Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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venerdì 27 gennaio 2012 9.44
«Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, come trattano gli ebrei qui dentro, saresti pentito solo di non averne salvati di più».
Odoardo Focherini, conversazione con il cognato Bruno Marchesi nel carcere di S. Giovanni in Monte a Bologna
Odoardo Focherini (Carpi, 6 giugno 1907 – Hersbruck, 27 dicembre 1944) è stato un dirigente d'azienda e intellettuale cattolico italiano, Medaglia d'oro al Merito civile della Repubblica Italiana e iscritto all'Albo dei Giusti tra le Nazioni a Yad Vashem per la sua opera a favore degli ebrei durante l'Olocausto, per la quale fu arrestato e morì nel campo di concentramento di Hersbruck in Germania.
La sua biografia su Wikipedia
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venerdì 27 gennaio 2012 7.10
Spogliati della propria umanità
di Zygmunt Bauman
Introduzione al libro «Lettera ai figli» di Anna Hyndráková, deportata da ragazzina ad Auschwitz
Ognuna delle sei milioni di vittime del più grande genocidio dell'umanità aveva una storia da raccontare. Una storia raccapricciante, orripilante: una storia di umana disumanità verso esseri umani. Pochi, tra coloro che attraversarono quell'inferno, ebbero la possibilità di mettere per iscritto la loro storia, pochi seppero trovare parole adatte per descrivere orrori che il linguaggio umano non era pronto a rappresentare. Ancor meno numerosi furono coloro che riuscirono a consegnare le loro storie scritte a chi più che mai aveva e ha bisogno di ascoltarle: le generazioni post-Olocausto, ossia quelle generazioni che si trovarono gravate dall'onere di apprendere e trasmettere a loro volta ai propri figli la lezione di ciò che può fare la disumanità degli esseri umani quando è libera e senza controllo, oppure, ma è ancor peggio, quando è posta al servizio delle più vili, abiette e malvagie intenzioni. Tra coloro che riuscirono in questa impresa, e che contribuirono a far sì che i loro figli potessero sostenere quell'onere, vi fu anche Anna Hyndráková-Kovanicová. Pienamente consapevole dell'importanza di quel che faceva, cercando di conservare ricordi che altrimenti sarebbero stati destinati a seguirla nella tomba, ella diede alla sua storia la forma di una Lettera ai figli... . La sua testimonianza è di inestimabile valore, per lo meno (o forse a maggior ragione) nella misura in cui chi è nato nel mondo post-Olocausto ha non poche difficoltà a immaginarsi il mondo che ella descrive e che testimonia. L'inizio dell'orrore coincide sempre con un venir meno dell'umanità: un vuoto che si va ingrandendo e che si condensa sempre di più, sino a divenire palpabile come una nebbia che ammanta chi, con marchio infamante, si ritrova escluso dal consorzio umano, anticamera della distruzione. «Molte persone smisero di conoscerci: quelle più oneste guardavano dall'altra parte facendo finta di non vederci, soltanto pochissime persone avevano il coraggio di rischiare e ci salutavano per strada, anche solo con un cenno del capo». Questo muro apparentemente invisibile, ma quanto mai reale, di separazione spirituale si dimostrò avere effetti non meno devastanti rispetto ai muri di mattoni, cemento e filo spinato, sfacciatamente imponenti, duri e impenetrabili: «Quanto più a lungo uno restava lì», in quel luogo abbandonato dall'umanità, «tanto meno assomigliava a un essere umano». Janina Bauman (moglie del sociologo, scrittrice polacca, morta a Leeds nel 2010, ndr), un'altra donna sopravvissuta agli orrori del l'Olocausto, notò nelle sue memorie che il compito più difficile per lei e per chi le stava intorno era «restare umani in condizioni disumane». Anna Hyndráková-Kovanicová spiega perché: i prigionieri di un mondo inumano si trovano costretti a guardarsi l'un l'altro con diffidenza angosciosa, le vessazioni e le umiliazioni cui sono sottoposti li spogliano, strato per strato, dell'armatura morale che protegge la loro umanità. «Se avessero conservato un po' di umanità, forse non sarebbero sopravvissute a lungo in quelle condizioni». Occorre leggere e rileggere queste testimonianze, e non bisogna chiedersi per chi suoni quella particolare campana. Essa suona per noi, che a nostra volta ci troviamo in un mondo non meno disumano. Noi, che abbiamo il compito di togliere la disumanità dal mondo, per la nostra salvezza, nostra e dei nostri figli dei figli dei nostri figli.
