Il BLOG di Marco Paleari: spazio di condivisione

di donma ,
sabato 4 settembre 2010 8.05
La preghiera di Gesù contempla due cose fondamentali: l'esclamazione «Padre», che è l'atteggiamento di totale fiducia in colui che lo ama come Figlio, e l'espressione di desideri profondi e vitali: «se vuoi, allontana da me questo calice», «non la mia, ma la tua volontà». Gesù lascia emergere in sé due desideri oggettivamente contrastanti, due realtà conflittuali di cui non ha paura perché nella sua preghiera si unificano nella domanda «si compia la tua volontà».
Pregare nel momento della prova vuol dire lasciar emergere l'angoscia, la paura, il timore di ciò che ci sta di fronte e che è opposto al desiderio che abbiamo di essere disponibili, di deciderci, di affrontare la realtà. Nella preghiera, questa divisione che è in noi si unifica, disponendoci alla lotta e alla decisione coraggiosa. Ciò che in noi è tumultuosamente conflittuale e perciò ci impedisce di agire, di muoverci, ci paralizza nella paura, ci porta a dilazionare nel tempo le decisioni, ad accampare scuse senza limiti; tutto questo conflitto interiore, se messo a fuoco nella preghiera, ci unifica e ci permette di riprendere in mano la nostra capacità di deciderci e di dire: «sia fatta la tua volontà», «si compia in me ciò a cui sono chiamato».
Il testo ci dice inoltre che la preghiera di abbandono e di unificazione di Gesù è espressa in uno stato di angoscia e di agonia. Viene alla mente la parola di Pascal: «Gesù è in agonia fino alla fine del mondo, nella sua Chiesa, negli uomini». Possiamo quindi unirci all'agonia, all'angoscia e allo sconforto di tutti gli uomini che nel mondo, vicino o lontano da noi, soffrono e sono sottoposti alla prova. Gesù nella sua prova vince la prova per noi fino alla fine del mondo; nella sua angoscia è vinta la nostra. La paura di deciderci, di buttarci, di perdere la vita per i fratelli, è vinta dalla sua preghiera nell'agonia. Gesù ha voluto manifestare la sua angoscia per esserci vicino fino in fondo. Non ha temuto che apparissero la sua debolezza e la sua fragilità per insegnarci a non avere paura della nostra; a non avere paura neanche che essa si manifesti e sia conosciuta, perché in questa nostra fragilità opera la potenza di Dio.
Carlo Maria Martini, Qualcosa di così personale, 48-49
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di donma ,
venerdì 3 settembre 2010 8.34
Può darsi che sia vero che la Chiesa avrà tempi duri, come Israele ebbe ai tempi della deportazione (quante profezie amare ed ingenue circolano nel sottobosco delle parrocchie!).
A me tutto questo non dice molto perché Cristo mi ha liberato proprio dalla paura.
Io mi sento assicurato e confortato dal passaggio di Gesù nella mia vita.
Se si chiude un seminario non mi viene alla mente di dubitare che mi mancherà un prete a darmi l'Eucaristia.
Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è finito e che Dio è stato vinto dal male.
No, e preferisco cantare con Osea le stesse parole della speranza: «Io sono il Santo in mezzo a te, Israele e ruggirò come leone dinanzi al male. Accorreranno i tuoi figli come colombe, e come augelli ritorneranno al loro nido» (11,10-11). Sì, ho tanta speranza!
Ed è la speranza vera, quella non fondata sull'ottimismo umano, ma nata dalla contraddizione e debolezza mia, dalle contraddizioni e debolezze della Chiesa e dalla visione della babele del mondo di sempre.
Ho la speranza che non si fonda più sulle mie forze o sulle forze organizzate della Chiesa, ma solo sul Dio vivente, sul Suo amore per l'uomo, sulla Sua azione nella storia, sulla Sua volontà salvifica.
fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 8 gennaio
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di donma ,
venerdì 3 settembre 2010 8.13
Segnale inequivocabile: il popolo (solo a volte, purtroppo) non sopporta che si metta sul piedistallo chi è stato condannato per associazione mafiosa. I modi della piazza non sono mai fini e non si possono condividere del tutto, però trovo significativo che - una volta su mille - non "un gruppo di facinorosi", ma la cittadinanza civile si rifiuti di accettare tutto e tutti. E lo faccia contro gli atteggiamenti mafiosi, non per questioni di calcio o di veline.
don Chisciotte
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giovedì 2 settembre 2010 17.23
Varese - L'offerta di lavoro da parte di un'azienda di servizi cimiteriali
«Cercasi hostess per il caro estinto»
Il suo compito è offrire supporto ai parenti, compenso otto euro all'ora. Già 50 aspiranti per il posto
Le hostess, evidentemente, vanno forte in questo periodo. Cinquecento ne ha volute Gheddafi al suo cospetto, per lo show italiano degli scorsi giorni. Adesso un’azienda di Varese che si occupa di servizi cimiteriali ne cerca una da assumere part time nei campisanti intorno a Milano, per dar conforto ai parenti del caro estinto nell’ultimo saluto alla vita terrena. La paga è otto euro all’ora.
Così si legge nel sito Infojobs, che rimanda all’agenzia di lavoro interinale Randstad. Descrizione dell’offerta pubblicata online: «Ricerchiamo una hostess che si occupi di accogliere i parenti dei defunti e di accompagnarli alla tomba in occasione dell'esumazione della salma. La risorsa dovrà fornire un supporto ai parenti del defunto e dovrà essere in grado di non farsi coinvolgere emotivamente dalle situazioni. Orario di lavoro è part-time, 3 ore e mezzo al giorno da martedì a venerdì. Possibilità di utilizzo dell'auto aziendale per gli spostamenti tra i cimiteri».
«Abbiamo ricevuto già 50 curricula in cinque giorni», racconta Silvia Lentà, unit manager di Randstad. «L’azienda non ha posto limiti di età per la candidata, tranne le qualità psicologiche. Deve essere una persona predisposta a questo tipo di circostanze. Non fredda ma professionale. Potrebbe avere, per esempio, esperienza come infermiera o operatrice socio-assistenziale». Nelle intenzioni dell’azienda del Varesotto, che ha ottenuto importanti appalti per i servizi cimiteriali in Lombardia (infatti cercano anche 8 manutentori, fanno sapere da Randstad), c’è quella di seguire il modello americano. «Non si tratterà, nel futuro, di accompagnare i parenti nell’esumazione della salma, ma se l’idea funziona, di organizzare una sorta di party di saluto, come avviene negli Stati Uniti».
Stella Grasso
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giovedì 2 settembre 2010 14.47
Le gheddafine, il Signore e la gent
di Beppe Severgnini
Se una delle «gheddafine» reclutate a 40 euro leggesse quest'articolo, per favore, si metta in contatto con me. Voglio sapere perché ha accettato: la risposta aprirebbe squarci affascinanti nella nuova mente italiana. Lavorando la baby-sitter avrebbe preso di più. Recitando in quell'avanspettacolo di proselitismo islamico (© Franco Venturini) ha guadagnato una miseria; ha tollerato un'umiliazione; ha messo in imbarazzo, se ancora conta, il suo Paese.
Il capo del governo italiano è stato invece, a suo modo, coerente. Da decenni sostiene che il cliente ha sempre ragione, e la regola vale per tutti: inserzionisti permalosi, elettori umorali, alleati scomodi come il colonnello Gheddafi (ma generale non lo promuovono mai?). Anche l'uomo di Tripoli, se vogliamo, ha mantenuto le promesse. La sua idea di modernità è quella: lui sfoggia e gli altri ammirano; lui parla e gli altri ascoltano. Anche il mondo cattolico, davanti ad affermazioni strabilianti («L'Europa sarà islamica») è apparso, per una volta, unito. Il quotidiano Avvenire s'è evangelicamente scocciato. Perfino Comunione e Liberazione, reduce dell'annuale flirt adriatico col potere, s'è ribellata. Maurizio Lupi e Mario Mauro - rispettivamente vicepresidente della Camera e capogruppo Pdl al Parlamento Europeo - sono stati chiari: «È opportuno offrire il nostro Paese come palcoscenico per gli spettacoli del raìs?». Mi è sfuggita la reprimenda antigovernativa della pasionaria cristiana Daniela Santanchè, ma forse ero distratto.
Anche la reazione dell'opinione pubblica, se ci pensate, è prevedibile. Stupore divertito: non indignazione. Battute di spirito: non proteste. Il pubblico ha osservato la silenziosa guerra di tinture dietro le promesse d'amicizia tra i leader, ha ascoltato gli annunci di accordi. Non mi sembra però sia stato colto quest'aspetto: solo in Italia Gheddafi avrebbe potuto fare quello che ha fatto. Risposta governativa: solo l'Italia è così vicina alla Libia e ha tanti interessi laggiù!
Vero: ma la gente non ragiona come il ministero degli Esteri, Unicredit o Impregilo. Il motivo per cui il «Gheddafi-show» (© Lupi-Mauro) è stato tollerato è un altro: siamo abituati a non discutere il potere. Si chiami Signore, Principe, Re, Duce, Presidente o Raìs, noi l'accettiamo, da secoli. Magari lo deridiamo, l'aggiriamo, lo imbrogliamo: ma non lo discutiamo. Il potente, in Italia, non è costretto all'understatement del potere, come nelle altre democrazie occidentali. Può sfoggiarlo: buona parte dell'opinione pubblica vivrà gli eccessi di lui come motivo di divertimento o, addirittura, d'orgoglio. Lo zar russo o il raìs arabo godono dello stesso privilegio. Il presidente Medveded può arrivare a Cervinia e pasteggiare a mezzogiorno con champagne da 500 euro a bottiglia; Gheddafi può trasformare Roma in un set televisivo personale; Berlusconi non deve nascondere ciò che ha e ciò che fa (feste e ragazze comprese). Ecco perché Palazzo Chigi va d'accordo con Tripoli e il Cremlino, da quando gli inquilini sono questi.
