi hanno diffuso gratuitamente a famiglie, insegnanti e personale della sanità un dvd interattivo che mostra come la luce dello schermo blocchi la secrezione di malatonina. Circa il 14% degli adolescenti francesi ha difficoltà ad addormentarsi oppure si sveglia in piena notte, mentre negli Usa la percentuale sale al 25%. Un dato da mettere in relazione con la capacità di apprendimento: proprio qualche mese fa la National sleep foundation americana ha diffuso una ricerca che dimostra come il rendimento scolastico dei ragazzi che dormono almeno 7 ore a notte sia di gran lunga superiore a quello di coloro che ne dormono 5.
"Spesso i ragazzi mi chiedono farmaci per stare svegli più a lungo di notte e studiare - continua Ferini Strambi - ma il sonno consolida la memoria e consente di trattenere le informazioni, quindi il modo migliore per affrontare un'interrogazione è fare una bella dormita".
Altro grosso problema, sottolinea il neurologo, è la privazione del sonno volontaria. Stare svegli fino alle due di notte a caccia di curiosità su internet o in chat è un tentazione che fa scorrere le ore davanti al pc a velocità sorprendente. "In quel 45% dobbiamo considerare anche quei ragazzi che, al di là degli stravolgimenti biologici interni, non dormono perché non ce la fanno a staccarsi dal computer prima che sia notte fonda", conclude l'esperto.
L'albero della new technology nel giro di pochi anni ha prodotto frutti straordinari ma anche tossici. Malattie come la Iad (Internet addiction disorder) o "l'insonnia da pc" fanno ormai parte della letteratura psichiatrica e colpiscono fin dalla tenera età. "Se si includono anche i problemi transitori - spiega il neurologo Raffaele Manni, responsabile dell'unità di medicina del sonno dell'IRCCS "Fondazione C. Mondino" di Pavia - si calcola che ormai circa il 30% della popolazione italiana non riesca a dormire bene. Tra gli adulti la percentuale di insonnia persistente si aggira intorno al 10-13%".
Esistono comunque vai tipi di disturbi, dalla narcolessia (consiste in un eccesso di sonno) alla sleep apnea ostruttiva, della quale soffrono circa il 5% degli uomini e il 2% delle donne. Si tratta di una patologia della mezza età che spesso colpisce anche gli adolescenti, specie se in sovrappeso e con ipertrofia adeno-tonsillare. "Spesso i ragazzi soffrono di sonnambulismo - continua Manni - che si manifesta nella prima infanzia e poi passa con la crescita. Tutti questi problemi comunque regrediscono tornando a uno stile di vita più regolare, senza bisogno di farmaci".
Ottima cosa sarebbe dunque spegnere il pc alle 23 e non lasciare acceso il telefonino di notte, rientrare a casa prima e ridurre il consumo di alcol e fumo. Insomma evitare di sballare completamente il famoso "gene clock", ovvero l'orologio biologico (sfasatura che porta alla cosiddetta "sindrome della posticipazione di fase"). Vero è, come ogni medico riconosce, che tutti abbiamo un "cronotipo", vale a dire un rapporto col sonno basato sulle nostre personali attitudini, che ci distingue universalmente tra "gufi" e "allodole". (...)
di donma , venerdì 24 ottobre 2008 14.05
E' tutto vero...
ma - per decenza - non cito il sito.