in “Il Sole 24 Ore” del 22 gennaio 2012
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giovedì 26 gennaio 2012 7.10
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giovedì 26 gennaio 2012 7.02
L'Europa non volle vedere il treno per i Lager
di Elena Loewenthal
Auschwitz è il buco nero della nostra storia: una voragine cieca e incolore dopo la quale nulla è più come prima. Ma non è uniforme, l’oscurità di questo non luogo che sta dentro il nostro mondo, abita la nostra civiltà anche se preferiremmo tutti sbarazzarcene, fare come se non fosse mai successo. Il male non è mai uguale a se stesso, ha fantasia. Sorprende prima ancora di spezzare: sfida l’umanità a inventare. Auschwitz non è il male assoluto perché, e forse purtroppo, il male assoluto non esiste - c’è sempre qualcosa che è peggio, più crudele, più basso. E il buio di quel luogo, di quel tempo, di quell’orrore, conosce un’infinità di sfumature: come se il nero non fosse assenza di luce e colore, ma una gamma inesauribile di oscurità. Perché Auschwitz è stato il campo di sterminio, è stato le camere a gas, sono stati i forni crematori e l’umanità sfigurata nelle baracche e nelle adunate del mattino. I cumuli di capelli e di denti e di scarpe. Ma è stato anche altro. Non si può dare un voto al dolore e dire: questo è il più terribile, questo è peggio. Ma accostare, sì. Provare a immaginare. Immedesimarsi, malgrado una distanza abissale. Sapere che quell’inferno aveva molte facce, non una soltanto. Auschwitz, dunque, è stato non solo laggiù, nella campagna polacca sulla quale la cenere dei forni ha continuato a depositarsi per molto tempo dopo, ancora. E’ stato anche nei luoghi di raccolta, meta dei rastrellamenti. Nei vagoni merci che attraversavano l’Europa in lungo e in largo, si fermavano nelle stazioni. Volendo, fra le fessure del legno, attraverso gli spioncini, si sarebbero visti occhi, scampoli di facce. Volendo, si sarebbero potuti ascoltare i lamenti, le voci. E invece, l’Europa si è fatta attraversare da questi treni come una pista di ghiaccio dove i pattini passano e lasciano una minuscola riga, che subito sparisce. Sono tanti, i luoghi di mezzo della Shoah: là dove lo sterminio era presagio e certezza al tempo stesso. Là dove Auschwitz era ancora soltanto un’ombra, eppure pesante e feroce. Anticamere dell’inferno, ma anche inferni essi stessi. Ne Il vagone (...) Arnaud Rykner prova a fare il viaggio: accompagna l’ultimo treno di deportati in direzione Dachau, giorni e giorni di un tragitto che durerebbe molto meno, prolungato per seminare morte e sofferenza sui binari. La sua è un’operazione letteraria ardua, ai limiti dell’impossibile. Difficile dire se ci sia riuscito o meno. Come si fa a immaginare - e raccontare - quello che si è provato lì dentro? Rykner riesce soprattutto a dar conto dell’assurdo isolamento di quei convogli: se Auschwitz è un altro mondo, quei treni erano ancora in questo. Questo mondo li ha vergognosamente fatti passare, li ha digeriti nello stomaco della propria storia. Prima dei vagoni merci, ci sono stati i rastrellamenti. Abbiate Pietà di mio Figlio (...) riporta le lettere di alcuni fra gli ebrei rinchiusi al Vel d’Hiv a Parigi. Fra il 16 e il 17 luglio del 1942, 3031 uomini, 5802 donne e 4051 bambini (sì, bambini) vengono rastrellati e rinchiusi qui dal governo di Vichy, in attesa di essere deportati. Queste diciotto lettere sono piene di paura e raccomandazioni, di testamenti e quotidianità. E’ un libro terribile perché toglie il velo a una pagina francese rimasta piuttosto taciuta. «Miei cari Roland, Annie e Paule. Sono le 4 del mattino. Sono venuti a prenderci. Vi dico addio, mi pento di tutto il male che potrei avervi fatto e delle preoccupazioni che vi ho procurato. Sappiate che vi ho amato sopra ogni cosa, anche se non ho potuto dimostrarlo». Ancora una volta, al Vel d’Hiver la civile Europa mostra di cosa è stata capace: e mica solo i nazisti occupanti. No, non solo loro. Ma prima di Auschwitz, prima dei treni della morte, prima dei rastrellamenti nelle metropoli d’Europa, c’è stata l’emarginazione. Due erano gli obiettivi: «tenere pulita» la società evitando il contatto con la stirpe «infetta». Ma soprattutto rintracciare gli ebrei più facilmente, uno ad uno. L’emarginazione è stata davvero l’anticamera dello sterminio. Anche se a volte, da quei luoghi recintati in cui gli ebrei furono rinchiusi, l’orrore sembrava lontano. Come allo Joods Lyceum di Amsterdam, dove Theo Coster è tornato qualche anno fa con un documentario e ora con un libro, I nostri giorni con Anna. Il racconto dei compagni di classe (...). Una specie di gita scolastica con il cuore e la memoria, insieme ad Anne Frank e ai compagni che non ci sono più. E’ un libro quasi sereno, questo, ad ogni riga animato da un’assenza: quella di lei, in cui tutti i sopravvissuti si rispecchiano. Ma proprio questa apparente serenità, questi ricordi di scuola così simili a tanti altri eppure così immensamente distanti da una rievocazione «normale», fanno presto schiantare il lettore contro la realtà della storia, il silenzio di chi non c’è più.
in “La Stampa” del 21 gennaio 2012
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mercoledì 25 gennaio 2012 6.12
Vengono prima i poveri, carcerati, malati, stranieri
di mons. Franco Giulio Brambilla
Vado a salutare il cardinale Martini. Tra pochi giorni farò l'ingresso come nuovo vescovo della diocesi di Novara. È stato il vescovo della mia maturità di prete. Parliamo lungamente con lo sguardo sul momento presente della Chiesa e del mondo. La sua voce impercettibile interviene pochissimo con parole acuminate e incoraggianti. A un certo punto mi chiede: «Che programma hai per Novara?». Fa portare dal segretario un libretto, fresco di stampa: Il vescovo. Mi dice: «L'ho voluto scrivere di mia mano con fatica. Uscirà a giorni». A casa lo leggo tutto d'un fiato. È un piccolo libro pensato nella scia della grande tradizione del «Liber pastoralis», da Gregorio Magno a Carlo Borromeo. Non frequenta le grandi vette della teologia. Vi rimanda consapevolmente. Doveva essere — dice la nota introduttiva dell'editore — la primizia della collana «La cura delle parole». Ne è come il numero zero, affidato a «un vero maestro di cura delle parole». E così è scritto. Vuole parlare del vescovo per «tirarlo giù dalla nicchia e vederlo a contatto con la gente… con un'immagine meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese». Martini, maestro della Parola, è