Corriere della Sera, 2 settembre 2010
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di donma ,
giovedì 2 settembre 2010 8.47
Nel Vangelo della messa ambrosiana di oggi leggiamo: «Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12).
Più vengo a conoscenza e rifletto sull'atteggiamento di numerosi diaconi, presbiteri e vescovi nei confronti delle loro comunità cristiane, mi rendo conto che "violento" può essere un aggettivo che ben lo definisce.
E' violenza non ascoltare coloro che abitano quel territorio, quella parrocchia, quella diocesi.
E' violenza imporre la propria spiritualità, i propri gusti estetici, le proprie preferenze culinarie.
E' violenza costringere un popolo ad adeguarsi alla propria forma mentis.
E' violenza ritardare il cammino di tutti a motivo della propria pigrizia, ignoranza, incapacità.
E' violenza soffocare chi dà fastidio e costringerli ad andarsene.
E' violenza rubare tempo alla cura delle pecore malate, ferite, bisognose.
E' violenza non pensare al domani della propria gente.
E' violenza trattare le cose di tutti come se fossero esclusiva proprietà privata... propria.
Se qualche diacono, prete e vescovo avesse pensato che la vita della Chiesa fosse cosa sua, la parola di Gesù è chiara: i violenti si sono impadroniti del Regno.
Con amarezza, don Chisciotte
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giovedì 2 settembre 2010 7.19
"Andrò a vedere i lager libici dove tengono gli immigrati"
intervista a mons. Domenico Mogavero, a cura di Orazio La Rocca
«L'Italia non ci ha fatto una gran bella figura. Io speravo almeno di poterci parlare, brevemente, su questioni delicate come l'immigrazione, che non può essere governata con i respingimenti e, tantomeno, con i campi di concentramento in zone desertiche. Ma non è stato possibile. Comunque, non mi fermo. Ho chiesto di poter andare in Libia per visitare i centri di accoglienza che, a quanto dicono, sono dei veri e propri lager».
E' deluso, monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e, fino allo scorso mese di maggio, presidente del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei, l'unico prelato ad essere stato invitato dall'Accademia Libica d'Italia al ricevimento ufficiale in onore di Gheddafi.
Un invito piuttosto inusuale: ma perché, monsignor Mogavero, ha accettato?
«Speravo di poter parlare col leader libico, stando anche a quanto mi era stato prospettato. Speravo di potere aprire qualche piccola finestra almeno sul fronte umanitario. Alla fine della cena l'ho salutato come tutti, ma non c'è stato il tempo nemmeno per una parola».
Ma cosa avrebbe voluto chiedergli?
«Avrei voluto chiedergli che fine hanno fatto le tante persone respinte dalle navi italiane e mandate con forza sulle sue coste. Non mi è stato permesso di farlo, ma io non mi arrendo. Ho già chiesto di poter andare in Libia dove spero di poter visitare i centri di raccolta degli immigrati respinti. Appena mi daranno l'autorizzazione, partirò».
Gheddafi ha chiesto all'Europa ben 5 milioni di euro l'anno per poter fermare il flusso di immigrati.
«Al di là delle provocazioni, è però vero che sull'immigrazione serve una strategia comune della Ue che per ora non c'è. E non si può affidare il presidio dell'intero fronte africano ad un solo Paese e sulla base di accordi bilaterali che prevedono, in cambio, contratti di carattere economico a vantaggio della Libia e dei nostri imprenditori».
Nessuno ha sollevato il problema delle condizioni in cui versano gli immigrati respinti sulle coste libiche.
«E' vero, e per questo dico che non ci abbiamo fatto una gran bella figura. La questione dei diritti umani è di primaria importanza: ignorarla per non turbare gli accordi commerciali, è deleterio. Come vescovo di Mazara del Vallo, dove da anni arrivano disperati su carrette del mare, non posso stare zitto».
Gheddafi ha anche lanciato la campagna di islamizzazione dell'Europa. Preoccupato?
«Non mi è sembrata una uscita seria. Lo ha detto, poi, ad una platea di ragazze assoldate per ascoltarlo. Ma l'Europa farebbe bene a rafforzare le sue radici cristiane».
in “la Repubblica” del 1° settembre 2010
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giovedì 2 settembre 2010 7.12

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mercoledì 1 settembre 2010 8.42
Terrasanta, preghiere via e-mail
di Marco Tosatti
Parecchie comunità contemplative della Terra Santa ora accettano richieste di preghiera trasmesse per e-mail. Il Patricarcato latino di Gerusalemme ha annunciato di aver organizzato questo tipo di servizio, dal momento che molte persone da tutto il mondo chiedono preghiere alle comunità contemplative che vivono in Terra Santa. In un comunicato, il Patriarcato afferma che queste intenzioni di preghiera possono essere molto importanti, per i richiedenti, “e questa è la ragione per cui essi vogliono affidarle alle persone che hanno dedicato la loro vita a Dio, per vivere e pregare in Terra Santa”. Di conseguenza , ricordando anche che nell’Instrumentun Laboris per il Sinodo sul Medio Oriente si afferma che ”la prima missione dei monaci e delle monache è la preghiera e l’intercessione per la società”, il Patriarcato invita I fedeli a mandare le loro richieste di preghiera a una delle comunità religiose. “Potete affidare loro le vostre intenzioni, specificando i dettagli che vi stanno a cuore. Tutto ciò resterà privato e noto solo a voi e alla comunità a cui vi rivolgerete”.
Ecco gli indirizzi di e-mail comunicati dal Patriarcato:
-- Poor Clares, Nazareth: clairemarie1884@bezeqint.net
-- Carmelites, Mount Carmel, Haifa: zanotiel@netvision.net.il
-- Nuns of the Emmanuel, Bethlehem: community@emmanuelmonastery.org
-- Bridgettine Sisters, Bethlehem: brigida@p-ol.com
-- Silent Workers of the Cross, Mater Misericordiae, Jerusalem: betaniasilenziosi@yahoo.com
-- Benedictines, Mount of Olives, Jerusalem: benetur@netvision.net.il
-- Poor Clares, Jerusalem: mi.yesh@gmail.com
-- Carmelites of the Pater, Jerusalem: edcarmelpn@live.com
-- Nuns of Bethlehem, Bet Gemal, Bet Shemesh: midbar@gmail.com
-- Little Family of the Resurrection, Jerusalem: pfrjer@alqudsnet.com
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di donma ,
mercoledì 1 settembre 2010 7.54
Il "proselitismo" del colonnello
Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang
di Marco Tarquinio
Amiamo l’idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione anche tra le religioni dopo essere stato per secoli tramite di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari. Abbiamo perciò accolto come una buonissima notizia, due anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia dopo un lunghissimo e aspro contenzioso, frutto della politica coloniale italiana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti – contro le popolazioni libiche e delle dolorose ingiustizie subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fiorire – tra gran sfoggio di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine della sofferenza e della morte per migranti d’Africa e dei cinici traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta", agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo le leggi che le nazioni civili si sono date.
Ma incontrarsi serve comunque. Serve sempre. E la solenne visita che il colonnello Gheddafi sta effettuando per la seconda volta nella capitale italiana è ovviamente un’occasione d’incontro e di reciproca conoscenza. Sperabilmente di crescita, di chi più ha da crescere, nella comprensione del valore della democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti sostanziali e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche. Ma anche con momenti incresciosi e urtanti. Come l’incontro per una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate. Messa in scena organizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e questa volta lanciata, invece, come spettacolare prologo agli incontri più strettamente politici con le autorità italiane.
Viene da chiedersi – e tanti, in effetti, se lo sono chiesti – a quale leader d’un Paese di tradizione e maggioranza cristiana sarebbe stato concesso di predicare e battezzare in un Paese di tradizione e maggioranza islamica. Anche se è una domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici cristiani mai verrebbe in mente di farlo e, subito dopo, perché neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo mentre ai cristiani semplici (che siano lì per lavori servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate) è addirittura interdetto – tranne che in poche eccezioni – di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese di profonde e vive radici cristiane e capace di una positiva laicità, nella Roma cattolica, Gheddafi ha potuto invece fare deliberato spettacolo di «proselitismo» (anche grazie a un tg pubblico incredibilmente servizievole e disposto a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello ha esercitato il «dovere» di «ogni musulmano: convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco.
Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso. Certamente è stata una lezione. Magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...
