Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

di donma ,
mercoledì 30 gennaio 2008 19.54

Auguri di BUON ONOMASTICO!
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mercoledì 30 gennaio 2008 18.23
 Un giorno di lavoro in cantiere: sposto per le giuste ore molte lastre di marmo destinate a un pavimento. Le scarico dal camion, le trasporto all'interno, mi passano per le mani molte volte. La polvere bianca, la sfarinatura del marmo, si assesta in tutti i solchi delle mani, nei pori, nelle scalfitture. A raschiarla sotto l'acqua la sera, resiste come un velo. Poi a casa mi cucino una seppia e il residuo del suo nero insegue il bianco, a ricalco, su tutta la superficie delle mani. Le risciacquo, ma non a fondo, tanto non ho da fare baciamano. Siccome ho una testa che impasta sempre parole, penso che quel nero su bianco sopra mani mie, sia scrittura: che le cose intorno scrivano sopra di me e di tutti, e nessuno sa più leggere tutta la posta che ci arriva addosso, per esempio, le gocce di pioggia sopra un vetro. Neanche i bambini lo sanno fare. Forse sapeva Adamo, quando metteva i nomi a tutte le creature. Forse non li inventava, ma li leggeva scritti su di loro, nelle orme al suolo, nei voli in cielo. E se posso fare pagine da scrittore è perché io stesso stasera sono scritto da nero di seppia e polvere di marmo, su dorso e palmo di mano. Nel disparte di un tavolo da sparecchiare, nel fiato che esala cipolla, scrivo della materia che mi ha scritto.
Erri De Luca, Alzaia, 67
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martedì 29 gennaio 2008 22.21

"Dedicato ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane,
a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Certo non amano le regole, specie i regolamenti,
e non hanno alcun rispetto per lo status quo.
Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli,
ma non potrete mai ignorarli,
perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio,
perché solo quelli che sono abbastanza folli da voler cambiare il mondo...
lo cambiano davvero!"
Kivuli project
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lunedì 28 gennaio 2008 17.05
Se ci fosse stato GoogleEarth al tempo di Mosè,
forse avremmo potuto vedere così il passaggio del Mar Rosso!

L'idea di questo artista è proprio originale!
vedi qualche altro esempio:
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di donma ,
lunedì 28 gennaio 2008 13.20
Mir zainen do ("Noi siamo qui"): è un canto yiddish dei partigiani del ghetto di Vilna, in Lituania. Noi siamo qui: ci sono momenti in cui le fibre sfilacciate di un popolo si rianimano e nasce nella resistenza all'oppressione una nuova consistenza. Essa comincia sempre con una specie di "eccoci".
Abramo pronuncia il suo, quando Dio lo chiama per mandarlo a sacrificare suo figlio Isacco sul monte Moria. A Dio che lo chiama, risponde: hinnèni, eccomi. Ridice ancora la sua ardita parola al figlio che gli rivolge la terribile domanda: "Dov'è l'agnello per l'olocausto?". L'ultimo degli eccomi lo dirà a fiato corto quando l'angelo per due volte chiamerà il suo nome, per fermargli la mano armata sulla gola del figlio. Non aveva mai detto questa parola prima della prova di obbedienza richiesta da Dio e non la dirà più.
E buono a sapersi che anche Iod/Dio può dire il suo hinnèni alla creatura che lo chiama. Ce lo annuncia Isaia (58, 9): "Allora chiamerai e Iod risponderà. Strillerai e dirà: 'eccomi'". Eccomi è voce dei momenti di verità, quando si è chiamati a rispondere di sé. È il passo avanti, lo scatto che fa uscire dai ranghi e porta a uno sbaraglio. È la più bella parola che si possa pronunciare in quei momenti, un dichiararsi pronti, anche se non lo sì è affatto. Prima di usarla bisognerebbe allenarsi a pensarla più spesso.
Buona fortuna a chi dovrà pronunciare oggi il suo difficile "eccomi".
Erri De Luca, Alzaia, 40
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domenica 27 gennaio 2008 23.46
«Talvolta un pensiero mi annebbia l'Io: sono pazzi gli altri, o sono pazzo io?»