capace di tessere sulla trama del linguaggio umano una riflessione sapienziale, venata di ironia e disincanto, di punte graffianti e sapide notazioni. Lo consegna a tutti coloro che si domandano il senso dell'autorità nella Chiesa e della sua presenza nella società civile. Le parole hanno bisogno di cura, altrimenti si consumano. Anzi, corrompono il nostro rapporto con il reale, perché sono la porta sul mistero dell'essere. L'etimologia del termine «vescovo» (dal greco episkopein: sorvegliante, guardiano, guida, pastore) tende a schiacciarne la figura sul tema dell'autorità. Questa, nella comunicazione pubblica gode oggi di cattiva fama. Martini la sottrae alla sua concentrazione sul potere di governo per mettere in rapporto il vescovo con la Parola e la sua azione santificatrice. Quando era a Milano, diceva sovente di sentire l'onere di essere un simbolo anche per la città. La figura pastorale del vescovo è letta sullo sfondo dei grandi testi della tradizione biblica, che ne sottolineano la dedizione, l'amorevolezza e il mandato che viene da Cristo. Ne emerge un'immagine persuasiva che fa del vescovo un «servitore della Parola di Dio». Martini stesso ne è stato come l'icona: «Egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente». Sorprenderà non poco, anche coloro che non frequentano la lingua della Chiesa, il suo insistente richiamo al legame del vescovo con la Chiesa celeste: egli deve «essere uomo di preghiera, soprattutto di preghiera di intercessione». Per concludere in modo icastico: «Se si vuole un vescovo profeta, bisogna dargli molto tempo per pregare». L'immagine a tutto tondo profilata da Martini nel capitolo cruciale del piccolo libro rilegge radicalmente il tema dell'autorità. Il suo è un potere illuminante e liberante che partecipa ai gesti di liberazione dal male di Gesù e trasmette la forza del lievito evangelico. L'autorità nella Chiesa ha la forma testimoniale, perché mette in contatto vitale la coscienza con la Parola. Come ebbe a dire in un testo folgorante, il terreno non sta senza il seme: «Terreno e seme sono stati creati l'uno per l'altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest'ultimo senza il seme è deserto inabitabile. Fuori della metafora: l'uomo così come noi lo conosciamo, se taglia ogni sua relazione con la Parola, diviene steppa arida, torre di Babele». La punta di diamante della figura del vescovo secondo Martini si dispiega poi nel terzo capitolo in modo godibile da parte di tutti. Sono passati in rassegna tutti i contatti del vescovo: con i non credenti, i poveri, i malati, i carcerati, gli stranieri. Poi l'ampia rosa delle relazioni ecclesiali: i fedeli, i collaboratori, i preti e diaconi, i teologi, il seminario, i religiosi, il mondo missionario. Per terminare con le istituzioni, gli ebrei e il mondo dei media. È il capitolo più «martiniano», dove si tratteggia l'immagine del vescovo che si lascia guidare, nella dialettica con il mondo, dalla domanda: quid hoc ad Evangelium?, «quello che faccio e dico che cosa ha a che fare col Vangelo?». Un testo provocante che non disdegna neppure il confronto con la pesantezza burocratica della vita della Chiesa e la relazione con le diverse istanze della chiesa universale. Infine, sul margine del libro, le caratteristiche attuali di un vescovo: l'integrità, la lealtà, la pazienza e la misericordia. Scolpite con lo stilo di un sapiente biblico e consegnate idealmente a un giovane vescovo. Come la chiusa finale del libro: «Un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa riconoscere i propri errori senza troppe autogiustificazioni. Dunque anzitutto un uomo vero». Un Martini d'annata!
in “Corriere della Sera” del 22 gennaio 2012
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mercoledì 25 gennaio 2012 6.09
Maria De Filippi, burattinaia dei poveri cristi
Il sistema unico per le tre trasmissioni della conduttrice
di Aldo Grasso
E' difficile dire qualcosa di nuovo su un programma che è in onda dal lontano 1996, che ha cambiato pelle e formato diverse volte. «Uomini e donne» si basa su un repertorio di rituali che resistono al trascorrere degli anni: un fitto codice di cinesica e prossemica, comprensivo di baci, saluti, strette di mano («Maria posso salutarti?»), le «esterne» (curioso come un tecnicismo della produzione televisiva abbia potuto trasformarsi in un termine del lessico amoroso), i pareri urlati degli opinionisti, i dibattiti in studio («sei vera, sei finta, sei qui solo per le telecamere»). Per la cronaca, nell'edizione di quest'anno ai tronisti giovani e plastici si associa anche il «trono over», dedicato alla ricerca dell'amore tra i senior. L'atmosfera è più raccolta, l'attenzione a scavare nei sentimenti e nelle psicologie. L'effetto irrimediabilmente più triste. La cosa più interessante della trasmissione resta il ruolo della sua conduttrice, Maria De Filippi, un caso unico nella televisione italiana. Basta la sua presenza a dar vita a una sorta di «sistema De Filippi»: il trash popolare di «Uomini e donne», l'accademia di «Amici», i drammi di «C'è posta per te», ora anche il carnevale di «Italia's Got Talent». Il fatto curioso è che c'è una De Filippi diversa per ognuna di queste occorrenze. In tutte però emerge la sua natura di «burattinaio dei poveri cristi». In «Uomini e donne» la sua conduzione è quasi «in levare»: interviene raramente per abbozzare un modello di educazione sentimentale, mette zizzania quando deve, riconcilia quando è necessario. Indirizza con cinismo i pensieri confusi dei tronisti e le avances dei corteggiatori. Il suo modello narrativo è molto diverso dai risultati concreti della sua tv, come se cercasse di ordinare il disordine, accoppiare i single, riappacificare i litiganti, dare espressione compiuta al magma di sentimenti che si agitano nella mente di chi non li sa esprimere.
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martedì 24 gennaio 2012 7.08
Per ognuno di questi volti, segnati dalle rughe e dal freddo, dal sole e dal pianto, c'è una storia che racconta di scelte difficili, di povertà, di emarginazione. Volti che escono dall'ombra e sfidano lo sguardo di chi, spesso, preferisce non vederli. Con un progetto solidale iniziato nel 2008, che ha coinvolto l'associazione per i senzatetto inglese Shelter, il fotografo Lee Jeffries è entrato a contatto con alcuni homeless che vivono nelle strade e nei centri di accoglienza europei e ha scattato loro una serie di toccanti ritratti in bianco e nero.