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NUTRIRE E CURARE UN ANIMALE E’ COME NUTRIRE E CURARE UN BAMBINO, NEL SENSO CHE NON E’ LUI CHE SCEGLIE, MA DIPENDE DA NOI PRENDERE LE GIUSTE DECISIONI.
XXX si avvale di consulenze a livello universitario, di esperti di grande preparazione in tema di nutrizione animale e collabora con Aziende italiane certificate ISO 9001, veterinari che adottano l’HACCP (Hazard Analysis Critical Control Point), il piano per la prevenzione delle contaminazioni microbiologiche, chimiche e particellari, che consente di garantire l’aspetto igienico-sanitario degli alimenti.
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Nelle pagine del sito sono riportate le informazioni utili per una corretta scelta dei prodotti e degli alimenti più indicati per il Vostro piccolo, grande amico.
di donma , venerdì 24 ottobre 2008 8.14
Se anch'io avessi fatto 6
di Massimo Gramellini
Se vincessi cento milioni di euro al Superenalotto come quel fortunello di Catania, giuro che non saprei cosa farne. Ho desideri che costano meno. Così mi sono rivolto a un amico per chiedere consigli, nell’eventualità. Lui mi ha risposto quanto segue: «Cinquanta milioni li dai subito in beneficenza: una catena di ospedali in Kenya a tuo nome e ti sei ripulito la coscienza per l’eternità. Te ne restano comunque altri cinquanta per sporcartela con vizi e stravizi. Siamo un Paese cattolico, no? Sempre in bilico fra senso di colpa e voglia di peccare. Nei sondaggi della coscienza facciamo i veltroniani, ansiosi di cultura e valori immateriali, ma nella realtà della pratica c’è un piccolo premier ingordo in ciascuno di noi. Villoni, macchinoni, donnoni. E non pensare di nascondere la tua ricchezza: impazziresti. Perché in Italia non conta avere, ma far sapere agli altri di avere. Non sentirti orribile, se li vincesse un altro farebbe di peggio. Chi sputerebbe sul tavolo del capufficio un attimo prima di licenziarsi. Chi si comprerebbe l’azienda per il solo gusto di licenziare il capufficio. E chi guarderebbe negli occhi il coniuge sopportato da secoli per mancanza di vie d’uscita: "Sai che c’è, cocco (cocca)? È fi-ni-ta". Il denaro è un moltiplicatore del tuo ego. Ne esalta pregi e difetti. E poiché i difetti sono sempre più numerosi, con cento milioni di euro diventeresti quasi sicuramente un tizio arrogante e insopportabile. La libertà dal bisogno si tradurrebbe soprattutto nella libertà dal bisogno di piacere agli altri, che ti ha indotto fin qui a frenare gli istinti peggiori».
«Insomma», ha concluso il mio amico, «vincere cento milioni di euro è abbastanza una meraviglia, cioè uno schifo. Fortuna che non li hai vinti tu e che in ogni caso ci sono poi le banche a mostrarti il modo migliore per perderli tutti, il più in fretta possibile».
di donma , giovedì 23 ottobre 2008 7.48

L' idea di una Chiesa aperta che non si imponga dall' alto Quei dialoghi notturni in attesa dell' alba