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di donma ,
martedì 31 agosto 2010 6.24
Io che odio l'estate
di Mina
Che bella l’estate. Bella perché finisce, prima o poi. L'altro giorno sembrava proprio che l’inverno avesse fatto un colpo di mano e si fosse insediato per rimanere. Veramente era notte e il vento, i fulmini e gli scrosci staccavano rami e alberi. Il rumore era sbalorditivo. Sembrava di essere a un concerto heavy metal con mille altoparlanti a manetta. Credevo che la casa venisse sradicata, come quella di Dorothy, nel mago di Oz. Il canetto di mia figlia, identico a quello del film, ha paura dei rumori e del vento. Quella notte mi stava francobollato mentre con tutta la forza cercavo di chiudere le finestre che il vento spingeva. È durata ore e io, sotto sotto, speravo che quel nubifragio di proporzioni colossali si fosse portato via la calura. Invece no. Il mattino dopo, a parte le strade in condizioni da day after, il sole picchiava come un maglio. Solito problema. Un rimedio contro il caldo. Ventagli, angurie ghiacciate, gelati… no.
Ci vuole qualcosa che ci raffreddi. Che ci faccia veramente rabbrividire, qualcosa di costantemente congelante. L’uovo di Colombo: basterà comprare un giornale, uno qualsiasi, non importa se di destra o di sinistra. Apriamolo, possiamo addirittura agghiacciarci e, se la televisione non l’avrà preceduto, potremo leggere notizie come quella di quella madre che ha ucciso e sepolto nel giardino otto neonati.
Di quelle amiche (amiche?) che hanno bruciato, cosparso di acqua bollente, torturato per diciannove ore una compagna colpevole di essersi messa con un ex di una delle gentildonne. Di quei padri di famiglia che ammazzano e si ammazzano perché hanno perduto il lavoro, però la crisi è finita e il Paese va meglio. Continuiamo a leggere e troveremo, purtroppo, una lunga, infinita, interminabile serie di intollerabili disastri, di schifezze che ormai sembrano autoalimentarsi e autoriprodursi. Ma forse è meglio, vigliaccamente, chiudere il giornale e interrogarci su chi potrebbe darci un po’ di meritata vacanza, di sospensione, di interruzione dalla realtà che diventa sempre più inaccettabile. Non basta più sopportare e resistere. Lo faremo comunque, certo, ma con quali prospettive? Per ora siamo rallentati, fasciati dentro queste bende d’agosto. «Odio l’estate» cantava Bruno Martino. Io di più. L’unica consolazione certa e indubitabile è la fine di questa stagione. Grande conforto per me che mi accontento di poco. Il minimo, proprio.
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di donma ,
lunedì 30 agosto 2010 6.53
W la solitudine (anche da morti)
di Mina
Ci ho pensato spesso, in questi ultimi settant’anni. E se dovessi descrivere il funerale ideale, lo sognerei vuoto di dolore e di addolorati. Converrebbe aver lasciato di sé una traccia di allegria così potente da controbilanciare l’assenza. Un segno di leggerezza da consumare anche postumo. Il funerale deserto andrebbe proprio bene. Non sono fra quelli che piagnucolano: «Ricordati di me». Dimènticati di me, piuttosto, ma, soprattutto non soffrire. Mi farebbe più male del morire. Ma come si fa? O muori così vecchio, ma così vecchio che le persone che ami si sentirebbero estenuate dal vederti ancora lì. Insomma, ne avrebbero avuto più che a sufficienza. Oppure, sempre nel desiderio di non lasciare dolore dietro di sé, tramutarsi, se non lo si è già, in un essere detestabile e malvagio. Così perfido da far tirare un sospiro di sollievo a chi resta. E poi ho poca voglia che l’uomo continui a concedere alla morte la di lei capricciosa, ostinata supremazia.
E che magnifichi se stessa in consessi preficanti dall’organizzazione paramilitaresca. Se proprio fosse necessario, lascerei sfilare dietro il feretro i volontari dell’addio a tutti i costi. Il ricordo del beneamato dovrebbe essere sparpagliato il più possibile e senza le dimensioni strette e obbligatorie di una cerimonia con corteo semiordinato. Incrocio di sguardi interrogativi e rumorino di suole che strascicano ghiaietta e pensieri a caso. Ma la convenzione vuole che alla morte si debba rispetto e al morto onore e saluti. Così, oggi, appare molto sconveniente una preghiera funebre univocale del celebrante. Si è stabilito che sia sempre preferibile un rito con ondulazione corale, abbastanza nera. Un rito composto, religioso comunque. La parola deve essere multipla. Le strampalate regole tramandate della pietas sembrano avvertirci che il de cuius, solo dopo la morte, non debba essere solo. Strana pietas. Da morto, dicevo, qualcuno deve pure piangerlo. Vanno bene legionari smaniosi di macabri eroismi così come prezzolati professionisti del piagnisteo. Don Marcello Colcelli, della parrocchia di Sant’Egidio all’Orciolaia, si è stancato dei funerali deserti. E ha deciso di varare la «compagnia dei defunti». Invita uomini e donne alla supplenza, nel caso non ci fosse nessuno a soffrire intorno ad una bara. Il vantaggio della solitudine non deve essere concesso mai. Allegra oggi, vero? Ridanciana, direi.
Queste considerazioni meritano una riflessione. Non sono del tutto da me condivise, ma certo hanno uno spessore interessante.
Qualcuno ci starà a commentarle qui sotto?
don Chisciotte
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di donma ,
domenica 29 agosto 2010 10.51
Sarà mica possibile che nel 2010, all'inizio del mese di settembre, ci siano parrocchie bloccate nello stendere il calendario parrocchiale (e la relativa organizzazione) perché il parroco non ha ancora detto loro in che data ci sarà la Festa dell'Oratorio (ultima domenica di settembre)?! Decenni o secoli fa dovevamo capire che il parroco non ha nessuna competenza per decidere queste cose; che gli organi decisionali delle comunità cristiane dovrebbero svegliarsi e muoversi autonomamente; che comunque non può essere preparato nulla di buono a quattro settimane di distanza e senza alcuna progettualità. Povera Chiesa, ancora con questi preti, senza nessuno che fraternamente li corregga e li argini!
don Chisciotte
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di donma ,
domenica 29 agosto 2010 7.24
Eterni Giovani
di Agostino Gramigna
Hanno 50 anni ma si vestono e si comportano come se ne avessero 30 E ne pagano le conseguenze
Christian De Sica è nato nel 1951. Ha 59 anni. Un’età che per molti significa «un passo dalla pensione». A vederlo in tv non sembra. Costretto dagli impegni di lavoro, l’attore veste come un giovane. Un giorno, non tanto tempo fa, s’è lasciato andare: «Per l’età che ho, vorrei vestirmi come mio padre. Classico, serio. Purtroppo mi tocca fare il giovanile». Il «finto giovane» o l’eterno giovane. Nei manuali di sociologia una definizione di questo tipo non è contemplata. Non ancora. Anche se trovare la categoria del finto giovane nella realtà non è difficile. Basterebbe fare un sondaggio tra gli adolescenti e chiedere loro di descrivere gli adulti, che spesso sono i loro genitori. Ne uscirebbe fuori questo identikit: quaranta- cinquantenne che adotta uno stile di vita che un tempo sarebbe stato condizionato dall’anagrafe e che oggi invece è determinato dalle mode, dai consumi trasversali e dalla possibilità di programmare la vita pure dopo i 40.
Una sociologa italiana, Giovanna Cosenza, direbbe la Trans-Age. Una neo generazione molto appetita dai pubblicitari che tende a vestire come i teenagers, mangia sano, molto sano, non la smette di fare sport e non potrebbe vivere senza il web, l’Ipod, l’Iphone e ora l’Ipad. Di esempi di finto (o eterno) giovane televisivi e sportivi di successo ce ne sono molti. (...) La differenza rispetto a qualche anno fa è la quantità: è come se la generazione dei finti giovani fosse uscita dallo schermo per estendersi ovunque. I luoghi maggiormente frequentati sono le palestre, gli outlet (...) e i negozi possibilmente griffati. (...) Spesso è difficile proporre la sobrietà a clienti-donne non più giovanissime smaniose di apparire sexy, «chiedono quasi sempre una o due taglie più piccole». Lo stesso vale per i maschi: «Raramente si vende un vestito così come lo proponiamo in boutique. Si va sempre dal sarto per stringere, per creare aderenza. Fa più giovane». Aderenza. È il collante ideologico. Il jeans deve essere attillato, la maglietta pure, l’orologio Swatch può andare bene, il pantalone se proprio deve essere largo è un Cargo; per le donne il simbolo finto giovane è rappresentato dai «leggings», pantacollant degli anni Ottanta, riproposte oggi in versione cotone, lana, finto pelle, traforate, indossate «naturalmente » dalle giovani ma ora anche dalle mamme. Motivo? Per essere sexy. Magari con una gonna inguinale sopra il ginocchio.
Due le scuole di pensiero sulle cause della crescita demografica di questa neo generazione. Anna Maria Testa, pubblicitaria ed esperta di comunicazione, sostiene che l’origine risale al 1968. Lo sdoganamento giovanilistico sarebbe poi di fatto avvenuto negli anni ’80. «Un cinquantenne di oggi porta i jeans attillati e scoloriti perché li indossava anche 30 anni fa». Luca Antonietti, sociologo, punta invece il mirino sui processi demografici. Dice che è l’allungarsi della vita che permette di assumere comportamenti simili a quelli di un trentenne. Tanto che oggi è questa la fascia che interessa al marketing. Cita un dato che modifica il luogo comune che siano i «veri» giovani a essere aperti e più interessati all’innovazione: «Da un sondaggio risulta che gli over 40 sono più propensi all’innovazione dei ventenni, quindi meno giovanili ».
