Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

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lunedì 8 febbraio 2010 8.52
Album: Verità supposte (2003)
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lunedì 8 febbraio 2010 6.29
Corpo e spirito: un decalogo per guarire le ferite
di Jean Vanier
Tutto il percorso della maturazione umana consiste nell’imparare a lasciare che la luce penetri più in profondità nelle tenebre, nel permettere alla fiducia e all’amore di vincere le paure, i pregiudizi e l’odio, nel trovare la forza interiore di vivere e di accettare la nostra storia reale, con tutte le ferite che si porta dietro, senza fuggire in un mondo di illusioni e di sogni. In ciascuno di noi, anche se non vogliamo riconoscerlo, c’è un mondo segreto e nascosto, pronto a manifestarsi con più o meno forza in termini di tristezza e depressione. Questi pensieri negativi, che arrivano a volte fino al desiderio di scomparire, di morire, acquistano una violenza travolgente quando ci si trova in presenza di altre persone che sembrano avanzare gioiosamente sulle vie della vita.
La parola «depressione» fa paura, non si osa pronunciarla. Allora si pensa: «Sono diverso dagli altri, sono brutto, porto il male dentro di me». Come aiutare chi vive questa sofferenza in modo più o meno acuto a scoprire che si tratta in realtà di un fenomeno naturale? Sono in molti quelli che a un certo punto, spesso in seguito a un momento doloroso della vita, a un fallimento o a un lutto, vengono invasi da questa profonda tristezza che emerge alla superficie della coscienza. Dunque non è una malattia di cui vergognarsi, da nascondere a se stessi e agli altri. Abbiamo il diritto di essere così, fa parte del nostro essere e della nostra storia.
Ma ci sono ugualmente alcune cose da fare. Non è il caso di lasciarsi sprofondare in questa tristezza mortifera, si può reagire, ritrovare la vita. Bisogna imparare a gestire bene questi sentimenti che risalgono alla superficie della coscienza, a non diventarne schiavi e, a poco a poco, a liberarsene. Dunque cosa bisogna fare quando si viene invasi da questa profonda angoscia o dai pensieri negativi? (continua)
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domenica 7 febbraio 2010 21.55

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domenica 7 febbraio 2010 7.07
Nessuno mai vide Dio (1Gv 4,12). Dio è invisibile; non bisogna cercarlo con gli occhi ma col cuore. Se volessimo vedere il sole, toglieremmo gli impedimenti agli occhi del corpo, per poter vedere la luce; così se vogliamo vedere Dio, purghiamo quell'occhio con cui Dio può essere visto.
Dove si trova questo occhio? Ascolta il Vangelo: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt 5,8). Nessuno si faccia un'idea di Dio seguendo il giudizio degli occhi. Costui si farebbe l'idea di una forma immensa oppure prolungherebbe negli spazi una grandezza immensurabile, come questa luce che colpisce i nostri occhi e che egli stende all'infinito quanto può; oppure si farebbe di Dio l'idea di un vecchio dall'aspetto venerando. Non devi avere pensieri di questo genere.
Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: Beato colui che pensa al povero ed all'indigente (Sal 40, 2). La carità ha orecchi e ne parla il Signore: Colui che ha orecchi da intendere, intenda (Lc 8, 8).
Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te. E' mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede?
Perché allora, quando si fa la lode della carità, vi sollevate in piedi, acclamate, date lodi? Che cosa vi ho mostrato? Vi ho forse mostrato alcuni colori? Vi ho messo innanzi oro e argento? Vi ho sottoposto delle gemme tolte da un tesoro? Che cosa di grande ho mostrato ai vostri occhi? Forse che il mio volto nel parlarvi si è mutato? Io sono qui in carne ed ossa, sono qui nella stessa forma in cui ho fatto il mio ingresso; anche voi siete qui nella stessa forma in cui siete venuti. Ma si fa la lode della carità e uscite in acclamazioni. Certamente i vostri occhi non vedono nulla. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore.
Capite, o fratelli, ciò che voglio dire: io vi esorto, per quanto il Signore lo concede, a procurarvi un grande tesoro. Se si mostrasse a voi un vaso d'oro cesellato, indorato, fatto con arte, ed esso attraesse i vostri occhi e attirasse a sé la brama del vostro cuore, e la mano dell'artista vi piacesse così come il peso della materia e lo splendore del metallo, forse che ciascuno di voi non direbbe: "Oh, se avessi quel vaso"? Ma lo avreste detto inutilmente, poiché non era in vostro potere averlo. Oppure, se uno volesse averlo, penserebbe di rubarlo dalla casa di un altro. A voi vien fatto l'elogio della carità; se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?
Agostino, 1a Lett. Giovanni 7, 10
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sabato 6 febbraio 2010 11.09
6 febbraio: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili
Qui trovi un sito che descrive la situazione.
Qui invece il link alle pagine dell'Organizzazione mondiale della Sanità.
Cerchiamo di scalfire l'ignoranza attorno al valore della donna e della sessualità.
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sabato 6 febbraio 2010 6.43
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sabato 6 febbraio 2010 6.32
Vediamo adesso alcuni passaggi caratteristici della conoscenza di Dio. Prendiamo l'esempio classico di Mosè nel deserto davanti al roveto ardente. Mosè si trova di fronte all'ultimo mistero della vita. Mosè camminava nel deserto, rifletteva e tornava continuamente davanti al mistero, negli abissi dove l'uomo è attaccato alla vita.
E la reazione di Mosè davanti al roveto che brucia ma non si consuma è quella classica, convenzionale, quella cioè dei raziocinio che si alza sopra le altre dimensioni dell'uomo: incuriosito, Mosè vuole andare a vedere di che cosa si tratta. Ecco l'atteggiamento della ragione analitica protesa al dominio Infatti, tutto ciò che si capisce si può dominare. C'è in noi questa pericolosa attitudine del raziocinio non purificato di smontare, di smembrare, di isolare per spiegare. Mosè di fatto si sta avvicinando al mistero con tale atteggiamento.
Ma a questo punto si fa sentire il Signore. Pensiamo al rischio che avrebbe corso Mosè se Dio non si fosse fatto sentire. Sarebbe andato a vedere, avrebbe visto qualcosa e ne avrebbe dato una spiegazione pensando di aver capito, ma sarebbe rimasto nell'ignoranza e - soprattutto - nella solitudine. Avrebbe avuto, sì, alcune nozioni in più, si sarebbe fatto un'idea di quello che vedeva davanti ai suoi occhi, si sarebbe dato una spiegazione, ma sarebbe rimasto solo. Le spiegazioni, le idee che ci si fanno, non sono il luogo in cui Dio si fa ospite, si rende presente.
Dio dal roveto dice praticamente a Mosè che, si, può avvicinarsi, ma non al modo in cui Mosè pensa. Deve avvicinarsi tenendo conto di colui che è nel roveto. È la necessità della purificazione del raziocinio. Il raziocinio deve rientrare nell'intelletto, nel cuore, per poter riconoscere l'altro e tenerne conto. Infatti, tutto in Mosè acquista i tratti del rispetto tipico del riconoscimento dell'altro, a tal punto che questo atteggiamento si "fisicizza" in gesti concreti. Si toglie i sandali, perché ormai è conscio che non si tratta solo di un roveto che brucia, ma che è come se si trovasse nella dimora di Dio. Addirittura la terra è santa, è piena della presenza di colui che paria. Non solo: tutte le generazioni precedenti a Mosè - da Isacco, Giacobbe, fino ad Abramo - sono lì presenti. Mosè si trova avvolto in un rispetto immenso per la terra e per la storia. Si percepisce come parte della terra e della discendenza.
Ecco una straordinaria visione dell'insieme, della comunitarietà. Ed ecco anche la percezione di sé come non in grado di conoscere, da cui il bisogno di velarsi il volto. Vediamo come il raziocinio debba purificarsi, rientrando nell'insieme della persona, perché tutto in Mosè partecipi a questa rivelazione. Non è Mosè che conosce Dio, ma è Mosè che, purificandosi e soprattutto calando il raziocinio nel cuore, si dispone a quel rispetto tipico del riconoscimento radicale che gii permetterà di accogliere la rivelazione di Dio. Non si può conoscere Dio senza Dio.
Mosè inizia, sì, quasi come se Dio non ci fosse, o come se fosse un oggetto a disposizione della curiosità umana, ma entra nella conoscenza quando fa dei gesti concreti di riconoscimento del Signore.