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martedì 24 gennaio 2012 6.33
La clausura vista dai genitori. E se fosse vostra figlia?
di Elvira Serra
«Mamma, papà, devo dirvi una cosa». Mariangela Pozzi stava lavando i piatti, era gennaio di quattro anni fa. «Ho deciso di entrare in convento». Paola aveva 22 anni, faceva l’Accademia di Belle arti a Como, aveva dato tutti gli esami. «Siamo ammutoliti. Le abbiamo chiesto se ci aveva pensato bene. Abbiamo posto solo una condizione: che discutesse la tesi». Così è stato. Adesso la figlia è diventata suor Paola, vive nel Monastero domenicano di Pratovecchio, in clausura, e tra due anni potrà pronunciare la professione definitiva. Nell’epoca del laicismo assoluto, dominato dal fare e dell’avere, crea sconcerto una vocazione religiosa in famiglia. Mariangela prova a spiegare il suo smarrimento: «Paola è sempre stata vivacissima, spensierata, le piaceva viaggiare. Non è che la vedessi sposata. Ma la vedevo “libera”. Il punto è che l’amore umano si capisce, quello spirituale no. Quando però ha fatto la sua professione temporanea aveva un sorriso così bello, luminoso, che se fingeva di essere contenta, fingeva proprio bene». A spiazzare i genitori, oggi, è l’età in cui si manifesta il desiderio di prendere i voti. «Siamo diciannove “sorelle”, dai 26 ai 98 anni: due hanno 31 anni, una 37, una 39, una 41 e poi si sale. L’ultima a entrare era avvocato e il fratello, anche lui legale, alla prima telefonata le ha raccomandato di non firmare nulla!», scherza suor Giovanna, la «maestra» del monastero di Pratovecchio, cioè responsabile delle giovani in formazione. Lei entrò a 25 anni, da segretaria d’azienda. «Molti vedono la clausura come chiusura, mentre per noi è un mezzo, non il fine. Un padre e una madre stanno male perché per loro carriera e ambizioni sono messe in un pacco e buttate via. Magari era pronto l’abito nuziale. Ogni incomprensione poi però si ricompone». Così è successo a Diego Nava, 72 anni di Reggio Calabria, che quando la primogenita esordì «papà ti devo dire una cosa», le disse che lo considerava un «tradimento» verso di lui. «Bravissima a scuola, maturità classica, laurea in Scienze biologiche e specializzazione in Patologia clinica con il massimo dei voti: insomma, per me fu uno choc». Superato. Non sempre va così bene. Ricorda Mariateresa Zattoni, consulente familiare e docente all’Istituto Giovanni Paolo II: «Un padre per cinque anni non volle rivolgere la parola alla figlia. Era un piccolo industriale e quell’unica femmina, con la sua laurea in Economia, era perfetta per diventare amministratrice dell’azienda di famiglia. Si sono ritrovati quando lui si è ammalato di cancro e lei per tre mesi, gli ultimi, lo ha assistito in ospedale ogni notte. Le disse infine: “Non ti conoscevo così”». Curiosamente, i più cattolici sono quelli che vivono con maggiore disorientamento la scelta del figlio. «È un paradosso...
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lunedì 23 gennaio 2012 7.08
Giacomo: il bambino che sognava la tuta blu
L'attore tra i ricordi del lavoro in fabbrica e i timori per gli eccessi di finanza e consumi
di Giacomino Poretti, del trio "Aldo, Giovanni e Giacomo"
Sono nato nello stesso paese, Villa Cortese, dove è nato un certo Franco Tosi. Lui è venuto al mondo nel 1850, io un secolo dopo. Lui ha fondato un’azienda pionieristica che negli Anni 70 impiegava 6000 lavoratori. Mio nonno, mio papà, il fratello di mio papà ed io, abbiamo tanto desiderato di essere assunti alla Franco Tosi negli stabilimenti di Legnano, a 15 minuti di bicicletta dal nostro cortile. Perché se venivi assunto alla Tosi la tua vita prendeva la strada della sicurezza: 13 mensilità assicurate, due tute blu all’anno e la colonia marina sull’Adriatico per i figli. A Legnano c’è stato un periodo che il Curato fungeva da ufficio di collocamento, e se proprio non gli eri antipatico, al Curato, un posto alla Tosi saltava fuori. Benché mio padre cantasse nel coro della parrocchia, lo zio pure e il nonno non avesse mai mancato una messa domenicale delle 11, nessuno della mia famiglia è mai stato assunto alla Franco Tosi.
Niente di personale, pura casualità; mio nonno ha poi fatto lo stradino, teneva pulite le strade e le aiuole del paese, mio papà e mio zio sono stati assunti in un’altra fabbrica che faceva macchine da cucire per l’industria: la Rimoldi, poi Rockwell, 1100 dipendenti a 18 minuti di bicicletta, 13 mensilità, due tute blu all’anno e colonia marina in Liguria e in Valle Imagna. Ho odiato entrambi i posti, le colonie intendo, in particolare quella di Pietra Ligure. Ma se non era per gente come i Tosi e i Rimoldi, milioni di bambini in quegli anni non avrebbero mai visto il mare. C’è stato un periodo che Legnano era solo un’enorme estensione di fabbriche. Tu nascevi e quando ti battezzavano il prete era in grado di indicarti il tuo destino: Cotonificio Cantoni, officine Pensotti, De Angeli Frua. Il prete mi guardò, poi guardò mia madre e disse: Suo figlio ha la faccia da terziario, mi piace poco...
La prima volta che ho conosciuto la fabbrica è stato intorno ai quattro anni. Mamma e papà erano operai. La mamma...