Una ricerca Eurisko sulla «Dieta mediale» (tv generalista, satellitare, stampa, Internet, cinema e quant’altro) mostra come la scelta dei 45enni sia uguale alla media della popolazione che ha più di 14 anni. Un esempio, Internet: 23% contro 24%. Il marketing è molto interessato: «Rispetto al più giovane uno di 45 anni ha più soldi, più cultura, aperto alla tecnologia avendo però stili di vita simili ». Non sempre la vita dell’eterno (o finto) giovane è facile. Nonostante «l’incoraggiamento» di un geriatra come Marco Trabucchi. «Non c’è un momento in cui il corpo invecchia. È un processo. Certo, non si può pensare che a 45 anni si abbia la stessa potenza sessuale di uno che ne ha 25». Jack, milanese, di anni ne ha 46. Fa sport, mangia sano e preferisce la compagnia delle ventenni. A volte è in difficoltà. «Il problema è che non sempre posso portarle a cena. Dopo una, due volte si annoiano: "Stasera andiamo in discoteca?" È dura». Jack, secondo i parametri del geriatra sarebbe ancora giovane. Ma non tanto da sostenere il ritmo discotecaro di una ventenne. Questo però non scoraggia la propensione al giovanilismo. I numeri. Il quarantenne single ha una capacità di spesa superiore alla media dei capofamiglia e spende (dato Assofin sull’uso delle carte di credito); ha più istruzione (più laureati nel 2009 rispetto al 2002); è molto attento alla salute (fatto 100, era 81 il valore nel ’99, è 86 nel 2008), usa più prodotti per la pelle (51 nel 1999, 67 nel 2008); e soprattutto consuma tecnologia (41 nel 1999, 87 nel 2008). (...)
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di donma ,
sabato 28 agosto 2010 10.37
28/8/2010
Il genitore ridens
di Massimo Gramellini
Della vicenda di Civitanova Marche, dove un gruppo di bulletti da spiaggia fra i dieci e gli undici anni ha preso a calci la sdraio su cui un venditore ambulante si era seduto, gridandogli «amigo, vattene, questa è proprietà privata», mi ha sconvolto soprattutto il comportamento ridanciano dei genitori. Con questo non voglio dire che il resto vada derubricato a ordinaria amministrazione. Pur avendo un ricordo abbastanza vago delle mie vacanze infantili, non ho memoria di un coetaneo che mi proponesse di prendere a calci la sdraio di un venditore ambulante. A dieci anni ci si tirava calci al massimo tra noi.
E comunque nessuno, ma proprio nessuno, sapeva che cosa fosse una proprietà privata e tanto meno che si chiamasse così. Però di una cosa vado assolutamente certo: che se il più bullo della brigata avesse deciso di compiere un gesto tanto infame, lo avrebbe fatto di nascosto dalla sua famiglia, temendone la reazione. Qui invece pare che insegnare il disprezzo verso le persone più deboli stia diventando, per certi genitori, una missione educativa di cui menare gran vanto. Non si spiegherebbero altrimenti le risate con cui i padri e le madri di quei mocciosi hanno accompagnato la scena. Ma che bel gioco. Ma che orgoglio aver cresciuto dei figli così. Par di sentirli: cosa sarà mai, sono solo dei bambini! Oppure (variante Giornale-Libero): perché non parlate dei ragazzi dello stabilimento accanto che buttano per terra le cartacce? La novità, rispetto al passato, non è la cattiveria. È la mancanza d’imbarazzo dei cattivi.
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di donma ,
venerdì 27 agosto 2010 13.59
Grazia di esistere
di Massimo Gramellini
La spiaggia di Mazzaforno, vicino a Cefalù, è una spiaggia come poche, nel senso che la natura si è particolarmente impegnata nel farla bella, ma è una spiaggia come tante: fra lattine, cartoni e materassini abbandonati, ogni mattina d’estate assomiglia a una discarica. Una di quelle spiagge in cui i bagnanti arrivano, guardano, si adeguano. Nel peggiore dei casi gettano qualcosa sulla sabbia anche loro. Nel migliore borbottano: contro gli spazzini che non spazzano, i poliziotti che non puniscono, i politici che se ne infischiano. E i tempi - oh, i tempi! - che non sono mai quelli di una volta. Succede così pure a Mazzaforno. Soltanto che lì c’è la signora Grazia. Che non si adegua e non borbotta. Ma ogni mattina d’estate china la schiena e, munita di guanti e sacchi neri, incomincia a raccogliere le tracce della maleducazione altrui.
Perché lo fa? Abita poco lontano e la spiaggia di Mazzaforno è l’angolo di terra che le è stato affidato. Certo gli spazzini, certo i poliziotti, certo i politici: per non parlare dei tempi. Però a lei le colpe del mondo non sembrano una buona ragione per limitarsi a denunciarle senza fare niente. Lei fa. Quel poco che può, che poi è tanto, è tutto, perché chi pulisce davanti a casa propria, dice il proverbio, è come se pulisse il mondo intero. Grazie di esistere, Grazia. E grazie a Elisabetta e Giovanni, i lettori che mi hanno raccontato questa piccola, infinita storia di un’Italia che si rifiuta di deprimersi ed è ancora capace di reagire.
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di donma ,
venerdì 27 agosto 2010 13.56
Cari e fedeli naviganti del sito, improvvidamente non ho tenuto conto che nello splendido luogo in cui sono stato in questi tre giorni (in ottima compagnia!) avrei potuto avere dei problemi di connessione (pur essendo chiavetto-dotato). Mi scuso con chi ha cercato l'aggiornamento quotidiano ed è rimasto deluso. Dopo una mattinata passata a recuperare gli "arretrati" di questi tre giorni, ora risorge la pubblicazione quotidiana dei post.
don Chisciotte
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di donma ,
domenica 22 agosto 2010 6.34
Amo perché amo, amo per amare
L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l'ameranno si beeranno di questo stesso amore. L'amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell'amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all'amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell'Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l'Amore?
Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all'Amore, ella che nel ricambiare l'amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell'Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell'amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l'amante e l'Amore, l'anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, da sempre molto più di quanto basti all'assetato.
Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l'ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l'agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l'Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c'è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l'anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.
Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate
(Disc. 83,4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302)
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di donma ,
sabato 21 agosto 2010 6.15
La speranza della vita eterna non è di per sé soltanto speranza della mia salvezza personale, di andare in paradiso, ma speranza che si manifesti il Regno, che venga il giudizio finale sulla storia a mostrare la glorificazione del Cristo risorto, che venga il momento in cui l'umanità intera riconoscerà la regalità di Cristo.
È una speranza che muove tutto il nostro operare perché comincia a realizzarsi fin da ora e, a partire dai suoi segni premonitori, noi dirigiamo il nostro lavoro anche pastorale e apostolico. Soprattutto il Vescovo è chiamato a custodire la grande speranza della venuta del Regno e a indirizzare i cammini della Chiesa nel quadro di questa visione globale.
Carlo Maria Martini, Il segreto della prima lettera di Pietro, 43
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di donma ,
venerdì 20 agosto 2010 13.16
Anche la solidarietà può essere ingiusta
"Aiuti guidati da interessi ed alleanze"La denuncia dell'associazione francese Oxfam: "Un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese e 7 meno di un afgano"
di Anais Ginori
Anche la solidarietà può essere ingiusta. Nel "borsino" degli aiuti umanitari un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese, e 7 volte meno che un afgano. Quando si tratta di donare, non tutti sono uguali. E questo già si sospettava. Ma Oxfam France ha deciso di pubblicare una classifica tra Paesi più o meno assistiti, proprio in occasione della giornata mondiale dell'aiuto umanitario. L'Ong ha esaminato le donazioni verso dodici nazioni in guerra. Un afgano riceve, ad esempio, 179 dollari all'anno contro i 25 di un congolese e i 10 di un pachistano. "Ancora prima delle inondazioni e dell'emergenza umanitaria di questi giorni - spiega Nicolas Vercken - le donazioni al Pakistan erano molto basse". Eppure, nota Oxfam France, ci sono 2,7 milioni di profughi pachistani, record mondiale. "Spesso - nota l'Ong - prevalgono altre logiche". Nel 2008 le esportazioni di armi dall'Unione europea verso Islamabad, ricorda Oxfam France, sono stati pari a 265 milioni di euro. "Purtroppo la solidarietà dei nostri governi - continua Vercken - segue anche convenienze economiche o di alleanze geopolitiche". Anche il ruolo dei media è sotto accusa. "I riflettori sono puntati unicamente su tre conflitti: Iraq, Afghanistan e Medio Oriente".
Gli aiuti per Sudan, Ciad, Somalia e Repubblica democratica del Congo sono stati l'anno scorso pari a 2,9 miliardi, una cifra imparagonabile - osserva l'Ong - ai 100 miliardi destinati al salvataggio per la Grecia da Fondo monetario internazionale e Unione europea. Anche in termini di protezione dei civili esistono grandi differenze. "Durante la prima guerra mondiale - ricorda Vercken - solo una vittima su dieci era civile. Un secolo dopo, il rapporto tra vittime civili e militari si è invertito". Nel 2009 il numero di soldati internazionali presenti in Iraq era cinque volte superiore a quello nella Repubblica democratica del Congo. La regione del Darfur, nell'ovest del Sudan, ha il doppio di soldati occidentali che il sud, dove però ci sono più vittime civili. La priorità dell'Occidente, insomma, non è sempre umanitaria. "Abbiamo fatto questa classifica per provocare le coscienze, suscitare un dibattito" racconta Vercken. "La comunità internazionale - conclude il dirigente di Oxfam France - avrebbe il dovere morale di dare una risposta uguale tra tutte le popolazioni civili in pericolo, senza fare distinzioni di convenienza".