M.I. Rupnik, Dire l'uomo I, 124-126
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venerdì 5 febbraio 2010 6.25
“Media education”, una risorsa da promuovere
di Gianluca Bernardini
“Benedetti e maledetti media”: questo potrebbe essere lo slogan o il grido di allarme per la nostra società sempre più pervasa dalla loro presenza di massa. A secondo della prospettiva da cui si guarda, possono essere una maledizione, ma anche diventare una benedizione. Viviamo e respiriamo in quest’aria mediatica e non possiamo privarcene. Per questo sempre più, come Chiesa e comunità cristiane, c’è la necessità di riflettere e di agire per non rischiare di restare fuori sia nel campo della comunicazione, sia della nuova evangelizzazione, nonché primariamente dell’educazione.
Per questo venerdì 22 gennaio a Milano si sono riuniti gli Uffici diocesani lombardi delle Comunicazioni sociali insieme ai tanti operatori che lavorano in diversi ambiti pastorali (catechesi, famiglia, scuola, oratorio) per una giornata studio sulla Media Education. Diretti e coordinati da Pier Cesare Rivoltella, docente dell’Università cattolica, insieme a un gruppo di esperti del Cremit (Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’informazione e alla tecnologia), è emerso che la Media Education non riguarda più il solo mondo della scuola, ma coinvolge pienamente l’extrascolastico.
A fronte di una conclamata “realtà virtuale”, che di fatto non esiste, si deve piuttosto parlare di “realtà aumentata” che si prolunga nella tecnologia; una tecnologia portatile, presente e invisibile, che coinvolge la gran parte dei ragazzi (nativi digitali). I nuovi media (come il cellulare e gli applicativi dei Social Network) stanno spostando il baricentro delle pratiche individuali e sociali verso l’informale. Proprio qui l’intervento pastorale può (o deve) inserirsi in termini educativi ed evangelici. Là dove la scuola sembra accusare “un ritardo” e la famiglia “un disagio”, lì si inserisce l’opera dell’educatore preparato.
Così il compito della Media Education diventa non solo risorsa, ma impegno morale: dal “fare i media” (giornale on line dell’oratorio, il blog, il canale Youtube o la Web-radio) si passa a “fare con i media” (il podcasting per la catechesi, Sms e Twitter per la comunicazione, Facebook per l’aggregazione e il gruppo, lo streaming per la comunicazione liturgica) per poi “riflettere sui media”: quale volto e quale identità in Facebook? Quale verità nella rete? Quali possibilità di promozione dell’uomo? Quale idea del bene e del male? Quale spiritualità?
Proposte ed esperienze, in parte attuate, che già insegnano, ma che chiedono la possibilità di mettersi in rete per creare uno stile operativo sempre più comune. A che punto siamo? Forse alla tanto declamata urgenza manca ancora la pronta volontà per agire soprattutto nella prospettiva di una seria formazione, non solo degli operatori pastorali, ma anche dei singoli presbiteri, a partire dai seminari. Siamo perciò chiamati a diventare da partecipanti a “partecip-attivi”, da spettatori a “spett-autori”.
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venerdì 5 febbraio 2010 6.20
Nel vangelo della Messa di ieri è ritornata questa espressione: guardando la folla che lo segue e lo ascolta, Gesù «si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34). Ogni volta che questa parola risuona - anche ieri, in più occasioni - essa mi colpisce e mi interpella, perché credo che anche oggi Gesù, guardando coloro che lo seguono e gli stanno vicino, possa avere la stessa percezione e vivere lo stesso moto interiore.
don Chisciotte
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giovedì 4 febbraio 2010 16.29
Attraverso il germogliare dei corpi avviene il germogliare del Paraclito, all’opera nell’unione degli amanti e nella fioritura seminale. La genitalità genera la carne, il che significa che è lo strumento dello Spirito: portata da lui, lo porta, trasformando in pneumatofori l’uomo e la donna uniti nell’amplesso.
Siamo in piena Genesi: si produce una vasta ondata d’energia, un fantastico ringiovanimento dell’essere. E’ come se avvenisse una nuova partenza: l'essere di prima non è soppresso, nasce una seconda volta, riparte con una gloria rinnovata. Sgorgato da non si sa dove, un enorme flusso di sostanza investe i giovani, li riplasma da cima a fondo. Si sentono totalmente ricreati, ma sono anche totalmente ricreatori, dispensatori non meno che beneficiari di questa grazia sovrana. Il potere onnipotente che li assale conferisce loro ogni potere di assalire, e questo in un clima indimenticabile di dolcezza, di tenerezza e di umiltà. La sessualità è un'invenzione divina per incarnare l'amore, per suscitare nel più profondo della creatura le condizioni per il dono creatore.
Per amare bisogna essere due e non più di due: ci si presta a molti, ci si dona solo a un altro. Da questi due sorge non un terzo, ma l’autentico uno: quello che non fa numero perché è l'altro assoluto. L’altro relativo, il compagno, estrae ogni essere da lui stesso: provocando l'uscita dall'io, realizza la disappropriazione della persona. Ci si dimentica nell'altro e ci si dimentica insieme, il che evita l'incrociarsi di due egoismi nella scorciatoia di un falso spossessamento. Viene a instaurarsi una nuova condizione in cui si vive nell’altro, e grazie all'altro, senza essergli asservito perché l'altro, a sua volta, rifiuta di vivere in sé e per sé e, quindi, di asservire. Utilizza il dono non per rafforzarsi, bensì per donarsi ancor di più. L'offerta nutre l'offerta in una crescente apertura. Tra i due poli sviluppa una tensione oblativa, una circolazione di abbondanza, una corrente di dedizione. I due giovani si insegnano reciprocamente che non sono nulla e che, confessando questo nulla, accedono all'essere. “La vita autentica è altrove - confessa ciascuno dei due - e tu sei questo altrove in cui trovo la mia origine. Tu sei la mia anima, tu mi fai vivere” (nella Newsletter di oggi e tra i nostri Testi trovi altre citazioni del libro).
Jean Bastaire, Eros redento, 50ss.
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giovedì 4 febbraio 2010 6.17
Pene sociali per svuotare le celle
di don Gino Rigoldi
Caro Direttore, lo stato d’emergenza delle carceri e l’iniziativa del ministro Alfano (nuovi penitenziari e più agenti) seguono la denuncia del cardinale di Milano Tettamanzi sull’intollerabile situazione di affollamento nel carcere di San Vittore. Qui il Comune ha destinato finanziamenti e dato priorità alla costruzione di un nuovo carcere in periferia: è una buona scelta, ma non è certo la soluzione dei problemi del sovraffollamento attuale, anche perché il piano, a essere ottimisti, vedrà attuazione tra non meno di 5-10 anni. Ci sono altre soluzioni possibili e conosciute al problema del sovraffollamento. Mercoledì, nella sezione «comuni» di un carcere di massima sicurezza, ho incontrato un uomo di circa trentacinque anni il quale stava scontando una pena di due anni e alcuni mesi perché in maniera recidiva (non so se due o tre volte) aveva rubato la sua spesa di uova, mozzarelle e busta di prosciutto in un supermercato. Al carcere minorile Beccaria ho visto restare in carcere per più di tre mesi un ragazzo rom per furto di un paio di scarpe e due fratelli italiani essere carcerati per circa sei mesi perché, quattro anni prima, all’età di poco più di 14 anni, avevano tentato il furto di una bicicletta. Va da sé che dopo i sei mesi i due ragazzi avevano perso il lavoro, vissuto la loro povertà in maniera molto depressiva e alla fine avevano imparato mille modi per far soldi. Questi due non sono episodi isolati: potrei citare centinaia di casi simili, come ripete spesso il provveditore lombardo delle carceri Pagano. La soluzione alternativa, attuale, che da subito potrà ridurre il numero di detenuti si chiama «possibilità di comminare pene sociali, di risarcimento e di servizio alla comunità». In sintesi: i reati gravi come gli stupri, le rapine, lo spaccio, gli omicidi continuano con il regime attuale di pena, mentre i furtarelli di primo reato, i piccoli tentati furti e tutti i reati minori potrebbero essere puniti con pena di utilità sociale. Per fare un esempio il ladruncolo del supermercato potrebbe essere «condannato» a pulire per due o tre mesi il piazzale del supermercato; i Comuni potrebbero stilare un elenco di luoghi bisognosi di pulizia o di interventi di ripristino e chi commette piccoli reati «condannato» a lavorare per la comunità in un tempo proporzionato al reato. In Parlamento esiste già una legge che prevede le pene sociali alternative alla carcerazione, misura simile alla «messa alla prova» prevista per i minori ai quali, se rispettano alcune regole che decide il tribunale, alla fine del tempo previsto si cancella il reato. Ci sono molti professionisti del legale e del sociale che potrebbero affiancare i giudici togati in qualità di giudici onorari per definire il tipo di compito risarcitorio da prescrivere. Il Privato sociale e i numerosi volontari carcerari potranno essere una grande forza di appoggio, alcune fondazioni e aziende private sono disponibili a finanziare una sperimentazione di questo genere, a partire per esempio da Milano e da Roma. Mi rendo conto che una scelta del genere, per essere in linea con la Costituzione e le leggi italiane, ha bisogno di approfondimenti in varie direzioni ma non ho dubbio che, se c'è la volontà, è possibile fare anche in Italia quello che già succede con buoni frutti in diverse altre nazioni. Una volta esclusa la possibilità di amnistia o di indulto, verificati i tempi pluriennali prima che un qualunque «piano carceri» possa portare risposta, si può da subito operare perché il carcere infine diventi un luogo di riabilitazione come recita la Costituzione e sia destinato solo ai veri delinquenti e non — come oggi — soprattutto e quasi esclusivamente a persone cariche di molte povertà.