Albert Einstein
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di donma ,
sabato 26 gennaio 2008 9.40
SE QUESTO E' UN UOMO di Primo Levi
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.
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di donma ,
venerdì 25 gennaio 2008 17.00
Un anno fa cominciavo la convivenza con la mia "Lady". "First" non di fatto, ma di diritto.
Dopo "Vagabonda", ma nel cuore da sempre.
Ecco come la trovai:

La prima trasferta, per presentarla ai miei:

Le ho costruito una tettoia apposita,
e le ho fatto conoscere alcuni amici:

In dodici mesi abbiamo fatto 10.000 km, nella massima fedeltà reciproca:
grazie, First Lady!
Ma perché lasciarla sola e non pensare ad una sorellina?!
Ecco un "piccolo" sogno:

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giovedì 24 gennaio 2008 17.04
Festeggiando oggi il Patrono dei giornalisti,
san Francesco di Sales,
ripropongo un passaggio
del celebre "Io se fossi Dio" di Giorgio Gaber
(...)
Io se fossi Dio maledirei davvero i giornalisti e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare della libertà che avete avete ancora
la libertà di pensare
ma quello non lo fate e in cambio pretendete
la libertà di scrivere e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi,
voi che vi buttate senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora del regno dei cieli sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. (...)
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giovedì 24 gennaio 2008 9.50
La devozione è possibile in ogni vocazione e professione.
Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna “secondo la propria specie” (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta, bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona. Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l'artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso, e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa.
L’ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio di alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio.
Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili. E’ un errore, anzi un'eresia, voler escludere l'esercizio della devozione dall'ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. E’ vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa, può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta.
SAN FRANCESCO DI SALES, Introduzione alla vita devota, parte 1, cap. 3.
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mercoledì 23 gennaio 2008 19.02

"Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia".
Salmo 131,2
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mercoledì 23 gennaio 2008 13.23
"Prima ero ignorante, ma ora procedo verso un'altra forma di ignoranza consapevole.
Il solo fatto di voler fare un libro impedisce di scrivere come si dovrebbe".
Christian Bobin, La luce del mondo, 156
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martedì 22 gennaio 2008 16.58
 Presentato il rapporto Unicef: un bambino su quattro è sottopeso
L'80% delle vittime in Africa subsahariana e Asia meridionale
Ventiseimila bimbi morti al giorno. E la metà dei decessi è per fame
ROMA - Ventiseimila ogni giorno, una strage continua: è questo il numero dei bambini che muoiono nel mondo prima di arrivare ai cinque anni d'età. E le cause sono facilmente prevenibili, dalle malattie infettive alla diarrea, dalla fame alle scarse condizioni igieniche. La fotografia illustrata oggi nell'ultimo rapporto dell' Unicef sulla condizione dell'infanzia presenta zone d'ombra soprattutto nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale, dove si verificano l'80 per cento dei decessi infantili: percentuale lontana anni luce dalla condizione dei paesi occidentali. Il rapporto dell'agenzia Onu per i bambini è dedicato quest'anno al diritto alla salute, per "nascere e crescere sani" e traccia un quadro che lascia ancora molto a desiderare rispetto al quarto obiettivo di sviluppo del millennio, che prevede la riduzione di due terzi della mortalità infantile nel mondo entro il 2015. Passi avanti ne sono stati fatti, ricorda l'agenzia: nel 2006 per la prima volta le morti sono scese sotto quota 10 milioni, mentre nel 1960 erano bel il doppo, 20 milioni. Ma ancora 9.7 milioni di piccoli non sopravvivono a causa delle guerre, dei disastri naturali, dell'Aids, o ancora per le condizioni di miseria in cui sono costretti a vivere e per la mancanza di strutture medico-sanitarie adeguate. Un bambino su quattro nel mondo è sottopeso; percentuale che nei paesi meno sviluppati arriva ad uno ogni tre; cinque milioni di bambini sotto i cinque anni d'età muoiono di malnutrizione o fame. L'allarme dell'Unicef non risparmia poi le madri, la cui condizione non è certo incoraggante: mezzo milione di donne ogni anno muoiono per complicazioni di parto o di gravidanza. E il rischio aumenta per le più giovani: le ragazze sotto i 15 anni di età hanno cinque volte più possibilità di morire rispetto alle ventenni durante il parto. La maglia nera, sotto questo aspetto, tocca al Niger, dove le donne hanno una possibilità su sette di morire dando alla luce il proprio bambino; seguono Sierra Leone e Afghanistan (una su otto), mentre all'altro estremo della classifica ci sono l'Argentina (una possibilità su 530), la Tunisia (una su 500) e la Giordania (una su 450).