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di donma ,
venerdì 20 agosto 2010 6.20
Breve storia del diavolo - Il male nell'era delle tentazioni quotidiane
di Marino Nola
Uno nessuno centomila volti per l’inventore della tentazione. Il diavolo non è mai uguale eppure resta sempre lo stesso. Serpente infido, angelo caduto, caprone volante, dragone sulfureo. Ma anche eroe maledetto, libertino irredimibile, mercante d’anime. E ancora anormale, marginale, deviante. Bel tenebroso oppure brutto sporco e cattivo. E perfino terrorista e serial killer. Dalla Genesi ai nostri giorni il maligno ne ha cambiate di facce. A dirlo è Daniel Arasse, storico dell’arte della Sorbona, in un libro appena uscito in Francia per le Edizioni Arke. Titolo Il ritratto del diavolo. Argomento, le mille sembianze con cui la nostra civiltà nel corso della storia ha cercato di rappresentare il principio attivo del male. Finendo per fare del signore delle tenebre il mutaforma per antonomasia. Proprio come quelli che oggi popolano il cinema e la letteratura fantasy. Ma in realtà ad essere veramente diabolico è proprio questo trasformismo gattopardiano. Cambiare tutto perché nulla cambi, mimetizzarsi per continuare ad indurci in tentazione. Sin dai primi secoli del Cristianesimo la vera arma del diavolo è proprio la sua capacità di trucco e di travestimento. Tertulliano, uno dei padri della Chiesa, sosteneva che gli angeli ribelli scacciati dal paradiso rivelarono alle donne arti diaboliche come l’uso della “polvere nera con cui si prolungano gli occhi”. Quello che oggi non a caso si chiama mascara. Seduzione uguale tentazione. (...) Di fatto Tertulliano, oltre a riaffermare che la tentazione è femmina, condanna la cosmetica in quanto mascheramento che snatura il modello divino di cui il volto umano è la copia rivelatrice. E in molte incisioni medievali il demonio viene riconosciuto proprio quando si toglie la maschera. Finendo letteralmente smascherato. (...) Ma questa capacità illusionistica non è solo uno strumento del mestiere, è anche la storica ragion d’essere del maligno. Che riesce, ieri come oggi, a rendere il male pensabile e soprattutto rappresentabile solo a condizione di restare un’icona a bassa risoluzione cui la Chiesa stessa non ha mai dato un volto definitivo. Ed è proprio grazie a questa indefinizione che il diavolo è rimasto un evergreen. Capace di un morphing perpetuo che ne fa sempre il profilo più aggiornato del male, la sua ultima versione. Diceva Dostoevskij che in realtà l’uomo ha creato il diavolo a sua immagine e somiglianza. Come dire che ogni epoca ha il Lucifero che si merita. Lo mostra a chiare lettere la storia dell’arte occidentale che registra puntualmente le metamorfosi del grande nemico. Sin dalle prime raffigurazioni altomedievali dove Satana e Belzebù hanno facce da turchi, da mongoli, da africani. Tratti etnici per significare un male straniero, un pericolo che viene dall’esterno. Fino a quel tornante decisivo che sta fra medioevo ed età moderna quando il demonio perde le ali di pipistrello, la coda di dragone, gli zoccoli da satiro pagano, per lasciare il posto a un maligno dal volto umano. Un diavolo politico, seppur cornuto, come quello che Ambrogio Lorenzetti mette al centro della celebre allegoria del cattivo governo, dipinta per il palazzo pubblico di Siena. Un tiranno, circondato da una squallida consorteria di vizi, che si mette sotto i piedi la giustizia, raffigurata con le mani legate (ogni riferimento al presente è puramente casuale). O addirittura un diavolo-cardinale, come quello del Michelangelo della Sistina che nel Giudizio universale dà al signore dell’inferno il volto del potentissimo Biagio da Cesena, maestro di cerimonie del pontefice Paolo III. Non più ibridi con gli occhi verdi di ramarro ma uomini dallo sguardo luciferino e dalla crudeltà mefistofelica. Così il diavolo cede il posto al diabolico che è in ciascuno. Come diceva Paul Valéry, il diavolo diventa come Dio. Entrambi esistono, ma solo in noi e insieme formano una coppia inseparabile di divinità latenti. Come dire che la modernità lascia all’uomo la scelta tra bene e male. Tra resistere alle tentazioni del peccato o al contrario cedere deliberatamente cancellando così l’idea stessa di peccato. Una rivoluzione che finisce per fare del diavolo il simbolo della vittoria del piacere e della libertà. O, addirittura, della forza vindice della ragione, per dirla con Giosuè Carducci. Un eroe bello e impossibile. Come il Satana di William Blake del Victoria and Albert Museum di Londra, uno Spartaco venuto dagli inferi che guida gli angeli ribelli all’assalto del trono di Dio. E come il Satana di Milton che preferisce essere re all’inferno piuttosto che servo in paradiso. Ma proprio perché si è fatto umano, troppo umano, il diavolo sparisce progressivamente dalla pittura e dall’iconografia. Che hanno bisogno di forconi, di artigli, di squame e di occhi fosforescenti da incubo. Se è facile dipingere dei mostri è difficile rappresentare la mostruosità. E così l’agente del caos esce dai manuali di storia dell’arte per entrare in quelli di criminologia e di psichiatria. E a dargli la caccia sono gli scienziati come Cesare Lombroso che fa dell’antropometria una demonologia positivista popolata di delinquenti, anormali, briganti, mattoidi e “pazzi morali”. Uno zoo umano affollato di poveri diavoli come il “falsario piemontese”, il “ladro napoletano”, “l’anarchico lucano”. Più demonizzati che demoni in verità. Oggi, scacciato dalla morale religiosa Satana si delocalizza e si scioglie nel sociale. Entra nei moderni tribunali della coscienza laica con un look tutto nuovo. Un diavolo che veste Prada. Terziarizzato, immateriale, interiorizzato. E soprattutto medicalizzato. Un maligno da psicologi e dietologi più che da teologi. Un demonio interinale microfisicamente nebulizzato in mille piccole tentazioni e altrettanto piccole demonizzazioni che ci aiutano ad orientarci tra un bene e un male ad assetto variabile, più mutevoli degli indici della borsa. Dal colesterolo ai radicali liberi, dai grassi idrogenati ai raggi UVA. Dal sovrappeso agli inestetismi. Dalla mucca pazza all’effetto serra. E così il simbolo del male diventa sintomo di malessere. È tutto quel che resta del diavolo nell’era della flessibilità. Che ha tolto il posto fisso anche a Belzebù.
in “la Repubblica” del 10 agosto 2010
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di donma ,
giovedì 19 agosto 2010 18.19
Quando dell'avversario non puoi dire male (né eliminarlo dalla faccia della terra), ma lo vuoi comunque infangare, inventi che il suo trisavolo nel Pakistan di metà '700 mangiò un venerdì di quaresima una mela tagliata con un coltello che il giorno prima aveva affettato una bistecca... e se in questo modo non avesse rispettato il magro e l'astinenza dalle carni?!
Ma come si fa a non vergognarsi di ciò che si scrive in questo articolo? E a non vergognarsi di continuare a comprare questo "foglio di partito", dopo che si è visto più volte dove è finita la deontologia professionale di chi lo conduce e di chi lo finanzia?
Una domanda: Canale 5, la tv che ha mandato in onda il film blasfemo (e molte altre fiction che non seguono certo la morale cattolica), a chi appartiene?!
don Chisciotte
Famiglia Cristiana consiglia film con bestemmie
di Matthias Pfaender
I Paolini criticano da anni il Cavaliere sui temi etici. Poi raccomandano ai minori pellicole blasfeme: la pellicola è stata sdoganata come "discreta" e consigliata alla visione dei "minori con adulti". Poi avverte: "Il film non riesce a fondere le parti più leggere con quelle più drammatiche"
Vatti a fidare dei religiosi Paolini. Dopo tante critiche sulla moralità al premier, dopo tanti appelli a una condotta ispirata dai valori cristiani, che fanno? Consigliano ai bambini dalle pagine del loro Famiglia Cristiana un film corredato di bestemmie. Un bel tranello. Un tranello oltretutto non evitabile, visto che i petardi blasfemi arrivano proprio all’improvviso: quando la trama da commedia romantica è ben avviata sui binari dell’inevitabile happy-end e il climax drammatico è già scivolato via. Quando, insomma, ormai hai trovato la posizione comoda sul divano e hai abbandonato il telecomando sul bracciolo, perché tanto di scene scabrose da interrompere all’improvviso per non turbare orecchie e occhi dei bimbi non ce ne saranno. E invece, all’improvviso, eccole: due bestemmie. Due bestemmie pronunciate forte, con la splendida voce impostata dei doppiatori italiani. «Caro - sbotta dopo un attimo di smarrimento lei, sperando che il “moccolone” non abbia lasciato il segno nella mente vispissima dei loro figlioletti - ma hai sentito anche tu?». Certo che sì.
E dire che il film, in prima serata su Canale 5 il cinque agosto scorso, era stato sdoganato come «discreto», e consigliato alla visione dei «minori con adulti» proprio dal settimanale che più di tutti dovrebbe essere attento a tutelare le giovani orecchie italiane da bestemmie e oscenità. A questo punto, la domanda è d’obbligo: ma a che tipo di famiglie si rivolgono oggi i Paolini?