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lunedì 23 gennaio 2012 7.04
Siamo a Presov, Slovacchia. Nell'atmosfera austera e suggestiva di una sinagoga il violinista Lukas Kmit sta tenendo un concerto quando all'improvviso irrompe in sala l'inconfondibile suoneria di un celllulare. L'artista si stizzisce, ma subito reagisce rispondendo a tono.
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domenica 22 gennaio 2012 6.36
“Potete onestamente dire che avete una maniera di vita? Non solo, ma che cosa voi chiamate autenticamente vostro? La casa in cui vivete? Il cibo di cui v’ingozzate? Le vesti che portate? Voi non avete costruito quella casa, non coltivato il cibo, non fatto le vesti. Avete fatto il danaro – e come! – per comprare queste necessità. Qualcun altro le ha fatte per voi. Lo stesso vale per le vostre idee. Le avete prese già confezionate. Qualcun altro le ha pensate per voi. In quanto a voi, non avete il tempo per pensare, non l’energia, e nemmeno il desiderio. E voi volete obbedienza e rispetto, voi che non siete nulla, voi che non avete mai fatto nulla di vitale…”
Henry Miller, Come il colibrì
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domenica 22 gennaio 2012 6.29
Sì, anche nella Chiesa c'è chi lavora contro il vangelo
di Enzo Bianchi
Sono questi i giorni della memoria della nascita e dell’infanzia di Gesù, e i vangeli che ci vogliono narrare la venuta nel mondo del Figlio di Dio, di colui che solo Dio ci poteva dare, di Gesù, Parola del Padre diventata carne (cf. Gv 1,14) per azione dello Spirito di Dio, sono però costretti a testimoniare che questa venuta, questo mirabile dono si è compiuto nel silenzio, nella discrezione, ed è stato percepito solo da alcuni, da pochi credenti. Erano moltissimi quelli che si dicevano credenti e si annoveravano nel numero del popolo di Dio, erano molti quelli che frequentavano il tempio, le sinagoghe e parlavano del Dio uno e vivente, e tuttavia solo pochissimi uomini e donne, anonimi per i più, hanno saputo aspettare veramente il Messia, hanno saputo riconoscerlo e accoglierlo tra di loro come un dono di Dio. Se non avessero accolto e guardato con speranza a questo bambino, a Gesù, non avremmo mai saputo della loro esistenza né avremmo conosciuto i loro nomi: Zaccaria, un sacerdote, ed Elisabetta sua sposa; Giuseppe, un artigiano, e Maria sua sposa; Simeone, un vecchio sacerdote; Anna, una vecchia e povera vedova; alcuni pastori di Betlemme. D’altronde, già i profeti avevano capito e saputo leggere la realtà e la verità della comunità del Signore. All’interno del popolo di Israele, il popolo empirico che è umanamente leggibile come popolo dei credenti, il Signore in verità sente come suoi testimoni solo un “resto”, una “porzione” quasi nascosta che non si impone, non ha forza, non conosce cosa significa vincere, non si conta… Sono credenti umili innanzitutto, poveri anche nel cuore, miti che non hanno nessuno in cui sperare, se non il Signore; sono credenti che non cercano appoggi mondani, che non tessono relazioni per avere potere, che non sognano cose grandi al di là delle loro forze (cf. Sal 131,1): sono gli ‘anawim, i poveri del Signore. Ma questa realtà non riguarda solo i tempi dell’antica alleanza, riguarda anche il nostro oggi. Nel nostro linguaggio troppo spesso abusiamo della parola “chiesa”, che ripetiamo sovente in modo ambiguo, quando non addirittura sviato e sviante. Perché la chiesa è una realtà misterica, che noi crediamo, ma che non possiamo verificare con sicurezza. La chiesa è la comunione con i santi del cielo di quelli che “il Signore conosce come suoi” (cf. 2Tm 2,19; Nm 16,5), come membra del suo corpo; è una comunione che non è misurabile (solo il Signore la “conta”!); è una comunione costituita da peccatori sempre perdonati, che conoscono il loro peccato e lo offrono al Signore come invocazione di misericordia; è una comunione di quanti non semplicemente dicono di credere in Dio e di essere cristiani, ma cercano sinceramente e ostinatamente di dare forma alla propria vita secondo il Vangelo. Sì, la chiesa è una comunione che conosce Gesù Cristo come Vangelo, non un Gesù frutto delle proprie proiezioni, delle proprie ideologie e perciò sbandierato come “ciò che di più caro abbiamo nel cristianesimo”, ma il Gesù che è Vangelo, che è il Vangelo fatto carne, la carne di un uomo che ha vissuto umanamente. Non basta dirsi credenti in Cristo, occorre dirsi ed essere seguaci di Gesù nella forma dettata dal Vangelo che, prima di essere un libro quadriforme, è la vita dell’uomo Gesù. (...)
in “Jesus” del gennaio 2012
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sabato 21 gennaio 2012 6.08
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sabato 21 gennaio 2012 6.06
Castellammare di Stabia, i portatori ribelli portano il santo a omaggiare il boss
di Antonio Salvati
Gli è bastato alzare un dito per bloccare la processione proprio sotto casa sua. Pochi istanti, il tempo di lanciare un bacio a San Catello, patrono di Castellammare di Stabia. Con la stessa mano, poi, ha ordinato al corteo di muoversi ringraziando con un cenno chi gli aveva tributato quell’omaggio. Eccolo lì, malfermo ma in piedi sul balcone. Renato Raffone, 78 anni, consuocero del defunto padrino Michele D’Alessandro, guarda quel fiume di persone proseguire e nota, con la coda dell’occhio, il sindaco della città, l’ex pm dell’Antimafia Luigi Bobbio, sfilarsi la fascia tricolore, ammainare il gonfalone e abbandonare la processione. Esattamente come un anno fa.