in “Corriere della Sera” del 13 gennaio 2010
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mercoledì 3 febbraio 2010 6.04
Quella settimana in discesa libera
«Basta con la chiusura delle scuole a Carnevale». Lo chiedono sui blog genitori esasperati
Sembrava un diritto acquisito: a Carnevale si va a sciare, e il mondo - o meglio la scuola - si ferma. Invece no. I nemici della settimana bianca avanzano. La protesta monta nei blog, nei passaparola tra genitori. Una madre stremata si confida sul sito genitoriche.org: «Dove metto il bambino a Carnevale? La nonna è in crociera, la tata è incinta, il papà si è defilato». Un’altra, stesso sito, protesta: «Non posso chiedere ferie subito dopo Natale». Arrabbiatissima Cristina Ruscito, una delle fondatrici del sito: «Ma che razza di scuola pubblica è quella che chiude per permettere a pochi di andare in montagna?». Un altro genitore, ancora, rimpiange il tempo andato, «quando il ministero decideva tutto. Almeno ci si capirebbe qualcosa, ora il caos è totale». Alt, ragioniamo. Una volta il calendario scolastico era nazionale e la settimana bianca una scelta personale; qualche volta si rischiava la lavata di capo dei professori. Da dieci anni però c’è l’autonomia, e ognuno fa da sé. «Per legge devono esserci almeno 200 giorni di lezioni all’anno», spiega Orazio Niceforo della rivista Tuttoscuola. «Le regioni stabiliscono il calendario, che ne prevede 205-210. Poi ogni scuola fa “adattamenti”, con aperture e chiusure straordinarie decise dal Consiglio d’istituto». Così, in nome della flessibilità, chi ha più figli in plessi diversi può trovarsi con calendari diversi. Altro che semplificazione.
Per sopravvivere serve una «elasti-mamma», come si definisce Claudia De Lillo, giornalista finanziaria e autrice del libro Nonsolomamma (Tea): «Tutti sono liberi di andare a sciare. Ma alle madri lavoratrici chi ci pensa? Oltre alle scuole, poi, si fermano in contemporanea anche piscine e palestre. Per noi diventa più complicato organizzarsi». La “guerra” della settimana bianca divide l’Italia; molto sentita al nord, per niente al sud. Non solo: chiudono per neve (quella delle località sciistiche) soprattutto gli istituti dei centri cittadini; quelli in periferia meno. A Milano, lo spezzatino è la regola: nello stesso quartiere (benestan te), le due medie limitrofe Mauri e Porta hanno fatto scelte diverse per Carnevale; una chiude da lunedì a venerdì, l’altra due giorni. Giovanna Croci, preside della media Iqbal Masih, più in periferia, è perplessa: «Gli studenti sono appena tornati dalla lunga pausa di Natale; devono riposarsi ancora? Lo so, è un dilemma da ricchi: nella mia zona pochi vanno a sciare». Le scuole che si fermano, va detto, si giustificano con la didattica: concentrare in una settimana le partenze aiuta a non avere lo stillicidio dei banchi vuoti per due mesi. Ma c’è anche un altro motivo: «Quando chiudevamo solo tre giorni per Carnevale, qualche imbecille ne approfittava per scatenarsi con lanci di uova e farina» ricorda Innocente Pessina, preside del classico Berchet. «Così abbiamo scelto di fermarci una settimana. Siamo in centro, molti possono permetterselo». Mentre Milano si divide, le proteste iniziano a farsi sentire anche dove nessuno se l’aspetta: nelle località alpine. (continua)
Cristina Lacava
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martedì 2 febbraio 2010 6.04
Le provocazioni, la contestazione, le invettive, le polemiche, le prese di posizione "scandalose", gli atteggiamenti critici di padre Turoldo, disturbatore della pubblica quiete, hanno punteggiato per oltre quarantanni la cronaca ecclesiale. E rischiano perfino di diventare un cliché abusato.
Quello che occorre invece accertare è il movente dei delitti di "lesa quiete" commessi da p. David. Alla base dei suoi gesti provocatori, insolenti, si scopre una divorante, fiammeggiante passione. Turoldo è un innamorato. Un innamorato ferito, deluso, e perciò autorizzato a urlare, a denunciare con foga i tradimenti, a smascherare impietosamente le menzogne.
«Parlo perché amo, e taccio perché amo» si giustificava don Mazzolari nel momento più buio della persecuzione che si era abbattuta su di lui. Turoldo, proprio perché ama, non ce la fa a tacere, tantomeno a sussurrare. Riesce solo a parlare, anzi a gridare, perfino a ruggire.
Ma le sue critiche - e non sempre, dobbiamo riconoscere, il bersaglio era quello giusto; oppure i bersagli presi di mira erano un po' troppo insistiti, e quindi sospetti, inevitabilmente parziali — nascono da un amore, carnale, sanguigno, viscerale, alla Chiesa. Soprattutto, un amore incontenibile.
Perché ama, p. David non riesce a rimanere indifferente, neutrale. Sente, nel ventre naturalmente, l'urgenza di uscire allo scoperto, prendere posizione, a costo di apparire fazioso. Meglio comunque una critica appassionata, che una docilità di facciata la quale maschera l'estraneità.
E poi, sarà bene tenerlo presente, ha sempre pagato puntualmente il prezzo delle sue rampogne. Esilio, amarezze assortite, calunnie, denigrazioni, accuse ingiuste, attacchi velenosi, rancori, esclusioni.
Alessandro Pronzato, La predica prova della fede?, 169
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martedì 2 febbraio 2010 5.52
Il libro di Vladimiro Polchi,
Blacks out. 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati.
20 marzo 2010. Ore 00.01. È il caos, anzi la paralisi. I cantieri edili si fermano di colpo. Chiudono le fabbriche. L'industria manifatturiera spegne le macchine. Vuoti i mercati ortofrutticoli. Restano abbandonati i grandi campi di pomodori in Puglia. Nelle grandi città, la metà dei muratori parla romeno. In Abruzzo, il 90 per cento dei pastori è macedone. In Val d'Aosta, a fare la fontina sono i migranti: nei trecento alpeggi della regione, gli italiani sono meno del 10 per cento. In Emilia Romagna, tra gli addetti al Parmigiano Reggiano, uno su tre è indiano. I lavoratori stranieri sono decisivi nella produzione del prosciutto di Parma, della mozzarella di bufala a Caserta, del Brunello di Montalcino e dei vini doc nella provincia di Cuneo. E ancora: chiudono ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatena il panico: scompaiono badanti, colf e babysitter. È boom di ricoveri d'anziani e disabili negli ospedali. La sanità è in tilt: quella privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri, e quella pubblica, che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di servizi. Si fermano i campionati di calcio, basket e pallavolo. Molte parrocchie restano senza prete. Tremano le casse dell'lnps. Quale catastrofe si è abbattuta sull'Italia? Nessuno se la aspettava. Eppure, quei manifesti erano apparsi ovunque. "Blacks Out. 20 marzo, ore 00.01". Di colpo erano scomparsi. Tutti.