Secondo le parole vergate da don Sciortino, coriaceo direttore del settimanale fin dal 1999, a famiglie «stufe di duelli e regolamenti di conti» nella politica italiana, a famiglie soprattutto «stufe», sottolineava ieri l’editoriale Primo Piano, di sentire ogni giorno i reciproci «insulti dei politici». Ottimo. Niente di meglio, per questi nuclei familiari «che stentano a vivere - ribadiva - ogni giorno alle prese con povertà e disoccupazione», che distrarsi la sera con un buon film. Un film che per quanto «non sempre riesca - sanciva la recensione di Famiglia Cristiana - a fondere le parti più leggere con quelle più drammatiche» in compenso offre due bei bestemmioni. Il che, considerando che la blasfemia è uno degli ultimi limiti ancora non valicati dalla tv italiana, è un valore aggiunto non indifferente. Forse, nella cavalcata verso posizioni sempre più progressiste intrapresa ormai da anni da Sciortino e compagni, rientra anche questo.
Resta ora da capire una cosa: sebbene siano ormai anni che Famiglia Cristiana attacca a muso duro il governo Berlusconi e il centrodestra in generale, solo ogni tanto qualche ministro perde la pazienza e querela (l’ultimo fu il titolare dell’Interno Maroni, che a sentirsi dare del «razzista» da Sciortino perse la pazienza); ma quando consiglia un film con degli insulti al creatore, a chi spetta la replica? In attesa delle eventuali piaghe, gli italiani si sono mossi da soli. Su internet diversi blog e forum si domandano come sia possibile che venga trasmesso un bestemmione in fascia protetta. «Proprio una bella famiglia cristiana - commenta Francesco Torselli, consigliere comunale Pdl a Firenze, tra i primi ad accorgersi della gaffe paolina - quella seduta sul divano di casa ad ascoltare due belle bestemmie. Il giorno dopo la proiezione del film molti elettori mi hanno contattato, via mail o per telefono, denunciando lo scandalo». «Disfattista non è chi avverte del pericolo» scriveva ieri Sciortino nel suo editoriale contro la «politica degli stracci», lo stesso nel quale auspicava che un governo di unità nazionale sostituisca l’esecutivo del Cavaliere. Obiettivamente lui di disfattismo non può essere accusato. Mica ha avvertito le famiglie che si fidano di lui del pericolo. Anzi, gliel’ha consigliato in pieno.
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di donma ,
giovedì 19 agosto 2010 7.11
Il lato oscuro della famiglia
di Chiara Saraceno
La cronaca di queste ultime settimane ha riportato una serie di episodi che, pur nella loro grande diversità, testimoniano del lato oscuro della famiglia: verso l'interno, per ciò che succede ai singoli, ma anche verso l'esterno, per l'uso che si fa dei rapporti familiari in società. Solo negli ultimi giorni un carabiniere ha ammazzato la moglie che voleva separarsi da lui – ormai un drammatico "classico" della cronaca nera. E una nipote-badante, nonostante il doppio vincolo dell'essere una di famiglia e di ricevere un compenso, è stata colta a malmenare la parente di cui doveva prendersi cura. Anche questo un fenomeno purtroppo non raro. Sul versante dell'uso improprio dei rapporti familiari c'è, naturalmente, il caso dei familiari della compagna di Fini, che non hanno esitato atrarre ampio profitto da una siffatta prestigiosa "parentela di fatto". È l'ultimo di una serie che ha visto appartamenti ottenuti da politici a condizioni molto favorevoli per figlie e figli, appalti pubblici vinti da familiari, contratti televisivi ottenuti da familiari improvvisamente divenuti "visibili" a causa delle loro parentele. Per non parlare di figli, mogli e mariti nominati assistenti parlamentari, o messi in lista elettorale e fatti eleggere, quando non presentati come propri delfini. Quei professori universitari che fanno vincere cattedre ai parenti sono in buona compagnia. Che la famiglia non sia solo e sempre il luogo in cui si è al sicuro da aggressioni e attacchi alle spalle, ma anche che l'amore per i familiari possa tracimare in forme di nepotismo e "familismo amorale", sono cose tanto note quanto solitamente derubricate a, deprecabili, eccezioni. Su cui si glissa quando si evoca la famiglia (al singolare e con la maiuscola) e la solidarietà famigliare come la panacea – dalla disoccupazione giovanile, alla cura dei bambini quando i genitori lavorano, o a persone non autosufficienti. Proprio questa cecità al lato oscuro della famiglia, alle piccole o grandi violenze che si producono al suo interno non solo quando c'è trascuratezza o abbandono, ma quando l'intimità diviene mancanza – o non riconoscimento – di confini tra le persone e il senso di appartenenza diventa pretesa di possesso, lascia particolarmente indifese le vittime di violenze famigliari. Per vergogna, indicibilità, speranza che le cose cambino, malinteso senso di pudore, esse spesso faticano a denunciarle e prima ancora a considerarle inaccettabili. E quando le denunciano, faticano a farle riconoscere dal loro intorno sociale. Analogamente, l'enfasi sulla necessità e univoco valore della solidarietà famigliare rischia di incentivare comportamenti e aspettative ove sparisce il confine tra la solidarietà e l'abuso, tra il prestare aiuto e il favorire anche a scapito delle regole e del bene comune. Non succede solo in Italia, ovviamente. Ma in Italia entrambi i rischi – di lasciare indifese le vittime della violenza familiare e di un uso improprio di risorse pubbliche per favorire i familiari – sono forse maggiori che in altri paesi democratici, per almeno tre motivi. In primo luogo, l'enfasi un po' asfissiante sulla famiglia come panacea universale rende più muti e ciechi quando le cose non vanno, salvo scandalizzarsi quando il dramma esplode. In secondo luogo, il troppo esclusivo affidamento alla famiglia come risorsa unica e inesauribile non consente di creare quegli anticorpi, quelle "antenne sociali", che favorirebbero sia la richiesta di aiuto che la prevenzione. Allo stesso tempo, questo forte affidamento alla solidarietà famigliare sembra legittimare, agli occhi di chi lo fa, ma anche di chi collabora o osserva, ogni uso disinvolto di risorse pubbliche e private, ogni forma di nepotismo ed anche di uso delle proprie relazioni famigliari per trarre benefici per sé. Salvo scandalizzarsi quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco. Ma in un paese in cui ci si aspetta che tutti si facciano i fatti propri e dei propri familiari e famigli, lo scandalo serve più a ribadire che sono, siamo, tutti uguali. Con un po' di invidia per chi riesce a farla franca, oltre che grossa. Anche così si uccide lentamente la cultura civica di un paese.
in “la Repubblica” del 12 agosto 2010
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di donma ,
mercoledì 18 agosto 2010 6.23
Acquisire fede che cos'è? E' acquisire bellezza del vivere: scoprire che è bello vivere, è bello amare, creare, generare, mettere la vita nelle mani di chi mette la sua vita nelle tue. E' bello appartenere a Cristo e al Vangelo, perché tutto ha un senso positivo, tutto va verso la vita e non verso la morte, verso un esito luminoso qui e nell'eterno. Verso una vita buona, bella e beata.
Acquisire vocazione è acquisire bellezza del vivere e reincantare la vita, recuperando la centralità e la rilevanza del trascendente e del bello. I credenti sono chiamati a dare incanto nuovo all'esistenza, sulle orme di «Cristo incantatore» (sant'Ambrogio).
La bellezza apre al mistero e guida alla decisione morale di accettare il mistero. Anche il bene, per attrarre, per mantenere la sua forza di attrazione, deve essere bello. Perché devo compiere il bene e fuggire il male? Perché devo? Perché il cuore mi dice che agendo così trovo la felicità. Il perché è legato, dipende da un «sentire». Il perché è estetico.
Di questi tempi non basta più ricordare l'alterità di Dio, la sua diversità, o l'umiltà o la debolezza di Dio. Dobbiamo riscoprire la bellezza di Dio, proporre un Dio in forma attraente: che avvinca, leghi, muova, incanti.
Davanti all'indifferenza che ci circonda, non basta più dire che Dio è vero e buono, occorre mostrare anche che Dio è bello. La forza che attrae l'uomo contemporaneo non è più quella della costrizione logica della verità, non è più quella della costrizione etica del bene, ma è quella dello splendore del vero e del buono, cioè della loro bellezza.
Ermes Ronchi, Tu sei bellezza, 68-69
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di donma ,
martedì 17 agosto 2010 18.35
E adesso si fermino le cannonate d'agosto
Non esiste autentico rispetto della volontà dei cittadini-elettori senza profondo e consapevole rispetto per i ruoli e le funzioni di garanzia assegnati alle Istituzioni repubblicane. Questo è il saggio equilibrio democratico che i padri costituenti seppero costruire all’indomani della dittatura e della guerra e che poi – in particolare negli anni di quella troppo lunga transizione che continuiamo a chiamare Seconda Repubblica – nessuna evoluzione-manomissione è riuscita a cancellare.