«La parte più importante sono le domande dei ragazzi. Sono ancora interessati, oggi, a criticare la Chiesa, noi, chi governa, l' establishment? Oppure si allontanano in silenzio? Io sono convinto che là dove esistono conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all' opera...». Da un po' di tempo il cardinale Carlo Maria Martini si sofferma con urgenza crescente sul tema della morte, «pregherei Gesù di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura», ma le "Conversazioni notturne a Gerusalemme" (in uscita il 28 da Mondadori) non hanno nulla di crepuscolare e rappresentano piuttosto le considerazioni inattuali del grande biblista, un dialogo con i giovani che tende all' alba, al futuro, «ci siamo avvicinati ai sogni». Essenziale è il contesto. Figurarsi il cardinale conversare notte dopo notte con Padre Georg Sporschill, amico e confratello gesuita che aiuta i bimbi di strada in Romania e in Moldavia. Gesù e la «radicalità» del Vangelo, la giustizia «attributo fondamentale di Dio» e l' «inferno sulla terra», l' «opzione a favore dei poveri» e la speranza di «un nuovo rinnovamento della Chiesa». Al centro, i ragazzi. Il libro è scandito dalle domande che i giovani volontari impegnati con padre Georg gli hanno affidato. Così Martini li ascolta: la Chiesa «ha bisogno dei giovani» perché «ha sempre bisogno di riforme», e specie «nella vecchia Europa» è necessaria «una ventata d' aria fresca». In questo senso il cardinale nota preoccupato «l' indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio» e dice che Lutero «fu un grande riformatore», salvo aggiungere: «Trovo problematico il punto in cui, da riforme necessarie e ideali, crea un sistema a sé». La «forza riformatrice» della Chiesa «deve venire dal suo interno», Martini invoca una Chiesa «capace di ammettere i propri errori» come «dopo l' ingiusta condanna di Galilei o Darwin» («per i temi che riguardano la vita e l' amore non possiamo attendere tanto»), soprattutto «una Chiesa aperta». Attenzione, però: non intende una Chiesa che s' affanni a inseguire la modernità, disposta a concessioni per recuperare un po' di consenso. L' apertura è alle domande di chi vive nella modernità: è restare accanto alle persone, prendere sul serio i loro dubbi, aiutarle a crescere e diventare «collaboratori di Dio». Questione di metodo, «i percorsi non possono essere imposti dall' alto, dalle scrivanie o dalle cattedre». Agitare il ditino alzato non serve. Serve aprirsi alle persone concrete, «rendere testimonianza come Gesù» perché il Vangelo è aperto a tutti, «il samaritano vede il prossimo che il sacerdote non ha visto». Per dire: il sesso prima del matrimonio è un dato di fatto, «illusioni e divieti non portano a nulla». Non significa che il cardinale approvi. Però «nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare». Con sant' Agostino dice: «Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli a trovare il loro maestro interiore». Si tratta di dare fiducia, «renderli indipendenti» («anche i vescovi hanno bisogno di un interlocutore forte e consapevole») e accompagnarli nel loro sviluppo spirituale. Un bellissimo capitolo è dedicato agli esercizi spirituali di Sant' Ignazio di Loyola, «le guide sono amici nel senso evangelico: accompagnano, fanno domande, sostengono, ma non si mettono mai tra il singolo e Gesù, anzi promuovono questo dialogo». Martini offre risposte aperte e mette in gioco se stesso. Perché c'è il dolore? «Se osservo il male del mondo, esso mi toglie il respiro. Capisco chi ne deduce che non esista alcun Dio». Non ci sono risposte facili, bisogna mettersi in cammino: «Qual è la mia parte, e come posso io cambiare la situazione?». Il rischio è l'indifferenza. «Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Solo allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti». Per questo il fondamento dell'educazione cristiana è la Bibbia: «Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi». Non si coglie «l' ampiezza della visione di Dio». Perché «l'uomo, e anche la Chiesa, corre sempre il rischio di porsi come un assoluto. Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell' "essere cattolico"». Sapendo che «non puoi rendere Dio cattolico». Gesù tratterebbe la Chiesa attuale come i farisei? «Sì», risponde il cardinale: erano i suoi «amici» e Gesù «li amava». C' è chi nasce postumo, diceva Nietzsche. Di quello che Martini definisce «un piccolo libro» si parlerà per anni. L' importante è capire come la parola «critica», qui, non abbia un senso «politico», negativo: ha il valore essenziale che le può attribuire uno studioso di «critica» testuale delle Scritture. Quando padre Sporschill gli ricorda la storiella ricorrente del Martini «antipapa», lui sorride: «Sono, semmai, un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre».
Vecchi Gian Guido


Anticipiamo un brano delle riflessioni di Carlo Maria Martini
in libreria il 28 ottobre
I ragazzi sono i nostri profeti La vita, la fede, la morte: escono le «Conversazioni» del cardinale