Questo libro è una via di mezzo tra un romanzo, frutto della fantasia dell’autore, e un saggio. In gergo televisivo sarebbe una docu-fiction, un continuo alternarsi di finzione e realtà. Vladimiro Polchi, giornalista, autore televisivo e teatrale, specializzato sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, ha immaginato la cronaca di una giornata particolare, raccontando lo sciopero degli immigrati, di tutti quei lavoratori stranieri che tengono in piedi l’Italia. La finzione è lo scheletro di questo libro, la realtà sono i muscoli e i nervi, che danno corpo al testo: le storie degli immigrati, le interviste, le inchieste , i dati statistici.
L’avvincente narrazione di questo 20 marzo 2010 comincia con il risveglio di un cronista, Valentino, che si ritrova con la casa nel caos perché Mary, la collaboratrice domestica filippina che lo sveglia sempre alle otto con i cornetti caldi, quel giorno non arriva. Il protagonista si reca subito al bar sotto casa, e scopre che brioche e latte fresco quel giorno non sono stati consegnati. Dall’edicolante i giornali non sono arrivati, il quartiere pare assonnato, alcune pizzerie a taglio sono chiuse, la saracinesca del fruttivendolo gestito dai fratelli pakistani è abbassata. Così anche la pompa di benzina della Erg, sotto la redazione, è chiusa: nessuna tracccia del ragazzo indiano che da qualche mese ci lavorava. Il giornalista si reca subito al giornale per cui scrive per capire cosa stia accadendo. Due notizie d’agenzia cominciano a far capire qualcosa: “Confindustria Veneto: 60% delle fabbriche ferme”, batte l’Ansa alle 9.40 e l’Agi aggiunge “Veneto, allarme degli industriali: ferme sei imprese su dieci”. Pare che tutti i lavoratori non italiani non si siano presentati al lavoro.
Il racconto su questo ipotetico sciopero nazionale di tutti gli immigrati con lo slogan Blacks out si snoda analizzando la giornata del protagonista e di altri personaggi, suoi colleghi, familiari e conoscenti del quartiere. I dati e le cifre che vengono esposti sono tutti veri. Scopriamo così che il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni, soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera straniera è il 50%. Poi, scrive Polchi, toccherebbe all'industria manifatturiera, tessile, metalmeccanica, alimentare, dove hanno un ruolo chiave spesso insostituibile (come gli addetti ai forni a ciclo continuo delle ceramiche). Quindi toccherebbe all’agricoltura, per la raccolta della frutta e dei pomodori, e alla macellazione degli animali, tanto che comincerebbero a mancare le merci nei mercati. Per non parlare di ristoranti, pizzerie, alberghi e di tutte le famiglie che resterebbero senza badanti o baby-sitter, e delle cliniche, che andrebbero in crisi senza gli oltre centomila infermieri stranieri.
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lunedì 1 febbraio 2010 6.30
E' possibile imbatterci sul piano fenomenologico
in una lunga litania di bipolarità riferite al silenzio:
c'è un silenzio esteriore ed un silenzio interiore;
un silenzio pieno ed uno vuoto;
un silenzio disperato e uno gioioso;
un silenzio leale ed uno bugiardo;
un silenzio affettuoso ed uno odioso;
un silenzio innocente ed uno scaltro;
un silenzio rispettoso ed uno presuntuoso;
un silenzio di accordo ed uno di disaccordo;
un silenzio di condivisione ed uno calcolato,
un silenzio sincero ed uno adulatore;
un silenzio d'invito ed uno di opposizione;
un silenzio altruista ed uno egoista;
un silenzio spirituale ed uno dissipato e così via...;
in definitiva ci si può trovare di fronte ad un silenzio autentico.
tramite di significati comunicativi, ed uno inautentico,
che non dà comunicazione all'essere.
C. Bucciarelli, Silenzio come comunicazione, 28
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lunedì 1 febbraio 2010 6.22
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domenica 31 gennaio 2010 10.04
La diocesi di Milano celebra oggi la festa della Sacra Famiglia. Come negli anni scorsi, anche oggi ho già sentito espressioni retoriche, formali, melense, sia riguardo la Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, sia riguardo le famiglie d'oggi. Uno dei paradigmi di astrattezza e di "mistificazione" è il prefazio ambrosiano:
"Nella casa di Nazaret regna l'amore coniugale intenso e casto; rifulge la docile obbedienza del Figlio di Dio alla vergine Madre e a Giuseppe, l'uomo giusto a lei sposo; e la concordia dei reciproci affetti accompagna la vicenda di giorni operosi e sereni".
Non assomiglia ad uno spot della "famiglia Mulino Bianco"?!
Poco prima lo stesso prefazio ci fa pregare:
"Il tuo unico Figlio, venendo ad assumere la nostra condizione di uomini, volle far parte di una famiglia".
Aggiungerei: una famiglia normale. Di persone profonde, sensibili, devote, di carattere. In questo sono nella fede di Israele. Fin qui ci è testimoniato dalla Sacra Scrittura.
Ma tutto il resto... perché dobbiamo inventarlo e indicarlo ad esempio ("modello sublime di vita familiare", dice l'orazione all'inizio della Messa) tratteggiandolo con delle espressioni che si avvicinano più alle fiabe che al vissuto delle famiglie di duemila anni fa e della nostra epoca?! Saranno stati in disaccordo anche Maria e Giuseppe? Ci saranno stati i giorni poco operosi e qualche difficoltà a tirare la fine del mese? Si saranno scoraggiati a dover scappare in Egitto? Avranno avuto male ai piedi, influenze, morti di persone care, disaccordi coi vicini? Qualche pagina della Torah e qualche atteggiamento del figlio saranno stati incomprensibili anche per loro? Avranno dovuto trovare un modo equilibrato (e a volte faticoso e "di compromesso") per vivere i gesti della loro intimità?
Altrimenti scatterebbe una dinamica che definirei perlomeno "poco rispettosa" dell'Incarnazione e della Redenzione: il Figlio, invece, assume tutta la realtà (anche con le sue ordinarie stanchezze e difficoltà), affinché tutta sia redenta.
Mi sembrerebbe anche poco rispettosa della vita ordinaria degli uomini e delle donne di ogni epoca (cristiani e non): le vie difficoltose e spesso deraglianti che posto hanno agli occhi di Dio, se Lui le avesse schivate?
E che dire del rispetto verso Maria e Giuseppe? Non avevano essi stessi bisogno di salvezza? Non desideravano anche loro una vita più bella, più felice, più amorevole?
Chiudo con una citazione di Evdokimov, che sembrerà forte e irriverente:
"Com’è sintomatica di uno stadio ancora pre-teologico del matrimonio la mancanza di un archetipo dell’essere coniugale! Rifarsi al matrimonio di s. Giuseppe e di Maria non è sufficiente a questo scopo" (P. Evdokimov, Sacramento dell'amore, 156).
Direi che non è che l'archetipo ci manchi: è che l'abbiamo interpretato e proposto in un modo decisamente parziale e culturalmente datato. E' tempo che le famiglie siano messe in grado di trovare nella Sacra Famiglia e nelle famiglie cristiane dei "sacramenti" incarnati e portatori di salvezza per le relazioni coniugali così come storicamente le incontriamo ogni giorno.
don Chisciotte
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di donma ,
domenica 31 gennaio 2010 6.46
A questa profondità si pone la tradizione riferita da Clemente Alessandrino sulla «grazia paradisiaca» del matrimonio: questa permette, al di sopra della colpa, di vivere ancora sulla terra qualcosa della gioia edenica. Senza l’amore della prima coppia, il paradiso non sarebbe pienamente paradiso; senza la gioia che vibra nella prima parola di Adamo rivolta ad Eva: «Questa è carne della mia carne...» (Gn 2,23), il matrimonio non sarebbe matrimonio.
P. Evdokimov, La novità dello Spirito. Studi di spiritualità, 244
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di donma ,
sabato 30 gennaio 2010 15.17
Guardo il nemico e vedo il fratello
di Giulia Galeotti
(...)
L'amore di cui diventa capace Etty Hillesum è senza tempo, e senza contesto: "Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. (...) Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile (...); in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima". A essere onesti e coraggiosi, si scopre che l'odio non è indotto dal prossimo (o dagli eventi), ma dipende da una scelta personale: "Non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale (....), ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. (....) Siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli". E se il limite del prossimo è il nostro limite ("quell'uomo era pieno di odio per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma anche lui sarebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini indifesi"), la svolta è personale: "Abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto da odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi". Solo incontrando e guardando l'Altro, lo si guarda nemico e lo si vede fratello: "Ho saputo all'istante che stasera avrei dovuto pregare anche per quel soldato tedesco. Una delle tante uniformi ha ora un volto. (...) E questo soldato soffre anche lui. Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce sempre da una parte e dall'altra e si deve pregare per tutti". Solo così, forse, si può davvero amare. Si può davvero amare gli altri e se stessi: "La mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi". E si può amare Dio: "Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te". (leggi l'intero articolo)
in “L'Osservatore Romano” del 28 gennaio 2010
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di donma ,
venerdì 29 gennaio 2010 8.17
Dal vangelo della Messa di oggi (Mc 5, 21ss)
Uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro (...) stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava.