I poteri istituzionali non sono, naturalmente, uno “strumento” affidato all’arbitraria discrezionalità del detentore di turno sulle cui spalle grava, anzi, il dovere di un esemplare esercizio del rigore e della responsabilità, ma proprio per questo non possono e non devono essere neanche trasformati nel bersaglio di smodate campagne di pressione, di sulfuree intemerate accusatorie e di continui tentativi di delegittimazione. Purtroppo – dopo l’uscita dei finiani dal partito di maggioranza relativa e il conseguente e definitivo conclamarsi della crisi del bipartitismo forzoso Pdl-Pd – è, invece, questa l’irrespirabile aria nella quale siamo immersi. E il polverone sta facendo perdere lucidità a più di un politico (anche di opposizione, ma soprattutto di maggioranza). È di questo passo, però, che davvero si rischia di «tradire» la Costituzione, mortificando il Paese e le sue giuste attese.
Inevitabile e appropriata nella sua misurata fermezza è apparsa, perciò, la reazione giunta ieri dal Quirinale nei confronti di chi – un deputato del Pdl – era addirittura arrivato ad accusare il presidente Napolitano di «tradimento» costituzionale per aver dato voce a preoccupazioni ampiamente sentite, richiamato i suoi propri doveri e ricordato in modo severo e appassionato quelli dell’intera classe dirigente verso la comunità nazionale.
Non sappiamo ancora se la crisi politica nella quale siamo indubitabilmente immersi sfocerà in una crisi di governo e di legislatura proprio nel momento in cui di più servirebbe una salda e chiara capacità di direzione per affrontare passaggi cruciali nella difficile risalita della china della crisi economica. Ma sappiamo che alle crisi politica ed economica (certe e da risolvere) nonché alla crisi di governo (possibile e non auspicabile), non si può assolutamente aggiungere anche una quarta crisi, di natura istituzionale.
Chi ha responsabilità politica smetta, dunque, di farsi usare nell’irresponsabile gioco delle cannonate d’agosto che ha cultori scriteriati e recidivi. Sembrano fuochi d’artificio, ma fanno a pezzi ciò che vale
Marco Tarquinio
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di donma ,
martedì 17 agosto 2010 7.49
Ma i cristiani sono gente «felice»?
di Enzo Bianchi
Che senso ha oggi leggere le beatitudini? Perché meditare su queste paradossali parole di Gesù? Innanzitutto, credo, per una ragione umanissima. Nel contesto socioculturale in cui viviamo, noi cristiani siamo chiamati, oggi più che mai, a mostrare con la nostra vita cammini di umanizzazione e di salvezza percorribili da tutti gli uomini. Ora, la maniera più efficace per scoprire questi cammini consiste nel praticare la ricerca del senso, esercizio che ai nostri giorni pare sempre più raro: è diventato difficile, soprattutto per le nuove generazioni, dare senso alla vita e alle realtà che la costituiscono, tanto che da più parti si levano voci che denunciano la «crisi del senso». In questa situazione noi cristiani dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risolutamente, che la vita cristiana non solo è buona, segnata cioè dai tratti della bontà e dell’amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità. Chiediamocelo con onestà: il cristianesimo testimonia oggi la possibilità di una vita felice? Noi cristiani ci comportiamo come persone felici oppure sembriamo quelli che, proprio a causa della fede, portano fardelli che li schiacciano e vivono sottomessi a un giogo pesante e oppressivo, non a quello dolce e leggero di Gesù Cristo (cfr. Mt 11,30)? (...) Certamente la via cristiana è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di «entrare attraverso la porta stretta» (Lc 13,24; cfr. Mt 7,13) ed essere conformi alla chiamata ricevuta. Non serve ricordare le tante esortazioni pronunciate da Gesù in questo senso, condensate nel suo monito: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). D’altra parte, secondo l’insegnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine, è fonte di felicità. È proprio qui che si situa l’annuncio delle beatitudini, che potremmo definire il cuore dell’etica cristiana: un’etica – va detto con chiarezza – che non è tanto una legge o, peggio, una morale da schiavi, quanto uno spirito e uno stile, quello annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore, quello in cui Gesù ha trovato la felicità. Sì, le beatitudini sono una chiamata alla felicità. Sappiamo bene che solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, cioè morire, essi trovano anche una ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza, sono felici. Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al «senso del senso»: Gesù proclama beati uomini e donne i quali vivono alcune precise situazioni in grado di rendere pieno di senso il loro cammino umano sulla terra e, per quanti hanno il dono della fede, in grado di facilitare il loro cammino verso la comunione con Dio. Ma il primo e più elementare senso delle beatitudini – lo ribadisco – è la felicità, la gioia di scoprire che grazie all’assunzione consapevole di un atteggiamento, di un comportamento, si può vivere un’esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria opera d’arte: la povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l’azione di pace, la persecuzione subìta a causa della giustizia, sono situazioni capaci di produrre beatitudine già qui, in questa vita, e poi nel «mondo che verrà», quello in cui Dio regna definitivamente. Insomma, per rendere realtà la buona notizia del Vangelo occorre vivere le beatitudini. A tale riguardo, lungo i secoli c’è sempre stato chi si è interrogato sull’attuabilità delle beatitudini, sull’effettiva possibilità che queste fossero qualcosa di più di semplici parole utopiche, prive cioè di un «luogo», di una realizzazione storica, a livello personale o comunitario. (...) Oggi, come in ogni generazione, siamo chiamati a lasciar risuonare la nuda domanda: è possibile vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una risposta positiva, non però in modo trionfale o sovraesposto, non attraverso forme eclatanti che si impongano agli occhi degli altri uomini, bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro contraddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso » delle beatitudini. Sì, è sempre stato e sempre sarà possibile vivere le beatitudini.
in “Avvenire” del 5 maggio 2010
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di donma ,
lunedì 16 agosto 2010 14.17
Supereroi di oggi: avidi, violenti ed egoisti
Trasmettono un messaggio sbagliato ai giovani, basando la propria vita sulla vendetta e l'interesse personale
di Emanuela Di Pasqua
I supereroi del passato, ormai in pensione, ispiravano modelli comportamentali decisamente più positivi rispetto ai supereroi odierni, rei soprattutto di non insegnare ai ragazzi la solidarietà: lo sostiene la dottoressa Sharon Lamb, dell’Università del Massachusetts, autrice di uno studio sull’impatto che questi eroi del fantasy esercitano sugli adolescenti maschi. (...) Ne è risultato che gli eroi moderni sono quasi privi di molte delle virtù che caratterizzavano invece personaggi come Superman. In passato, come testimonia Clark Kent (Superman), creato da Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1938, i supereroi avevano lavori normali e credevano nella giustizia sociale, mentre oggi sono aggressivi, sarcastici e raramente pensano di mettere i loro poteri straordinari al servizio dell’umanità. Superman non a caso nacque in un periodo storico inquietante, in cui il desiderio di giustizia sociale e di servire la comunità poteva essere letto come una risposta naturale all’ascesa dei fascismi. (...)
Insomma tutte le culture hanno i loro mitici eroi e i supereroi dei fumetti possono essere visti come una versione aggiornata della mitologia classica. Ogni epoca ha i suoi supereroi, sui quali i giovanissimi forgiano la propria personalità, ispirandosi alle loro virtù e introiettando modelli comportamentali. Ma nel nostro tempo i vari X-Men o Iron Man sono poco attenti alla giustizia sociale, sfruttano le persone (soprattutto le donne) e hanno dei comportamenti prevaricatori. Dal gruppo di supereroi mutanti (negli X-Men le facoltà straordinarie sono date da un’alterazione del DNA) al mitico Anthony Edward Tony Stark (vero nome di Iron Man) nei personaggi dei fumetti di oggi non vi è più traccia di quel forte senso di solidarietà che animava i personaggi di un tempo. «Il pericolo - fa notare Sharon Lamb - è che i bambini crescano con valori sbagliati». Inoltre il fatto che dietro i poteri straordinari non ci siano persone anche normali (come accadeva un tempo), con una vita, un lavoro e un amore, fa sì che l’immaginario infantile sia ancor più confuso. Del resto anche i supereroi sono figli del loro tempo e se quelli del terzo millennio sono così aridi non sarà un caso.
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di donma ,
lunedì 16 agosto 2010 8.48
Spirito d'amore
Tu che sei amore in tutta la tua persona, l'Amore unico e ideale, vieni a trasformare in amore tutta la nostra vita.
Donaci di amare alla maniera di Dio, il quale non mette limiti all'apertura del suo cuore, tu che ne sei il dono integrale.
Donaci di amare ad esempio di Cristo, che ha testimoniato all'umanità una bontà mirabile offrendo per essa il sacrificio della vita.
Donaci di amare con tutta la spontaneità del nostro essere, e insieme con tutta l'energia spirituale che ci viene da te.
Donaci di amare in maniera sincera e disinteressata, distaccandoci completamente dalle nostre ambizioni personali.
Donaci di amare prodigandoci volentieri e senza attendere ricompensa, dimenticando ciò che diamo e ciò che sopportiamo.
Donaci di amare ad onta di tutte le delusioni e di tutti gli sgarbi, amare fino alla fine anche senza ricevere alcun contraccambio.
Donaci di amare con pazienza instancabile, senza irritarci dei difetti altrui e dei torti ricevuti.
Donaci di amare e di crescere sempre più nell'amore, facendoci scoprire progressivamente tutto ciò che esige quell'amore perfetto che si trova solo in te.
Donaci di trovare la nostra gioia nell'amore e di cercare la nostra vera felicità nel far contenti gli altri.