Possiamo aprirci ai giovani solo prendendo spunto proprio da loro. Di cosa si interessano? Dove vivono? Come vivono le loro relazioni? Cosa criticano e quale impegno pretendono da noi? (...) Certamente il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l' intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno, caso mai lo si opprime. L' essere umano che incontro è fin dal principio un collaboratore e un soggetto. Dialogando insieme giungiamo a nuove idee e a nuovi passi condivisi. La questione che più tocca la sensibilità dei giovani è se li prendiamo sul serio come collaboratori a pieno titolo o se vogliamo farli ravvedere come se fossero stupidi o in errore. Crediamo che tutti gli esseri umani siano creature di Dio e abbiano uguale dignità. Questo è il presupposto fondamentale di ogni comunicazione cui prendiamo parte. (...) Esistono senza dubbio diverse situazioni ed età della vita, come le descrive la moderna psicologia dell' età evolutiva. Anche la Bibbia dispone di questa conoscenza nel Nuovo Testamento e, prima ancora, nell' Antico Testamento. Nella predica di Pentecoste, Pietro riprende infatti le parole del profeta Gioele del IV secolo a.C. e racconta l' opera dello Spirito Santo in tre fasi della vita, ognuna differente: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». I «figli e le figlie» saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. (...) Il contributo «dei figli e delle figlie» è fondamentale. Essi sono ancora interessati oggi a criticare noi, la Chiesa, i governanti, oppure si ritirano in silenzio? Dove esistono ancora conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all' opera. Nella ricerca di collaboratori e vocazioni religiose dovremmo forse prestare attenzione innanzitutto a coloro che sono scomodi e domandarci se proprio questi critici non abbiano in sé la stoffa per diventare un giorno responsabili e alla fine sognatori. Responsabili che guidino la Chiesa e la società in un futuro più giusto e «sognatori» che ci mantengano aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi.
Martini Carlo Maria
di donma , mercoledì 22 ottobre 2008 7.49
Padre Nostro
di Massimo Gramellini
Segnala un orripilato lettore che ieri sera il concorrente del quiz di Gerry Scotti non sapeva rispondere alla domanda: chi ha recitato per primo il Padre Nostro? Dunque, Monica Bellucci direi di no: non sa recitare. Anche Berlusconi mi sento di escluderlo: il Padre Nostro pensa di essere lui. Forse il Padre Nostro è una favola sul padre dei fratelli Grimm. La accendiamo?
Accendiamoci di vergogna, anche se non lo fa più nessuno: chi osa dire che la tv dovrebbe stimolare l’apprendimento anziché vellicare gli istinti al ribasso viene accusato di non sapersi sintonizzare con l’umore popolare. È probabile che in tenera età il concorrente abbia letto il brano del Vangelo nel quale la preghiera è recitata per la prima volta dal suo autore, un tale Gesù. Poi è successo qualcosa: gli impegni assillanti, la difficoltà di trattenere troppe nozioni dentro una testa già intasata dalla classifica di serie A. Sta di fatto che ha dimenticato il Padre Nostro e tante altre cosette che oggi magari gli sarebbero utili per viaggiare attraverso la vita come un turista sveglio, invece che come una valigia a cui tutti possono dare impunemente un calcio.
Sono sicuro che servirebbe anche a me ritornare periodicamente a scuola: un weekend al mese dietro i banchi, sotto le grinfie dei maestri licenziati dalla Gelmini. E forse la Chiesa, così attenta alle questioni etiche, farebbe meglio a occuparsi della ragione sociale della ditta, che oggi troppo spesso galleggia dentro omelie più noiose di un film iraniano coi sottotitoli in siamese.
di donma , mercoledì 22 ottobre 2008 7.41
Si racconta un aneddoto a proposito del cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, riguardo un teso quanto breve incontro con Napoleone Bonaparte. L'imperatore gli disse: "Distruggerò la vostra Chiesa!". Il cardinale gli rispose: "Non ci riuscirà; neppure noi ecclesiastici siamo riusciti a distruggerla in tutti questi secoli».

L'entomologo Christopher Tipping del college della citta' americana di Delaver, in Pennsylvania, e' giunto alla conclusione che gli scarafaggi sono in grado di sopravvivere diverse settimane privi della testa.
Taluni umani anche molto di più... quasi tutta la vita!
postato sul blog il 19 ottobre 2007
di donma , martedì 21 ottobre 2008 17.41

Avvocati e raccomandate per il dente rotto di Matteo
di mons. Mario Delpini
Avvenire - 1 giugno 2008