Dal Prefazio della III Domenica p.a. - rito ambrosiano
E' giusto benedirti in ogni tempo perché da te ci viene ogni alito di vita, da te ci è data ogni capacità di agire, da te dipende tutta la nostra esistenza. Nessun momento mai trascorre senza i doni del tuo amore, ma in questi giorni (...) si fa più chiara e viva la coscienza delle passate gioie e dei beni presenti.
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di donma ,
giovedì 28 gennaio 2010 6.39
Riprendendo il post di poco fa: ecco qui un esempio di ciò che la sapienza potrebbe-dovrebbe mettere in luce a proposito di una relazione d'amore! Torneranno ad esistere immagini (anche al cinema) che esprimano questo?
don Chisciotte
«L’uomo e la donna stanno gli occhi negli occhi. Qui l’eguaglianza di rango è ancora più sottolineata: colui che si guarda intorno incontra un controsguardo in cui egli, che vede, diventa visto».
H.U. von Balthasar, Teodrammatica, III, 265
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di donma ,
giovedì 28 gennaio 2010 6.21
Dico subito che non ho mai apprezzato quel cinema che dice di descrivere l'esistente: in generale perché credo che il linguaggio dell'arte (anche quella cinematografica, laddove esiste) dovrebbe rivelare qualcosa che normalmente non vediamo... anche della realtà più dura; in secondo luogo, perché mi pare che si prenda la "cronaca" per quel tanto che serva (spesso sempre gli stessi argomenti, tagli, debolezze, storture...) e le si dia amplificazione. Per questo non apprezzo che Avvenire abbiamo fatto una tale presentazione del film e del regista. Non mi basta che - visto che a lui serve fare un po' il sapientone! - il regista segnali le sofferenze delle separazioni e dei figli, quando lui vive e mangia di quel tipo di vita e di relazioni. E non capisco perché la comunità cristiana non colga le insidie di un modo apparentemente "colto" (solo perché un "cinema" di questo tipo non è proprio come un cine-panettone) di far passare che "tutti" i quarantenni sono così. Sarò toccato sul vivo dall'evocazione di questa età, ma non mi basta che il regista dica che "non tutti sono così": se uno è intelligente e vuole il bene della sua gente, non presenta in 600 sale a migliaia di persone i casi plastificati, ma rilancia alcune linee feconde presenti in questa società e in questa fascia d'età. O magari anche le fatiche di chi non trova lavoro, invece che l'ennesimo, ripetuto e ripetitivo (pur bellissimo che sia) bacio.
don Chisciotte
Muccino: «I miei quarantenni fragili e sbandati»
Ricominciare. Il senso di un film si può, talvolta, riassumere in una sola parola. Questo ci sembra sia il senso di Baciami ancora: il film di Gabriele Muccino che (da venerdì in 600 cinema, di cui sette con sottotitoli per non udenti) cercherà di bissare il clamoroso successo de L’ultimo bacio, riprendendo – dieci anni dopo – il filo della stessa storia.
E "ricominciare" è proprio ciò che spinge i protagonisti di allora (Accorsi, Santamaria, Favino, Pasotti, Impacciatore, Piazza, più Vittoria Puccini, che ha ereditato il ruolo di Giovanna Mezzogiorno) a riemergere dai disastri sentimentali ed umani in cui sono nel frattempo sprofondati, ormai quarantenni e più sbalestrati che mai, all’inizio del nuovo film. C’è chi ci riuscirà, e chi invece franerà ancora più in basso. Ma il loro travaglio – grazie all’ottimo livello recitativo di tutti gli interpreti, Favino e Impacciatore in primis – ha il potere di avvincere lo spettatore. Pur dimostrandosi – a differenza di quanto avveniva nella prima pellicola – assai meno "rappresentativo" del disorientamento di un’intera generazione.
È mai possibile, insomma, che i quarantenni di oggi siano tutti così labili, precari ed immaturi? «Questa domanda mi dà la possibilità di chiarirlo una volta per tutte – risponde d’impulso Muccino – Nemmeno quando feci L’ultimo bacio volevo offrire il ritratto di una generazione intera. Io non sono nessuno per mettermi in cattedra. Anche perché di quella generazione faccio parte, e la vivo da dentro, non da fuori. Quel che vedo nei quarantenni d’oggi è anche quel che racconto nel film: amori falliti, famiglie distrutte, bambini sballottati. Il che nevrotizza ulteriormente le coppie d’oggi».
Muti testimoni e vittime innocenti dell’agonia della famiglia (almeno nel film) i bambini. E in questo film «i bambini ci guardano» più che mai. «La responsabilità di noi adulti nei loro confronti è enorme – ammette Muccino – Con i collassi familari, con la mancanza di reciproco rispetto fra genitori, noi prepariamo ai nostri figli un futuro da adulti afflitti da gravi problemi. Solo fra alcuni anni vedremo il male che abbiamo fatto loro. E’ un problema nuovo, che le generazioni passate non avevano, perché una volta non c’erano tante famiglie sfasciate. Ma di cui io, come cineasta e come padre, sento la grave responsabilità». E poi c’è l’universo femminile, «che per gli uomini, nel primo film come in questo, rimane tanto fascinoso quanto inesplicabile – spiega il regista (prossimamente impegnato in Usa con un film di fantascienza, e in Italia con una "commedia pura") –. E che li spinge più che mai a mettersi in gruppo, per trovare assieme un codice di accesso».
Per gli attori, infine, questi dieci anni hanno maturato sia i personaggi che i loro interpreti. Secondo Giorgio Pasotti «per tutti quelli che hanno amato L’ultimo bacio sarà bello scoprire che fine abbiamo fatto. Anche se Baciami ancora non è un sequel, ma può essere visto anche da chi non conosce l’altra pellicola». Se i quarantenni d’oggi sono così squilibrati? «Molti lo sono, purtroppo – scuote la testa Favino –. Almeno molti di quelli che conosco io».
Giacomo Vallati
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di donma ,
mercoledì 27 gennaio 2010 6.18
Alcuni
entrano nella tua vita
e se ne vanno in fretta…
Altri
diventano amici
e restano per un poco…
Altri ancora
entrano nel tuo cuore…
e non sei più la stessa persona
perché ti è stata data in dono
una presenza amica.
Anonimo
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di donma ,
mercoledì 27 gennaio 2010 6.10
Se riesco a capire questo nuovo aspetto della mia vita, ove il perdere è il solo guadagno vero che posso fare, non sono più povero. La povertà non è mancanza né di danaro né di successo, ma la impossibilità di spendermi, cioè la mancanza assoluta d'amore. Se posso dare, sono ricco. Donando, mi apro un credito senza limiti su Dio: dissuggello in me «la sorgente saliente a vita eterna». Chi domanda, è sempre un mendicante; chi rapisce, un mendicante; un mendicante chi violenta, strappa, conculca, opprime. Egli non ha mai nulla da dare, perché nulla mai gli trabocca dal cuore. Ecco il più gran male del nostro tempo. E si allarga come la peste: ne siamo tutti minacciati. Si salva soltanto chi ha fede nella carità. Chi crede nella carità non esige l'eguaglianza, non vanta diritti, non è un defraudato, non serba alcun risentimento. Come il Crocifisso, tiene le braccia spalancate ed il cuore aperto: può donare il perdono ai crocifissori e il paradiso al buon ladrone.
don Primo Mazzolari, Dietro la croce, 69
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martedì 26 gennaio 2010 6.40

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lunedì 25 gennaio 2010 6.33
Torniamo alla cananèa (cfr Mt 15,21-28). «Donna, grande è la ma fede!» Gesù esce gioiosamente sconfitto dalla battaglia verbale. Si arrende di fronte all'arma di cui dispone la donna: la fede. Sì, Gesù si lascia vincere dalla fede. E non può fare a meno di manifestare il proprio stupore, la propria ammirazione, dinanzi alla fede della cananèa.