La tradizione vuole, spiegano i portatori del patrono, che la statua di San Catello, all’uscita dello stabilimento della Fincantieri, sosti per alcuni minuti davanti alla cappella di Santa Fara, nel quartiere antico dell’Acqua della Madonna. Ma quella cappella si trova proprio sotto il balcone di Raffone e la stessa chiesetta è luogo di culto di cui si cura personalmente la famiglia del boss. «La cosa era preordinata - ha detto il sindaco - la città e la Chiesa non possono continuare a restare ostaggi di questa cultura che prevede la sottomissione ad un boss. E per questo chiedo una verifica sui portatori che si sono di fatto “impossessati” della statua anche violando le disposizioni del vescovo». Eppure un tentativo per evitare tutto questo era stato fatto. Bobbio aveva chiesto alle forze dell’ordine e alla Curia la convocazione di una riunione «allo scopo di concordare ogni idonea iniziativa volta a disciplinare lo svolgimento della processione». Inoltre era stato chiesto un elenco completo dei portatori della statua e dei componenti dell’eventuale comitato organizzatore della processione, proprio per «effettuare le necessarie verifiche». Richieste che avevano provocato la piccata replica della Curia che aveva accusato il sindaco di soffiare sul fuoco di una «polemica infondata» pur dicendosi disponibili «a collaborare con tutte le istituzioni presenti sul territorio, per cercare il vero bene della città».
Sarà, ma la sosta del santo sotto casa del boss c’è stata. L’arcivescovo, monsignor Felice Cece, non si è accorto di quanto stava accadendo visto che era in testa al corteo. «Nessuna intenzione di mancare di rispetto al santo o al vescovo, che stimo profondamente – ha detto Bobbio -. La procedura, dopo l’incontro che avevamo avuto in Curia nei giorni scorsi, era ben chiara, ai portatori monsignor Cece aveva dato istruzioni di non fermarsi. Ora, – conclude - gli chiederò al più presto un incontro perché si possa insieme risolvere il problema».
Così mentre il vescovo, prima che la statua ritornasse in cattedrale, chiedeva dal sagrato di ringraziare proprio i portatori che dimostrano la loro fede portando a spalla il santo, Bobbio si avviava in Comune, insultato da non meglio identificati «fedeli». C’è pure chi gli ha urlato: «Non sei neanche stabiese». Non un devoto, visto che San Catello è proprio il patrono dei forestieri.
Qui si trova il video.
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venerdì 20 gennaio 2012 18.34
25 Reasons Why Twitter Is Spiritual
by Frederic A. Brussat
Twitter, the free platform designed for 140 character posts, is the latest thing in social networking. It's being promoted as a way of keeping in touch with friends, promoting your services, marketing your products, and enlarging your profile — and just a fun thing to do. But can "twittering" be a spiritual practice?
After six weeks of writing tweets, Frederic Brussat says it is for him. To see how he is practicing his spirituality through Twitter, read his feed here or visit www.Twitter.com/FredericBrussat. Here are 25 reasons why Twitter is spiritual.
1.) Twitter challenges us to pay attention to what we are doing, to stay awake and totally alert.
2.) Twitter prompts us to focus on the present moment and in doing so we realize all we need is right here, right now.
3.) Twitter provides opportunities to connect with others around the world so we can sense how self and world are linked in ever-expanding circles.
4.) Twitter inspires us to practice hospitality in a time when too often strangers are feared and the "other" is shunned.
5.) Twitter enables us to share our deepest dreams and to encourage others not to lose hope.
6.) Twitter prods us to find the divine energy of joy in our daily lives and to share it with others.
7.) Twitter invites us to be receptive and to hold an open house in our hearts for new people, ideas, and organizations.
8.) Twitter draws out our playfulness and celebrates, in a variety of ways, the holiness of savoring pleasure and the lightness of being.
9.) Twitter promotes the art of listening in which we lean toward others in love, realizing that everyone wants to be heard.
10.) Twitter allows us to probe on a daily basis the significance of what we are feeling and thinking: it makes meaning makers of us all.
11.) Twitter encourages us to see spiritual teachers all around us, however unlikely or unlike us they may be.
12.) Twitter facilitates our exploration of the wider world of other cultures and wisdom traditions.
13.) Twitter reminds us to share the stories of our lives with other companions on the journey.
14.) Twitter illustrates how often when we are looking for one thing we come upon another in a moment of grace.
15.) Twitter proves that although we think we are living in a universe, it's really a pluriverse of voices.
16.) Twitter shows us why we need to cherish all parts of creation from ants to wolves to the Grand Canyon.
17.) Twitter encourages us to spell out all our days with a grammar of gratitude.
18.) Twitter elicits our wonder as we see the world moving toward us with a deluge of epiphanies.
19.) Twitter taps into the enthusiasm that lights up our lives and spreads it around.
20.) Twitter helps us banish boredom when we realize that there is always something new to be seen, felt, or made known.
21.) Twitter gives us opportunities to bless others through our affirmations of who they are and what they do.
22.) Twitter challenges us to be mindful of every word we write and to honor others as best we can.
23.) Twitter provides another space where we can be deeply moved by reverence or a radical respect for all life.
24.) Twitter, like koans, mantras, and flash prayers, teaches us that brevity can be a path of rich communication.
25.) Twitter helps us to relearn the arts of generosity wherein we give to others that which means the most to us.