Per non offendere, si dice che Matteo è un ragazzo vivace. In realtà è una peste incontenibile. Si dice che sua mamma, Santippe, è una signora determinata. In realtà è una bisbetica insopportabile. Un pomeriggio d’oratorio per sfuggire a Luca, esasperato dai dispetti, Matteo è caduto. Si è rotto un dente. La signora Santippe arriva come una furia. I tentativi di don Andrea di spiegare le cose e riportare l’incidente nelle sue giuste proporzioni servono solo per capire che la signora Santippe ha già sentito gli avvocati. Sdottora infatti di omissioni in vigilando, di imprudenza in eligendo, di danni permanenti biologici e morali, di denunce e di risarcimenti. Difficile credere che cerchi giustizia. Più fondato è il sospetto che voglia alzare il prezzo. Gli avvocati non contribuiscono certo a una soluzione ragionevole. Tra raccomandate ed esposti, tra periti e convocazioni sono passati quattro anni. Tutti hanno perso tempo e soldi, la dedizione di don Andrea a curarsi dei figli degli altri, anche se sono un po’ difficili, è stata mortificata, i rapporti sono diventati difficili. Il giudice ha dato torto alle richieste spropositate. Valeva la pena, signora Santippe?
di donma , martedì 21 ottobre 2008 7.51
Allarme alcol, tra gli adolescenti: beve uno su cinque
Sessantamila gli italiani in cura per abuso di bevande alcoliche
In Italia l’età del primo contatto con l’alcol risulta la più bassa d’Europa. È uno dei dati emersi dalla prima Conferenza Nazionale sull’Alcol, organizzata dal ministero del Welfare e della Salute. I dati più preoccupanti relativi al consumo di alcol in Italia riguardano la popolazione giovanile e in particolare la fascia di età tra gli 11 e i 15 anni. Ben il 19,5% dei giovani tra gli 11 e i 15 anni dichiara infatti di aver bevuto alcolici nel corso del 2005 nonostante sia in vigore il divieto, sancito dalla legge, di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di 16 anni. Secondo i dati dell’indagine «Eurobarometro 2002» della Commissione Europea, l’Italia presenta l’età più bassa in Europa in relazione al primo contatto con le bevande alcoliche, con una media di 12,2 anni contro i 14,6 anni della media europea, immediatamente seguita da Irlanda e Austria, con 12,7 anni. Tra i giovani è molto diffuso il consumo di bevande alcoliche al di fuori dei pasti e questo rappresenta un importante indicatore di esposizione al rischio alcolcorrelato. I consumatori giornalieri sono poco diffusi tra i giovani e rappresentano nel 2005 il 2% della popolazione al di sotto dei 18 anni. I giovani tra i 20 e i 24 anni sono la classe di età più interessata dal consumo settimanale di alcolici fuori pasto, immediatamente seguiti da quelli tra i 25 e i 29 anni, ma il fenomeno riguarda in maniera rilevante anche i giovani tra i 18 e i 19 anni, i cui valori sono già superiori a quelli rilevati nel complesso della popolazione generale.
Fra i giovanissimi di età compresa fra 14 e 17 anni la percentuale di bevitori fuori pasto risulta praticamente raddoppiata tra il 1994 e il 2006, passando dal 13,4% al 24,2% tra i maschi e dal 8,0% al 16,8 % tra le femmine. «Molto diffusi risultano tra i giovani maschi i comportamenti di ubriacatura con tutte le conseguenze derivanti per la salute e la sicurezza propria e altrui - sottolinea il ministero -. Secondo l’ISTAT ammette di essersi ubriacato nel 2005 almeno una volta quasi il 50% dei giovani maschi di età compresa tra i 20 e i 29 anni ed il 14,6% di quelli fra i 18 e 19 anni. Meno interessate a questo fenomeno sono le ragazze (il picco più alto, 3,2 %, si raggiunge nella classe di età 18-19 anni)». Ammette di essersi ubriacato almeno una volta anche il 3,2% dei giovani maschi di età inferiore a quella legale per la somministrazione di bevande alcoliche (16 anni). In Italia la mortalità per incidente stradale viene stimata come correlata all’uso di alcol per una quota compresa tra il 30% e il 50% del totale degli incidenti.
Dalla Conferenza emerge anche un’alta percentuale di consumatori giornalieri (31%) tra i maschi delle classi di età medie e anziane, e, tra questi, alta percentuale di consumatori giornalieri eccedentari (16% della classe di età 65-74 anni); l’aumento, nei ricoveri ospedalieri, della percentuale di ricoveri femminili rispetto a quelli maschili e di ricoveri delle fasce di età più giovani rispetto a quelle più anziane; l’aumento percentuale delle diagnosi di cirrosi epatica alcolica nei ricoveri ospedalieri (+4,6% fra il 2000 e il 2004). Nel 2006 sono stati presi in carico presso i Servizi alcologici territoriali del Sistema sanitario nazionale 61.656 soggetti alcol dipendenti, in aumento del 9,6% rispetto a quelli del 2005. Il 75% riguarda persone tra i 30 e i 59 anni; il 15% giovani al di sotto dei 30 anni.

  

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