Fra i paesi in via di sviluppo le condizioni dei bambini, invece, sono nettamente migliorate a Cuba (sette morti ogni mille nati vivi), in Sri Lanka (13) e Siria (14). Va male invece in Sierra Leone (270), Angola (260) e Afghanistan (257), lontanissime dall'Occidente, in cui svettano Svezia e Singapore, al 189esimo posto nella classifica mondiale per la mortalità infantile che vede l'Italia al 175esimo posto. Ma di cosa muoiono i bambini? Complicazioni neo-natali (36 per cento), polmonite (19 per cento), diarrea (17 per cento), malaria (8 per cento), morbillo (4 per cento), Aids (3 per cento). La situazione non è identica fra i paesi in via di sviluppo: dove sono stati fatti interventi, i risultati si sono avuti. Paesi poveri con enormi difficoltà come Mozambico, Malawi, Eritrea ed Etiopia sono infatti riusciti a ridurre la mortalità dei più piccoli del 40 per cento dal 1990 ad oggi. E a fare la differenza sono spesso le piccole cose: misure salvavita semplici ed economicamente sostenibili come l'allattamento al seno esclusivo e le vaccinazioni, l'uso di zanzariere con insetticidi, gli integratori di vitamina A. Tutti questi accorgimenti hanno contribuito negli ultimi anni a ridurre il tasso dei decessi, sottolinea il direttore generale dell'Unicef, Ann M. Veneman. Con qualche investimento in più, di modesta entità, si potrebbe migliorare di molto: l'agenzia stima che un pacchetto minimo per l'Africa subsahariana porterebbe ad un calo del 30 per cento dei decessi fra i più piccoli, e del 15 per cento per le madri, con un costo di 2-3 dollari in più a persona rispetto ai programmi già adottati. Percentuali che salirebbero al 60 per cento per mamma e bambino con un investimento ulteriore di 12-15 dollari pro capite.
22 gennaio 2008
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martedì 22 gennaio 2008 10.49
 "Un sarto ebreo ricevette da un nobile della sua città l'incarico di cucire un raro capo di vestiario con un tessuto prezioso acquistato a Parigi. Il nobile raccomandò al sarto di realizzare un capolavoro. Il sarto sorrise e rispose che non c'era bisogno di incitamenti perché lui era il migliore della regione. Terminata l'opera portò il vestito dall'illustre cliente, ma ne ricevette in cambio solo ingiurie e accuse di aver rovinato il tessuto. Il sarto frastornato e avvilito andò a chiedere consiglio da reb Yerahmiel che gli disse pressappoco così: "Disfa tutte le cuciture del vestito e poi ricucile esattamente negli stessi punti di prima. Poi riportaglielo". Il sarto seguì lo strano consiglio e riportò il vestito al nobile. Con sua sorpresa il signore fu entusiasta del lavoro e aggiunse anche un premio al salario.Reb Yerahmiel gli spiegò poi: "La prima volta tu avevi cucito con arroganza e l'arroganza non ha grazia. Perciò sei stato respinto. La seconda volta hai cucito con umiltà e il vestito ha acquistato valore". È decisiva l'intenzione, più della perizia, l'ispirazione più della maestria, anche negli umili lavori. Nel libro delle sacre scritture Esodo/Nomi, Dio attraverso Mosè assegna all'eccellente artigiano Betzalèl l'esecuzione di molti lavori utili al culto. Ma prima: "Lo ha riempito, di vento di Elohìm: in sapienza, in intelligenza, in conoscenza e in ogni lavoro" (35,31). La sola abilità tecnica è sterile, vana.Per chi è abituato a considerare solo il prodotto finito e non il modo con cui lo si lavora, per chi giudica l'opera e non l'intenzione, questo racconto è invano".