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di donma ,
venerdì 20 gennaio 2012 7.06
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di donma ,
giovedì 19 gennaio 2012 8.40
Liberare la parola
di Jean Rigal
Il problema emerge da ogni lato. Attraversa tutte le istituzioni: professionali, politiche, sociali, religiose. Nel contesto attuale, che si vuole democratico, il dibattito fa parte della vita quotidiana. I media lo ricordano a modo loro. Non ci si meraviglierà pertanto che dei cristiani – cattolici in questo caso – facciano ascoltare pubblicamente le loro richieste, così come è avvenuto recentemente in Germania, in Austria, e attualmente in Francia. Questi cristiani alzano maggiormente la loro voce dato che hanno la percezione di non essere ascoltati. Ritengono che il centralismo romano soffochi la possibilità di espressione e la creatività delle Chiese locali. Nel momento in cui commemoriamo il 50° anniversario dell'apertura del Vaticano II, è estremamente interessante prestare attenzione a quello che dice il Concilio a questo proposito. Certamente non vi si trova la parola “dibattito”, ma vi si riscontrano delle insistenze in relazione alle esigenze di dialogo e di ricerca nella Chiesa. Ci si trova all'opposto dell'antico dualismo “Chiesa docente e Chiesa discente”. Applicata alla chiesa, la nozione di “Popolo di Dio” non mette più l'accento sull'idea di “società diseguale”, così pregnante durante il XIX secolo, ma sull'uguaglianza fondamentale dei battezzati “quanto alla dignità e all'attività comune” (Lumen Gentium, n. 32). Il Concilio mette in rilievo il “senso della fede” dei battezzati (il “sensus fidei” in latino), una nozione un tempo utilizzata dai Padri della Chiesa ma per lungo tempo dimenticata. Questa espressione designa una sorta di intelligenza spirituale, di istinto cristiano, di senso della chiesa (secondo il concilio di Trento) che si basano sulla vocazione battesimale e appartengono alla identità cristiana. “Il senso della fede” è una idea profondamente tradizionale e non una richiesta democratica, vale a dire sospetta, sorta tardivamente dalla modernità. Il Concilio precisa che “il senso della fede” non si esercita mai isolatamente ma nella comunione della Chiesa, e grazie allo Spirito Santo. Questa nozione – evocata a sei riprese dal Vaticano II – presenta necessariamente delle difficoltà di applicazione. Dal lato del popolo cristiano, esiste il rischio di rimanere ad uno sguardo troppo locale e troppo parziale delle questioni. Dal lato del magistero episcopale, soprattutto romano, di ricondurre il ruolo dei fedeli ad una pura sottomissione. Grande è la tentazione per l'autorità di vedere l'applicazione del “senso della fede” solo in un movimento discendente. Questo movimento a senso unico è oggi difficilmente sopportabile. Detto in altri termini, commemorare il Concilio Vaticano II non è solo conoscere il suo insegnamento – il che è lontano dall'essere acquisito - , è anche e prioritariamente metterlo in pratica. Una Chiesa in cui la parola è confiscata potrà ancora essere percepita come una chiesa di Pentecoste per il mondo dei nostri giorni? Questi elementi dottrinali sono rafforzati da ciò che ci insegnano la storia e la sociologia. Per un verso, i rinnovamenti della Chiesa partono meno, salvo eccezioni, dalle istanze della gerarchia, spesso portata alla prudenza, rispetto alla creatività di una parte della comunità ecclesiale. Gli appelli del popolo cristiano, soprattutto se si prolungano nel tempo, sono portatori di una dimensione spirituale e profetica di cui generalmente solo successivamente si percepisce la fondatezza. Per altro verso, è risaputo che l'assenza di dibattito uccide la creatività. Infine, anche se al momento soffocate, alcune questioni non tarderanno a rinascere di nuovo. E si comprende facilmente che i nostri contemporanei, sottoposti al confronto con una estrema varietà di opinioni, e gelosi della loro libertà, accettano sempre meno prescrizioni alle quali non aderiscano interiormente. A proposito del Vaticano II, il papa Giovanni Paolo II dichiarava “che è una bussola affidabile per orientarci sul cammino del secolo che inizia”. “Liberare la parola” è appunto una delle richieste del Concilio.
in “La Croix” del 14 gennaio 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)
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di donma ,
giovedì 19 gennaio 2012 7.07
Mi hanno molto deluso queste parole: è un modo di "galleggiare" sulla realtà, e fanno sorgere il sospetto che lo si faccia per interesse. Questo non rende ragione precisamente di quell'accoglienza del "reale" e di quel "compimento dell'umano" che fanno parte dell'ispirazione originaria.
don Chisciotte
Intervista a Julián Carrón
a cura di Aldo Cazzullo
Don Julián Carrón, 62 anni a febbraio, è il successore di don Giussani. (...) E da sette anni è il capo di Comunione e Liberazione. (...)
Come fu il suo primo incontro con Giussani?
«Fu casuale, a Madrid. Sulle prime, non ne capii tutta la novità. Solo nel tempo ho percepito la differenza che Giussani portava: non nella preghiera, nella liturgia, nella riflessione esegetica, ma nella consapevolezza vissuta che il cristianesimo è un avvenimento che esalta e compie l'umano; era ciò che diventava esperienza nel rapporto coi giovani, resi capaci di stare nel reale. Accadde lo stesso a me: conoscendo don Giussani, vidi che la mia umanità veniva ascoltata e sfidata continuamente. E che la fede può incidere sulla vita. Per questo gli dicevo: "Non finirò mai di ringraziarti, perché mi hai consentito di fare un cammino umano"».
Qual è oggi la sua eredità?
«La compagnia di don Giussani è ancora nella nostra testa, negli occhi, in ogni fibra del nostro essere. Il suo insegnamento è un tesoro ancora da scoprire. Non ho altra esperienza per rispondere alle sfide della contemporaneità che quella lasciataci da lui. Cl cerca di ridestare le persone alla loro umanità, di svegliare i giovani dal "torpore", come lo definì Pietro Citati. Siamo una realtà educativa, con tantissimi ragazzi che, affascinati dall'incontro cristiano, hanno scelto di rischiare, di andare all'estero, di sparigliare le carte per trovare la propria strada».
Cl è spesso accusata di contaminarsi troppo con il mondo, di dedicarsi molto — attraverso la Compagnia delle Opere — agli affari. Non si è esagerato? Non sono stati commessi errori?