Lei, determinata a strappare il miracolo a vantaggio della propria figlia, non si è lasciata scoraggiare dall'atteggiamento raggelante del Maestro. Anzi, è diventata sempre più pugnace (un esempio stupendo di umiltà audace e di audacia umile). E riuscita a forzare la porta con un'arma che non possiedono molti di quelli che pure stanno seduti alla tavola dei presunti padroni: la fede.
La cananèa, pur riconoscendo la priorità del diritto di Israele, il privilegio del popolo dell'Alleanza, ha rivendicato una parte almeno (niente più che una briciola) della grazia che Dio accorda... gratuitamente (altrimenti non sarebbe più grazia) a tutti, anche ai pagani. La fede della donna consiste nel riconoscere che il disegno salvifico di Dio non può essere determinato dalle stupide barriere che dividono gli uomini. Nell'intuire che il pane è destinato a tutti.
Nel racconto parallelo di Marco (7, 24-30), Gesù esclama: «Per questa tua parola...».
Tra i miei innumerevoli vizi, non c'è l'invidia (almeno, così mi pare). Però, qui, non posso fare a meno di invidiare questa donna. Cosa non darei per sentirmi dire una cosa simile: "Per questa tua parola...". Di parole il Signore da me ne sente molte, anche troppe. Chissà che almeno una volta, in mezzo al cumulo delle mie tante preghiere chiacchierate, Lui non riesca a scovare "una" parola, quella che gli interessa, che non ha mai sentito. Dopo la quale, posso tornare a casa sicuro. Le mie preghiere, troppo spesso, sono schermaglie inconcludenti, grandi manovre verbali. Gesù preferisce una preghiera che sia lotta vera, aspra. E non desidera di meglio che uscirne sconfitto. Da una parola...
«Avvenga per te come desideri». Quasi Gesù le dicesse: "Donna, sia fatta la tua volontà!". Anche se, almeno per il momento, non era quella di Dio...
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 73
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di donma ,
lunedì 25 gennaio 2010 6.08
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di donma ,
domenica 24 gennaio 2010 8.01
I bambini fantasma: violenze e riti di purificazione per entrare nelle sette
Trascinati dai genitori o vittime di «guru» pedofili
di Elena Lisa
Al centro una «figura carismatica». Attorno una casta di «eletti». Più in basso, gli «adepti»: uomini, donne. E i loro figli, anche piccoli: «bambini fantasma» dei quali si sa pochissimo, vittime indifese di violenze psicologiche e fisiche in nome di una pseudo-religione o di «credo» mascherati. «In Italia succede sempre più spesso», è la drammatica denuncia di Telefono Azzurro.
Ma quanti sono i bambini coinvolti? Non esistono cifre ufficiali, ma è ragionevole ipotizzare una stima di diverse centinaia, visto che il numero complessivo di «adepti» italiani, secondo le associazioni che riuniscono i parenti delle vittime, supera abbondantemente il milione. Una sola setta, la «Arkeon», controllava diecimila persone cui ha sottratto negli anni milioni di euro: contro i suoi undici leader è in corso un processo a Bari in cui per la prima volta è stata riconosciuta l’accusa di «associazione a delinquere». E tra i numerosi capi di imputazione, compare anche il «maltrattamento di minori».
Dice Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro: «Non ci sono soltanto i bambini trascinati nella setta dai genitori o da qualche pedofilo travestito da guru. Ci sono anche quelli che nascono dentro la comunità. Sono più fortunati degli altri: avendo avuto pochi contatti con il mondo esterno non devono sottoporsi a continui “riti di purificazione”. Ma di loro si hanno poche, debolissime tracce. Spesso non sono neppure registrati all’anagrafe».
Il quadro che emerge dai racconti dei seguaci in fuga e dalle denunce raccolte da polizia e carabinieri è terribile. Figli piccolissimi «regalati» dai genitori al capo-setta o a tutta la comunità. Confessioni «aperte» sulle pratiche sessuali, alle quali i bambini sono costretti ad assistere. Violenze quando vengono sorpresi a disubbidire - dove disubbidire significa anche solo parlare con la mamma - scariche elettriche, ustioni, droghe e psicofarmaci. Per «purificare lo spirito» è proibito piangere: i piccoli che lo fanno sono chiusi in stanze buie, minacciati o costretti al digiuno, umiliati «pubblicamente, davanti ai coetanei, per imprigionarli nell’insicurezza e tenerli legati.
«Riceviamo decine di segnalazioni ogni giorno - spiega Lorita Tinelli, presidente del Cesap, il Centro studi sugli abusi psicologici - e non è un azzardo ritenere che le sette “abusanti” in Italia siano circa un migliaio. Censirle non è facile: agiscono nell’ombra, e una volta scoperte si ricostituiscono in breve tempo sotto un altro nome».
L’ultimo elenco «ufficiale» delle congregazioni in Italia è vecchissimo, addirittura del ‘98. A produrlo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza in un rapporto dal titolo «Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia» che calcolava 137 gruppi settari: 76 religiosi e 61 magici. Già allora le più diffuse erano le psicosette. «Gruppi “motivaziona- li” che agganciano i più giovani e promettono risultati sorprendenti a scuola, nello sport, con gli amici - spiega Maurizio Alessandrini, presidente della Favis, l’associazione dei familiari delle vittime -. Negli ultimi anni le psicosette si sono moltiplicate a dismisura entrando anche nelle scuole. Del resto, l’Italia è tra i pochi Paesi in Europa dove non c’è una legge ad hoc e nemmeno è punito il reato di “manipolazione mentale per fini illeciti”».
Di un fenomeno che dilaga si occupano associazioni laiche e religiose: «Riceviamo spesso chiamate da coniugi che si stanno separando - dice Don Aldo Buonaiuto, della comunità Papa Giovanni XXIII -. Non riescono più a vedere i figli e sospettano che siano finiti in una qualche comunità strana insieme all’altro genitore».
Le forze di polizia, che hanno formato squadre antisette con psichiatri e psicologi, confermano l’allarme. «Ho incontrato molti ragazzini irretiti da figure carismatiche, trascinati nelle sette all’insaputa della famiglia - dice Giorgio Manzi, comandante del reparto analisi criminologiche dei Carabinieri -. I genitori devono vigilare, cogliere ogni sfumatura di cambiamento nei figli. Il rischio, se non lo si fa, è perderli per sempre».
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di donma ,
domenica 24 gennaio 2010 7.55
Dal messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
(...) Per dare risposte adeguate a queste domande all’interno dei grandi cambiamenti culturali, particolarmente avvertiti nel mondo giovanile, le vie di comunicazione aperte dalle conquiste tecnologiche sono ormai uno strumento indispensabile. Infatti, il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni all’esortazione paolina: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all’inizio di una “storia nuova”, perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola.
Tuttavia, la diffusa multimedialità e la variegata “tastiera di funzioni” della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare. Ai Presbiteri, invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante “voci” scaturite dal mondo digitale, ed annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi. (...) (continua - trovi qui il messaggio completo)
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di donma ,
sabato 23 gennaio 2010 9.36
La cura del bullo
di Massimo Gramellini
Sul Lago di Garda abita una ragazza dello Sri Lanka, venuta in Italia per guadagnare i seimila euro che servono a pagare le cure del fratellino malato di tumore. Lavando i pavimenti di giorno, facendo la badante di notte, e risparmiando ferocemente su tutto, giorno e notte, in un anno la ragazza riesce a mettere da parte la cifra agognata. Si accinge a mandare il vaglia a casa, ma non resiste alla tentazione di telefonare alla mamma per anticiparle la grande notizia. Entra in una cabina (la ragazza non ha il telefonino), tenendo a tracolla la borsa con i seimila euro. Quando quattro ragazzetti gliela strappano, lei lancia un urlo nella cornetta e la madre, dall’altra parte del mondo, vive il suo dramma in diretta.
I carabinieri identificano subito i rapinatori: li conoscono già. Sono adolescenti della zona, molto ricchi e molto annoiati, che cercano di scuotere l’abulia delle proprie esistenze con gesti che procurino scariche violente di adrenalina: per esempio rubare soldi a chi ne ha bisogno per andarli a spendere in cose di cui loro non hanno alcun bisogno. Vengono acciuffati mentre stanno finendo di dilapidare il bottino in un negozio di oggetti griffati. Lo scontro fra bene e male è così lampante che per mettere tutto a tacere, anche la coscienza, i genitori dei bulletti rifondono i seimila euro. «Sono i nostri figli, cosa possiamo fare?», si giustificano. Un’idea l’avrei. Vivere come la ragazza per un anno: lavando i pavimenti di giorno, facendo i badanti di notte, e risparmiando ferocemente su tutto, giorno e notte. Magari funziona.