Erri De Luca, Alzaia, 33
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martedì 22 gennaio 2008 7.54
"Mademoiselle Rosée tace. Tace, da alcune settimane in modo eloquente. Tace rumorosamente. Tace, ecco la parola giusta: religiosamente. Mademoiselle Rosée è passata senza accorgersene dall'amore per monsieur Gomez all'amore per Dio. Tutto questo è avvenuto con estrema dolcezza. La bellezza dei tulipani gialli non è forse estranea a questo cambiamento. Dio e monsieur Gomez hanno un punto in comune: nessuno dei due risponde all'amore di mademoiselle Rosée - ma con Dio resta una piccola possibilità".
Christian Bobin, L'amore è una piccola cosa... con delle conseguenze meravigliose, 76
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lunedì 21 gennaio 2008 12.41
Ringraziando Daniele,
sono venuto a conoscenza di questa efficace presentazione delle spese alimentari medie per famiglia, secondo le diverse zone del mondo.
Complimenti chi ha posto in essere questa idea così semplice e chiara!
http://www.fixingtheplanet.com/one-weeks-worth-food-around-our-planet
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lunedì 21 gennaio 2008 12.23
Leggi il seguito di questo post... »
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domenica 20 gennaio 2008 21.31
 "Un pericolo della cosiddetta questione sociale è quella di strapparla dalle sue radici cristiane. Ci troviamo qui davanti alla Chiesa di Gesù lavoratore, questo deve dirci qualcosa, deve offrirci delle risposte fondamentali. Una è questa: Gesù Figlio di Dio, incarnato, redentore di tutti gli uomini, per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore. Il lavoro di Gesù operaio appartiene così all’opera della redenzione dell’uomo, della redenzione divina dell’uomo.
Carissimi fratelli e sorelle, possiamo dire che appartiene alla grande opera della redenzione dell’uomo anche il lavoro umano, qualunque esso sia. Ed è a questo titolo che parlo. Perché io non sono né imprenditore né sindacalista. Sono stato operaio, operaio per molti anni della mia vita, e porto nel cuore una grande stima per ogni lavoro umano, e soprattutto per il lavoro più umile, così come era umile quello di Gesù. Porto questo come iscritto nel mio cuore, nella mia “biografia”, ma se vi parlo vi parlo in nome di Gesù. È a questo titolo vero che io parlo. Gesù ha compiuto l’opera della redenzione dell’uomo, di tutti gli uomini, attraverso la croce, sì, ma anche attraverso il lavoro. E così il lavoro umano, il vostro lavoro, il lavoro con tutti i suoi problemi appartiene a questa grande, divina opera della redenzione. (...)
Saluto ancora tutti. Il Papa è venuto per tutti, per ciascuno di voi senza distinzioni".
dal saluto di Giovanni Paolo II
a Porto Marghera, 17 giugno 1985
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domenica 20 gennaio 2008 0.20
E speriamo che Cuffaro non dica che gli è capitato tutto ciò
perché è cattolico...