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di donma ,
domenica 15 agosto 2010 7.08
Una proposta anticristiana
di Aldo Maria Valli
Anche se oggi è piuttosto arduo identificare i profili delle diverse proposte politiche in campo in Italia, si può dire, con sufficiente sicurezza, che non ce n’è una oggettivamente più anticristiana e anticattolica di quella rappresentata dalla Lega Nord. Sia sul piano dei contenuti sia su quello dei simboli (che in politica contano parecchio), la Lega sviluppa suggestioni, esprime un pensiero e dà corpo a un insieme di iniziative che vanno nella direzione opposta rispetto al messaggio evangelico. Se il Vangelo di Cristo è accoglienza, solidarietà, amore per il prossimo, giustizia, uguaglianza, misericordia, compassione e fiducia, la Lega nasce e si propaga predicando esclusione, diffidenza, separazione, condanna, razzismo (nel senso tecnico di convinzione secondo la quale esistono genti le cui attitudini e capacità sono superiori a quelle di altre), nonché una buona dose di paura fondata sull’evocazione di una minaccia costante. Bossi e i suoi non solo non hanno mai fatto nulla per nascondere o camuffare questi contenuti ideologici, ma hanno sfruttato ogni occasione per metterli in mostra accentuandone i tratti, anche dialetticamente, nel modo più aggressivo. Basti pensare agli attacchi del senatùr a Giovanni Paolo II, come nel 1997, quando disse che “il papa polacco pensa solo al potere di Roma” e “ha investito nel potere dimenticando il suo magistero di spiritualità e di evangelizzazione”. Affermazioni, lo ricordiamo, benedette da don Gianni Baget Bozzo, che parlò di Bossi come di un leader carismatico che “gode di un consenso metapolitico, quasi spirituale”. L’armamentario simbolico della Lega (con le ampolle piene di acqua del dio Po, le adunate sul pratone di Pontida, i giuramenti di fedeltà in stile medievale) è stato escogitato in coerenza per dare supporto e rafforzare questa ideologia anticattolica.
Una riflessione va fatta, a questo proposito, sul paganesimo della Lega (o meglio il neopaganesimo), del quale ogni tanto si parla in tono scherzoso, quasi si trattasse di un corollario di solo folklore, e che riguarda invece l’ispirazione e l’anima profonda della proposta leghista in senso culturale prima ancora che politico. Non bisogna dimenticare che evocando e riproponendo, magari in forma confusa ma non per questo meno coinvolgente, le tradizioni celtiche e i miti ad esse collegate, la Lega si rifà all’epoca precristiana. Cristo e il Vangelo sono eliminati dall’orizzonte. La proposta è di tornare a una fase precedente e di ancorare ad essa la possibilità di una rinascita per popoli e territori che, in base alla logica amico-nemico propria di ogni obbligazione ideologica forte, hanno bisogno di riscatto combattendo contro un oppressore ingiusto e cattivo. Forse quando innalzano vessilli con la croce celtica e il sole delle Alpi o accendono falò propiziatori non tutti i leghisti sono consapevoli di quel che fanno e del perché lo fanno. Tuttavia il richiamo al paganesimo dà un’identità all’intero movimento. Ed è un’identità anticristiana. Basti pensare alla percezione mistica della natura (l’acqua del dio Po, appunto), che non solo rafforza il vincolo con il territorio, ma fa di quello stesso territorio la divinità da servire e per la quale combattere. Messaggio lontanissimo dalla rivoluzione cristiana che, al contrario, libera l’uomo dalle appartenenze terrene per trasformarlo in un cittadino (si ricordi la Lettera a Diogneto) che vive in questo mondo senza essere di questo mondo. Non dimentichiamo che cattolico vuol dire universale e che nulla è più contrario al cattolicesimo di un messaggio che affida la costruzione dell’identità al fatto territoriale. Anche nel cattolicesimo ci sono le tradizioni locali (per esempio, il rito ambrosiano o i riti orientali), ma il locale è vissuto in funzione dell’universale, come manifestazione particolare di un’appartenenza ben più ampia. Se dall’osservazione di questa cornice teorica e simbolica ci spingiamo sul piano delle scelte concrete, vediamo che l’anticristianesimo leghista è puntualmente e ripetutamente confermato. In un’epoca storica che vede nel multiculturalismo e nel processo di meticciato delle civiltà uno dei fenomeni sociali al tempo stesso più rapidi e più vasti dei quali siamo testimoni, il messaggio della Lega spicca per il rifiuto della contaminazione, vissuta non solo come indebolimento culturale, ma come attentato a legittimi interessi. E dentro questo ambito la religione è utilizzata al servizio dell’ideologia, per seminare contrasto e diffondere paura. Se infatti la Chiesa cattolica, specie alla luce del Concilio Vaticano II, insegna che il dialogo fraterno, pur nella consapevolezza delle diverse peculiarità, è l’unica strada costruttiva verso la pace in un mondo nel quale le barriere vengono meno e le comunicazioni avvicinano uomini e popoli, ecco che la Lega propone di alzare steccati e usa l’idea di identità non per metterla al servizio di un confronto pacifico ma in un’ottica che richiama quella della pulizia etnica: qui dove siamo noi può esserci solo la nostra religione. Affermazione che rende evidente come la religione sia usata strumentalmente quale mezzo di affermazione di un’appartenenza territoriale. Proprio il contrario di quanto fa il cristiano, che mette l’appartenenza territoriale al servizio della religione.
Rivelatrice è la durezza con la quale la Lega Nord attacca l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi per quanto riguarda il rapporto con le altre religioni e in particolare con l’islam. (...) Negli ultimi anni il principale terreno di scontro tra la Chiesa cattolica e la Lega Nord è stato quello dell’immigrazione. (...)
La Lega al Nord attua “un presidio del territorio” che una volta “era appannaggio di vescovi e parroci”, ha detto il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, prima delle elezioni regionali 2010. (...)
La “piena condivisione” con la Chiesa riguarda i veti sulla pillola abortiva ru486 lanciati all’indomani del voto dai neogovernatori leghisti di Piemonte e Veneto, Cota e Zaia. Decisioni arrivate dopo un’attenta strategia di riavvicinamento al Vaticano condotta da Bossi recandosi, fra l’altro, in visita al presidente della Cei cardinale Bagnasco e allo stesso cardinale Bertone. A questo punto occorre chiedersi: perché queste mosse della Lega? E, d’altro canto, perché le aperture della Chiesa? La prima risposta è la più facile. Certamente Bossi, dimenticate in fretta le intemperanze del passato contro il papa e i vescovi, sta cercando di conquistare terreno nel rapporto con la Chiesa sottraendolo a Berlusconi, per accreditarsi ancora di più come forza fondamentale nella coalizione di centrodestra. Di qui la sua repentina “conversione” (una delle tante, del resto) che gli ha permesso di entrare nelle sacre stanze a dispetto dei riti celtici, del neopaganesimo e dei ripetuti insulti scagliati contro la Chiesa. Più difficile è rispondere alla seconda domanda. Il cardinale Bagnasco, additando il rispetto per la vita come valore “non negoziabile” in vista del voto, ha sicuramente contribuito a indirizzare molti consensi verso la Lega degli antiabortisti dichiarati Cota e Zaia. Con simili indicazioni e aperture, le gerarchie sembrano cercare sponde politiche in grado di sostenere le richieste di sempre (legate a vita, scuola e famiglia) meglio di quanto abbia fatto Berlusconi. È un cambio di cavallo politico.
Ma è davvero in questo modo che si pensa di poter diffondere i valori cristiani?
in “Mosaico di pace” del luglio 2010
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di donma ,
sabato 14 agosto 2010 12.30
Salvatore Furia il rito delle previsioni
Per molti anni la giornata è iniziata con le previsioni del tempo di Salvatore Furia. Il direttore del Centro Geofisico Prealpino di Varese era una delizia radiofonica riservata ai soli lombardi perché si esibiva ogni mattina, alle 7.20, nel corso del Gr regionale, il mitico «Gazzettino padano», quello che, nonostante tutte le riforme e i restyling, si apre ancora con la marcetta della «bela Gigugin».
Furia è morto all’età di 85 anni. Originario di Catania, è stato l’artefice della nascita del Centro Geofisico Prealpino e della Cittadella delle Scienze al Campo dei Fiori, la vetta che domina Varese dove c’è la sede della Società Astronomica Schiaparelli da lui fondata nel 1956.
Le sue previsioni erano un piccolo rito che si concludevano sempre con alcune citazioni, in testa gli autori preferiti: San Francesco e Albert Einstein, nel tentativo costante di conciliare scienza e fede. Se la giornata volgeva al peggio, in senso meteorologico, aggiungeva una frase di circostanza che nel tempo è diventata una sorta di mantra: «E, se possibile, pensieri positivi ».
Furia era un antico cantore dell’alta pressione, un mitografo del «che-tempo-che-farà », da sempre in prima linea contro l’inquinamento luminoso che gli impediva di osservare le amate stelle. Non ha mai condotto nessuna battaglia in nome del «global warning», non perché non credesse ai cambiamenti climatici ma semplicemente perché, pur studiando la volta celeste, stava con i piedi ben piantati sulla terra. Quando vedeva e prevedeva aveva due interlocutori ideali, molto lontani fra loro: i deltaplanisti, cui raccomandava prudenza per via delle turbolenze in arrivo, e i contadini, cui consigliava il momento più opportuno per le fienagioni. Diceva proprio così, fienagioni, con quel suo lessico forbito e vagamente inattuale. Il più affidabile fra i meteorologi conosceva solo il riserbo della radio regionale.
Aldo Grasso
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