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di donma ,
sabato 23 gennaio 2010 6.01
E' sempre brutto fare paragoni, ma non voglio essere geloso dei fidati lettori di questo sito: ho trovato un blog che si presenta con delle caratteristiche che lo avvicinerebbero alla natura di SeiTreSeiUno. Se siete curiosi, visitatelo... ma non lasciate ai posteri l'ardua (?!) sentenza!
don Chisciotte
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di donma ,
venerdì 22 gennaio 2010 8.31
Il corpo del reato
di Massimo Gramellini
La Iena televisiva Elena Di Cioccio ha abbordato il calciatore Beckham in un locale di Milano e, munita di guanti di resina, gli ha tastato il pacco, estremità compresa, inseguendo poi il malcapitato al grido di «è piccolo, è piccolo!». Le immagini suscitano un sorriso automatico, come il movimento del ginocchio colpito dal martelletto del medico. C’è del sadismo, in quella scena. C’è lo sberleffo nei confronti del ricco bello & famoso. E c’è il brivido del proibito (il palpamento dei genitali maschili da parte di una donna era uno degli ultimi tabù sopravvissuti). Insomma, c’è la televisione come siamo stati abituati a conoscerla in questi anni: un meccanismo infernale e infantile dove anche i programmi di buona qualità e di qualche pretesa, come «Le Iene», per catturare l’attenzione di un pubblico sempre più intontito devono colpirgli, ormai non solo metaforicamente, le parti basse.
Eviterò di fare il moralista, ribaltando la scena: come avremmo reagito se una Iena-maschio avesse palpato il seno della moglie di Bechkam gridandole «è piccolo, è piccolo»? Ed eviterò di fare il penalista, rammentando che la molestia sessuale rimane un reato, anche se compiuta nei confronti di una persona nota, persino di una persona nota che ha posato per la pubblicità di una marca di intimo. Non posso invece evitare di fare il femminista: era dunque questa la parità per cui ci siamo battuti, una parità al ribasso che consenta alle donne di trattare in pubblico il corpo degli uomini con lo stesso disprezzo con cui gli uomini trattano quello delle donne?
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di donma ,
venerdì 22 gennaio 2010 8.15
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di donma ,
venerdì 22 gennaio 2010 6.34
Che l'autore di queste righe sia "partito"... lo sappiamo da tempo;
che in queste righe la caritas e la veritas non trovino casa è confermato;
in esse non vedo altra utilità che sprecare inchiostro presentando se stessi.
don Chisciotte
(...) Il colmo poi è che Zizola indichi ai preti come esempio da seguire il cardinal Martini la cui predicazione, ora pure sul Corriere della sera, appare – con tutto il rispetto – singolarmente fumosa, stanca e (sul piano dottrinale) ambigua. E’ uggiosa come un pomeriggio piovoso di novembre (almeno per chi scrive).
Se è giusto lamentare che i predicatori di oggi dimenticano i fondamentali (inferno, morte eterna, purgatorio, paradiso), se è giusto lamentare – come pare faccia perfino Zizola – che dimenticano “la verità centrale della fede cristiana, la Resurrezione”, non risulta che Martini faccia eccezione. Anzi.
Eppure Zizola sostiene nientemeno che il più efficace tentativo di “riqualificare la predica” di questi decenni della Chiesa sia rappresentato dalla cosiddetta “Scuola della Parola tenuta dal cardinal Martini nel Duomo di Milano”.
Francamente a me non risulta che da quella remota (e dimenticata) iniziativa di Martini sia sorto un movimento di conversione che ha cambiato il volto di Milano (non conosco una sola persona che si sia convertita ascoltando Martini).
Anzi, mi risulta che il bilancio della cristianità milanese degli ultimi decenni sia drammatico. I movimenti di rinascita cristiana (che ci sono, forti, a Milano) non sono certo nati dalla “Scuola della Parola” di Martini. Ma dalla scuola di vita che tanti santi dei nostri giorni sono, per giovani e non più giovani.
Questo mi pare il punto. Soffriamo non una penuria di eloquenti oratori o di biblisti, ma di padri e di santi, quelli che sanno toccare il cuore non (solo) per la capacità di parlare, ma perché loro stessi sono un avvenimento di vita nuova per chi li incontra. (continua - leggi il resto... se ce la fai!)
Antonio Socci
da “Libero”, 10 gennaio 2009
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di donma ,
giovedì 21 gennaio 2010 9.37
Il più grande
di Massimo Gramellini
Leggo e rileggo la lista dei cinquanta italiani illustri che da ieri si contendono su Raidue il televoto dei loro connazionali e rimango allibito.
Lui non c’è.
Ma com’è possibile? Quale autorevolezza potrà mai avere un referendum sul più grande italiano di sempre che non contempli il più grande presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, migliore persino di De Gasperi? Nella griglia dei finalisti c’è Garibaldi, e va bene. C’è Fiorello, e ci mancherebbe. Ci sono addirittura due Mazzini (Giuseppe, patriota, e Mina, cantante). E non si è trovato uno strapuntino per quel gigante del pensiero (anche se non di statura)?
Nessuno può vantare una storia di successo così fulminante e, a suo modo, romantica. La cavalcata inarrestabile di un imprenditore innovativo - un uomo del fare - che in un momento difficile della storia patria decide di lasciare la sua azienda per scendere in campo. Un po’ cascamorto con le donne, ammettiamolo. E abbastanza spregiudicato nelle frequentazioni. Ma vitale, vivaddio! Lavoratore instancabile, capace di conservare il potere nonostante l’ostilità di una nomenclatura ancorata ai propri privilegi e malgrado i rapporti non facili con il capo dello Stato. Qual è la causa di questa discriminazione inconcepibile? Forse la sua provenienza dal Nord produttivo e operoso, di cui può considerarsi a buon diritto il campione? O la sua appartenenza al centrodestra, mentre la Rai - si sa - è in mano ai comunisti?
Scusate lo sfogo, ma è davvero una vergogna che abbiano lasciato fuori... Cavour!
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di donma ,
giovedì 21 gennaio 2010 6.08
A piccoli passi verso la barbarie
Più volte l’abbiamo ribadito su queste colonne e con forza l'abbiamo affermato in più occasioni: ci stiamo dirigendo a piccoli passi verso la barbarie. Negli ultimi tempi l’andatura è sempre più accelerata e l’emergenza di alcuni fattori deleteri ci porta a riconoscere che ormai ci troviamo in una barbarie diffusa. Non si tratta solo di assenza o debolezza della cultura, ma di una ferita alla civiltà inferta dall’affermazione di comportamenti indegni dell’uomo che non cercano la qualità della convivenza ma la oltraggiano. Assistiamo non allo scontro di civiltà profetizzato da Huntington, né alla fine della storia ipotizzata da Fukuyama ma, in modo più tragicamente banale, al piombare in un’epoca oscura, in cui è minacciata di sparizione la stessa democrazia. Quest’ultima, infatti, non può sussistere in una società in cui si disprezza la politica, cioè la gestione del bene comune, in cui non si avverte più come necessaria alcuna convergenza sull’orizzonte di senso della polis.
Nel Salmo 14 vi è un’amara constatazione: «tutti sono corrotti, nessuno fa il bene!»: grido tragico perché, se da un lato può essere denuncia di una situazione reale contingente, d'altro lato può attestare la presenza di una pandemia etica che dilaga e che perverte la natura stessa della convivenza civile. La violenza, l’aggressione innanzitutto verbale non è forse un habitat al quale oggi assistiamo attoniti, in un’impotenza a fare qualcosa che ci rende tristi e amareggia i nostri giorni? Basta accendere la televisione - cosa che personalmente mi capita assai di rado e solo fuori casa - per assistere a talk-show in cui si misura da subito il sistematico non ascolto dell’altro mentre il tono di voce gridato copre ogni opinione e passa sovente al disprezzo e all'insulto che negano l'altro nella sua soggettività e dignità. Così i telespettatori si abituano progressivamente ad assumere come propri nel quotidiano quegli atteggiamenti aggressivi. Questi divengono così la modalità consueta dei rapporti in famiglia, sul lavoro, nei luoghi di incontro: tutti si sentono non solo autorizzati, ma incoraggiati alla rissa, all’aggressione, al dileggio delle regole comuni. I ragazzi e i giovani, invece di essere contenuti e corretti nelle intemperanze proprie dell’età, di essere condotti alla consapevolezza di limiti e di freni essenziali e decisivi nei rapporti e nella comunicazione, si sentono stimolati a emulare i modelli di comportamenti incivili offerti dagli adulti... (continua - leggi il seguito)
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di donma ,
mercoledì 20 gennaio 2010 6.02
Pigrizia killer, 28mila morti all’anno per inattività fisica
Italiani sedentari e sempre più grassi fin da piccoli. E «battere la fiacca» riduce gli anni di vita in buona salute, facendo salire i tassi d’invalidità e morte prematura.