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domenica 20 gennaio 2008 0.18
Ci lasciamo educare ancora dal Vangelo della Liturgia quotidiana
per dire parole sapienti circa gli eventi di questi giorni:
"Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 16-17)
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di donma ,
domenica 20 gennaio 2008 0.16
Democrazia minima
di Ilvio Diamanti
Si odono ancora, distintamente, gli echi delle polemiche sollevate dalla rinuncia di Papa Benedetto XVI a proporre la sua lezione magistrale all'Università "la Sapienza" di Roma. Preoccupato dalla lettera dei 67 professori che avevano espresso, a tale proposito, il loro dissenso. E dalle manifestazioni annunciate da alcuni circoli di studenti, anch'essi apertamente contrari all'arrivo del Papa. Anche se, probabilmente, oltre alla preoccupazione è subentrata l'irritazione per il mancato senso di ospitalità (non si invita qualcuno a casa propria, come ha fatto il Rettore, per poi comunicargli che i figli lo accoglieranno, all'ingresso, per fischiarlo). Senza trascurare la volontà del Vaticano di far passare la religione civile fondata sulla "ragione" dalla parte del "torto". Rovesciando sui "militanti laici" la critica di intolleranza che, da qualche tempo, accompagna il rinnovato protagonismo della Chiesa sulla scena pubblica. Le polemiche dei giorni seguenti (che proseguono ancora) si sono concentrate, soprattutto, sul concetto di laicità, di libertà, pluralismo. In particolare, è stata criticata - giustamente, a nostro avviso - l'azione volta a impedire la lezione di Joseph Ratzinger. Pontefice, ma anche eminente filosofo e teologo: sarebbe stato di casa all'Università. Per contro, altre voci, più circoscritte, hanno insistito sull'inopportunità che l'autorità più rappresentativa della Chiesa aprisse le lezioni di un centro di cultura pubblica e "laica", qual è la più grande università italiana. Noi, tuttavia, vorremmo spostare l'attenzione dalla luna al dito che la indica. In altri termini, intendiamo soffermarci su un aspetto laterale, rispetto a questa discussione. E, tuttavia, sintomatico del male che affligge il nostro (povero) Paese; e indebolisce la nostra democrazia. Ci riferiamo alla sproporzione delle forze in campo. 67 professori esprimono il loro dissenso verso una iniziativa dell'Università in cui insegnano. Insieme ad altri 2000 docenti. Affiancati da circa 300 studenti, che manifestano la loro protesta. E la rilanciano giovedì scorso, quando avviene l'inaugurazione. Senza il Papa, ma di fronte al sindaco Veltroni e al ministro Mussi. Studenti molto diversi da quelli del mitico '68. Definiti e auto-definiti "autonomi", non perché si ispirino ai collettivi e ai movimenti "rivoluzionari" degli anni Settanta, ma perché dichiaratamente estranei e antagonisti rispetto ai soggetti politici attuali. "Antipolitici", per usare le categorie del nostro tempo. Ripetiamo un'altra volta: 300 studenti. Trecento: in una Università dove gli iscritti sono circa 140 mila. Il nostro appunto (e disappunto) è riassunto da questi numeri. Una iniziativa di grande rilievo pubblico e di grande importanza simbolica si è, infatti, incagliata sul dissenso espresso dal 2,8 % dei professori e dallo 0,2 % degli studenti. Tanta sproporzione suggerisce una considerazione inquietante. La nostra democrazia non è più in grado di sopportare neppure una frazione di conflitto e di opposizione così ridotta. L'opposizione di alcuni professori di Università. Ambiente dove è, quantomeno, normale che vengano espresse distinzioni, differenze; talora "eresie" culturali. La sfida irrequieta e "maleducata" di un drappello di giovani studenti. Ai quali, per età e condizione, va comunque concessa la possibilità anche di sbagliare in proprio. Hanno di fronte una vita per sbagliare con la testa degli altri. Una democrazia incapace di "tollerare" il dissenso (anche quando esprime posizioni "poco tolleranti"), neppure se è così minuscolo, ci appare seriamente malata. Tanto più se, poi, cede. Se non è in grado, comunque, di garantire il rispetto delle scelte assunte dagli organi di governo legittimi; condivise dalla stragrande maggioranza della società. La colpa non è del 2 % degli intellettuali che si oppone, né dello 0,2 % della popolazione che manifesta. E' delle istituzioni, delle autorità che si arrendono loro. Una democrazia che, come in troppe, altre, precedenti occasioni, si piega di fronte a pressioni minime. E non sopporta il minimo dissenso. E' una democrazia minima.
(18 gennaio 2008)
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di donma ,
domenica 20 gennaio 2008 0.13
Tanto per non dimenticare chi è che getta benzina sul fuoco
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di donma ,
sabato 19 gennaio 2008 23.58
CARAGNA NO (Maghini)
caragna no, càr el me fioeu /so ben che 'sto mond làder
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti, caragna no
caragna no, càr el me fioeu / t'el disi anmò: caragna no
so ben che in 'sto mond nègher
gh'è poc de sta su allégher / perciò, ti, caragna no
gh'è no lavorà, ma se g'hoo de faa?