«Noi teniamo alla natura dell'esperienza cristiana. E l'esperienza cristiana ha a che vedere con tutto. A voler verificare se la fede serve ad affrontare tutte le sfide, si corrono rischi. Nessuna istituzione, né la Chiesa né un partito, può evitare gli errori dei singoli. E questi non possono essere attribuiti alla comunità. Sarebbe ingiusto. Ciascuno è personalmente responsabile di quel che fa. Perciò l'identificazione non è legittima, vale per Cl come per qualsiasi altra istituzione».
Don Carrón, Cl a Milano è accusata di aver costruito un sistema di potere, che talora è degenerato in scandali. Cosa risponde?
«Possono esserci state persone che hanno usato Cl in un certo modo. La Chiesa chiama costantemente a un ideale; ognuno lo vive secondo la propria libertà e responsabilità. Per questo noi non interveniamo in nessun documento o azione di coloro che hanno responsabilità politica. Non esistono candidati di Cl, non esistono politici di Cl. Questa cosa, prima si chiarisce, meglio è».
È sicuro che sia così?
«Certo. Rispettiamo tutti, guardiamo con simpatia chi proviene dal nostro movimento e si impegna in politica per l'educazione ricevuta, ma poi ognuno è responsabile di quel che fa. E noi dobbiamo sempre mantenere quella che don Giussani chiamava "una irrevocabile distanza critica"».
Pensa che Cl debba vigilare di più, per evitare di farsi usare?
«Sempre. Don Giussani diceva: noi non deleghiamo a nessuno la nostra presenza culturale, sociale e anche politica. Si tratta, ripeto, di mantenere una distanza critica, e non vi rinunceremo mai. Siamo una comunità cristiana e non un partito o una corrente».
Qual è il suo giudizio su Formigoni e sulla sua lunga stagione di potere?
«L'operato di Formigoni è davanti a tutti. Se un politico viene eletto per quattro volte, qualcosa avrà fatto. Mica l'hanno votato solo i ciellini».
Che giudizio ha del caso San Raffaele?
«Lo vedo dall'esterno. Non conosco la vicenda giudiziaria. Ma ricordiamoci sempre che si tratta di una grandissima istituzione».
E della stagione di Berlusconi cosa pensa?
«Non ho gli strumenti per dare un giudizio globale. Nella sua vicenda vedo aspetti positivi che hanno fatto bene all'Italia e aspetti negativi. Del resto, non è certo l'unico responsabile della situazione attuale, complessa. Molti sono i fattori».
Cl non si è sbilanciata troppo in suo favore?
«Sbilanciarsi come comunità cristiana a favore di uno schieramento è sbagliato, a meno che ci si trovi davanti a tornanti storici e intervenga autorevolmente chi guida la Chiesa; ed è rarissimo. Credo che una maggiore discrezione sia adeguata. Come movimento dobbiamo essere fedeli alla nostra originalità per dare il nostro contributo. Tanti lo stanno dando. Ma una cosa è decidere di collaborare al bene comune, un'altra è militare in un partito. Nei partiti se la giocano i singoli».
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di donma ,
mercoledì 18 gennaio 2012 6.18
Mi sazierò quando apparirà la tua gloria
Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino
Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen». La prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te». I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11). La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.
(Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216-217)
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di donma ,
mercoledì 18 gennaio 2012 6.06
L'etica delle tasse
di Enzo Bianchi
Sono duemila anni che le parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma risuonano con forza per tutti i discepoli di Gesù Cristo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto». Parole che, accostate a quelle che gli evangelisti mettono in bocca a Gesù stesso - «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» - dovrebbero orientare il comportamento dei cristiani verso le autorità civili, in particolare per quanto riguarda il contributo economico da versare per la gestione della cosa pubblica e per i beni comuni che lo Stato garantisce, non affidabili alla sfera privata dell’economia per il semplice fatto che i «profitti» che se ne traggono sono forzatamente dilazionati nel tempo. (...) Credo che possa essere prezioso, non solo per i cristiani, arricchire l’attuale riflessione sulle tasse, con questo concetto anche neotestamentario di «rendere» il dovuto a chi gli spetta, con questo invito al discernimento degli ambiti, al rispetto delle prerogative e dei limiti di ogni «signoria», sia essa politica o religiosa. Tale discernimento infatti mi pare strettamente legato alla consapevolezza o meno della propria appartenenza a una «comunità», del sapersi membra di un determinato corpo, ecclesiale o sociale. (...) Il problema oggi come allora è proprio qui, nella mancanza di coscienza collettiva: non si può chiedere un gesto di condivisione a chi non sa più di essere parte di un organismo vivente, come non si può chiedere alle braccia o alle gambe di faticare per un corpo che esse considerano estraneo. (...) Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra: dalle storiche società di mutuo soccorso, all’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, alle collette di solidarietà tra colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero, sempre siamo capaci di uscire dal nostro interesse particolare quando lo riconosciamo presente in un interesse più ampio, capace di includere non solo il nostro presente ma anche una comunità più ampia e il futuro, che speriamo migliore per noi e per le generazioni che verranno. Questo smarrimento del senso di appartenenza - il Comune non è più «comune» a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo, l’umanità è un’entità vaga cui non appartengo - porta a una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue (non a caso ancora oggi unico criterio per la cittadinanza in Italia), dove l’essere insieme è conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di una libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell’equità, panorami e patrimoni artistici. È una tentazione presente anche tra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai né ci disturba con i suoi bisogni; perdere la memoria di quanti hanno versato non solo qualche moneta nella cassa comune ma il loro stesso sangue per la vita degli altri; escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non dover spartire con loro i nostri beni; sfruttare le risorse di tutti per il profitto di pochi; negare il futuro alle nuove generazioni per soddisfare ogni nostro capriccio... sono mali che attraversano le nostre comunità, civili e religiose. Le tasse sono un antidoto a questa deriva, sono la possibilità che mi è offerta di donare puntualmente ed equamente qualcosa della mia ricchezza perché possa crescere il bene comune, attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie, condivisione allargata ad altri Paesi e popoli. (...)
in “La Stampa” del 15 gennaio 2012
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