La pigrizia uccide quanto molte patologie. Per inattività fisica e a causa delle malattie che insorgono anche per la mancanza di movimento muoiono ogni anno solo nel nostro paese circa 28mila persone (il cinque per cento del totale dei decessi). Non solo, «battere la fiacca» contribuisce a ridurre gli anni di vita da trascorrere in buona salute, facendo salire i tassi d’invalidità e morte prematura. Sono i dati allarmanti contenuti nella relazione annuale del ministero della Salute sullo stato sanitario del Paese presentato a dicembre 2009. Fare sport, si legge nel rapporto, è generalmente una buona abitudine che tende a essere associata ad altri tipi di comportamenti salutari, come il mangiare sano e il non fumare. Ma in Italia, secondo i dati Istat relativi al 2008, il 40,2 per cento della popolazione non pratica attività né sportiva né fisica nel tempo libero. La sedentarietà è più frequente tra le donne (45 per cento) che tra gli uomini (35,3 per cento), mentre lo sport sembra essere una prerogativa prettamente giovanile e maschile.
Sconfortanti sono anche le informazioni raccolte sul tempo trascorso davanti alla televisione o ai videogiochi e sulla ginnastica praticata dai bambini e adolescenti di età compresa fra i 6 e i 17 anni sono: uno su quattro non pratica alcuno sport e altrettanti sono quelli che lo fanno per non più di un’ora a settimana. Inoltre, la metà circa dei bambini ha la tv in camera e la guarda per tre o più ore al giorno.
Non meno preoccupanti appaiono poi i dati sull’alimentazione, nonostante il legame con lo sviluppo di malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, sovrappeso e obesità sia ben noto. In Italia, l’Istat conta circa 4,7 milioni di adulti obesi, soprattutto al Sud e fra le persone con un basso grado di istruzione. E se il 96 per cento degli intervistati Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), un progetto dell’Iss per la continua sorveglianza della popolazione italiana adulta sui principali fattori di rischio comportamentali, ha dichiarato di mangiare frutta e verdura almeno una volta al giorno, soltanto il 10 per cento mangia le cinque porzioni raccomandate per un’efficace prevenzione dei tumori. L’abitudine a consumare cinque o più razioni di frutta e verdura al giorno è comunque più diffusa tra le persone sopra ai 50 anni, tra le donne (12 per cento), le persone con basso livello d’istruzione (10) e le persone obese (12). Nonostante il persistere di certe cattive usanze... (continua - leggi il seguito)
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di donma ,
martedì 19 gennaio 2010 8.51
Costruire è una cosa difficile: è lapalissiano: ma è pure lapalissiano che per costruire bisogna sgomberare il terreno dagli impedimenti. E quando non si accettano - oppure ci si fa forza per non accettare - le critiche più elementari col solo pretesto che non si sa bene ancora che cosa sostituirvi, come si può fare accettare un piano positivo, che deve per forza sostituire quello che non si vuol neanche lasciare intaccare? D'altronde, il fatto ricostruttivo è il frutto di un apporto collettivo. Uno spirito aperto e previdente potrà proporre uno schema, una planimetria, ma non si ricostruisce con una sola mano. Vi devono portare tanti un contributo ecc.
La lettera doveva invogliare. Invece, proprio chi vive dentro l'attività se ne scansa con non so quale scusa; che discutere è inutile. Per la stessa ragione un altro vi può dire che mangiare è inutile, che vivere è inutile.
don Primo Mazzolari, Diario III/B, 414ss
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di donma ,
martedì 19 gennaio 2010 8.41
L'altro verbo (Mt 9,35-36) è errimménoi, ed è il passivo di strappare: sparpagliate, disperse, come un gregge che è in unità e poi viene strappato e i pezzi vengono buttati lontano. Questo succede quando, mancando il pastore, le pecore vanno di qua e di là: cominciano a correre, si affannano, poi vanno su e giù, si buttano a terra non sapendo più cosa fare, dove dirigersi, dove mangiare, dove bere: è l'effetto della dispersione. Ora Gesù vede così il suo popolo e, potremmo dire, vede così l'umanità. E noi dovremmo chiedergli nella preghiera di entrare nel suo cuore per partecipare alla sua compassione pastorale per una umanità frustrata, dispersa, scoraggiata.
card. Carlo Maria Martini, Popolo mio esci dall'Egitto, 17
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di donma ,
lunedì 18 gennaio 2010 18.06
Dal discorso di papa Benedetto XVI alla sinagoga di Roma (17 gennaio 2010)
2. La dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i Cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e significativi, tra i quali desidero menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo del mio Venerabile Predecessore, il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con Esponenti ebrei, anche durante i Viaggi Apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la Dichiarazione Nostra Aetate, hanno offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra Cattolici ed Ebrei. Anche io, in questi anni di Pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno, come pure i tanti incontri con Comunità e Organizzazioni ebraiche, in particolare quelli nelle Sinagoghe a Colonia e a New York.
Inoltre, la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, Noi Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre! Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del Papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro cuore: "Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza".
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di donma ,
lunedì 18 gennaio 2010 8.42
Paolo Conte - Parole d'amore scritte a macchina
Memorabile… Frasi d’amore scritte a macchina…
la nostra storia in quattro pagine…
che, raccontata, ci può perdere…
Ah, formidabile… Il tuo avvocato è proprio un asino
no, certe cose non si scrivono…
che poi i giudici ne soffrono…
Eh, eh, eh… rido perchè,
a parte lo stile del tuo legale,
sono parole tue
d’amore scritte a macchina,
Baby, baby, van tanto bene per me…
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di donma ,
lunedì 18 gennaio 2010 8.34
Si narra di un monastero che, in seguito a un'ondata di persecuzioni antimonastiche verificatesi nel XVI e nel XVII secolo e a una crescente secolarizzazione del XIX secolo, stava vivendo tempi difficili. Ormai, nella grande e cadente abbazia non vivevano che l'Abate e altri quattro monaci, tutti molto anziani. Il monastero era chiaramente destinato a scomparire.
Nel fitto bosco che lo circondava, c'era una piccola capanna che un Rabbino di una città vicina usava di tanto in tanto come eremo. Nei lunghi anni di preghiera e contemplazione i monaci avevano sviluppato una straordinaria sensibilità ed erano perciò quasi sempre in grado di capire quando il Rabbino si trovava nell'eremo. Un giorno l'Abate, sempre più preoccupato per la situazione dell'Ordine, volle recarsi alla capanna per chiedere consiglio al saggio ebreo, ma questi non potè fare altro che condividere il suo dolore: «Conosco il problema; la gente ha perso la spiritualità e anche nella mia città quasi nessuno viene più alla sinagoga». Si lamentarono insieme, poi lessero alcuni brani della Torah e conversarono serenamente di profonde questioni spirituali. Prima di congedarsi, l'Abate gli domandò di nuovo se non avesse dei consigli da dargli per salvare il monastero e l'Ordine dalla rovina. «No, mi dispiace - ripetè il Rabbino -; l'unica cosa che posso dirti è che il Messia è tra voi».
Rientrato al monastero, l'Abate riferì le strane parole del Rabbino e nei giorni, nelle settimane che seguirono, i vecchi monaci riflettevano su quella frase: Forse il Messia è uno di noi? Certo, potrebbe essere l'Abate oppure fratello Thomas che è davvero un sant'uomo; sembra invece difficile che il Rabbino alludesse a fratello Elred, irascibile com'è, ma non si sa mai; quanto a fratello Philip, è una vera nullità e tuttavia, quando c'è bisogno di lui, quasi misteriosamente è sempre presente e dunque magari è proprio lui il Messia. E se fossi io?, diceva il quarto monaco. Non è possibile, non sono tanto importante, però per il Signore lo sono; chissà?
Immersi in questi pensieri, i monaci cominciarono a trattarsi tra di loro con straordinario rispetto perché esisteva, pur se remota, la possibilità che il Messia fosse tra loro. La foresta in cui si ergeva il monastero era stupenda e accadeva che di tanto in tanto arrivassero dei visitatori che venivano a p | |