foo domà quel che pòdi, / son't minga el Berlusconi
perciò, ti, caragna no
riconossi che in quel moment chi /
gh'è propi nient de riid
ma quand te penset che gh'è in gir / chi sta semper pèg de ti...
l'è giamò un pò ch'el disi, / fass no vegnì ona crisi
perciò, ti, caragna no...
càr el me fioeu / t'el disi anmò
caragna no!
so ben che 'sto mond lader /
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti ca, cara, / caragna........ no
NON PIANGERE
caro figlio mio, non piangere / so bene che questo mondo ladro
non è il dipinto di un quadro / per questo, tu, non piangere
caro figlio mio, non piangere / te lo dico ancora: non piangere
so bene che in questo mondo nero
c'è poco da essere allegri / per questo, tu, non piangere
non c'è lavoro, ma cosa devo fare? / faccio solo quello che posso,
non sono mica Berlusconi / per questo, tu, non piangere
Riconosco che in questo momento / non c'è propio niente da ridere
ma quando pensi che in giro / c'e sempre chi sta peggio di te...
è già da un po' che lo dico, / non farti venire una crisi
per questo, tu, non piangere...
caro figlio mio / te lo dico ancora:
non piangere!
so bene che questo mondo ladro / non è il dipinto di un quadro
per questo, tu............. non piangere.
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di donma ,
sabato 19 gennaio 2008 23.55
Sic et non - da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Sic et non ("Sì e no") è un opera minore di Pietro Abelardo (1079-1142), in cui il filosofo rilevava coraggiosamente che la Sacra Scrittura e l'insegnamento dei Padri della Chiesa contenevano in più punti affermazioni contraddittorie, che venivano messe a confronto.
Il libello, scritto dopo il concilio di Soissons (aprile 1121), è diviso in tre parti: nella prima ("Prologo") vengono enunciati i criteri che permettono di conciliare tra loro le apparenti contraddizioni rilevate (perlopiù ciò viene imputato ai molteplici significati di una stessa parola); nella seconda (il cuore dell'opera, più volte rimaneggiato e citato da Abelardo stesso) sono raccolte le citazioni dalle Sacre Scritture e dai detti dei padri della Chiesa; nella terza invece vi sono citazioni dalle Retractationes di Sant'Agostino.
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di donma ,
sabato 19 gennaio 2008 23.52
 "Qual è quindi il servizio possibile dei superiori? La comunione più profonda fra i membri, non limitando il servizio dell'autorità al 'mero compito di coordinare le iniziative dei membri', ma di 'costruire assieme ai fratelli e sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' (Codice Diritto Canonico, can. 619)" [pag. 127].
"Servo è la parola che traduce il termine greco che significa anche 'schiavo'. Indica qui non tanto uno che non è libero, piuttosto uno che sa chi è il suo padrone, perché appartenere significa avere una identità, quella del padrone. Appartenere al Signore è una dignità, perché il lavorare per Lui ci fa fare il suo stesso lavoro: Lui seminatore ci fa arare, Lui pastore ci fa pascolare, Lui servo, ci fa servire, Lui risorto ci fa risorgere. Dal desiderio di essere simile al Signore proviene il fondamento della vita cristiana e della vita religiosa strutturata sui voti: l'obbedienza è il servizio di un servo chiamato ad essere simile al suo Signore obbediente e glorioso. Il superiore è un servo che ha cura della vigna del Signore, simbolo del popolo eletto, ha cura dei fratelli pascolando la comunità. Quale merito può vantare questo servo per un simile servizio? Quale ricompensa può desiderare? Non gli appartengono né la vigna, né i fratelli. Tutto è del Padre che associa il Figlio alla sua volontà di salvezza, e chiama gli uomini ad entrare nella logica dell'amore che salva. Si può così capire meglio il significato di "servo inutile". La parola greca suggerisce un senso più complesso di quello che evoca l'italiano. In greco 'inutile' significa 'senza utile', cioè senza profitto, senza guadagno. Il significato teologico che emerge è ricco: chi va a servizio nella vigna del Signore avendo cura dei propri fratelli non va in cerca di nessun guadagno [pag. 131]".
"Il servizio del superiore è quindi la comunione fraterna, affinché la persona si realizzi ad immagine di Dio nella relazione con gli altri. In altre parole: il ruolo del superiore è 'consolidare la comunione fraterna'. L'autorità ha il compito primario di costruire assieme ai fratelli e alle sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' [pag. 145]".
"Un superiore saggio diffida della fidura affascinante che emerge dal ritratto degli adulatori. Gli dovrebbe bastare di essere servo che sa vincere la tentazione del potere, nascosta a volte anche nel 'sottile godimento di essere sempre sovraccarico di lavoro' ma nascosta anche dietro l'illusione ricorrente di pensare di essere in fondo più intelligente e più bravo degli altri, illusione che favorisce l'emergere di giudizi negativi sugli altri, maldicenze su alcuni, adulazioni nei confronti di altri, illusione che ha la sua radice in una fiducia cieca in se stesso e in una insicurezza altrettanto cieca che divide il mondo in due categorie di persone, i buoni e i cattivi che si riducono in adulatores et detractores? La comunità è impoverita dalla sterilità della rivalità fra quelli che sono per il superiore e quelli che sono contro di lui. Quando il superiore cambia, non cambia niente nella comunità, le divisioni rimangono le stesse. Questo veleno, come il demonio più potente, non viene sradicato se non con la preghiera e il digiuno [pag. 151]".
Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, Lipa
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di donma ,
mercoledì 16 gennaio 2008 13.25
"Fantasie. Le orecchie possono mordere? La strana domanda scatta davanti al quadro di Victor Brauner, logo a Vercelli della mostra «Peggy Guggenheim e l’immagine surreale». Due fauci ferine si sporgono da un volto umano al posto delle orecchie. Viva l’ascolto mite".
Dino Basili, Tagliacorto, Avvenire 16.01.08
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di donma ,
mercoledì 16 gennaio 2008 7.50

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di donma ,
martedì 15 gennaio 2008 19.13
Sono tormentato dal dubbio che non sempre i superiori abbiano meditato questa parabola (dei "due figli", Mt 21, 28-32) e ne abbiano quindi tratto le rigorose conclusioni. Così rischiano di prendere qualche abbaglio allorché si tratta di scoprire quali siano i figli veramente obbedienti.
Cortigiano non vuol dire collaboratore.
Adulare non è sinonimo di amare.
Dire «sì» non equivale a «fare».
Chi «si fa avanti» precipitosamente, quasi sempre scantona poi, non appena si trova fuori portata dalla vista del superiore.
Chi ha il «sì facile» sovente ha «l'impegno difficile».
Il sorriso cerimonioso si accompagna inevitabilmente al mugugno.
Gli specialisti dell'inchino - colonna vertebrale ad angolo retto - trovano una insormontabile difficoltà a piegare la schiena quando si tratta di afferrare la zappa e lavorare sul serio.
Quelli che si trovano immancabilmente in prima fila nelle parate ufficiali, finiscono volentieri nelle retrovie (pantofole e poltrona) quando il calendario segna i grigi giorni feriali.
Certi «ribelli» sono i figli più appassionati della Casa. Il loro, sovente, è un amore deluso. Se sono «ribelli», può darsi che qualcuno li abbia feriti. «Se sono ribelli è, forse, perché sono fedeli a valori dimenticati» (Sulivan).
Certe «teste calde» hanno il solo torto di non saper adoperare la parola come turibolo. In realtà, un superiore intelligente sa di poter contare su di loro. A occhi chiusi.
Possono avere qualche «parola sbagliata». Ma le azioni sono quelle giuste.
A.Pronzato, Vangeli scomodi, 353-354
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TEOLOGIA
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SPIRITUALITA'
Carlo Maria Martini, Il coraggio della passione, pp. 165
LETTERATURA
Christian Bobin, L'inesperée, pp. 116
SAGGISTICA
Jean-Luc Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286
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Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio
papa Giovanni XXIII
Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
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Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta
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Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario
Orwell
Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida
Gandhi
L'amore è molto di più che l'amore
Chardonne
Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
Albert Einstein
Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
Edmund Burke
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Olivier Clément
«Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola».
Fernando Pessoa
Il cioccolato è la prova che Dio vuole bene all'uomo.
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